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RISPOSTA CRITICA, E SUSSIDIARIA
AL CAPITOLO
Caro Poeta, qual tu sia, che festi
Di Rime quella tale infilzatura,
Un gran marrone a sdiricciar prendesti
T’ingolfasti in un mar, che fa paura,
Con provvision meschina di biscotto:
Stolto chi nell’oprar non ha misura.
Ma transeat: ogn’Asino ha il suo trotto;
Il peggio è l’impostura, onde l’adorni,
Larga, e ritonda più dell’O di Ghiotto.
La Musa uno stival? La scacci, e scorni?
Porco, e Cignal non son tra lor parenti?
E i Padri Achei son tanta feccia, e corni?
Amico, tu m’hai pieno; i tuoi accenti
fan che dall’unghie io del Leon decida;
Dal morso imparo a giudicar dei denti.
Vi son le Muse, e senza la lor guida
Mal si reggono in alto i voli ascrei,
Son Corvi i Vati, e raglio i Carmi, e strida.
Figlie son tutte del maggior de i Dei
Sagre ad ogni Cantor, e già invocate
Negl’argomenti più superbi, e bei.
E quante volte non le avrai seccate
Tu stesso, e fatte morfie a collo torto,
O Correttore della nostra etate?
Tu che alla Grecia poi fai sì gran torto,
E Platon poscia ad imitar ti prendi,
Che fosse Greco ancor non t’eri accorto?
O un tanto Eroe tra que’ minchion comprendi,
E sei un empio; o t’era ignoto affatto,
E un Cavol fritto, un Gocciolon ti rendi.
Qual poi t’investe frenesia da matto,
Una sol spezie d’Animal volendo,
Che in due vada distinta ad ogni patto?
Tu d’Istorie non sai, a quel che intendo:
Ne’ tempi, che parlavan francamente,
Ardea tra’ Porci un battibuglio orrendo;
E se un antico Traduttor non mente,
Per giovinetta, e amabil Porcellina
Nacque lo spaventevole accidente.
Questa era ricca come una Regina,
E maritarla il Padre non volea
Con alcun di que’ Porci da dozzina.
Ma degl’Amanti il novero crescea,
E quella scaltra a tutti fea d’occhietto,
E cose grandi a tutti promettea.
Un ve n’avea di più leggiadro aspetto,
Che più le fea del cascamorto intorno,
E di muschio sapeva, e di zibetto.
Ma il saggio Padre dubitando un giorno
Non s’appiccasse il foco nella paglia,
E non gliene venisse un qualche scorno,
Pensò di contentar tanta canaglia,
Dicendo: I’ vò concederla in isposa
A quel che in Giostra fra di Voi più vaglia.
Dai quattro Venti battaglioni a josa
Si vedean comparir nel gran steccato
D’una prosopopeja ardimentosa.
Di denti acuti era ciascuno armato,
Ed eran questi la sua spada, e lancia;
Lo schioppo ancor non erasi inventato.
S’incominciaro a sbudellar la pancia
L’un dopo l’altro, e per due mesi intieri
Equilibrò Vittoria la bilancia.
Proteggea Marte que’ polputi, e neri,
Gli agili proteggeva il Dio Nettuno,
E Bacco i men silvestri, e i meno altieri.
Ma in fra que’ Paladini alzossen’uno,
Che fin metteva a così lunga festa,
Facendo un repulisti di ciascuno;
Quando fuor del terren sparsa la testa
Di polve immonda uscì Madre Natura,
E disse: ah Giove, che matteria è questa?
Se manca il Porco, io veggio addiritura
Il miser’Uom a carestia soggetto,
Veggio, Signor, che a mille guai non dura.
Disse, e Giove provvide, appena detto.
Col fulminar quell’infelice Amante
Di tanto scempio sconsigliato effetto.
Marte il suo stuolo inviperito, e ansante
Trasse ne’ boschi, e si chiamar Cignali,
E li fece terror di quelle piante;
Nettuno a’ suoi donò le squame, e l’ali,
E alla schiera de’ Pesci gli aggregò,
Avvezzandoli all’onde, al nuoto, ai sali;
Bacco sparsi pe’ campi i suoi lasciò,
E al primiero occupante Villeresco,
Non volendo ammattir, gli abbandonò.
Ma Tu, Poeta mio, guardi in cagnesco,
E mi squadri ingrugnito la persona?
Veggio, che ti confondo, e ti rincresco.
