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Due interviste su Sante Caserio | «» |
Due interviste su Sante Caserio
(Dalla "Tribuna" di Roma del 2 agosto 1894)
Come sapete, l'avvocato Gori è qui: non è precisamente a Lugano e mi permetterete di non dirvi dov'egli abiti. Ho potuto tuttavia vederlo e m'è parso che fosse interessante l'intervistarlo, alla vigilia del processo Caserio.
Ecco qua, esattamente il processo verbale del nostro colloquio, dove ho cercato di tradurre i suoi pensieri il più esattamente che mi è stato possibile:
D. Quali sono gli scopi pratici del Partito Anarchico?...
R. Innanzi tutto fa d'uopo intendersi su questa parola: Partito. Gli anarchici non costituiscono un partito vero e proprio. Gli anarchici, non che in teoria non l'ammettano, ma in realtà non hanno organizzazione di partito. In teoria gli anarchici riconoscono che non può esservi società civile senza organizzazione, intesa questa parola non nel senso di irriggimentazione, ma nel senso di libera e spontanea associazione di interessi e di sovranità individuali. Giacchè l'autonomia non esclude la solidarietà – anzi. Si fa con entusiasmo per amore ciò che non si farebbe per forza. E gli individualisti più eterodossi, da Spencer, il grande borghese, a Kropotkine, l'esule principe anarchico, ben sanno che la spirale del progresso umano tende a questo ideale di conciliazione della libertà ed autonomia individuale colle necessità della vita collettiva. Quindi gli anarchici non negano, nei loro ideali di ricostruzione sociale, una forma di organizzazione, per quanto libertaria ed autonomista. Ma, praticamente, e per la necessità della lotta, essi sono disorganizzati.
Ed è questo che costituisce la loro forza e la loro debolezza. La loro debolezza, perchè se gli anarchici (incredibilmente numerosi specie nelle nazioni latine e nell'Austria) fossero organizzati, la loro visibile potenza politica acquisterebbe loro un credito morale, che oggi loro manca agli occhi delle maggioranze conservatrici. Ma codesta disorganizzazione costituisce anche la forza invincibile del partito (se così si può chiamare) ed è ciò che renderà completamente vane le leggi eccezionali votate in questi giorni da diversi Parlamenti europei.
Gli anarchici, che si professano apertamente tali, costituiscono la infima minoranza di questo enorme esercito anonimo, senza capi, senza regolamenti, senza legami, all'infuori di quelli che possono derivare da un allacciamento ideale fra quelli che militano per la medesima causa. Potranno riempire le carceri, le isole, gli arcipelaghi intieri – e gli anarchici aumenteranno costantemente in ragione geometrica delle persecuzioni. I governi avranno arrestato i più conosciuti – chiamati pericolosissimi nelle note di questura – e saranno rimasti fuori gli ignoti, gli insospettabili – ed è da questa schiera inafferrabile che usciranno i nuovi agitatori, e forse, i nuovi uomini della disperazione e della morte. Eppure se conosceste quanta bontà, quanta gentilezza ingenita in molti di quegli animi irruviditi dalle lotte per la vita... Quali ingenui entusiasmi!... Ci sono, è vero, le figure tenebrose e sinistre, gli organismi fisicamente e moralmente degenerati. Ma qual partito rivoluzionario dal cristianesimo al giacobinismo, e da questo al garibaldinismo si è potuto salvare da questa lebra sociale? Ma d'altronde una scienza, serenamente umana, pure aborrendo il delitto, ne indaga e ne scopre le principali cagioni nelle ingiustizie che colpiscono i più – e solo da un nuovo ordine di cose aspetta la redenzione morale, e la estinzione, o almeno una grande, infinita attenuazione di questo fenomeno di patologia sociale, che è la delinquenza.
Scopo pratico del vero e sincero anarchico non è adunque il delitto, nè la istigazione a commetterlo – ed io scommetto (e lo dico anche per esperienza professionale e politica) che se si facesse una statistica criminale degli anarchici, che si vogliono inviare al domicilio coatto, e che popolano attualmente le carceri dei vari paesi, resulterebbe che oltre il 90 per cento di costoro non ebbero mai condanne per reati contro le persone e le proprietà. E sono, per la maggior parte, operai, che miseria, stenti, asprezze nella vita, devono bene averne sofferto.
