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CAPITOLO I.
Musa non ingrugnar; taci un momento:
Oh! questa volta nò non me l’accocchi,
Se non la sputo già crepar mi sento.
In argomenti, o perigliosi, o sciocchi
Io non ti azzardo: e poi, Signora mia,
Ognun può far de la sua pasta gnocchi.
Dielsà se tenga a onor tua compagnia;
Ma se mi fai dell’Aristarco addosso,
Oh! bacia il Chiavistel, vattene via.
Io mi son un, che mai non bevo grosso,
La dico qual la sento, o adesso, o poi,
E so senza di quel, che aver non posso.
Credi che un Vate i movimenti suoi,
L’Estro, l’ardir dal tuo favore attenda?
Pianta queste carote ai Greci tuoi.
Pria che sua spoglia ad informar discenda
Alma quaggiù, fra le rotanti sfere,
Forz’è, che d’armonia tutta s’accenda;
E se talor noi la vediam giacere,
O schiva, o indifferente al suono, al canto,
L’organo è in colpa, a cui dee soggiacere.
In vita mia non m’hai fatto altrettanto;
Basta; intendesti: il favellare or torco
Al grande Eroe, ch’or su mie rime ha il vanto.
Parlo di Te, mio rispettabil Porco,
Onor de la quadrupede Famiglia,
Benchè di fuori impiastricciato, e sporco;
Che tu vivi alla buona, e senza briglia
Di moda, e servitù, che tanto annoja;
L’usanza tua di libertade è figlia;
E Plinio insegna, che un calor da Boja
Sempre t’investe, ond’è, che poi ti piace
Nel Pantano smorzar sì crudel noja.
Roma, Epidauro con sua buona pace
Adorár Serpi; idolatrò l’Egitto
Gatti, Cipolle, e il Coccodrillo edace:
Lodò l’Orzata in voce, ed in iscritto
Ippocrate; e Caton quel fier Romano,
Per un Cavolo sol sariasi fritto.
Diocle alla Rapa, e il Vate sovrumano
Primo Cantor delle Trojane imprese
Fece a’ Topi, e a’ Ranocchj onor sovrano.
Era appresso di Fania un Crimen lese
Biasmar l’Ortica, e della Innamorata
Il Passere a eternar Catullo prese.
E qual non fè ridevole frittata
La Grecia allor, che in le celesti Volte
Pose di Bestie quella ria brigata?
E Granchio, e Pesci, e Capricorno, e in folte
Giubbe ardente Leone, e Scorpio, e Toro,
Orse, e Monton con ampie corna avvolte.
Ai Tessali il Cavallo era un tesoro;
Un Cane in Samo era il più dolce oggetto,
E un Asino in Arcadia era in decoro:
E Tu, mio caro Porco benedetto,
Tu che devi passar per la maggiore,
Tu l’estremo sarai, sarai negletto?
Nò, fin che avrò parole, avrò vigore,
Presente me non ti vedrai schernito,
Fosse del gran Mogol l’Imperadore.
I tuoi affronti io legherommi al dito,
E ti sarò difese sbombardate,
Sebben io sembri un bel Peto vestito.
Ma dove incominciar tue lodi ornate?
Tu solo nasci al Bene universale,
E sei nella natura un altro Acate.
Per giovare a ciascuno a Te non cale
Menar tuoi giorni più d’un anno, e mesi,
E ti soggetti a un colpo capitale.
Tu se’ venduto a oncie, a libbre, a pesi,
E sino i peli tuoi al Villanello
Sono un tesor sul Canovajo stesi,
E se non è Galeno un Ravanello,
Solea un Atleta insin da fanciullino
Mangiar tue Carni, ond’esser forte, e snello.
Sembri raschiato un candido Armellino,
E sembri aperto ricca Galleria,
A pompa, e gloria del saper divino.
Son tutte le tue parti in simmetria,
E la Macchina tua si estima assai
Dalla tagliente rossa Notomia.
