IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
II.
Le nubi coprirono in parte il cielo verso Ischia e Posilipo, e la luce che entrava dai finestroni, nello studio di Antonio, divenne pallidissima, benchè il sole volgesse appena al tramonto.
Le tende orientali trapunte d'oro, che scendevano dalle, pareti, sulla stuoia, un po' logora del pavimento, rimasero alquanto nell'ombra. Sui bozzetti attaccati ai muri, sulle piccole tele sorrette da sottili cavalletti, o già chiuse nelle cornici dorate, impallidirono i colori smaglianti, i costumi variopinti delle fanciulle di Procida e della Campania, le vele spiegate sul mare azzurro e luminoso, i pescatori intenti a tirare le reti sulle spiaggie incantate del golfo.
Solo in un angolo, presso una porta chiusa, e innanzi a un drappo di velluto, rimase in piena luce, sul fondo quasi oscuro, una grande anfora bianca, di forma elegante e bizzarra, dove erano certe rose unite ad un gran mazzo di giunchiglie. Una parte di queste erano chine sulle rose, come attratte da un misterioso amore verso le povere morenti, colle quali avevano comune la sorte. Altre giunchiglie alzavano ancora con orgoglio, sul gambo verde, le stelle d'argento intorno ai calici d'oro.
Di fronte alle grandi finestre, presso certe sedie cogli alti schienali dorati, ingombre di pipe, di pennelli, di copie dell'Omnibus e del Giornale del regno delle Due Sicilie, dove si faceva cenno dell'ultima «mostra artistica» si alzava sul cavalletto un gran paesaggio quasi finito.
Non si poteva andar innanzi con quella luce. Antonio, stanco dopo lunghe ore di assiduo lavoro, posò la tavolozza ed i pennelli sopra una coppa di bronzo sorretta dal braccio di un amorino, e si allontanò dal paesaggio, che prese a confrontare col bozzetto, intorno al quale aveva già lavorato con passione, lungamente, sulla Marina grande di Capri.
Egli apparteneva alla schiera eletta di artisti napoletani appassionati per l'arte loro, che consumavano in quel tempo la vita nello studio, e fra i quali emergevano con nuovi ideali, Domenico Morelli e Bernardo Celentano. Come il povero Bernardo, predestinato a morire tanto presto, Antonio passava spesso dai tristi giorni di sconforto infinito alle ore di entusiasmo ardente e di cieca fiducia nel trionfo dell'opera, sua.
Innanzi al nuovo quadro, un lampo di orgoglio gli balenò nello sguardo. Forse non aveva mai riprodotto sopra un'altra tela, con tanta verità, lo splendore di un paesaggio meridionale. Ed egli che non si appagava dell'imitazione servile e convenzionale di altre opere d'arti, come usavano molti, allora, ma voleva ad ispiratrice la Natura, sentì ch'essa era stata per lui la grande maestra, che sapeva illuminare la mente dell'artista collo splendore abbagliante della sua eterna bellezza.
Ma ben presto una nube oscurò la fronte di Antonio, ed il suo bel viso tornò ad essere un po' triste, secondo il solito. A che valeva che gli arridesse la gloria, quando non aveva in casa una persona cara, che prendesse parte alle lotte dell'anima sua, che sapesse nelle ore più tristi confortarlo colla speranza ed il consiglio, o esultasse con lui, quando la fortuna gli si mostrava benigna!
Gli ultimi raggi del sole, trionfando sulle nubi minacciose, fecero scintillare l'oro delle tende, dettero di nuovo la vita alle fanciulle di Procida e della Campania, ai pescatori del golfo, e baciarono per l'ultima volta le rose morenti e le giunchiglie. I colori freschi della Marina di Capri sfavillarono, e parve che la tela fosse spruzzata, per così dire, d'oro e d'argento. Lo scintillìo degli ulivi, che sembravano mossi dalla brezza marina, si confuse con quello delle roccie vicine; l'acqua del mare acquistò una trasparenza luminosa, presso le barche allineate sull'arena; ed il cielo pallido sopra le roccie, dove si ergevano appena distinte le rovine del palazzo di Tiberio, divenne luminoso come il mare. Antonio guardò ancora la tela, in quella gloria della luce, che non poteva trasfondere per sempre in essa. Poi si avvicinò ad un finestrone che aprì, lasciando che l'aria tiepida venuta dal mare invadesse lo studio, dove l'odore acre dei sigari si univa a quello dei colori e delle giunchiglie.
