Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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III.

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III.

Insomma, – disse Peppina Salvetti a Concetta Marulla, ferma vicino a lei nell'anticamera, e che teneva in mano un foglio ripiegato, – bada di non fare sciocchezze per quella testa matta di tuo cognato e per la sua famiglia.

– Ah! Peppina, – esclamò con una certa solennità alquanto affettata la Marulla, – conosci la mia devozione, la mia fedeltà. Se non si trattasse di mia sorella, del sangue mio...

– Sì, la fedeltà, la devozione sono belle parole, ma non bisogna dare occasione alimento ai sospetti, e non dovresti mostrare che ti prendi tanto pensiero di tuo cognato. Te lo ripeto sempre, perchè ti voglio bene, e non mi ascolti. Che disgrazia che tu abbia quel cognato!

La Marulla sospirò, approvando con un movimento della faccia, rotonda come la luna piena, le parole della Salvetti, e alzò gli occhi al cielo. Nessuno conosceva al pari di lei il peso di quella disgrazia! La Salvetti soggiunse, abbassando la voce, come se temesse di essere udita, benchè non vi fosse altra gente nell'anticamera:

– Non te lo volevo dire per non darti dispiacere; ma forse è meglio, per il tuo bene, che parli. Quando mio marito mi ha dato ieri sera quella carta, mi ha chiesto: ma sei proprio sicura che sono fedeli? – Puoi intendere con quanto calore ho parlato di te e di tuo marito, e credo di averlo persuaso: ma in ogni modo, te lo dico di nuovo, sta in guardia, e non fare sciocchezze.

La faccia rossa della Marulla era divenuta livida, ed il foglio tremava nella sua piccola mano stretta in un guanto chiaro di Cremonese, dal taglio elegante. Voleva affermare di nuovo, come per respingere il sospetto immeritato, benchè Salvetti non fosse presente, la propria fedeltà al re Ferdinando, la sua devozione illimitata e quella del marito; ma la grande commozione, la paura le tolsero la voce, perchè era una cosa terribile essere sospettati dal marito della Salvetti, e gli occhi le si riempirono di lagrime.

Peppina si pentì di aver dato quel gran dispiacere all'amica diletta, che amava fin dalla fanciullezza. La baciò, stringendo colle braccia una piccola parte delle sue larghe spalle, e, quasi commossa come lei, le disse:

Perdonami, Concetta, ma è per il tuo bene, sai! Non temere, in ogni modo, non temere nulla. Lo sai che ci sono io per te, sempre. Non oserebbe toccare un capello a te, a tuo marito, a Filippo, per amor mio; perchè non lo guarderei più in faccia, se vi facesse del male, benchè sia mio marito!

– Ti ringrazio. Sai bene che non è colpa mia, se questo guaio ci è capitato. Io prevedeva la rovina di Francesca. Quel suo matrimonio col dottore non lo volevo. Tu lo sai!

Il servo di casa Salvetti, che aveva indossato la livrea, con i larghi galloni biancastri, essendo l'ora in cui il padrone riceveva, entrò nell'anticamera per occupare il solito posto, vicino all'uscio. Era necessario che le due amiche troncassero il discorso confidenziale, benchè in quella casa non si dovesse temere lo spionaggio, ed esse si abbracciarono prima che la Marulla andasse via. Peppina Salvetti uscì sul pianerottolo per vederla ancora, mentre scendeva con passo lento sulla scala angusta ed oscura, guardando benchè fosse tanto preoccupata, di non appoggiare i guanti sul ferro nudo e rugginoso della ringhiera per non insudiciarli.

Peppina Salvetti aveva le lagrime agli occhi. Era tanto dolente di averle dato quel gran dispiacere, benchè credesse necessario di farla stare in guardia; e poi temeva che scivolasse sui gradini sempre umidi della scala senza sole. La Marulla, prima di scendere un'altra tesa, si voltò per salutarla ancora con un cenno della mano. Non poteva parlare. Peppina le disse dall'alto: – Guarda di non cadere, e torna presto a vedermi.

