Gabriele D'Annunzio
Isaotta Guttadauro ed altre poesie
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GORGON

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                       GORGON

L’Asïatico già tende le braccia
trepidamente verso l’imo ignoto:
attonito, fra i calici de ’l loto
ei vede arguta ridere una faccia.

Hyla! Hyla!

[203]

Disegno di Cesare Formilli.
Fototipia Danesi Roma

[204]

[205]

I.

Ella avea diffuso in volto
quel pallor cupo che adoro.
Le splendea l’alma ne li occhi
quale in chiare acque un tesoro.

Ne la bocca era il sorriso
fulgidissimo e crudele
che il divino Leonardo
perseguì ne le sue tele.

Quel sorriso tristamente
combattea con la dolcezza
de’ lunghi occhi e dava un fascino
sovrumano a la bellezza

de le teste feminili
che il gran Vinci amava. Un fiore
doloroso era la bocca,
e un misterioso odore[206]

esalava ne ’l respiro.
I capelli aridi in onde
s’accoglieano su le tempie,
su la nuca, di profonde

voluttà larghi a l’amante
che scioglieali ne l’alcova,
forse; e avean talor riflessi
di viola, come a prova

de la fiamma il puro acciaio.

II.

Questa nobil donna un giorno
io conobbi. Era l’estate
ampia; e dolce il mare intorno

diffondevasi nel sole,
come un drappo suntuoso.
Templi, portici, obelischi
partoria l’imaginoso

vespro; e a fior de ’l mare pénsili
le sottili architetture
si moveano lentamente:
emergean lunghe figure[207]

fra li intercolonni, a un tratto,
mostri umani o bestiali;
s’immergeano li edifizi
ne le fredde acque natali.

Ella, sola, su la loggia,
tutta involta da i prestigi
de ’l tramonto, in attitudine
d’indolenza, li occhi grigi

tenea quasi semichiusi.
Quando Alberto Delle Some,
conducendomi cortese
presso a lei, disse il mio nome,

ella volse il capo e li occhi
grandi aprì su la mia faccia.
Poi mi porse ambo le mani
sorridendo. Avea le braccia

sino al gomito scoperte,
bianche, pure, di squisite
forme; a’ bei polsi rotondi
eran finamente unite,

come a stel fiori, le mani.
Oh divine mani, oh bianche
mani ch’io non ho baciate!
Si posavan, come stanche,[208]

su ’l marmoreo davanzale;
e le lunghe ésili dita
risplendevano di anelli.
Io sentia dolce la vita

mia fluire ed i capelli
divenir gelidi, quasi
per un’ideal carezza,
da sottil fremito invasi.

III.

Ella, semplice, parlava,
con la sua voce sonora,
lievemente roca a tratti.
Una preziosa flora

nascea lenta ora da ’l mare,
a’ nostri occhi. Li edifizi
giacean spenti in fondo a l’acque.
Pe’ i mirabili artifizi

de la luce ora sorgevano,
come calici di gigli,
alte trombe, e si spandevano;
e nutrite dai vermigli[209]

fumi in cielo prendean tutte
forma d’alberi. Viole
d’improvviso da le arboree
forme piovvero, e ne ’l sole

tutto il mare allora parve
brulicante di meduse.
Ella tacque. Io la guardava.
In quell’attimo confuse

le nostre anime rimasero.
Io non seppi dirle: — V’amo.
Ella, forse paventando
l’ora, disse: — Rientriamo;

è già tardi. Io vi saluto. —
E, tendendo la sicura
man, sorrise un’altra volta.
Quindi uscì.

IV.

La sua figura

ondeggiava alta ne ’l passo,
con un ritmo affascinante.
Un pensier dolce mi venne:
— Io sarò forse l’amante;[210]

io felice le mie notti
dormirò sopra il suo cuore! —
Ah, perchè voi mi fuggiste?
Ebro, come d’un liquore

troppo forte, ebro di voi,
de ’l ricordo di voi, sento
da quel giorno in tutti i baci,
sento in ogni blandimento

feminile, sento in ogni
voluttà più desiata,
o signora, voi, voi sola;
voi che tanto avrei amata!
[211]

 

[212]

                      


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