A ogni figura accomodar ti sai,
Arrosto, Fricandò, Lesso, Bragiole,
E sempre piaci, e non disgusti mai.
Mastro lo Cuoco senza Te non suole
In Pranzo signoril figurar bene,
Ne fa scialacquo, ed il Padron sen duole.
Ma se da le tue carni a noi sen viene
Il non plus ultra de la Meraviglia,
Il Cotichin, che più bramar conviene?
Oh Cotichin, null’altra a Te somiglia
In fragranza, e in sapor vivanda eletta!
Quando tu giungi inarca ognun le ciglia.
I grati effluvj ad assorbire in fretta
Si spalancano i tubi ambi nasali,
E un Oh comune il godimento affretta;
E tosto in bocca, e giù per li canali
Delle gole bramose l’acquolina
Si sentono venire i Commensali:
E fossevi ancor latte di Gallina,
Ed in piatto real vergin Fagiano,
A te la preminenza si destina.
So ch’è un error da far sparar la mano,
Dir che non hai, Geometria sicura,
Un Cilindro più bel dentro il tuo piano;
Ma se tornar potesse all’aria pura,
E ne pappasse una sol volta ancora,
Euclide la faria prima figura.
Quindi a ragion l’Oltramontan l’onora,
E lo manda al Paese ov’è in concetto,
E il Lombardo terreno ivi s’adora.
Quì dir potrei, che nel Bochard ho letto,
Che moderni Scrittor son di sentenza,
Che il Porco in Israel fosse interdetto,
Perchè volesse il Ciel con l’astinenza
Da sì grato boccon, ch’Ei più nel zelo
Spiccasse di pietade, e d’obbedienza.
Ma non vogl’io metter la bocca in Cielo;
Non è questo un latin per la mia classe,
Come non è Bochard il mio Vangelo.
Se la Macchina mia lo comportasse,
E che l’erario poi men floscio fosse,
Vorrei, che ognindì meco si trovasse;
Ma un ostinata malandrina tosse,
Che nacque meco, e meco morirà,
Mi trattien nel più bel sovra le mosse;
Che quel dì, che ne gusto, mi si fa
Tal mancanza affannosa di respiro,
E smania tal da movere a pietà.
Non però mai col Cotichin mi adiro,
Esso in colpa non è, nè da lui scende
D’uno scompiglio tal sì crudel tiro.
In se d’aromi quantità comprende,
Col piccante, adurente, caloroso
Schiacciato Pepe, che la lingua offende.
L’attraente boccon, caldo, spongioso,
Dell’Esofago passa pel sentiero,
A sue parti irritabili nojoso.
Queste in un moto impetuoso, e fiero
scuoton le annesse col Diafragma istesso
Per mirabil consenso, e magistero.
Quinci di linfa spremimento accesso
Apresi al petto, e vi si arresta, e ammette
Un coagol più viscido, e più spesso;
Ed è quello il catarro, che poi mette
Co’ polmonari bronchi già ingombrati
Ancora le vescicole alle strette;
Che all’aer necessario contrastati
Vengon gli ingressi allor, per gli anelosi
Moti di spirazion difficultati.
Ma nella messe altrui la falce io posi:
Haller, perdona, al Precettore or fatto
Cagion d’invidia giù frà mirti ombrosi.
Torniamo a bomba, e stiamo al primo patto,
E senza la girata del Can grande
In iscena l’Eroe torni issofatto.
Medicina fedel, da cento bande
In tua provincia qual valor non conta?
Lemery ne raccolse opre ammirande.
La bollitura sua vomiti affronta,
L’ulcere degli orecchj il fìel risana,
E il tardo crine ad allungarsi appronta.
Terge, e assoda le piaghe in foggia strana
Liquido Lardo di sua feccia privo,
E del Vajuol le bollicelle appiana.
E’ ammolliente, annodin, risolutivo
Suo grasso; e al nasal sangue, e a squinanzia,
E a rogna il suo escremento è un sanativo.
