Francesco Domenico Guerrazzi
Messere Arlotto Mainardi pievano di S. Cresci a Maciuoli
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PREFAZIO

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PREFAZIO

 

Occorrendomi venire per queste parti mi sembra spediente di chiarire chi sia, e come e perchè io mi movessi da casa. Io sono il piovano Arlotto Mainardi, e nacqui in Firenze il giovedì di Berlingaccio del 1396 dove parimente senza il mio consenso mi toccò a morire il 27 febbraio 1484; alcuni scrivono nel 1483; ma ciò non è vero, e me lo potete credere perchè, ecco, io mi ci trovai presente. Mio padre si chiamò Giovanni, e fu per tutto il tempo della sua vita scannato più di san Quintino, il quale, come sapete, suonava a messa co' tegoli, onde al povero uomo accadde di sdrucciolare nelle Stinche più spesso, che le palle di biliardo non entrano nelle buche. Non pertanto io mi ebbi parente l'Arcivescovo santo Antonino, che fu santo davvero, imperciocchè ci hanno i veri santi nella medesima guisa, che ai giorni nostri troviamo le verità vere, e le verità, che non sono vere.

Per le quali cose, io giudico che derivassero in me certe qualità che mi accompagnarono durante la mia vita come sarebbe a dire la giocondità, la malinconia, e il santo timore di Dio.

Per la carità della casa Neroni, ed anco un po' per lo aiuto del mio parente Arcivescovo (che ai preti purchè il soverchio non rompa il coperchio sovvenire i congiunti non disdice) ottenni la chiesa pievania di san Cresci, ma intendiamoci bene quello a Maciuoli, non già l'altro Cresci in val Cava, che è un santo nel calendario di quello sboccato, che fu, Dio lo perdoni, Messere Giovanni Boccaccio. Questa chiesa tenni sposa fedele a mo' di fedelissima sposa, per altra o più bella, o più ricca io volli lasciarla mai; l'ampliai, la dotai di navate di colonne di pietra, la imbiancai levando dalle pareti le immagini dei santi, che non facevano frutto1 ci misi la sepoltura famosa con la iscrizione, che parlava così:

 

Questa sepoltura il piovano Arlotto la fece fare

per e per chi ci vuole entrare.

 

Voi avrete sentito dire, che io non sapeva leggere in altro libro, eccettochè nel mio: ora questo è vero per metà, perchè sebbene io non leggessi altro libro fuori del mio non per ciò io lo leggeva tutto; figurava bensì svoltare le faccie, ma il mio cuore come i miei occhi non andavano più oltre della prima, contenendosi in lei tutto quanto mi abbisognava sapere, anzi mi pareva ce ne fosse d'avanzo. In fatti su cotesta pagina ci si leggeva scritto:

«Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.

