Antonio Fogazzaro
Il dolore nell'arte
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VII.

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VII.

[37]Ecco, tra le infinite ombre che seguono, venute da ogni tempo e da ogni paese, il Pensieroso di Michelangelo, solitario sul suo seggio di principe, contemplante nel vuoto come in uno specchio invisibile qualche idea triste della sua mente. Ecco, un tragico sciame di anime che il soffio di Shakespeare ha suscitato dal niente e porta nei secoli; il buon vecchio Re pazzo, errante a caso nella notte e nella tempesta, il principe infelice, meditabondo[38] in faccia al delitto, i dolci, pallidi visi di Cordelia la semplice e di Desdemona la fedele, strangolate. Ecco il giovine Werther che scrive l'ultimo addio a Carlotta e alla vita. Ecco, nelle gelide nebbie di una notte invernale, il padre straziato che cavalca fra i grigi ontani stringendosi in braccio il figliuoletto morente, delirante, chiedente aiuto invano contro un caudato e coronato spettro che lo chiama, che lo vuole, che lo afferra, che lo uccide. Ecco la sconsolata Margherita che geme ginocchioni davanti a una immagine della Mater Dolorosa e Tecla invocante la stessa Pia che a la richiami da questo basso mondo ove per lei l'ora dell'amore e della intensa vita passò; e[39] bella, florida di speranze come a primavera la spica, come il tralcio d'estate, nell'ombra d'un carcere, con l'orrore della ghigliottina negli occhi, la fanciulla che Andrea Chénier udì singhiozzare, avvinghiandosi disperatamente alla vita; «je ne veux point mourir encore!» Ecco il Bonnivard di Byron che nel nero Chillon apprende ad amare la disperazione. Ecco la Musa di Leopardi assorta nella contemplazione dell'universale soffrire che mette capo al nulla, vaga della morte, intenta continuamente a ornarsi di queste tristezze magnifiche, sia detto senza offesa del grande Poeta, come predilige i pizzi e i velluti neri una dama che li sa confacenti alla sua bellezza. Nella più squisita coppa che arte di[40] poeta lavorasse mai per quest'uso, Leopardi ne porge la più pura essenza del dolore del mondo e noi ne leviamo le labbra sospirando per una mistica ebbrezza che ne invade, che ne innamora di , che nei cuori giovanetti torna in idolatria vana del dolore, in concepimenti di poesia sconsolata, falsa e debole perchè artificiale ma tuttavia documento dell'occulto fascino di bellezza cui possiede il concetto più puro e più vasto del dolore, l'idea di un dolore inesplicabile, infuso al mondo dalla ignota sua Causa per modo che la stessa natura inferiore ne ha senso e lamenti e ne ha strazio di dubbi angosciosi l'intelletto umano, che senza posa ne domanda inutilmente il perchè al silenzio formidabile[41] dell'Infinito. E non è misterioso il soffrire della donna più cara nell'opera di Alessandro Manzoni?

Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue e gloria
Il non aver pietà,

Te collocò la provvida
Sventura fra gli oppressi.

Certo il poeta non pensò illuminar le leggi della sventura con quel provvida che par sancire un immeritato dolore, annullare, compensandole fra loro, le sofferenze degl'innocenti. Crudele parola, indice di una legge storica che infligge dolore non giusto secondo il veder nostro,[42] che ha dunque una intima ragione di mistero; crudele parola e in tutto il coro la pia potente, per questo appunto che ci suona tanto amara. Ecco la lunga tratta dei pellegrini polacchi che passano cantando le litanie di Mickiewicz: «Per tutte le ferite, le torture e le lagrime dei prigionieri, dei proscritti, dei pellegrini polacchi, liberaci, Signore!» Se la infelice Polonia ricuperasse un giorno l'indipendenza troverebbe l'arte polacca nella gioia le ispirazioni sublimi ond'ebbe gloria nel dolore? In Italia, signori, si può dubitarne. Quando l'anima italiana diede al dolore nazionale un'espressione artistica trovò accenti immortali; e che trovò invece quando la indipendenza e l'unità della patria furono[43] raggiunte di slancio? Quale fu il grande artista di questa gioia se non Iddio solo che impresse agli eventi impeto e splendore di poema?


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