D. Come spiega dunque i delitti dei dinamitardi e dei pugnalatori, che si professano anarchici?...
R. Ed anarchici sono realmente. L'errore però sta nel credere, che cotesti atti sieno una conseguenza delle dottrine, anzichè dei temperamenti individuali. Io, per esempio, che mi sento socialista-anarchico quanto altri mai, sarei incapace di recare il minimo danno ad un mio simile, od eccitare altri a farlo. E vi assicuro, che non dico ciò per migliorare la mia nomea di terribilità (ingiustificata del resto) di fronte alla polizia internazionale. E non è neppure il caso di dire, come affermava il Taine, che è pericoloso mettere un'idea grande in un cervello piccino. Molti di questi operai anarchici hanno assai più buon senso (il quale non ha nulla a che fare col cosiddetto senso comune) di parecchi scaldapanche, che ho conosciuto nell'inclita Università di Pisa, e che ora sentenziano nei tribunali, o stendono verbali sgrammaticati in qualche questura. Cotesti operai hanno sentimento e cuore per sentire alto il rispetto alla inviolabilità della vita umana.
D. E allora perchè alcuni di costoro procedono con la dinamite e col pugnale?
R. Potrei alla mia volta domandarvi: perchè la società odierna ricorre così spesso alla sua forza che è in fine violenza organizzata, anzichè alla ragione? Perchè ha più fiducia nelle sue baionette e nei suoi cellulari, che in riforme miglioratrici delle innegabilmente misere condizioni popolari!... Perchè su noi pesano l'eredità e l'atavismo delle barbarie primitive, del brigantaggio medioevale, del militarismo moderno. Perchè ce l'abbiamo ancora nel sangue la violenza, non ancora vinta, dall'umanismo; e siamo, sotto il nostro involucro incivilito, tuttora selvaggi ed antisociali nell'anima – tutti voi borghesi, e noi anarchici...
È la scuola della violenza, che in alto e in basso prevale. La mia fede incrollabile è nella propaganda, che vuol dire ragionamento, discussione, a viso aperto (senza congiure e cospirazioncelle). Il popolo fa da sè. E come nelle crisi solenni della storia non teme i governanti, così non subisce sobillatori, i quali dicano delle bugie sulle sue condizioni reali. Quindi io penso che la reazione, senza volerlo, sia rivoluzionaria nei resultati. Ho ripetutamente studiato questo fenomeno. Le nuove leggi credono d'imbavagliare la propaganda anarchica. Non faranno che cangiarne i metodi. Invece della propaganda aperta, controllabile – nascerà per fatalità di cose, la propaganda segreta, anonima.
Ma quali tremendi risultati da questa compressione delle idee! Il pensiero, compresso nelle sue due valvole di sicurezza, la stampa e la parola, è il più terribile degli esplosivi. Ravachol, Vaillant, Henry, Caserio sono la manifestazione tragica, spietata, se volete, di questa esplosione di una idea compressa. Un sintomo psicologico di questo fenomeno è questo periodo d'una delle ultime lettere di Caserio ad un suo amico panettiere: «giacchè in questa repubblica di Francia, non si può fare la propaganda con la parola, nè colla stampa, si progredisce con la propaganda col fatto...» Taglieranno la testa di cotesti propagandisti implacabili, impediranno che la loro parola sia ripubblicata dai giornali, ma che avranno fatto?
Dopo avere glorificato la violenza nelle scuole (Bruto e Napoleone non sono due violenti illustri?) risponderanno alla violenza colla violenza, al sangue col sangue – sempre, sempre...
Ma, violenza per violenza, lasciatene almeno il giudizio ai posteri. Il nostro ed il vostro saranno sempre partigiani.