Ma senti; un Uom, che vive alla carlona,
I cocomeri in corpo non si tiene,
E vuol sua libertade, e si sbottona.
Dunque da un Tronco sol vedi che viene
Il lignaggio porcin per cammin dritto;
L’autor di questa Istoria era d’Atene.
Il fatto in prische lamine è descritto,
Che esposte un giorno in Tebe a vile incanto
Trasportò Tolomeo dentro l’Egitto;
E Cleopatra, ond’aver sempre accanto
Quel buon Guerrier di Marc’Antonio, un dono
Gli fè di quelle, e l’obbligò poi tanto.
Ma sta, che io pure Encomiator mi sono
D’un tanto Eroe; giungiam le destre, Amico,
La Critica si ponga in abbandono.
Di litigar già non m’importa un fico,
Nè gl’impacci del Rosso io mai mi piglio,
Non voglio alla mia Porta alcun intrico.
Bada se io son discreto, io sol mi appiglio
A intrecciar nuove laudi al Porco nostro,
Che tu ad arte lasciasti, o per consiglio;
E già incomincio: o del miglior mio inchiostro
Vien, caro Porco, alto principio, e meta;
Non mi negate, o Musa, il favor vostro.
Dormiva Enea, quando dall’onda queta
Del vicin fiume il Tiberino Dio
Surse quant’era in aria augusta, e lieta,
E parlò: Figlio d’una Dea, d’obblio
Spargi i danni sofferti, alfin giungesti,
De’ Latin, de’ Laurenti, e voto mio.
Nessun timor tue degne imprese arresti,
Quello è il fin de’ travagli, e Ascanio il figlio
Fia che dopo trent’anni quì sen resti.
Gli Dei son paghi, del Divin consiglio
Che in tuo sollievo si dichiara, avrai
Prove evidenti nell’aprir del ciglio.
Accolta sotto un’Elce troverai
Candida Scroffa, e alle sue poppe appresso
Trenta bianchi suoi Parti ancor vedrai.
ll segno è quel, che un giorno Ascanio istesso
Fonderà d’Alba il memorabil Regno,
Vinta l’Invidia, e l’Oppressore oppresso.
Tacque, e a suo tempo si avverò quel segno;
Ti ringalluzza, o Porco mio, che sei
De’ Numi i ciechi arcan di adombrar degno.
Potean valersi d’altre bestie i Dei,
D’Aquila, di Colomba, ovver di Toro,
A lor già cari, o de’ sagrati Augei.
Tu fosti il sol tra quell’immenso Coro,
forse che in Terra tu gli avrai sfamati
Quando tante zizzanie ardean tra loro;
E come in gozzoviglia saran stati!
E trinciando, e pappandoti a due mani,
Le dita alfine si saran leccati !
Fu Publio Servio il primo infra i Romani,
Che in tavola ti mise intiero arrosto,
E poi con simmetria ti pose in brani;
Ma proibita dai Censor ben tosto
Venne l’idolatrata imbandigione,
Perchè di troppa spesa, e troppo costo.
Era tutto il tuo ventre un gran cassone
D’ova, di teste, Beccafichi, e ancora
V’era di scelte carni ampia mistione;
Ed in proverbio tu passasti allora
Per il Porco Trojan, perchè ripieno
Come il Caval, che trasse Ilio a mal’ora;
E molto prima, di cent’anni almeno,
D’una pari vivanda i Greci usaro
Il lor Convito a mantener più ameno.
Plinio insegnò, che di sapori avaro
Non sei, e che valenti Professori
Cendieci in le tue Carni ne trovato;
Ond’è, che Tito Quinto escito fuori
Ad affrontar d’Antioco le Genti,
Che nella Grecia fean tanti rumori,
Gradì tra mille offerte, e complimenti
D’un certo Calcidense un ampio invito
A eletto pranzo in cima agli ori, e argenti;
E nel mirar un numero infinito
Di vivande diverse, ch’ei tenea
Di trecento Animai, giacque stordito;
E sè quel Signorotto non gli fea
Toccar con man, che tutto era porcino,
Mangiar l’Affrica in bestie si credea.
Nell’Umbria, e nella Marca ogni mattino,
Che sia festivo, in mezzo della Piazza
Havvi di cotti arrosti un Magazzino,
Per cui la Povertà con poco sguazza
Senza far di pignatta in la giornata,
E in tre o quattr’ore il Magazzin si spazza.