«Fa' agli altri quello che vuoi sia fatto a te.» E per quanto me lo consentisse la fragilità umana studiai, che questi due insegnamenti fossero per così dire la sistola e la diastola del mio cuore: qualche volta, io lo confesso, la voglia di rimbeccare mi vinse la mano, anzi una volta l'Arcivescovo santo Antonino tuttochè parente mi mandò in prigione, e fece bene; però desidero, che giudichiate voi stessi se io meritava pietà non che perdono. Dovete dunque sapere che la mia nonna buon'anima dette mio padre Giovanni all'avo Chinardo mentre egli noverava appunto settanta anni, ond'è che trovandomi un in brigata con certe femmine per avventura oltre al convenevole procaci, una di costoro mescendomi da bere mi disse: - Sere, bevete di questo, che gli è di Carmignano legittimo - e un'altra di rincalzo: - Bevete a chiusi occhi, che gli è legittimo più di voi. - Allora scappatami la pazienza risposi: - che credete, che a questo mondo non vi sieno femmine di partito altre, che voi? - Questo è il peccato, che mi condusse nelle carceri dell'Arcivescovo; avvertendo per la verità, che l'ultima parte del discorso non fu proprio a quel modo, bensì in un altro, che non importa dire. Da queste ed altre taccherelle in fuori mi mostrai sempre piacevole, motteggiatore arguto ed anco onestamente maliziato: più che potei giocondo conciossiachè provassi che un sorriso benigno vale a sconficcare un chiodo dalla bara, e la tristezza va spesso attorno col rimorso; di un tratto però io pareva pensoso, e ragionava con tanto giudizio, e così gravemente sopra le faccende del mondo, che con l'archipendolo alla mano non si sarebbe potuto andare più diritto. Talora mi vedevano girmene aioni con le mani sul dosso, e il naso all'aria pigliando diletto a vedere volare farfalle, e saltare grilli, e tale altra correre come un ramarro per servire gli amici, soccorrere le povere creature, e confortare gl'infermi. Nondimeno sia, che ridessi, o mesto meditassi, favellassi o tacessi il buon senso avrebbe potuto adoperare la mia immagine per autenticare i suoi decreti, come i tabellioni costumano ai contratti col sigillo notariale. Insomma tanto che vissi io fui, e morto durai ad essere il tipo vero dello ingegno del popolo fiorentino, anzi carne della sua carne, e osso delle sue ossa, una cosa stessa con lui, onde sepolto veramente tutto non apparvi mai, e quando dopo trecento settantatre anni quel bello umore del sor Marco Foresi venne a scotermi per le spalle nella mia sepoltura di santo Jacopo in via dei Preti (imperciocchè com'ebbi per vivere due case una in campagna, l'altra in città, così dopo morte desiderai possedere due avelli uno in città, l'altro in campagna, che alle mie comodità o morto o vivo io pensai sempre) mi rizzai in piedi, e mi posi a gironzolare per le vie di Firenze, nessuno mirai che mi sfuggisse come il fantasma: tutt'altro, tutti mi venivano incontro facendomi di berretta, e salutandomi: - Ben levato sor Piovano: ha ella dormito bene sor Piovano? - Ed io rispondeva: Benone, e tutta una tirata senza voltarmi mai.

Essendo stato sempre di mia natura curioso, subito cominciai a pigliare lingua del come in Firenze ci si vivesse, e mi fu detta, che senza scavezzarmi il cervello io andassi a leggere i giornali, e avrei avuto il fatto mio, ed io andai pei giornali. Io l'ho da dire, cotesto fradicio, onde mi parve, che la carta sudasse per la vergogna, cotesto inchiostro fresco, che t'insudicia le dita, e l'odore nauseante di grassume stantìo mi dettero sospetto di colta, e fu ragione, conciossiachè indi a breve di leggieri comprendessi come la più parte dei giornalisti si rassomiglino alle baldracche di carnovale, le quali finchè portano la maschera sul viso ti paiono le mille lire, ma palesate ch'elle sieno, tu te ne scappi lontano turandoti il naso. Tu hai a figurarti le più volte uno sciagurato, che non fu buono a cavarci un manovale ovvero un mozzo di stalla, che dalla natura sortì tanto d'ingegno, dalla educazione acquistò tanto di dottrina da servire di pedagogo ai ragazzi di Brozzi e di Peretola, ecco saltare su in bautta a giudicare uomini e popoli, e accusatore, giudice, e boia condannare, scoiare, e squatrare qualunque gli pigli vaghezza. Anima di buona voglia dannata compiacendo all'astio ch'è la febbre quartana della ignoranza presuntuosa, Giuda condotto a nolo a tanto l'ora come i fiaccheri il miserabile attende rimpiattato dietro una lettera dello alfabeto, ovvero anonimo a vibrare dall'arco fornito di corda filata col pelo della volpe tutta l'armeria delle frodi, delle menzogne, delle calunnie, e degli assassinamenti raccolta da Gano fino a Truffaldino.

Come sacerdote discreto io attesi rimediarci senza scandalo, provando un po' se ci fosse verso di applicare ai tristi scribacchiatori certo mio trovato, che fece la mano di Dio per liberarmi la canonica dai topi l'altra volta ch'io ci fui nel mondo: e il trovato fu questo; chiappai quanto più potei topi, e pel cocchiume gli misi dentro ad una botte, dove gli lasciai tanto, che si divorassero fra loro; uno solo sopravvisse, immane per mole, e per ferocia; e questo presi, e dopo avergli appiccato un sonaglio al collo lasciai andare per casa, dove così ferocemente continuò ad esercitare le parti di carnefice contro i tipi, che San Domenico non fece di peggio contro agli Albigesi. Il tiro era bello, ma non potè mandarsi a compimento perchè i giornalisti non si lasciarono agguantare, allora raccolsi i giornali e ne feci un falò pentendomi di tutto cuore della tentazione di leggere per questa volta che io sono al mondo più di quello, che costumassi durante la prima, e cercato, e ritrovato il vecchio libro deliberai risolutamente di starmi come per lo innanzi all'unica pagina.