D. Ella ha conosciuto Sante Caserio: può darmi qualche particolare inedito sulla sua vita?
R. Avendolo alcuni giornalisti chiamato una vittima dei miei sobillamenti – mentre lo conobbi che esso era già anarchico fervente – ammetto senza esitanza d'averlo intimamente conosciuto. È un farne l'apologia dicendo ch'egli era un laborioso e bravo ragazzo? Ormai si è detto e ripetuto a sazietà, perchè ciò è supremamente vero. Ma si ha, senza dati positivi, il diritto di dire: solo le teorie (parlo di teorie) anarchiche lo hanno guastato? Quando partì da Milano (io lo ricordo ancora nella mitezza dei suoi occhi azzurri), lo avevo difeso in un processo di eccitamento alla disobbedienza fra i soldati per la distribuzione d'un opuscoletto. La Corte d'appello aveva creduto di diminuire solo di 3 mesi la pena.
Egli riprendeva la via del volontario esilio per la Francia, sereno, senza odio... L'unico suo accoramento era quello di lasciare sua madre – e gli occhi a quel pensiero gli luccicarono per due lacrime, che egli asciugò prontamente. – «D'altronde, disse, noi siamo come i volontari del '48, e dobbiamo partire cantando». – E vinceva la sua emozione con quella sua innata fierezza contadinesca che contrastava con la sua bontà.
Una mattina d'inverno lo trovai presso la Camera del lavoro di Milano, che distribuiva opuscoli di propaganda e panetti freschi, agli operai disoccupati. E gli opuscoli ed i panetti li acquistava coi suoi risparmi, e riducendosi al puro necessario. Non ricordo d'averlo mai veduto neppure semiubriaco, cosa frequente nella classe dei prestinai. Beveva poco, proprio per stare in compagnia con gli amici; fumava pochissimo.
Di fronte ai vizi giovanili si manteneva puritano. Una sera apostrofò degli amici che uscivano da una casa di tolleranza: Come potete abusare di coteste disgraziate, comprandone la carne e gli abbracci? E siccome un opportunista di quella comitiva disse: «Intanto con la nostra lira abbiamo sollevato un po' la loro miseria!» – Caserio salì sopra, dette una lira a una di quelle donne, che lo guardava trasognata, e se ne ritornò senza far parola.
Un giorno gli domandai: E tu che sei un bel giovanotto, perchè non fai all'amore? – «Prima sì, mi rispose – ma dacchè ho sposato l'idea, non bazzico più donne, finchè non mi farò una compagna, a modo mio». Aveva preso in affitto un appartamento, in cui accoglieva la notte a dormire tutti i compagni senza tetto ospitale, che si trovassero in Milano... Un vero bivacco... Ed egli si recava a lavorare tutta la notte. Una sola volta ho visto lampeggiare i suoi occhi d'ira sinistra. M'accompagnava a casa, in una sera glaciale d'inverno – e davanti ad uno degli hotels sontuosi del Corso, incontrammo una vecchietta cadente, che i nottambuli milanesi vedono nelle ore inoltrate della notte montare la guardia contro i ladri, per qualche soldo, alla porta di cotesto hotels. Caserio, vedendo la vecchiarella assiderata dal vento e dalla neve, aggrovigliata in un canto, la sollevò, le vuotò nelle mani scarne i suoi pochi soldi, ed esclamò con voce fremente: «Una società, che permette queste infamie, non merita pietà». Era la belva umana, che ruggiva in fondo a quel cuore attristato dallo spettacolo della civiltà cinica. La belva dormiva, rannicchiata in seno a quel giovinotto mite e buono. Le sofferenze e lo spettacolo delle sofferenze altrui, e poi le persecuzioni, e la compressione del suo pensiero la destarono, la fecero erompere terribile.
Quando lessi che Sante Caserio aveva ucciso il presidente della repubblica francese, non so per quale intima associazione d'idee, mi si presentò alla memoria la scena di quella serata invernale, e rividi il lampeggiamento degli occhi di Caserio, e ricordai la sua tragica minaccia.
Spogliando poi con l'amico Guglielmo Ferrero le ultime lettere di Caserio ad un amico suo (pubblicate dal Figaro) compresi tutto, e mi spiegai quell'inconcepibile travolgimento psicologico.
Le torture fisiche e morali avevano inacidito la sua bontà.
Egli non agì per mandato del Partito, nè per sorteggio di complotti, nè per alcun'altra di coteste fantasticherie carbonaresche.