Il gran rumore che veniva dalla strada, verso la quale si aprivano le piccole finestre della scala, impedì a Concetta Marulla di sentire. La Salvetti, che non poteva più vederla, tornò in casa, e chiuse l'uscio, sdegnata contro il marito che aveva osato sospettare di quella poveretta. In quanto a Filippo, che andava sempre in casa Riva, e amava Assunta, non si poteva sapere che cosa pensasse!

La Marulla giunse nel piccolo cortile, il quale era più umido e scuro della scala, ed uscì sulla strada di Chiaia. Ella era stordita, anzi, per così dire, annientata nel pensare alle parole di Peppina Salvetti. Il marito di lei che incuteva spavento a tanti cittadini napoletani; che disponeva di una potenza formidabile, e al quale mettevano capo i fili innumerevoli di una insidiosa rete di spionaggio e d'intrighi, aveva detto alla moglie: – Ma sei proprio sicura che sono fedeli? – Si poteva dunque sospettare di lei e di suo marito. E questo per colpa di Michele Riva, di suo cognato!

Vi era nella strada di Chiaia, tortuosa e stretta, una grande confusione di gente; un ingombro pauroso di carrozze, che scendevano lentamente per la passeggiata verso la Riviera di Chiaia dove si raccoglieva, in quel pomeriggio luminoso di primavera, il fiore dell'eleganza napoletana, non essendovi ancora sul mare la via Caracciolo. La Marulla, a pochi passi dalla casa abitata da Peppina Salvetti, fu stretta in mezzo alla gente che si urtava senza riguardi, rasentando per quanto era possibile il muro, sotto l'arco del ponte, che si appoggia agli ultimi piani delle case. Le ruote toccavano il gradino di pietra, che alza dal suolo il marciapiede stretto, e la Marulla obbligata ad aprirsi una via per giungere al largo di San Ferdinando, ed a guardarsi dai cavalli e dalle ruote, riebbe la coscienza delle cose presenti, benchè non cessasse in lei lo spavento.

Di certo la ricchezza non mancava in quel tempo alla nobiltà napoletana ed all'alta borghesia, e se ne faceva in quell'ora uno sfoggio meraviglioso. Le stoffe costose, che erano spesso, a vedere, più che le persone, l'eleganza delle livree e degli equipaggi, il valore e la bellezza dei cavalli, erano argomento di meraviglia pei forestieri, e degni di una capitale, avvezza al lusso.

Su tutta la folla emergevano i tricorni piumati dei «cacciatori» seduti presso i cocchieri o dietro le spalle dei signori; le carrozze degli ambasciatori e degli alti dignitarii dello Stato erano guardate con una certa curiosità dalla folla, benchè fosse avvezza a vederle. In mezzo a questa si destava un senso di paura, se fra gli equipaggi delle illustri famiglie napoletane, che portavano superbamente il nome onorato degli avi, trovava posto la carrozza di qualche personaggio, che aveva la trista fama di essere esperto nel compiere opere tenebrose o palesi d'ingiustizia e di dispotismo.

La Marulla, che avrebbe indugiato nell'andare innanzi se si fosse trovata in altra condizione di animo, per veder meglio le signore, coi cappelli civettuoli e gli abiti nuovi di primavera, capilavori delle case Genovese, Cardon e Cepparulo, o venuti da Parigi, cercava invece di farsi strada, e non badava neppure alle stoffe, ai mille oggetti eleganti e costosi esposti nelle vetrine di certi magazzini, che erano in quella via fra i più eleganti e ricchi di Napoli. Non si era mai sentita soffocare in quel modo dalla folla, che l'urtava nei fianchi o alle spalle, le chiudeva di fronte il passaggio; ed era una folla variopinta e diversa di uomini elegantissimi, attillati coi tait stretti alla vita, o i soprabiti a due petti e gli alti cilindri; di signore colle vesti di seta dai vivi colori sui larghi crinolini, appoggiate al braccio dei mariti, compagni indispensabili, allora, nelle passeggiate; di fanciulle bionde o brune che portavano i primi cappelli dell'estate coperti di penne e di fiori. E non mancavano per ammirarle gli studenti provinciali, che si facevano riconoscere dalla strana pronunzia e dagli abiti ai quali mancava la fine e signorile eleganza napoletana. In mezzo a tutta questa gente davano spintoni certi popolani affaccendati, o si aprivano facilmente la via gli ufficiali svizzeri colla divisa appariscente, e le guardie del corpo audaci e provocanti.