La Dose di sue carni in Francia è grata,
E in Carta grande, e in Gallico dialetto
ll Real Cucinier l’ha già stampata.
Cochon de lait à l’Allemand = e suo precetto;
Cochon en galantine = jambon roti =
Boudin blanc, et noir = Boccon perfetto.
Che poi di lui non dicono ognindì
Dale, Schroder, e James, e Aldrovando?
Per lui la Drogheria s’incivilì.
Come Cignale, un bene memorando
Sa co’ denti, col fiele, e con l’urina,
E sin sterilitade ei mette in bando;
E come abitator d’onda marina,
Pe’ tumor freddi il Grasso suo si dice
Un non plus ultra, una bontà divina;
E alfin di meraviglie una Fenice
Come Porco nostran forz’è che passi,
E chi langue, e chi è sano il benedice.
Per lui l’Imbiancator le spese fassi,
E privo del suo pelo il Calzolaio
Non fora il cuojo, e alle bestemmìe dassi;
E sporco, e bianco come un ver Mugnajo
Un abito riman, se sciorinato,
Ei non lo purghi, e noi ritorni gajo.
Ma vieni in scena, o illustre Cervellato,
Che da Milan sei detto Milanese,
Balsamo della lingua, e del palato.
Regal Milano, il nome tuo è palese
Sin dove erge la Fama i voli suoi,
Di Lombardia già principal Paese.
Fur Regi, Imperadori, e Duchi i tuoi
Arbitri, e Reggitor, e il Mondo sà,
Che puoi far, che puoi dir ciò, che tu vuoi.
Pur non sdegnar ch’io dica verità;
T’accresce il Porco con simil boccone
Un quinto almeno d’Immortalità.
Nè te, Parma gentil, in un cantone
Deggio lasciar, cui celebrar cotanto
Arrigo, Sansovin, Livio, e Strabone.
Me la perdoni quel famoso, e santo
Della natura imitator Correggio,
Se lo passo in silenzio in questo Canto;
La gloria sua, la tua grandezza io veggio.
Ma questa volta, alma Cittade eletta,
Tentar di lode altro cammino io deggio:
Che la mia Rima è a celebrar costretta
Del mio Campione altro novel portento,
Tua Bondiola ammiranda, e tua Spalletta.
Ma pian per carità, piano un momento;
Che tentazioni, e che flagei son questi?
Sfido a maggior cammin l’instabil vento.
Tu ancor, Lucania, in mio pensier ti desti?
Della Grecia maggior tu parte un giorno,
E tante brighe co’ Romani avesti.
Bella Provincia, il cui Terreno adorno
Appenin parte, e di Vigneti onusto
Sparge ricchezza, e amenitade intorno.
Te ognor beata, che l’Impasto augusto,
Della prima Salsiccia immaginasti,
In piccoli Cilindri immenso gusto.
Ah! che a ragion tuo nome le donasti
(Se pur Varon non ci affibbiò bugia)
Da Lucania Lucanica chiamasti.
Vanta il tuo Cotichin, Modena mia,
Del Popol di Quirin Colonia antica,
Bruto ancor negli Elisi oh! non t’obblia;
Quel Cotichin, bisogna pur che il dica,
Al cui confronto, salva la tua gloria.
La tua gran Secchia io non valuto cica.
Ma di lui già ne fece alta memoria
Ne’ giorni addietro altro Cantor Toscano,
E gli fè strada alla ventura Istoria.
E dove lascio sotto il Ciel Germano
Il tentator Westfalico Prosciutto?
Il Firentin Salame, ed il nostrano?
Oh, caro Porco, tu se’ dappertutto.
Ogni mestier del savor tuo si abbella.
Or consistente, or liquido, or distrutto.
Ma i maggior fatti a celebrar mi appella
Lei, che sul picciol Ren sìede, ed impera,
Madre d’Arti, e d’Eroi Felsina bella.
Lei d’origin già Greca, e già Guerriera,
Che il Sacro accolse Tridentin Senato,
E un Rè in catene assoggettossi altera.
Ecco un Popolo vasto radunato,
Ecco di Palchi un ordin teatrale,
E ogn’angolo, e balcon tutto addobbato.
La diresti una Fiera, un Carnovale,
E Carrozze, e Cavalli, e Nobiltà,
Messi a giorno di Festa trionfale.