Da quell'altezza si scorgeva gran parte della città digradante fino al mare, coi giardini, colle case innumerevoli, che biancheggiava nella luce vespertina, e pareva deserta e muta verso la costa.
Il mare scintillava, a piè del Vesuvio, colla tinta di acciaio, e verso la punta di Posilipo si alternavano sulla superficie appena increspata larghe macchie verdi o brune; lunghe strisce opaline, e brevi spazii dove presso l'oro fuso, splendevano zaffiri orientali e perle. La minaccia era nell'alto dove salivamo le grandi nubi, che parevano uscite dal mare, brune coll'orlo d'oro, o bianche sul cielo di una tinta rosea che svaniva in una sfumatura lilla. Lontano, la forma appena distinta di Capri, sull'orizzonte dove si confondevano insieme l'acqua ed il cielo, pareva rivestita da un tenue velo d'oro e di nebbia.
In un attimo Antonio paragonò la tela che gli aveva fatto provare un palpito di orgoglio al divino paesaggio, e fu vinto, umiliato; poi dimenticò l'impotenza dell'arte sua, e guardò ancora intento il mutar dei colori, il contrasto della luce e dell'ombra sul cielo e sul mare. Che cosa erano per lui in quel momento l'arte, la vita, i ricordi del passato, le cure dell'ora presente? Nulla! Egli era come inebriato, apparteneva tutto a quel mondo esteriore meraviglioso, a quel cielo, al mare, e provava un godimento così intenso, che doveva lasciarlo più tardi affranto spiritualmente; perchè l'anima non può transumanarsi, per così dire, in quel modo nella bella natura, senza consumare gran parte della propria energia.
Dai campanili che si ergevano massicci o snelli sulla città, fra le case, i giardini, i vicoli serpeggianti, la voce d'innumerevoli campane che sonavano l'Ave Maria salì fino alla casa d'Antonio, fino ai giardini fioriti sulla collina ed alle mura del castello di Sant'Elmo. Questo, tutto nero nell'alto, minacciava coi cannoni pronti all'offesa la città immersa nella pace, ed avvolta lentamente nelle prime ombre della sera.
Antonio trasalì, e l'incanto che attraeva tutto il suo spirito si ruppe. Gli parve di sentire in quel suono, col rimpianto del giorno che moriva, nell'ora solenne e mesta, il lamento della città oppressa, che domandava a Dio l'aurora di giorni migliori; ed ebbe nell'anima appassionata per ogni cosa bella, per ogni grande idea, la puntura acuta di un rimorso. Come poteva per l'arte sua, per la bellezza infinita delle cose dimenticare quelli che soffrivano intorno a lui, e laggiù nell'ombra, oppressi da un peso intollerabile!
Non vi erano forse nella città baciata dal mare d'argento, sotto il cielo roseo, profumata dalle giunchiglie e dai mandorli fioriti, carceri paurose dove soffrivano un lento martirio uomini onesti e buoni? Non passavano nei mille vicoli, fra le case dove tremavano le donne, i mercenarii stranieri arroganti e spavaldi, le spie esperte nelle insidie, gli agenti brutali di una forza malefica, più brutale ancora?
Egli richiuse il finestrone, passò innanzi alla Marina grande di Capri senza guardarla; tolse un cassetto della scrivania, che era in un angolo dello studio e da un doppio fondo nascosto nello spessore del legno prese due giornali che venivano da Torino ed altre carte. Richiuse con molta cura il cassetto, mise le carte ed i giornali in una tasca interna dell'abito che indossò nella camera vicina, per uscire, e discese fra certi vicoli tortuosi sulla vicina strada dell'Infrascata.
