Pietro Gori
In difesa di Sante Caserio
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I

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Nacque a Motta Visconti, gaio villaggio della Lombardia, da una buona famiglia di lavoratori. Il suo temperamento, entusiasta e meditabondo, era di quelli in cui le fedi più ardenti sbocciano e si sviluppano con forza misteriosa. Nella infanzia, le ingenue credenze religiose dei suoi compaesani, fra cui passò i primi anni della vita, gli ispirarono un mistico fervore.

Negli occhi azzurri, profondi e sognatori di fanciullo, e nel sembiante mansueto che rivelava l'interna bontà del suo cuore anche mentre saliva il patibolo, poteva leggersi l'anelito, l'ansiosa aspirazione ad un mondo ideale, in cui gli uomini amandosi vivessero in pace. Il suo intelletto di bimbo, ne' primi anni, credè intravedere il mondo dei suoi sogni nelle promesse bibliche dei profeti cristiani; e fu così che, essendo egli bello come un cherubino, si servivano di lui nelle processioni religiose di Motta Visconti per rappresentare il piccolo San Giovanni.

Prestissimo dovette affrontare la lotta per il lavoro e per il pane quotidiano. Per ciò si risolse ad abbandonare la mamma che adorava e da cui era adorato, e spingersi nel mare burrascoso della vita, in cui si trova a dover navigare perpetuamente ogni lavoratore. Lasciò allora Motta Visconti, ed abbandonò altresì le illusioni mistiche di fanciullo, distrutte presto dalle dure realtà della vita.

In Milano si occupò come panettiere nel forno Tre Marie e vi lavorò con zelo e infaticabilmente; e quivi si trovò più direttamente innanzi lo spaventoso sfruttamento legale del lavoro da parte dei parassiti del capitalismo; e constatò le ingiustizie sociali e la violenza d'una classe che non produce nulla, contro l'altra che col suo sangue e sudore crea la ricchezza de' suoi padroni e solo, come unica ricompensa delle sue fatiche, raccoglie miseria e disprezzo. Fu per questo che Sante Caserio divenne anarchico.

Affettuoso e sensibile di cuore, il giovane operaio era predisposto a piegare verso la causa degli oppressi e degli sfruttati, – alla cui classe del resto apparteneva, – per lottare contro un sistema politico-sociale basato sul privilegio e la forza. E quando il vessillo del socialismo anarchico passò davanti a lui, – spinto dallo spettacolo degli orrori della cosidetta civiltà attuale, – decise seguirlo.

Quando fui la prima volta a Milano, Sante Caserio era già un anarchico entusiasta, e ricordo ancora la profonda impresione che mi fece quando fummo presentati. Si era ad un comizio di lavoratori, ed egli andava intorno distribuendo opuscoli e giornali rivoluzionari. Col suo modo franco di esprimersi, saltando da un punto all'altro della conversazione, ma senza deviare dall'argomento principale, mi parlò delle difficoltà che presentava la propaganda nelle provincie rurali in Lombardia, a cagione del sentimento religioso troppo radicato fra quelle popolazioni; e concluse in questi termini: «Non è possibile convincere e dissuadere gli uomini con la forza, e la stessa libertà che noi proclamiamo ci obbliga a rispettare le opinioni che crediamo false, nel tempo medesimo che le combattiamo. Eppure, soffro immensamente nel vedere tanta povera gente rovinarsi la salute a coltivare i campi, permettendo ai padroni di succhiar loro il sangue, che è la vita stessa, e al pensare che malgrado ciò non si ribellano; anzi al contrario, restano sottomessi e tranquilli credendo a chi loro parla di speranza nel paradiso eterno. Anche io ci credevo, una volta. Ma non essi sono colpevoli del proprio errore causato dall'ignoranza, sibbene quelli che li sfruttano e li ingannano».

In lui parlava lo spirito catecumeno di una nuova fede; e tutto il fervore di un credente nato gli vibrava nella voce!... Egli non credeva più da molto tempo nel paradiso celeste; ma con la stessa fede ed entusiasmo credeva però alla possibilità dell'uguaglianza per tutti, che ponesse fine al regno della sventura, della prepotenza e del furto.