Finalmente la Marulla, rossa di nuovo per la fatica, affannando, giunse all'angolo della strada di Chiaia, presso il Caffè di Europa, che aveva le porte basse sotto i balconi sporgenti del primo piano, di fronte al magazzino splendido di Savarese, e con molta difficoltà potè svoltare sul Largo San Ferdinando, verso la via Toledo. Quando fu uscita dalla fitta siepe di sfaccendati, fermi vicino al caffè, che si preoccupavano solo delle mode inglesi, e potè scorgere il Palazzo reale, provò di nuovo un brivido di spavento, non sentito mai prima di quel giorno, innanzi alla sua mole pesante e maestosa, perchè nessuno aveva prima sospettato di lei e del marito.

Scendeva da Toledo la carrozza del principe Leopoldo, fratello del re, stimato da tutti, perchè fra le tenebre pareva solo amante di un po' di luce. La Marulla lo riconobbe, impallidì per la commozione e stette ferma sul marciapiede, vicino alla vetrina, della Boulangerie française salutando con rispetto profondo. Se avesse osato sfidare la meraviglia beffarda dei passanti, si sarebbe inginocchiata al passaggio della carrozza di corte, per dare una prova palese di quella fedeltà, di quella devozione vantate innanzi a Peppina Salvetti.

La carrozza passò senza che il principe, intento a discorrere con Giuseppe Fiorelli ed un artista seduto presso di lui badasse alla Marulla. Ella sospirò: non era conosciuta dal principe, eppure sentiva che un suo saluto, in quel momento l'avrebbe confortata.

Riprese a camminare lentamente verso casa sua, e poichè sul marciapiede di Toledo, presso la doppia fila di carrozze che scendevano a Chiaia, era più facile andare innanzi, ella s'immerse nei suoi tristi pensieri.

Aveva detto il vero a Peppina Salvetti. Con tutta l'anima si era opposta al matrimonio della sorella Francesca; ma questa che amava Riva ardentemente ed era orfana, padrona della sua volontà, non si era piegata ad ascoltarla. Ventidue anni erano passati dopo quel tempo, e la parentela col dottore era stata sempre il tormento della sua vita, benchè egli, per la pace della moglie e dei figliuoli, non cospirasse più dopo il quarantotto.

Eppure la Marulla non aveva mai pensato di rompere ogni relazione colla sorella per allontanare i pericoli dalla sua casa. Aveva un astio continuo contro Riva, non lo poteva soffrire, ma, come diceva, la sorella ed i nipoti erano sangue suo, e non voleva abbandonarli.

Vedendo con frequenza donna Francesca, la quale, per dire il vero, le aveva sempre nascosto molti suoi dolori, cagionati darle minacce che pesavano sul marito, era giunta a indovinare, a dispetto della mente ottusa, quanto ella aveva sofferto durante lunghi anni. Con dolore si era accorta che perdeva la salute nella tema continua: e spesso l'astio contro il cognato aveva preso la forma di un odio cieco. Questo era divenuto più violento, dopo che era cessata in lei la prima impressione di stupore e di paura cagionata dalle parole di Peppina Salvetti. E la gente nel vederla tanto florida e pacifica nell'aspetto, colla ricca e larghissima veste di «taffetà» scozzese dai vivi colori, arrotondata sulla larga crinolina, i gioielli appariscenti e le grandi penne bianche svolazzanti sul cappello, non avrebbe potuto immaginare che si credeva in quel momento la donna più infelice della terra; che le pareva di camminare sull'orlo di un abisso spaventevole, ed era accesa di tanto sdegno, tormentata da tante paure!

– Ecco, – diceva fra , – siamo rovinati anche noi! Lo sapevo io che Riva ci avrebbe perduti tutti. Quell'uomo non ha mai avuto la testa a posto. Che penserebbe mio marito se sapesse quello che mi ha detto Peppina? Povera me, la mia pace è perduta. Non è possibile che abbia ancora un'ora di contentezza. Purchè Salvetti non se la prenda specialmente con Filippo. Quel benedetto ragazzo doveva proprio innamorarsi di Assunta. Non vi sono forse altre belle fanciulle in Napoli? Come avrebbe fatto bene Michele di non occuparsi mai di politica. Invece ha attirato i guai sopra di e sopra tutta la famiglia.