Di fronte alla piccola porta del Museo, presso la quale faceva la guardia un soldato svizzero, Antonio svoltò sull'erta via di Santa Teresa, camminando lentamente, assorto in gravi pensieri. Vicino al vicolo di Sant'Agostino degli Scalzi, un giovine disceso dalla scaletta presso la chiesa, passò innanzi a lui senza salutarlo. Due guardie di polizia erano ferme presso una casa, all'angolo fra il vicolo e la salita. Antonio si fermò ad alcuni passi di distanza, accese un sigaro, e riprese a camminare, sempre lentamente, seguendo, senza mostrarlo, il giovinotto nella strada Materdei. Questa era ingombra di ceste di mele, di patate, di merce esposta presso le botteghe, di gente che andava innanzi nell'ombra, sul selciato umido, parlando forte, urtandosi, mentre le risate si univano alle imprecazioni. Qualche fiammella splendeva nelle botteghe, vicino alle scope, ai carboni, alle frutta, alle botti; ma i meschini fanali ad olio non erano ancora accesi, ed il vicolo era oscuro fra gli alti muri delle case.
Antonio affrettò il passo, raggiunse il giovinotto, e camminò accanto a lui, parlando brevemente, sottovoce. In un baleno, in mezzo alla folla; gli dette i giornali, le carte, e si allontanò da lui. Dopo alcuni minuti entrava nella casa abitata dalla famiglia Riva, che conosceva da lunghi anni, perché suo padre era stato amico intimo e fedele del dottore, al quale aveva affidato prima di morire l'unico figliuolo e l'amministrazione del suo piccolo patrimonio.
Il dottore aveva sempre amato Antonio, e Severino ed Assunta lo riguardavano, fin dall'infanzia come un fratello maggiore intelligente e buono. Nell'animo di Teresa, il fraterno affetto durato per anni si era mutato da gran tempo in un profondo e doloroso amore, del quale ella sapeva misurare l'intensità, ma che nascondeva, gelosamente, senza speranza, perchè tutti sapevano che la fidanzata d'Antonio era morta e ch'egli non voleva amare un'altra donna.
Antonio suonò il campanello, sorrise a Teresa che gli aprì e chiese subito:
– Ci sono notizie!
– No. – disse lei con grande tristezza. – non sappiamo nulla. Filippo ci ha promesso per questa sera una risposta della Salvetti.
Erano entrati nella piccola anticamera, semioscura, senza finestre, nella quale, veniva un po' di luce dalla porta aperta della sala da pranzo. Antonio avvicinò la testa, a quella di Teresa, e con un fil di voce chiese:
– Puoi parlare, – disse subito lei.
– Sì, verso le tre, per andare da quel tale cliente, che non lo paga mai, e poi...
– Gli dirai che ho consegnato le carte.
– A chi?
– A Pieri, che le darà al nostro Comitato; spero che avrò sabato altri giornali ed altre notizie!
Teresa strinse il braccio di Antonio colla piccola mano che tremava alquanto, e disse:
– Non commettere imprudenze, e non lasciare che ne commetta Severino!
– Non temere per lui, – rispose Antonio, – e con una specie di compiacenza pensò che affrontava ogni rischio, che si adoperava con tutta l'anima per la causa che amava, e per allontanare possibilmente i pericoli più gravi da Severino, mentre entrambi, con altri amici, lavoravano nell'ombra, nel mistero, fra mille insidie.
– Chi è venuto, Teresa? – domandò una voce dalla sala da pranzo.
Antonio, entrando con Teresa, si avvicinò a donna Francesca. Quattro mesi erano passati dopo l'arresto del marito, ed ella si era alquanto riavuta in salute, sorretta dal desiderio ardente di abbracciarlo ancora, di sapere sue notizie, di rivederlo libero finalmente, prima di morire. Ma nessuna cosa poteva dare a lei ed alla sua famiglia la speranza di giorni migliori. Si sapeva, per mezzo di Squitti, in quale carcere era rinchiuso il dottore, ed era stato possibile di mandargli abiti, biancheria ed un po' di danaro; ma nessuno dei suoi aveva potuto visitarlo o scrivergli, e la vita della sua famiglia era tristissima.
Antonio baciò la mano di donna Francesca e disse:
– Come state mamma?
Da gran tempo aveva il costume di darle quel dolce nome. Ella posò la mano sui bruni capelli del giovine, come per dargli una materna benedizione, lo guardò cogli occhi inquieti, che non avevano pace, come il suo cuore, e sempre assorta nel pensiero dominante chiese:
– Sai qualche cosa?