Ormai non c'era più in lui quella mistica fede che lo aveva fatto credere in un mondo pieno di delizie, popolato da santi e da arcangeli... C'era invece l'ardente ed attiva fede, per cui vedeva nella vita una missione da compiersi durante la vita stessa. E questa fede, questa missione, questo desiderio intenso miravano alla conquista del diritto universale, del benessere e della libertà per tutti non nel cielo, ma in questa terra fertile da noi abitata. Poichè l'individuo fa parte della grande famiglia umana, è giusto e logico che esso tenda spontaneamente ad armonizzare i suoi interessi con quelli dell'umanità. Da ciò deriva che la libertà e il benessere dell'individuo non possano essere assicurati che con la libertà e il benessere di tutti.

Fu merito, in lui, di non esser caduto in preda al cinico e falso scetticismo odierno che niente crea e nulla combatte. Il suo entusiasmo si umanizzò e credette fermamente in questo: «Così com'è oggi la terra è l'inferno degli uomini; possa in un domani non lontano l'uomo medesimo far della terra un paradiso!».

Oh, sì!... Il vero inferno per l'uomo è vivere in questo mondo straziato dalle guerre, pieno di miserie, avvelenato dall'odio, degradato dall'ignoranza, insultato dalle orgie di quelli che non producono nulla, e afflitto dalle privazioni delle masse oppresse dalla fame e dalla stanchezza; – mondo piagato dall'ingiustizia, dissanguato dallo sfruttamento, crudelmente straziato dai contrasti economici, istupidito dalle menzogne legali, oppresso da tiranni politici. Viceversa questo mondo è destinato a divenire un paradiso in cui rivivrà l'umanità rigenerata, quando il benessere vi sarà assicurato a tutti; un vero paradiso, a paragone del presente inferno sociale, illuminato dalla scienza, abbellito dall'arte, governato dalla libertà, benedetto dalla fratellanza, guidato dalla giustizia, fortificato dalla verità, coronato dall'uguaglianza.

Alla conquista di questa terra promessa, – che sarà il trionfo dell'umanità, per l'impulso del nostro ideale di verità e di bellezza, – che gli uomini di poca fede non possono concepire perchè han misere l'anima e la ragione, che non sanno vedere quelli che sono accecati dalle mistiche visioni, riponendo nell'al di della vita il segreto dell'esistenza, – a questo glorioso ideale, oggetto di scherno e di odio pei nostri nemici, ma che ai suoi apostoli reca la tranquillità e la calma nelle più tetre prigioni e fin sui gradini del patibolo, Sante Caserio si consacrò tutto quanto. Da allora visse soltanto per la causa e per essa morì.

La vita brevissima di questo, giovane, – aveva appena 21 anni quando fu ghigliottinato – è stata ripetutamente esaminata a traverso le lenti del dispetto e dell'odio, prima dalle polizie italiane e francese unite insieme, poi da una caterva di impostori bugiardi, i giornalisti borghesi, pagati dai conservatori del cosidetto «ordine» pubblico.

Ciò nonostante, questi disgraziati non potettero non giungere a una conclusione, all'assicurazione cioè che Sante Caserio era un lavoratore di carattere buonissimo. E perfino la Scuola Criminale tanto avversa agli anarchici si vide obbligata a riconoscere ed affermare che il giovane panettiere era un onesto nato.

Così furon costretti ad ammettere, convinti da lettere personali di Caserio che, mentre tanti ministri e personaggi di alte sfere rubano a più non posso nei pubblici erari per vivere nello splendore e nel lusso, questo povero ragazzo seppe resistere al bisogno e alla tentazione, malgrado si trovasse solo in paese straniero, disoccupato e senza mezzi di sussistenza; poichè sentiva una invincibile ripugnanza «a prendere da ciò che gli bisognava per soddisfare le necessità della vita, dove ce n'era di superfluo per altri». Ciò dovrebbe esser meditato dagli studiosi, al di sopra ed oltre ogni pregiudizio e preconcetto; e si tenga, presente che, malgrado quanto abbiam visto, Sante era individuo bene in possesso delle sue facoltà, del suo spirito di conservazione, convinto del diritto che aveva inalienabile alla vita, tanto che, fra le altre cose, scriveva ad un amico di Milano che « sapeva bene che il prodotto integrale del lavoro appartiene per diritto alla grande famiglia dei lavoratori, a cui è stato tolto dai padroni; così come tutti i prodotti naturali appartengono per diritto a tutta la specie umana».