In una mia lettera alla Lombardia, subito dopo l'attentato, sfidavo l'istruttoria a provar ciò. L'istruttoria ha escluso il complotto. Vedrete il processo. Caserio rivendicherà completa l'iniziativa e la responsabilità dell'atto suo. Dirà che non aveva fini personali, nè di lucro, nè di bassa vendetta. Spiegherà le sue idee. Gli soffocheranno la voce. Cercherà di giustificare il suo atto. Lo manderanno alla ghigliottina. Ma il suo tronco mutilato parlerà eloquentemente delle iniquità sociali che lo resero pugnalatore e ghigliottinato.
E che perciò?... Nell'inferno sociale non ci saranno più anime disperate, che vedranno nella ghigliottina la fine della morte cronica, e nella galera il pane, che il lavoro di tanti anni non serve ad assicurare? Volete sopprimere l'anarchismo violento, ed essere conservatori serii?... Sopprimete le iniquietà sociali, che lo alimentano. Ma allora avrete fatta la rivoluzione.
(Dalla "Sera" di Milano, luglio 1894)
Conobbi Sante Caserio – mi ha detto l'avvocato Gori – durante un comizio alla Canobbiana di Milano.
Mi fu presentato da alcuni panettieri anarchici, praticando i quali egli – natura entusiasta – s'innamorò degli ideali del socialismo rivoluzionario.
Lavoratore instancabile, io lo vedevo spessissimo per le vie di Milano, colla sua gerla sulle spalle, e col suo sorriso eternamente sereno e mite.
Tutti i suoi risparmi li profondeva in giornali ed opuscoli, che acquistava e distribuiva gratuitamente agli operai.
Tutti quanti lo avvicinavano lo amavano, perchè era nel suo occhio azzurro uno strano fascino di dolcezza che denunziava uno spirito intimamente buono.
Furono dunque le idee dell'anarchia che sconvolsero il suo cervello?... Ecco il quesito psicologico, che gli uomini di buon senso dovrebbero opporre alla reazione, che domanda il linciaggio in massa degli anarchici.
Ma nell'ora tenebrosa che volge, il giudizio non può essere sereno; oggi è la passione, non la ragione che parla.
Se la cosidetta gente d'ordine conoscesse le infinite punzecchiature tormentose, con cui le polizie dilaniano l'organismo fisico e spirituale di questi vagheggiatori della equità sociale e della integrale libertà, – comprenderebbero il travolgimento di cotesti caratteri da una profonda mitezza originale ad una spietata irruenza.
Non sono le chiacchiere più o meno rivoluzionarie, nè gli opuscoli che costituiscono in cotesti cuori le spinte all'azione dinamitarda ed omicida.
Ho conosciuto tanti anarchici di un coraggio a tutta prova e d'una convinzione entusiastica, che non hanno mai neppure un istante concepito il pensiero di lanciare una bomba, o di dare un colpo di pugnale ad un loro simile, fosse pure un alto personaggio della società borghese. E ciò perchè la lotta per la vita era stata per essi meno aspra e difficile, o perchè la ripugnanza ad ogni atto di violenza fisica, fosse pur giustificato dalle persecuzioni della polizia, era nell'animo loro istintiva ed invincibile.
Ma quante anime in questa bieca lotta del pensiero insidiato e del pane contrastato, perdono la serenità primitiva e diventano cupe e tempestose!
Oh, la rivedo ancora la gentil figura di Caserio Sante, giovinetto e sognatore del bel mondo di pace e di giustizia promesso agli uomini dalle idee che mi onoro di professare, anche oggi che dichiararsi anarchici vuol dire affrontare persecuzioni e impopolarità – la rivedo cangiarsi coll'atteggiamento raffaelesco alla cupezza tragica dell'uomo che uccide.
Lo ricordo – una sera che era in mia compagnia al teatro della Commedia di Milano – e lo rivedo con gli occhi pieni di lacrime alle ultime scene della Maria Antonietta di Giacometti, quando i due sposi coronati muovono alla ghigliottina rivoluzionaria.
Chi lo rese implacabile e terribile? Chi scavò gli abissi dell'odio in quella creatura?