– No. – disse Antonio, come rispondeva già da gran tempo alle domande ansiose della povera donna.
– Lo faranno morire, senza che ci riveda!
Donna Amalia, che sedeva presso la, tavola, al pari di Assunta, lavorando, disse:
– Non vi agitate così, donna Francesca, pensate a Severino, alle ragazze!
Sì, donna Francesca pensava ai figli; ma tutta l'anima sua era col povero prigioniero, coll'uomo che amava da ventidue anni con una devozione umile e profonda, con una fedeltà incorrotta.
Teresa riprese vicino alla sorella il lavoro lasciato per aprire ad Antonio. Il suo volto gentile e pallido si chinò sul piccolo telaio, i grandi occhi luminosi e appassionati si affaticarono di nuovo alla scialba luce del lume ad olio, per eseguire coll'oro e colla seta il disegno del porta-biglietti, che voleva finire quella sera; e la mano, bianca come il volto, prese a muovere in fretta l'ago.
Il dottore Riva non aveva ingegno pari alla grande onestà, all'infinita bontà del cuore, e non era giunto ad acquistare molta fama nell'arte sua. La sua riputazione di liberale, di cospiratore audace del '20, gli aveva anche impedito di avere molti clienti, perchè erano allora in gran numero le famiglie impaurite, che usavano una prudenza esagerata per non destare sospetti, o non rendere più gravi e pericolosi quelli che già pesavano su di esse. Ciò non toglieva che si vivesse senza grandi privazioni in casa sua, quando era libero. Ma dopo il suo arresto, la famiglia mancava spesso del necessario, perchè non bastava la rendita della piccola dote di donna Francesca per i bisogni più urgenti, e Severino, avvocato da un anno appena, aveva solo certi clienti disperati per i quali lavorava con ardore, sperando di farsi un nome, benchè non lo pagassero. Donna Amalia procurava lavoro alle ragazze, che si logoravano la vista, quasi senza tregua, su difficili ricami retribuiti con pochi soldi.
Don Gaetano era giunto da circa mezz'ora in casa Riva, come usava ogni sera, verso l'imbrunire, per vecchia consuetudine; e dove si fermava fino alle undici, fiutando con molta frequenza un tabacco giallo leccese, il quale gli lasciava certe macchie giallastre sulla pelle rasa sotto le narici, e che offriva, di tanto in tanto a donna Amalia. Egli non si avvedeva che la buona creatura, la quale aveva orrore del tabacco, e specialmente di quello leccese, non osando rifiutare, sfiorava appena la polvere giallastra colla punta delle dita che poi fregava di nascosto col fazzoletto, per non insudiciare il lavoro.
La conversazione di don Gaetano non era mai stata brillante, perchè le sue idee si aggiravano in una cerchia molto ristretta, e l'assenza dell'antico Riva, che gli cagionava tanto dolore, lo rendeva più taciturno del solito. Antonio, ripensando che aveva dimenticato nella fretta di dire una cosa importante a Pieri, era preoccupato, ed un silenzio penoso durava da parecchi minuti, quando giunse don Eugenio Teppi.
Era un uomo alto e magro, di circa cinquanta anni, parente lontano di Riva, il quale tirava innanzi la vita con un meschinissimo impiego. Facendo miracoli di economia giungeva a pagare il fitto della sua cameretta, e a non uscire con abiti rattoppati; ma spesso mangiava solo pane nella giornata, e non ne aveva sempre in quantità sufficiente. Disceso da una famiglia ricca e nobile, rovinata dal lusso smodato e da mille stravaganze, don Eugenio nascondeva con fierezza la propria miseria; accettava solo a Pasqua ed a Natale gli inviti a pranzo che gli faceva il cugino Riva, e si adoperava con tutta la forza dell'intelligenza per essere corretto e decente negli abiti, i quali, vecchissimi, non avevano mai una macchia.
Donna Amalia trasalì quando vide don Eugenio, ed un vivo rossore colorì le sue guancie appassite, mentre egli, colla grossa mano coperta da un guanto di lana verde, strinse la sua, che aveva ancora certe piccole tracce del tabacco offertole da don Gaetano, un momento prima.