La libertà! Bei frutti ha dato la libertà al novantanove, e se il re non li schiacciava al quarantotto, i liberali erano capaci di far perdere l'impiego a mio marito. Che chiasso per la città faceva allora quella marmaglia sfrenata. Ci avrei gusto che Sua Maestà li distruggesse tutti. Ma intanto chi toglie i sospetti al marito di Peppina? Ah! se Michele si fosse curato di fare una dote alle figlie, invece di offendere il Re! E quella povera Francesca! chi le darà la salute che ha perduta per quel pazzo?

Traendo profitto di un momento nel quale si poteva passare in mezzo alle carrozze ferme, la Marulla attraversò Toledo impaurita da un altro pericolo più vicino; e dimenticò fra le ruote ed i cavalli briosi, che scotevano la testa insofferenti dell'attesa, il cognato, la libertà, i sospetti e la paura, tutte cose dalle quali, con un po' di buona volontà, si poteva mettere fuori un magnifico biglietto per il lotto.

Salva finalmente la Marulla entrò nella via Concezione, all'angolo del palazzo San Giacomo, e prese a discendere verso il Largo del Castello, dove non si vedevano ancora le aiuole, che dovevano, dopo il sessanta, dare argomento ad una canzone popolare ripetuta in tutti i quartieri di Napoli. Di fronte alla Marulla, innanzi allo sbocco della via Concezione, si scorgeva la mole enorme del Vesuvio, quasi nera verso la cima, fra la limpidezza meravigliosa dell'aria. La lanterna del Molo rossa e snella, colla punta acuminata, spiccava sul fondo scuro innanzi alla montagna, a breve distanza da Castelnuovo, vecchio a dispetto del nome.

Dentro le mura del Castello, dove sono vissuti fra le armi e gli amori, fra le danze e i cavalieri, regine belle di affascinante bellezza e sovrani potenti e superbi, si affollava una guarnigione composta in gran parte di mercenari stranieri, e sulle nuove costruzioni dove le sentinelle vegliavano senza tregua, si scorgevano dal Largo, tra le feritoie, le bocche minacciose dei cannoni rivolti verso la città, in mezzo ad essa.

La Marulla si era sempre compiaciuta di tutto quello che affermava innanzi agli occhi suoi la potenza formidabile del re, e la forza delle sue armi, pronte a domare ogni ribellione. Ma quel giorno, a dispetto di tutta la fedeltà, di tutta la devozione che sentiva in , ebbe paura anche lei quando, uscendo dalla via Concezione, vide alla sua destra, il Castello, i cannoni e le vigili sentinelle. Non era anche lei sospettata come gli altri? Pensò allora che era cosa spiacente avere a poca distanza dalla propria casa quel terribile vicino. Non potevano le palle distruggere anche la strada dei Guantai, dove abitava lei?

Che triste giornata era quella per la Marulla, che si vedeva sorgere sempre intorno nuovi pericoli. Ma non aveva forse meritato quel grave castigo? Che doveva importare a lei che le nipoti non vedessero il padre; e non era suo dovere resistere alle preghiere insistenti di Filippo, che implorava da lei qual maledetto permesso, chiesto per sua disgrazia alla Salvetti?

Parecchi soldati svizzeri, colle divise grigie di fatica, passarono vicino alla Marulla. Ella sospirò guardandoli con invidia, e pensò che erano felici, tanto felici, perchè nessuno poteva sospettare mai della loro fedeltà. E la sua ignoranza, era tale, ch'ella sarebbe stata colpita da uno stupore profondo, se qualcuno fosse giunto a farle capire che quella gente, la quale vendeva l'animo a prezzo, menava nel suo paese vanto della propria libertà; era pronta a dare per essa la vita, a compiere miracoli di eroismo fra le aride balze delle sue montagne; e non tollerava lassù, da secoli, il governo di un re.