Quel giovinetto, che piangeva alla rappresentazione scenica dell'imminente supplizio di Luigi XVI, doveva uccidere il nipote di quel Carnot che votò la morte di Luigi, e salire come questo sulla ghigliottina della Francia repubblicana.
Il volgare senso comune, che non è il buon senso, aiutato dalla passione di rappresaglia politica, e rafforzato dalla ignoranza degli uomini e delle cose, se la cava facilmente addossando ai cosidetti sobillatori l'opera istigatrice, o quanto meno la responsabilità morale di questi tragici avvenimenti.
Ma per chi conosce profondamente il movimento anarchico europeo riesce ridicola la supposizione che il Caserio abbia agito per un mandato ricevuto o con complici.
Mi domandate come mai Sante Caserio da anarchico teorico e propagandista diventò violento.
Oh, ne ho seguite tante di queste evoluzioni e so che il processo è lento e doloroso, ma la causa è unica.
Finchè Caserio non fu molestato dalla polizia, era un operaio modello – un lavoratore alacre e instancabile. Propagandista fervente, adoratore appassionato del suo ideale di uguaglianza e di libertà, rimaneva però sempre il medesimo giovinetto mite ed affettuoso, quasi timido.
Cominciarono a perquisire la sua cameretta; gli misero su contro la famiglia, dipingendolo come un rivoltoso della peggior specie.
Mi ricordo di una mattina, che venne sbigottito al mio studio, dicendo che le guardie avevano parlato male di lui al padrone, e lo crucciava il pensiero di rimaner senza lavoro.
Adorava la madre e mi diceva che le sue idee non le avrebbe rinnegate a nessun patto; ma che lo tormentava il pensiero che sua madre dovesse piangere per lui, che si tentava d'imprigionare alla prima occasione.
Intanto le guardie, andando e venendo, tornando e ritornando per il negozio ove il Caserio lavorava, determinarono il suo licenziamento – malgrado il grande affetto che gli portava il padrone.
Tornò a Motta Visconti, ma l'autorità politica non cessando di molestarlo, egli, per non amareggiare la madre, abbandonò di nuovo la casa, per tornare a Milano. Trovò di nuovo lavoro, ma nuove persecuzioni glielo fecero perdere. Eppure era ancora il mite giovinetto, il ragionatore calmo ed appassionato, senza scatti e senza rancori.
Poi una sera che aveva distribuito dei manifestini in vicinanza d'una caserma, manifestini in cui si consigliavano i soldati di non sparare sulla folla in occasione del 1° maggio, fu arrestato e condannato a 11 mesi, poi ridotti a 8.
Lasciato in libertà provvisoria tra il giudizio del Tribunale e quello dell'Appello, avendo trovato lavoro in Svizzera, erasi colà recato, cosicchè quando avvenne la sua chiamata sotto le armi esso era impedito a venire dalla condanna che lo aveva colpito.
Così fu condannato anche per renitenza alla leva – ma sperava che il decreto di amnistia lo liberasse da questa ultima condanna.
Venne in Italia, e fu l'ultima volta, e nascostamente venne al mio studio per chiedermi se l'amnistia l'avrebbe potuto salvare almeno dalla condanna militare.
Ma era recidivo per l'altra condanna dei manifestini, e dell'amnistia non poteva usufruire.
Riprese la Via Crucis dell'esilio. Nè lo rividi più.
Seppi da terze persone che il disgraziato giovine era perseguitato anche in Francia in un modo implacabile.
E detto questo, noi, per cui è sacra la vita umana, siamo i primi a inchinarci pensosi innanzi a questa nuova esistenza spenta, anche se i piagnoni attuali non hanno pianto sui morti affamati della Sicilia o su quelli sepolti dalle miniere del Nord a centinaia in questi giorni. E fremeremo pure, (ma senza rimorsi) il giorno in cui anche la testa di questo cadrà sul patibolo.
Ed oggi che una fatalità sanguinosa domina sul mondo e rende selvaggi gli animi più buoni e miti – domandiamo alle anime oneste, che lascino alle generazioni future di giudicare cotesti fatti, cotesti uomini e le cause profonde che sui medesimi agirono.
Quelle sole potranno dare un equo giudizio.
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