Nessuno aveva mai saputo se il cuore di donna Amalia fosse stato acceso dall'amore nel tempo della sua giovinezza; anzi si sarebbe detto, vedendola colla semplice veste nera attillata sul corpo ossuto, dalle forme quasi maschili, col volto un po' giallo, dal quale si poteva difficilmente imaginare quanti anni avesse, che non fesse stata mai giovine. E poichè nessuno supponeva che nel suo cuore potesse trovar posto qualche cosa che non fosse una grande benevolenza per tutti, ed un gran calore di amicizia per quelli che amava in modo speciale, passava sempre inosservata la breve commozione di lei presso don Eugenio Teppi. Questi, poveretto, era guardato da molti con una specie di diffidenza, di paura mal celata, avendo la reputazione di essere jettatore!
Don Eugenio non fermò lo sguardo su donna Amalia, commossa come una timida giovinetta, che senta per la prima volta la forza d'amore, e non chiese notizie di Riva, benchè desiderasse di averne. Aveva subito capito dell'aspetto di donna Francesca e delle figlie, che non sapevano nulla, o che non avevano nessuna buona notizia da dargli, ed evitò di volgere il discorso sul tristissimo argomento. Chiese invece ad Antonio notizie del suo quadro, che voleva vedere prima che lo portasse via l'inglese, il quale l'aveva acquistato
– Don Eugenio, – disse donna Francesca, sempre assorta nello stesso pensiero angoscioso, – voi che vedete tanta gente, nell'ufficio, non potete far nulla, proprio nulla per Michele?
Sì, molta gente, molte persone che avevano alti impieghi nello Stato, e avrebbero potuto con una parola rendere il dottore alla famiglia, andavano con frequenza nello studio del celebre avvocato, che dava da lunghi anni lavoro a don Eugenio, ed era devotissimo al re. Ma chi avrebbe dato retta, fra essi, al miserabile scrivano, che passava la vita in un'anticamera quasi buia, copiando carte legali? E poi egli che non era cattivo, benchè il suo aspetto fosse così freddo e quasi ripugnante, si sarebbe adoperato per il cugino Riva se avesse potuto essergli utile, ma sapeva bene che, pregando per lui, mostrando di desiderare la sua liberazione, non avrebbe ottenuto nulla, correndo il rischio di divenire sospetto, e di perdere forse l'occupazione che gli dava il pane. Colla voce spiacente come il volto, e che pur sembrava dolce a donna Amalia, ripetè come altre volte alla cugina che non conosceva nessuno e non poteva far nulla.
– Come tarda stasera! – disse Assunta piano a Teresa.
– La zia avrà ricevuto tardi la risposta.
– E se non avesse ottenuto nulla?
– Che cosa si deve ottenere? – chiese donna Francesca, che aveva sentito, mentre pareva intenta a discorrere con Teppi.
Le due ragazze sgomentate dalla domanda inattesa non risposero. Antonio che sapeva, disse subito per allontanare i sospetti di donna Francesca:
– Sapete che Severino ha chiesto il rinvio della causa di Ciccillo u scarpariello perchè spera, avendo un po' di tempo, di presentare altri testimoni in favore dell'accusato. Sarebbe spiacevole che non avesse ottenuto nulla.
Donna Francesca sapeva della causa di Ciccillo e della domanda di Severino; ma non fu paga della spiegazione data da Antonio alle parole di Assunta. Fra i suoi tormenti vi era anche il sospetto che i figli sapessero qualche cosa del padre, che non volessero dirle, per non rendere più grave il suo dolore; e spesso meditava sul senso di certe parole dette in sua presenza per caso, e che non avevano alcun significato ascoso. Voleva insistere per sapere di che cosa parlasse realmente Assunta, quando si sentì il rumore del portone che veniva chiuso con forza, benchè non fossero ancora le nove.
Assunta, si alzò subito, entrò nello studio vicino, lieta di evitare altre interrogazioni della madre, e affacciandosi alla finestra chiamò:
– Gennaro!