Numerosa, ondeggiante, e audace sta
Nel rispondente Piano sottoposto
Ciurmaglia berettina in quantità;
Che fischia, e chiama, e ferma attende in posto
Qualche cosa di grande a far discesa:
Le Trombe annunciatrici han già risposto
Piovono Augelli, e come Santi in Chiesa,
Alzan, stese le mani, in su le braccia,
E fan salti per aria a farne presa.
Quinci vedi ammaccarsi e naso, e faccia,
Suonan le schiene ai pugni tempestosi,
Van per l’aria i cappelli, i crin, le straccia.
Alfin tutto si calma, e tra i clamosi
Evviva popolari, alta, eminente.
Tutta infiorata, come son due Sposi,
Spettacol giunge alla vogliosa gente,
Sempre assistenti i primi Padri istessi,
D’un Porco una gentil figlia innocente.
Cesar perdona: a Te non fur concessi
Tanti in Roma splendor, quando tornasti
Le Gallie, il Ponto, Affrica, Egitto oppressi.
Ma già piombasi al basso, e sparsi, e guasti
Si veggono i be’ quarti imbrodolati,
Nessun va a male, e se ne fan de’ pasti;
E per l’ampio recinto in cento lati
Fremon gli elogi a quell’eccelsa Estinta,
Che a Bologna rammenta i tempi andati:
Che volontaria a lei diedesi vinta
Faenza, rotti i Lambertacci arditi,
E molta Setta Gibellina estinta;
E fur due Porci ad onta ambo rapiti
Sola cagion del glorioso acquisto:
Il Sigonio, e il Vizan scrisserlo uniti.
Popolo delle belve immenso, e misto,
Nessun di voi con vostra flemma, e pace,
Più del mio Porco in tanto onor fu visto;
Nè già villano, e sconoscente ei giace.
L’inclita Mortadella a lei riserba,
Ella il pregio ne intende, e sen compiace.
Porco immortal! Bestia per fin superba
D’aver Tullio, e Marzial Panegiristi,
Con Giuvenal, lingua ad ognun sì acerba.
Di te più volte i Dei furono visti
Far uso allor, che vollero vendette,
E aprir nel Mondo oscuri giorni, e tristi.
Arcadia il sa, che fu tanto alle strette,
D’Erimanto lo sa la selva annosa,
Quando la Dea Diana disdegnosa
Contro Oeneo, che dispregiarla ardio,
Mosse un Cignal di forza spaventosa.
Al Popol d’Heraclea, già sacra al Dio
Figlio di Giove, e dell’incauta Alcmena,
Il Coccodrillo era nefando, e rio.
Mostro, che ammorba l’infiorata, e amena
Sponda del Nil, nato a tremendo orrore
Dell’Uom, di cui sempre la pancia ha piena;
E perchè il Porco il mobile megliore
Era in Egitto onde ridurlo a morte,
Passava in lode, ed in comune onore.
Allor quando a fior d’onda, e a lunghe, e torte
Striscie si scuote il Coccodrillo, e l’onda
Balza fremendo al flagellar sì sorte,
Il Pescator, che dalla scelta sponda
Scoprillo, inverso lui scaglia lontano
Carne di Porco, e in lei grand’amo affonda;
E affin ch’ei trovi quel nuotante brano,
A colpi di baston fa urlar sui lido
Giovin Porchetto, ch’egli tien per mano.
Quel mostro Amfibio al conosciuto grido
Simpatico per lui, colà si addrizza,
E trova, e ingozza quel boccone infido.
E giù lo scaraventa, e appien s’infizza;
Quinci lo tragge il Pescatore a riva,
Mentre or si torce, or si profonda, or guizza,
E gli getta su gli occhi, allorchè arriva
Di fango impiastro, che a tal uso fece,
L’accieca, il ferma, e poi di vita il priva.
Chi fu cagion, che al fren si assuefece
L’indomito Caval? Fedra lo conti,
Classico Autor, che denigrar non lece.
Del caldo Estate ad evitar gli affronti
In certa pozza il Porco erasi fìtto,
L’ombra godendo de’ vicini monti;
Quando giunse il Caval, che avea diritto
Per un lungo possesso entro quel fosso,
E gliene fece un capital delitto.
Vennero a sfide, e quel terren fer rosso
Di sangue alterno; ma il Cavai da vile
Cedette il campo, e se la fece addosso;
E corso all’Uom, con portamento umile
Chiedendo aita, sovra il dorso il prese,
E mosse a vendicar l’atto incivile:
Ma fatte ch’ebbe l’Uom le sue difese,
Bel bello il morso introducendo in bocca,
Schiavo per sempre, e prigionier sel rese.