Finalmente la Marulla entrò nel cortile della propria casa, ossequiata con molto rispetto dal portinaio. Ella aveva una grande importanza in quel palazzo e fra tutti i suoi conoscenti, non solo a cagione dell'alto impiego del marito, ma anche per la sua nota amicizia colla Salvetti. E questa amicizia, se destava negli altri il rispetto, metteva anche intorno ai lei, senza che se ne accorgesse, un'aura di diffidenza, di paura; rendeva le altre sue amiche prudenti nei discorsi, ossequiose oltre misura verso di lei, benchè fossero anch'esse persone fedeli e devote, per tradizioni di famiglia o per paura o a cagione degli impieghi dei mariti e dei congiunti. Ma chi poteva credersi sempre superiore ad ogni sospetto, e non essere esposto ad uno spionaggio ingiustificato?

La Marulla salì con fatica le scale, e quando giunse in casa, la sua cameriera Filomena si stupì nel vederla molto accigliata, ma benchè la servisse da lunghi anni non osò interrogarla, perchè la padrona si adirava facilmente, anche per cose di poca importanza, ed in certi casi era meglio tacere vicino a lei.

– Come sei stupida! – esclamò la Marulla, quando Filomena le tolse il cappello, – non tirarmi i capelli in questo modo: e poi vedi come sono sudata e non vai a chiudere la finestra!

Eccellenza. – disse timidamente Filomena, – la sarta ha portata la veste. Tornerà alle cinque per misurarla.

La Marulla aveva aspettato prima di uscire quell'abito con impazienza, perchè doveva andare la sera in gala ad un battesimo, ma invece di rallegrarsi esclamò:

– Quando tornerà, le dirai che vada all'inferno: l'abito non lo misuro.

– E se vi saranno difetti, come farete stasera?

– Non lo metterò, ecco; e tu non seccarmi. Che cosa deve importare dell'abito a te!

La Marulla aveva la grande virtù di essere una buona massaia; e benchè avesse in casa il cuoco, la cameriera ed un servitore, andava sempre a fare un'ispezione accurata in cucina e nella sala da pranzo, prima che il marito tornasse dal suo ufficio. Ma quel giorno le importava poco del buon governo della casa. Soggiunse:

Vai a dire a Totonno e a Ciccillo che tengano tutto pronto. In cucina non ci vado, sbrigati!

Filomena nell'andar via umile e riverente ricordò che la padrona era anche stata per qualche tempo più iraconda del solito, dopo che il signorino Filippo, tornando da casa Riva, le aveva fatto sapere l'arresto del cognato, e lei essendo inferma non poteva assistere la sorella morente, Filomena, stimando che vi fossero altri guai in casa Riva, pensò, come la Salvetti, che era una gran disgrazia per la padrona avere quel cognato, e gli mandò col cuore, nel carcere dove stava, una maledizione della quale non si sarebbe confessata, certamente, perchè a parer suo i liberali, che attiravano su di loro la collera del re, si potevano odiare come il diavolo e come il peccato, senza colpa.

Concetta Marulla rimasta sola tolse da una piccola borsa di velluto la carta fatale, e tenendola con una specie di ribrezzo andò a metterla nel cassetto di un mobile dal quale tolse la chiave. Ella voleva che il marito non vedesse quella carta, e trattandosi di cosa tanto grave si dispiacesse nel sapere che l'aveva chiesta alla Salvetti; benchè egli per indolenza e per consuetudine fosse sempre disposto ad approvare ciò che faceva la moglie, la quale a furia di carezze, di rosolii finissimi fatti da lei e di confetture profumate, gli faceva sembrare dolcissimo il giogo.

Stanca e meravigliata di non vedere Filippo, che da tanto tempo bramava quel foglio, e avrebbe dovuto aspettarla fidando nella promessa della Salvetti, sedette sopra un largo seggiolone di damasco rosso, presso la finestra e appoggiò il capo sullo schienale, affranta.

La voce di Filippo la fece trasalire, ed ella volse subito la testa verso la porta. Il giovine si avvicinò a lei con premura, le prese la mano, sulla quale scintillavano parecchi anelli preziosi, e, prima di baciarla, come usava sempre tornando a casa, le chiese con inquietudine notizie della sua salute. Filomena gli aveva già detto che la padrona, molto in collera, si era ritirata con una brutta faccia.