Il vicolo Calce già deserto a quell'ora era rischiarato dalla luna. Gennaro, portinaio della casa abitata dalla famiglia Riva e di quella attigua, alzò la faccia rugosa e gialla verso la finestra, e l'ombra sua lunghissima si mosse sul muro di prospetto.
– Lascia la porticina aperta, – disse la fanciulla, – non è venuto ancora il signorino Filippo.
– È ancora aperta, eccellenza, – rispose Gennaro, che salutò col berretto di cotone a maglia, il quale aveva un fiocco diritto sulla punta acuminata, ed entrò nella casa vicina più grande, appartenente allo stesso padrone, dove egli dormiva, lasciando che gli abitanti dell'altra casa, si adoperassero come credevano per aprire e chiudere di notte.
Assunta era ancora alla finestra, respirando una boccata d'aria fresca, quando, dal piccolo giardino pensile, di fronte a lei, una voce di fanciulla chiamò: Assuntina.
– Che fai in giardino a quest'ora, Carmela? – chiese Assunta.
Sul muricciolo del giardino si era affacciata una ragazza di circa undici anni. La luna illuminava la sua bella testa, i lunghi capelli biondi intrecciati, la persona gentile; rispose:
– Il gatto non si trova e lo cerco. Vuoi una rosa per donna Francesca?
Assunta tolse dalla tasca un gomitolo, legò al filo fortissimo una matita, che prese sulla scrivania del padre e lanciò il filo nel giardino.
Carmela lo prese e attaccò il fiore dicendo:
– È una rosa gialla, appena profumata, ma è tanto bella.
– Grazie, – disse Assunta e tirò il filo, al quale Carmela ne aveva legato un altro che teneva in mano, lasciandone allontanare il capo lentamente, per impedire che la rosa cadesse sulla strada. Assunta la prese e tagliò il filo, che Carmela trasse a sè, dicendo:
– Addio, salutami Teresa, torno a cercare il gatto.
Legato stretto intorno alla matita, vicino al gambo della rosa, vi era un piccolo foglio bianco. In quel modo, per mezzo delle due fanciulle, corrispondevano in certi casi il fratello di Carmela e Severino che lavoravano per la stessa causa. Assunta scioglieva il fiore ed il foglio, quando svoltarono, venendo dal vicolo Melofioccolo, Filippo Marulla e Pasquale Squitti. Ella provò molto dispetto, vedendo il cugino in compagnia di Squitti, e pensò che, avendolo incontrato per via, non aveva potuto evitare di venire con lui. In un attimo nascose il foglio, corse a portare la rosa innanzi a una statuetta della Madonna in camera sua, presso una piccola lampada accesa e, tornata nella sala, annunziò l'arrivo di Squitti e di Filippo.
Donna Francesca pareva molto agitata. Prima dell'arresto del marito, mentre la sua famiglia tollerava per prudenza, le visite di Squitti, impiegato al genio civile, e che nessuno poteva accusare apertamente, ma del quale diffidavano i liberali, che avevano la sventura di conoscerlo, donna Francesca, dissimulando come meglio sapeva la paura che le cagionava, lo aveva sempre colmato di cortesie. Dopo l'arresto del dottore, egli si era mostrato vicino a lei così dolente, così disposto ad aiutarla in qualche modo, e pareva tanto sincero nelle sue parole, che la povera, donna, vincendo l'antica ripugnanza, aveva una cieca fiducia in lui, ed aspettava sempre che le portasse qualche notizia. Gli altri di casa non osavano togliere all'infelice la speranza che riponeva in lui, ma sentivano una diffidenza più grande, benchè nessuno indizio potesse indurre a credere con ragione ch'egli fosse entrato per qualche cosa nell'arresto di Riva.
Il nome di Squitti aveva fatto trasalire don Eugenio, al quale spiaceva d'incontrarsi con lui in casa Riva, per tema di qualche accusa che potesse fargli del danno. Dopo tante umiliazioni, tante ricerche infruttuose, gli era riuscito di trovare quel posticino di scrivano, e se lo avesse perduto sarebbe morto di fame, lui, che non sapeva, non poteva tendere la mano e vivere della carità altrui.