Ma troppo lunga è omai la Filastrocca,
Non è la via dell’orto il compimento,
Vi suderebbe un Talenton di brocca:
Nè tu, mio Porco, andar ne dei scontento,
Ch’anzi ell’è gloria dell’Eroe lodato,
Che manchi il lodator nel gran cimento.
Ogni gioco più corto è ancor più grato;
Quì chiudo il sacco, e quel che è scritto è scritto:
Rida chi vuol, che non farà peccato,
E a chi non piace, mi rincari il fitto.
Ho voluto compire il mio Furto in tutte le sue parti. Oltre i Capitoli eravi ancora una Minuta di Lettera del nostro Autore, indirizzata all’immortale Sig. Abate Frugoni, e di quest’ultimo la risposta originale. Malgrado un oracolo cotanto sicuro, e animatore, egli si è tenuto insino ad ora indeterminato; e Dio sa quando fosse venuto in risoluzione per le Stampe. Io aggiungo l’una, e l’altra, sperando di far cosa grata, e che i puliti Scrittori di Lettere me n’abbiano a saper qualche grado.
Invio al temibile Tribunale di V. S. Illustriss. que’ due siffatti miei Parti = Sull’Animal di Sant’Antonio Abbate =. Ho dovuto ubbidire. Che non potrà Ella mai in ogni tempo sovra di me? Poveri sfortunati! Vengono nudi, e crudi, come son nati, senza che io possa raffazzonargli in qualche verso, e mettergli in qualche po’ d’equipaggio. Ma! La medica circoscrizione di mie fatiche mentali la vuole presentemente così. Pazienza! Oh troppo imperfetta natura! Vengono pieni di una ereditaria considerazione inverso della celebratissima Persona sua, e vengono instrutti dell’autorevole Valentuomo, a cui si deggiono presentare: Che io, se V. S. lllustriss. ancor nol sa, per ogni ragion di giustizia, per elezione, per gratitudine, e per un naturale invogliamento alle tanto difficili trionfatrici bellezze della Poetica facoltà, la venero, l’ammiro entro me stesso, e fuor di me poi la celebro coll’universale consenso per uno de’ primi Luminari Poetici del Secol nostro: E cultor temerario io pure d’un’Arte riserbata soltanto al fervido acume de macchinosi Talenti peregrini, non mossero giammai i passi miei, che su quell’Orme profondamente sicure, e stabilmente luminose, che a rifiorimento novello delle Italiche Muse, e a lor migliore comparsa in Greche, in Tosche, ed in Latine vaghezze impresse, e imprime pur tuttavia la feconda mai sempre, e sempre uguale a se stessa infaticabil sua mente….. Ma io salterei presto il fosso, e addio convalescenza, addio medica circoscrizione. Bella Verità, bella Virtù, siete pur tentatrici! Ritorniamo a miei Bambocciotti, La supplico volergli accogliere con animo prevenuto, e preparato, deposto il critico sopraciglio, e la magistrale terribilità. Li metto fra le sue braccia. Voglia soffrirgli, voglia padrocinargli. In Modena chi gli ha veduti in un rigoroso incognito, gli ha compatiti, e gli ha fatto delle moine tante, e bellin bellino; nè è mancato chi per sino ha voluto sedurmi, onde voglia emancipargli, sebben piccini, e lasciargli a lor talento entrar nel gran Mondo. Ma nò, Signore. Non vo’ che servano per Zimbello. Che si dimenino, che mi guardino col collo a vite quanto vogliono, s’ha a star meco, e dieno la lingua al Beccajo. Io mi son un di qui Padri all’antica, e con le calze a campanella. Non vo’ rimorsi, non vo’ pentimenti. Se però V. S. Illustriss., a cui in ogni tempo, e circostanza deferirò ciecamente, consigliasse all’opposito la mia Paternità, si mi assolvesse da ogni scrupolo, se mi animasse, rompo immediatamente qual si sia clausura, gli abbraccio, li benedico, e poi gli sciolgo per sempre da qualunque filial dipendenza, e vadano, o stieno, non parlo più,
Perdoni V. S. lllustriss. il cruccio, che le reco, e la devotissima libertà del parlar famigliare, e figurato; E intanto fuori d’ogni color Rettorico si degni di credermi in realtà, qual mi soscrivo con vero, ed ingenuo rispetto
Di V. S. lllustriss.
Divotissimo, ed obbligatissimo Servidore