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[57]Appunto perchè godo inesprimibilmente le armonie della gioia con l'Arte, mi riesce più mirabile che l'Arte renda dilettoso al cuore umano ciò ch'egli per natura più abborre. L'abitudine c'impedisce di apprezzar degnamente questo fatto che ci turba se lo consideriamo come nuovo, come appreso da noi quando nel dolore non ci appariva che il gran nemico e nell'Arte non ci appariva che la grande consolatrice. Diremo forse che[58] un sottile egoismo ci rende piacevoli le rappresentazioni del dolore altrui? Non lo diremo, perchè se questo egoismo ha talvolta luogo riguardo a dolori reali, il piacere dell'egoista che Lucrezio descrive seduto sul lido del mare in cospetto del travaglio e del pericolo altrui è troppo diverso da quel dolcissimo sentimento, che, destato dall'opera d'arte, sovente si sfoga in lagrime. Non lo diremo perchè del proprio dolore stesso l'artista s'innamora. Diremo forse, invece, che il sentimento nostro è una forma di amore, è una essenza di pietà, e che la pietà è dolce a sentire? Sì, la dolcezza del sentir pietà è senza dubbio parte dell'emozione che il dolore espresso dall'Arte suscita in noi, ma non è, non può essere questa[59] emozione intera. Se commossi amaramente da uno spettacolo di reale dolore, specie di quel dolore ingiusto, fatale, inesplicabile che più sarebbe atto ad accoppiarsi con l'Arte, noi sottoponiamo ad analisi la nostra emozione, essa ci si scinde subito in due elementi: la pietà per chi soffre e un trepido moto dell'anima verso la causa di quel soffrire. Espresso dall'Arte, il dolore c'ispira una emozione non più amara ma deliziosa nella quale l'elemento della pietà per un particolare soffrire si è attenuato, è anzi talora scomparso; e ne invoco a prova quell'arte che a me par sovrana.