Teresa fece cadere una matassa di seta, e si chinò al pari di Antonio per raccoglierla. Le loro teste si sfiorarono; ella disse:
La mano di Antonio incontrando quella di Teresa, sulla matassa, la strinse come per prometterle la prudenza implorata. Quando Teresa rialzò la testa, le sue guance avevano perduto il solito pallore, ed il suo sguardo, il quale era dolce come una carezza, si posò per un istante sopra Antonio.
Questi disse a don Gaetano, rapidamente:
– Direte innanzi a Squitti che Severino è andato stasera dal giudice, per dargli informazioni sulla causa di Ciccillo. Per questo motivo non è in casa.
Donna Amalia era lieta dell'assenza di Severino. Stava sulle spine quando quel benedetto ragazzo s'incontrava con Pasquale Squitti, e pareva che lo minacciasse collo sguardo!
Assunta aveva aperta la porta, e Squitti entrò con Filippo, atteso con tanta impazienza, e che non potè dare subito in segreto, alla cugina, la notizia bramata.
Donna Francesca, aspettando ciò che direbbe Squitti, tremava, e le sue povere mani non avevano requie sulla coperta di lana che le copriva le ginocchia, perchè aveva sempre freddo, a cagione dell'eccessiva debolezza, anche, in quella mite sera di marzo, mentre i mandorli erano già fioriti. Squitti sedette vicino ai lei, e vedendola in quello stato provò una specie di ribrezzo pauroso, dissimulato, mentre rispondeva con dolcezza alle domande che gli faceva, in fretta, aspettando con ansia la risposta. L'amico per mezzo del quale egli aveva fatto consegnare a Riva gli abiti e la biancheria era riuscito a vederlo, secondo la sua promessa? Quando sarebbe concesso alla famiglia di visitarlo? Stava bene in salute? Che cosa sapeva Squitti, che cosa aveva fatto per il povero prigioniero?
Squitti cercava di confortarla; faceva nuove promesse, mentre il suo sguardo reso ardente dalla passione si fissava con insistenza sopra Teresa, inconsapevole, che lavorava sempre.
Donna Amalia non teneva conto di quello che Squitti diceva a donna Francesca. Riteneva fallaci le sue promesse e diffidava molto di lui, non già perchè fosse in grado d'indovinare da certi indizii, dal suo volto, dai modi ciò che valeva moralmente; ma, per riflesso, perchè le persone che ella amava non lo stimavano. Provava anche un certo dispetto nell'animo buono, vedendo che donna Francesca mostrava di crederlo e di fidare ciecamente in lui! Era meglio ch'ella discorresse con altri per non sentirlo, e poi, mentre nessuno badava a lei, volle profittare del momento opportuno per fare a don Gaetano una domanda che non aveva osato rivolgergli ancora, temendo che l'udissero Antonio e le ragazze. Gli chiese abbassando la voce:
– Non vi è capitato mai d'incontrare la sera, tornando a casa, il lupo mannaro?
– No, – rispose lui stupito, – perchè mi domandate questo?
Donna Amalia era molto confusa. Credeva che don Gaetano avrebbe risposto sì o no, ma non pensava che le verrebbe chiesto il motivo di quella domanda, e fu costretta a rispondere:
– È passato stanotte. Passa qualche volta nel vicolo Calce, venendo dalle Fontanelle; ed ho paura per Severino, quando torna tardi; per voi, quando andate via.
Don Gaetano sorrise. Da gran tempo era persuaso che le donne avevano il cervello piccino, e poichè la coltura era così poco diffusa allora in Napoli, fra esse, egli che aveva la laurea di avvocato le guardava con una certa compassione, senza deplorare per questo la loro ignoranza, che le rendeva più atte, a parer suo, ad occuparsi delle faccende domestiche. E se il buon Francesco da Barberino fosse uscito dall'antica tomba, per sapere da lui se era da lodare o da biasimare che le fanciulle imparassero a leggere ed a scrivere, gli avrebbe detto che era da preferirsi la loro assoluta ignoranza, anche se le rendeva ridicole innanzi agli uomini colti.