Di luì parli la saggia Economia,
E l’industre Mecanica ingegnosa,
Che in Terra, e in Mare il favor suo desia.
Tu che al nome di Porco schizzinosa
Musa, t’aggrinzi, sentine una grossa,
Tu sai di Porco in testa a tutta josa;
Quando per farti più lisciata, e rossa
T’affidi alla Toletta la mattina,
E t’emendi, e t’ajuti a tutta possa,
Dimmi, quel fusto onde il Topè strofina,
E te lo assesta il Parrucchier d’Apollo,
Che imbianca poi di polve sopraffina;
E i ciondoli all’orecchio, e il vezzo al collo
Quinci ti poni, e di Sussì, o Lillà
L’ampio Andrienne, e il Plettro ad armacollo,
Che Diamine cos’è? Musa, si sà:
Un impasto gli è quel, dov’entra, e lega
Del lui sugo adiposo quantità;
E con esso la fronte ancor si frega
Berecintia, Giunon, Venere amante,
E con mille composti entrar può in lega.
Sin l’immondizie a cento frutti, e piante
E’ un Elisire, un Balsamo sincero
D’olio, e di sal volatile abbondante.
Ha nel Cembalo ancora ministero;
Della cotenna sua scaglie or si fanno
D’un movimento elastico, e leggiero,
Che spinger senza penne, e accoglier sanno
Le lingue de’ rostrati salterelli,
Che l’auree corde a vellicar sen vanno.
Oh Cembalo immortal, che scuoti, e svelli
Dal più cupo letargo, e l’alma, e i sensi,
O tu pianga, o t’accenda, ovver favelli!
I pregi tuoi son portentosi, e immensi,
E tuo m’avrai Panegirista eterno.
Ma chi ti può lodar quanto conviensi ?
So, che talun per ignoranza, o scherno
Dirà, che Vener fè sì gran fracasso,
E giurò al Porco un odio sempiterno;
Poichè il bel Cacciator mandò a patrasso
Nel bosco istesso, ove la scaltra Dea
Con lui si tratteneva in certo chiasso:
Ma quell’era un Cignal, che non avea
Co’ Porci nostri alcuna parentela,
Anzi tra loro inimicizia ardea.
So pur, che ad impetrar l’ampia tutela
Di Cerer bionda, allor che Aprile usciva,
In bianco vel con lampana, e candela,
Roma un Porco immolava, e ciò veniva,
Perchè le biade amica difendesse
Dal grugno suo, che via se le carpiva;
Ma se custode a’ Porci dato avesse,
O posto i Seminati entro clausura,
Roma provvisto avrebbe al suo interesse.
Che far contro un istinto di natura?
Me la perdoni di Guirin la gente,
In questa parte non fa gran figura.
Ma quando ei fruga, e scava arditamente,
Non la fa allor da buon Mineralista,
Il Tartufo estraendo sì eccellente?
Ah! che a ragion quel Miserel si attrista,
E borbotta pian piano ognor tra se,
Vedendo, ch’egli è sempre per la pista.
Chi mangia a due ganascie, un Porco egli è;
Porco chi ha sempre il gorguzzule in molle;
Porco chi scarno in pria, grasso si fè:
Porco chi non ha il sangue, che gli bolle;
Porco chi lascia un peto in abbandono,
Porco il Melenso, il Brodoloso, il Molle.
Si sa, che il sonno è di salute un dono.
Pur vedi maldicenza! I dormigliosi
Comodi porci intitolati sono.
Oh costumanze! oh tempi ingiuriosi!
Oh lingue nate del buon gusto a scorno!
Ma saldi, o Porco mio, tai Ser Brigosi,
Che dan la quadra, e sembri loro un corno.
Ti mangierian su i muri ancor dipinto:
Tu fa l’orecchie da mercante intorno,
Che con costor, chi non li cura ha vinto.