La Marulla adorava Filippo, che era l'unico suo figliuolo, la speranza, l'orgoglio della sua casa. La sua volontà, così spesso imperiosa cogli altri, si era sempre piegata ai capricci infantili di lui, e più tardi ai suoi desiderii. Per una cosa sola non voleva cedere ancora; ma per lui si era anche piegata a chiedere finalmente quel permesso ottenuto dopo lunghissima attesa. Ella alzò le spalle e non rispose, ma bastava guardare il suo volto fiorente, a dispetto dell'inquietudine che la contristava, per capire che non era ammalata, e Filippo che l'amava teneramente, rassicurato, sospettò che non avesse ancora il permesso. In un attimo pensò con dolore ad Assunta, a Teresa ed a ciò che soffrirebbero se la loro speranza fosse delusa. Esitò prima di interrogare la madre, paventando la sua risposta.

La Marulla ebbe per un momento il pensiero di non dargli quel foglio, cagione di tanto pericolo per la sua famiglia. Non sarebbe meglio che lo riportasse alla Salvetti, dicendole di restituirlo al marito, perchè lei non voleva brigarsi più di quanto riguardava il cognato?

Mamma, – chiese Filippo colla voce carezzevole, rompendo il breve e penoso silenzio, – te l'ha dato?

Ella non ebbe il coraggio di rispondere: – no, – come a parer suo avrebbe dovuto, ma s'accese d'ira a cagione di tutto quello che soffriva per il permesso, e colla parola concitata, mentre parlava sottovoce, perchè da poco tempo Totonno, il servitore, era in casa sua, e non si poteva sapere... gli disse:

– Non vuoi finirla di occuparti di quel pazzo e della sua famiglia? Non lo capisci che per loro ci capiterà qualche disgrazia; non lo sai che ci sospettano; che tuo padre, poveretto, perderà l'impiego un giorno o l'altro? Me l'ha detto Peppina che lui, proprio lui, sospetta di noi!

Filippo impallidì, perchè misurò al pari della madre tutte le conseguenze paurose dei sospetti che pesavano su di essi. Ma si rinfrancò subito: in casa sua nessuno cospirava contro il governo, ciò non toglieva che fosse un sacro dovere per la madre, per lui, di aiutare in qualche modo l'infelice prigioniero e la sua famiglia; anche esponendosi a soffrire qualche grave danno. E poi non vi era nulla da temere; la Salvetti amava tanto sua madre e anche lui, e lo riguardava fin dall'infanzia come un figliuolo: chi oserebbe toccarli s'ella non volesse?

Rassicurato per la pace dei suoi genitori, baciò la madre e le disse:

– Che cosa puoi temere, tu, da lui? Non lo sai, forse, che adora la moglie, e che per lei non oserà colpirci in nessun modo? Dimmi, te l'ha dato il permesso?

– Sì. – rispose la Marulla, vinta, e sorrise mentre il figliuolo le accarezzava i capelli foltissimi e lucenti. Ella soggiunse: – Ma Iddio sa quale pericolo abbiamo affrontato, noi, per averlo. Ora ci dobbiamo guardare, Filippo; non dobbiamo commettere imprudenze. Non voglio più, intendi, che tu vada ogni giorno dalla zia Francesca.

– Oh! mamma, – esclamò Filippo con dolore, e non ebbe il coraggio di dire altro. Da tanto tempo andava ogni giorno dalla zia, e sua madre sapeva che una gran parte dell'anima sua era lassù vicino a lei, a Severino, a Teresa che soffriva; vicino ad Assunta che doveva essere un giorno o l'altro sua moglie. Come era possibile che gli proibisse di andare spesso in casa loro!

La Marulla sentì tutto il dolore che vi era nell'esclamazione del figlio, ed ebbe subito rimorso di avergli parlato in quel modo. Gli occhi le si riempirono di lagrime; veramente sarebbe stata crudele se avesse impedito a Filippo di visitare secondo il solito Assunta e gli altri; eppure era tanto grande il pericolo!

Mamma, – disse Filippo pregando, – me lo vuoi dare, ora, il permesso, mentre non c'e ancora il babbo? Se tu sapessi come l'aspettano e come soffrono! Se vuoi lo porterò subito, appena avremo pranzato.

La Marulla si alzò, e senza dire una parola consegnò la carta a Filippo, il quale commosso baciò di nuovo con amore la mano ingemmata della madre.


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