Da tanti anni egli tornava a casa verso la mezzanotte, facendo pochissimo conto delle querimonie di sua sorella Marietta, che abitava con lui. Passava in certi vicoli deserti e oscuri, lungi dal centro della città, per giungere nella via detta Arena della Sanità, dove abitava, e non aveva fatto mai un cattivo incontro. Credeva ciecamente nella potenza malefica della jettatura, e non era molto tranquillo in compagnia di don Eugenio; ma non credeva che vi fossero gli spiriti ed i lupi mannari, semplicemente perchè non li aveva mai veduti.
Don Eugenio invece, che non si vantava di essere uno spirito forte, ed essendo seduto vicino a don Gaetano aveva udito le parole di donna Amalia, sentì crescere in sè il malessere che gli cagionava già la presenza di Squitti, e le chiese con una certa timidezza, sottovoce:
– L'avete proprio sentito?
– Sì – rispose lei, tenendo gli occhi bassi.
– Nessun altro l'ha sentito nel palazzo?
– Gennaro, il portinaio, nella casa vicina.
Donna Amalia lavorava senza l'usata precisione, commossa profondamente nel discorrere con Teppi. Questi pensava di andarsene presto; come usava quando s'incontrava con Squitti in casa Riva, per mostrare che faceva ai cugini semplici visite di convenienza; ma era molto curioso di sapere qualche altra cosa intorno al lupo; intanto non osava interrogare più donna Amalia; seccato dell'ironico sorriso di don Gaetano. Antonio aveva ripreso un lavoro incominciato la sera innanzi, e disegnava sopra un pezzo di raso certi fiori che Teresa doveva ricamare, evitando così di discorrere con Pasquale Squitti. Le ragazze fremevano d'impazienza, aspettando la risposta che Filippo non voleva dare ad alta voce in presenza di Squitti e della zia. Il giovine si era seduto vicino a Teresa, che si trovava fra lui ed Antonio. In quel luogo era più lontano dalla zia e da Squitti, e forse potrebbe dire qualche cosa in segreto alla fanciulla, senza essere udito.
Assunta non aveva ripreso il lavoro, e sedeva presso la madre. Ella non era calma, seria come Teresa, che sapeva dominare il proprio cuore colla forte volontà ed essere sempre prudente. Invece non poteva in quel momento celare la grande agitazione dell'anima, in attesa di ciò che direbbe Filippo. Per dare agio al cugino di parlare in disparte con Teresa, prese a discorrere con la madre e con Squitti in fretta, con voce alquanto alta, e la sua parola era nervosa, concitata. Ah! se avesse potuto dire allora a Squitti apertamente, senza perdere tutta la sua famiglia, quello che aveva nel cuore contro di lui, contro il padrone che serviva, forse, nell'ombra, avendo il tradimento nel pensiero e la menzogna sulle labbra!
Squitti sapeva che Antonio, fedele alla sua fidanzata morta, era solo un fratello per Teresa; sapeva che Filippo amava ardentemente Assunta, eppure sentiva uno strazio acuto, intollerabile di gelosia vedendoli vicino a Teresa, nella dolce intimità dell'amicizia che gli era negata. Pareva che si accalorasse parlando di certe grazie fatte dal re, della certezza che Riva sarebbe liberato presto, delle promesse che gli aveva ripetute un suo amico molto potente. Intanto s'accorse che Filippo chinandosi verso la cugina le diceva qualche cosa in segreto, e s'accese in volto per la rabbia di non avere udito, reso irragionevole dalla passione.
– Si andrà sabato sera, porterò domani il permesso.
Quelle poche parole dettero a Teresa la certezza di vedere il padre fra due sere. Ella divenne più pallida, lasciò la mano inerte sul telaio, e alcune lagrime le scesero sulle guance.
Squitti le chiese con voce mutata, nella quale vi era un lieve accento d'ira:
– Vi siete punta, signorina Teresa?
– No, – rispose per lei Filippo, calmo secondo il solito, ma che guardò Squitti con una specie di sfida, come se non lo temesse, – non si è punta. pensa al padre!
Squitti riprese il discorso con Assunta: don Gaetano, vedendo le lagrime sul volto di Teresa; fiutò una grossa presa di tabacco e si soffiò con forza, cercando di nascondere che piangeva anche lui. Donna Amalia e Teppi erano ancora impauriti, pensando al lupo mannaro, che passava di notte nel vicolo!