Voi sapete, che l'arte si può quasi dire, che ci culla pargoletti noi altri italiani, massime fiorentini, però io Piovano misi subito, appena risuscitai, un bene matto addosso al Rossini, al Niccolini e al Guerrazzi, e siccome ad ora ad ora udiva taluno, che tagliava il giubbone addosso a questi cari miei, io presi a studiarli bene per di dentro e per di fuori, li macinai, li crivellai, o poi , come Aiace, che difende le navi dei Greci, calata giù buffa me ne dichiarai campione contro chiunque marrano a cui bastasse il cuore in corpo da venire avanti; le difese mie naturalmente ebbero a parere più strenue per l'ultimo imperciocchè contro di lui per essere balioso sempre, e non anco vecchio, ed oltre a fare professione di lettere si versò nei garbugli politici (gusti fradici!) vedessi più gagliarde e più spesse rinnovarsi le offese.

A me pare averne ad acquistare merito però che quando non avessi avuto come ho ragione da vendere, dovevano tenermi conto dello spirito buono: ma no signore; ecco di un tratto sbucare fuori un fungo il quale non avendo a contrappormi cosa che valesse, od onesta fosse mi trafora di scancìo apponendomi l'accusa d'idolatria per il Guerrazzi, e dopo lui gli altri della cricca. Figuratevi quanto mi trafiggesse questa calunnia, ed oltrechè veniva a ferire il mio carattere di sacerdote ossequente a Dio, ed ai precetti suoi, mi metteva a rischio di trovarmi sospeso a divinis e mandato diritto come un fuso a fare gli esercizi a San Vivaldo: conciossiachè se quel mio parente Sant'Antonino avesse acconsentito a tornare meco nel mondo andava sicuro, che di soprusi non ci era da temerne, e le ragioni le sentiva, ma coll'Arcivescovo di oggi non ci è da gingillare e il meglio per noi altri poveri preti sarà non capitargli sotto le sue benedette mani.

Però stesi un po' di scrittura dove alla meglio m'ingegnai a scolparmi mostrando così in iscorcio le ragioni per le quali io non idolatrai no, bensì mi venne in grado il Guerrazzi, e la portai allo stampatore perchè me la stampasse. Io sono prete e aborro gli scandali, però vi dico una cosa sola, e voi altri intendete più di quello, che io non vi voglio dire. E' non ci fu verso di poterla stampare. Ora io dissi: - queste le sono porcherie, e non possono piacere a Dio, agli uomini: innanzi tratto ci sarebbe la grande benedizione, che noi non corressimo mai a contendere fra noi; e poichè questo sembra, che non si possa fare, almeno disputando ci astenessimo dagli improperii e dalle calunnie; e caso mai per disgrazia sdrucciolassimo anco a questo si lasciasse libero il campo alle difese come lo fu alla offesa. Quel voler dire, e volere poi, che non ti sia risposto è roba da poltroni; le prepotenze ebbero mai sempre virtù di farmi uscire dai gangheri, ed una volta questo mio genio mi costò due fiorini d'oro, e tre lire di bolognini, ed ecco come: essendomi recato un dopo vespro a visitare messere Antonio Picchini, piovano di Cercina, mi venne fatto di vedere certa tela dipinta da maestro Squarci, che fu garzone nella bottega del Ghirlandaio ove era ritratto Gesù Cristo legato alla colonna con dietro un figuro lungo, magro, colore di cece cotto, la faccia di avvoltoio che muta le penne, il quale tirava giù come se pestasse il pepe: - ah! ghiottone, ah! poltronaccio, presi a urlare, tu picchi perchè è legato, tu meni perchè prima ti se' voluto assicurare, che ei non te le baratti.... to' piglia questo - e menatogli un pugno lo sfondai, perchè in vista parea il Capitano Cardone, ma poi, a fin di conto gli era dipinto su la tela.... per la qual cosa pagai a maestro Squarci i due fiorini, e le tre lire perchè lo rabberciasse.