Caserio andava, ne' pochi momenti di ozio, a distribuire fra gli operai vicino alla Camera del Lavoro opuscoli e fogli di letteratura anarchica, insieme a pagnottine di pane, che comperava coi suoi risparmi nella panetteria dove lavorava, «perchè, – diceva, – sarebbe stato un insulto dare a persone dimagrate dalla fame carta stampata, senz'altro con cui saziare lo stomaco prima di leggere; e perchè in tal modo eran capaci di capire un po' meglio ciò che leggevano».

Quando la polizia si accorse che Sante era un entusiasta propagandista, benchè fosse timido e modesto all'estremo nel suo modo di propaganda, cominciò a perseguitarlo. Varie volte le guardie si recarono dove stava a lavorare, per cercare di subornare il padrone contro il giovane anarchico. Ma il padrone, che gli era affezionato, rispondeva invariabilmente che Caserio era un operaio modello, intelligente e buono. Non contenta, la polizia insistè con maggiore assiduità nelle sue perquisizioni e visite nella cameretta di Sante e nella bottega ove lavorava; e giunse a spiare giorno e notte la panetteria. Alla fine il padrone, molto a malincuore, stanco di tante seccature, dovette licenziarlo.

Caserio non si scoraggiò per questo; trovò lavoro altrove e continuò con più ardore la sua modesta ma attiva propaganda.

La verità è che Sante, per quante volte fosse colpito dalle persecuzioni e dall'ingiustizia, non perdè mai neppure per un istante la sua paziente serenità. Sollevavano invece la sua indignazione le ingiustizie che vedeva commettere contro gli altri, come se fossero offese mortali fatte a lui stesso. Ricordo che una volta, nel giugno 1892, io e insieme altri trenta compagni anarchici, fummo liberati dopo alcune settimane di carcere preventivo, fatto sotto l'accusa di associazione di malfattori, – pura invenzione degli artifizi di Giovanni Nicotera, uno della vera banda di malfattori che avevano rubato alla Banca Romana. Fra i miei compagni di sventura c'era Sante Caserio. Ancora mi par di vederlo nella stanza delle guardie, nel momento che ci davan la notizia del non luogo a procedere; egli era , in piedi, senza un'ombra di risentimento nel viso per l'ingiusta carcerazione di cui era stato vittima. Ma mi sovviene d'un lampo di collera che passò ne' suoi occhi infossati e meditabondi, al sentir parlare della madre di Fiocchino (un inoffensivo sognatore che morì poi di fame e di eccessivo lavoro), di quella povera madre che era morta di tristezza al sentire che il figlio era stato arrestato dalla polizia. Senza dubbio in quell'istante Caserio pensò a sua madre, che doveva anche lei aver letto, laggiù nel quieto villaggio di Motta Visconti, del suo arresto.

L'ultima volta che vidi Caserio fu alla Corte d'Appello di Milano, dove si faceva un processo contro di lui ed altri, per distribuzione di un manifesto antimilitarista fra i soldati. Per ciò fu condannato a undici mesi di carcere; e nella difesa ch'io ne feci innanzi alla Corte, cercai dimostrare ai magistrati che non è con condanne e altri castighi della stessa specie che si può fiaccare una idea, ma che al contrario così si rendeva più aspra la lotta dei principii; e conclusi dicendo che se si fosse confermata la sentenza, ciò poteva gettare nel cuore tenero e mansueto del giovane Sante il malseme del rancore e dell'odio, riuscendo in tal modo a fare di lui uno dei più terribili vendicatori, poichè terribili e sanguinose sono sempre le vendette del pensiero oppresso.

I giudici confermarono la condanna, e Caserio che godeva della libertà provvisoria, preferì mille volte i disagi dell'esilio all'amara e mostruosa vita del prigioniero. Quando, dopo il processo, strinsi la sua mano, egli ancora una volta mi parlò di sua madre da cui si vedeva costretto ad andare lontano, senza potersi congedare da lei.

«Fra pochi mesi dovrei andare soldato, – mi diceva sospirando, – ho deciso di andare all'estero, e non so se potrò più tornare e la rivedrò mai più!» Così fu; Caserio non rivide più sua madre. Per gli avvenimenti che poi si successero, egli non potè più tornare. E quella povera madre prega ora pel figlio suo strappato dalle sue braccia da questa crudele società, e invano si reca l'infelice nel solitario cimitero di Motta Visconti in cerca della tomba del suo amato Sante... così dolce e bello nell'età in cui andava per San Giovanni nelle processioni religiose. Sventurata! Neppure può recarsi a posare un fiore sul mutilato corpo del figlio suo, ghigliottinato in strania terra, , nella repubblicana Francia!

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