Questa volta non isfondai niente, ma risoluto a non patire violenza mi ricordai di certo salvadanaio murato in un canto della vecchia canonica dove riposi non so che danari, che mi furono pagati pel mortorio di Messere Francesco di Neri Diotisalvi Neroni trecento cinquanta anni fa a fine di servirmene in qualche repentino bisogno; lo trovai, lo ruppi, e messimi i denari allato m'incamminai verso Livorno disposto venirmene a Genova, dacchè il mare non mi fa paura, che fui un tempo cappellano di Galera, e nove volte navigai in Fiandra.

A Livorno sperava incontrare il mio amico capitano Raimondo Mannelli, ma seppi, che non aveva avuto voglia di resuscitare manco egli, e ora quasi quasi mi sembra, che abbia avuto ragione. Cercai delle galere, e mi risposero che non usavano più; allora mi mostrarono un macchinone, che fumava, e presomi per un braccio mi avvertirono, ch'entrassi dentro: - o che sono diventato un pane, che mi vogliate mettere in forno? - Gridai io pure, tentando di liberarmi, ma la gente mi fece capace come in grazia del signore Fulton (anche il Messere non usava più) adesso si andava sull'acqua col fuoco. E fuoco sia, onde m'imbarcai, e venni a Genova.

Quì sto, prima per istampare la mia difesa circa l'accusa appostami d'idolatria; e poi se i quattrini mi ci arrivano, vo' dare una capata a Torino per dire al Cocchiere che si è messo a cassetta: - fratello, con queste bestiaccie che hai attaccato al carro fa di adoperare frusta, e briglie perchè altrimenti, io dubito forte, che te, e noi non iscaraventino in qualche precipizio; di' loro: voi siete al verde, imperciocchè convoca l'assemblea se le cose hanno da procedere in regola bisogna, che deponiate il vostro potere nel seno di quella che è il principe: ad ogni modo voi avete a cessare dopo il voto dell'annessione, vogliamo dire unione col Piemonte: smettete via la voglia di volere morire a uso Argante.

 

Superbi, formidabili, feroci

Gli ultimi moti fur, le ultime voci.

 

Argante, pagano fu, e andò all'inferno, e voi altri cristiani, e dovete volare tutti in paradiso se prima non sarete obbligati a fare una fermatina al limbo per riverire il vostro amico Messer Pietro2.

Acconciate pertanto le cose dell'anima confessate le peccata vostre a modo, e a verso, proponete di non peccare mai più e poichè siete in fondo non vi tornerà difficile mantenere la promessa, e Dio misericordioso, che ha le braccia tanto lunghe potrà pigliare anche voi.

Eccovi dunque chiariti del perchè io mi sia recato a Genova, e intenda andarmene fino a Torino, siatemi cortesi di ospitalità come a quello, che più degli altri sono fermo a formare con voi una casa, e mettere in combutta ogni cosa; e poi perchè io per natura inchino al cortese, e agli amici apersi in ogni tempo la casa e il cuore, sicchè se voi verrete a San Cresci di Maciuoli fate ricerca di me e in casa, o nella sepoltura mi ci troverete di certo dove vi renderò due cotanti più festose e liete accoglienze. I calunniatori al solito vi avranno detto, che io benedico i miei ospiti coll'olio: non date retta alle lingue bugiarde, questo feci una volta sola a certi tristi, che mi chiusero fuori di casa e mangiatomi il desinare ebbero il cuore di lasciarmi digiuno; allora io per barattare lo scudo di loro con sette lire di mio, quando vennero in chiesa li benedissi coll'olio. Io, da questa tattera in fuori, vissi sempre da galantuomo, e voi lo potete credere perchè ve lo affermo proprio io. Vivete buoni se desiderate vivere felici.

 

Arlotto Mainardi

Piovano di San Cresci di Maciuoli

nella Diocesi di Fiesole


 

 

 





1 Disse allo imbiancatore che la figura di santo Antonino lasciare vi si poteva, non già quella che pur ci avea di santo Ansano a cui per devozione da niuno era mai stata accesa una candela.

Manni.



2 La notte che morì Pier Soderini - l'anima andò dello inferno alla bocca, - ma Pluto gli gridò: anima sciocca - che inferno? Va' nel limbo dei bambini. Macchiavelli.



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