Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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IV.

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IV.

Teresa ed Assunta impazienti oltre ogni dire, e sforzandosi a dissimulare innanzi alla madre, erano già vestite per uscire, quando donna Amalia giunse presso l'uscio della loro casa. La buona creatura era molto agitata, da quando sapeva che le ragazze sarebbero andate dal padre con lei, non essendo permesso al fratello di accompagnarle. Le pareva una cosa terribile quella visita che si doveva fare all'infelice dottore, in una prigione, dove poteva solo indurla ad entrare il grande amore che portava alla famiglia Riva.

Per lei la potenza che colpiva quella povera gente era non solo qualche cosa di misterioso, di spaventevole, che faceva accendere di sdegno il suo cuore o la costringeva a tremare, ma destava anche in lei una grande riverenza, che derivava dalla paura. La sua imaginazione, quasi sempre fiacca e addormentata, che ingrandiva soltanto le cose in modo strano, in certi casi rarissimi, nei quali usciva dal consueto letargo, le aveva mostrato, durante la giornata, una folla di commissarii, di feroci, di Svizzeri, in mezzo alla quale le sarebbe toccato di passare per giungere fino a Riva. Quasi per rendere onore a questa gente, alla grande importanza che aveva, a parer suo, indossava il vecchio abito di seta nera usato nelle grandi occasioni, una mantiglia di merletto arrossita e passata di moda, che le pareva di gran pregio, ed il cappello nuovo di paglia, con un grosso ciuffo di penne nere, i papaveri rossi lavorati dalle sue mani, ed il largo nastro di colori diversi annodato sotto il mento.

Ella non voleva essere in ritardo, per non costringere le ragazze ad aspettare; ma era salita piano, come per allontanare il momento nel quale sarebbe entrata nel carcere della Vicaria. Aveva già alzato la mano verso il laccio del campanello, quando s'accorse che nella fretta, nell'agitazione, aveva preso un guanto chiaro ed un altro oscuro. Le ragazze dovevano essere tanto impazienti, ma lei era costretta a tornare indietro per prendere l'altro guanto chiaro, che meglio si addiceva al lusso del suo vestito. Sospirò scendendo le scale. Veramente da qualche tempo non aveva più la testa a posto! quella disgrazia della famiglia Riva le aveva tolto la pace, e la rendeva distratta, nervosa come non era stata mai. Poi era anche tanto preoccupata per un'altra cosa. I guanti di quel povero don Eugenio erano così logori! Li avea già portati due inverni ed anche un'estate. Era un signore, lui, non poteva uscire senza guanti e non ne aveva altri. Non gli accadeva certamente di mischiare quelli oscuri con i chiari, come faceva lei. Ma ella non trovava il mezzo di riparare a quella disgrazia!

Quando, avendo cambiato il guanto, ella uscì di nuovo sul pianerottolo, e fu intenta a chiudere con molta cura l'uscio, come usava sempre, non fidando nella vigilanza di Gennaro, il portinaio, sentì una vocina di fanciulla che la chiamava piano sulla scala quasi oscura.

– Che cosa vuoi, Carmela? – disse lei, – sarà bene che tu venga un'altra sera in casa Riva, perchè le ragazze escono adesso con me, e non puoi accompagnarci.

Carmela era già vicino a donna Amalia; si vedeva a stento che teneva in mano un mazzetto di fiori. Disse, sempre piano:

– Lo so che escono; vanno dal padre stasera. Mio fratello, al quale Severino ne ha parlato, me l'ha detto, ed io non vado sopra; le aspetto qui. Voglio che prendano questi fiori per il dottore.

Donna Amalia aveva finito di mettere il guanto, accostò le mani al volto per discernere il colore, ed essere certa che non aveva fatto un nuovo sbaglio. Disse a Carmela:

– Non sei venuta sola, certamente.

– No, Maria, la balia, mi aspetta nel cortile. Non dite a nessuno in casa Riva che sono qui.

Teresa aprì la porta, essendo certa che donna Amalia non poteva tardare. Questa giunse vicino a lei, e Teresa, vedendola mutata in volto, più gialla del solito, cogli occhi pieni di lacrime, come se dovesse accompagnare un morto al camposanto, benchè si movessero sul cappello bianco i papaveri rossi, non volle che entrasse per salutare la mamma. Fin da quando Filippo aveva portato segretamente il permesso, ella si adoperava al pari di Assunta e di Severino, non volendo far sapere alla madre che l'avevano ottenuto. Poichè la povera donna, che avrebbero dovuto portare sulle scale della casa e su quelle della Vicaria, non era in grado di accompagnare le figlie presso il marito, e si doveva con assidua cura evitare tutto quello che potesse rendere più viva la sua perenne agitazione, era meglio che non le seguisse coll'anima nella visita dolorosa. Più tardi le avrebbero parlato del padre. Intanto bastava che vedesse donna Amalia, per capire che non andavano semplicemente, come ella credeva, nella piccola chiesa di Materdei dove s'incominciava quella sera il triduo per la festa di San Giuseppe._ Ella disse a donna Amalia:

– Non entrate per carità! – poi tornò in casa, chiamando Assunta, alla quale disse forte, perchè la madre sentisse:

Affrettati, donna Amalia ci aspetta!

Giunta vicino alla madre, Teresa la baciò di nuovo, avendola già salutata prima, e disse:

Donna Amalia entrerà più tardi, quando torneremo, adesso abbiamo premura.

Donna Francesca fu meravigliata di quella fretta. Non aveva sentito sonare ancora la campana di Materdei per chiamare i fedeli, e un sospetto che le era balenato quella sera nella mente divenne più grave, ma non osò manifestarlo, temendo di ingannarsi. Severino che doveva tenerle compagnia mentre le sorelle erano assenti, perchè non la lasciavano mai sola in casa, era seduto vicino a lei, e prese subito a parlare, per distrarla, di un suo cliente, di una causa difficile che doveva difendere, senza compenso, secondo il solito, perchè si trattava di un poveretto.

Teresa chiuse l'uscio e prese a discendere in fretta con Assunta e donna Amalia. Sul pianerottolo del primo piano trovarono Carmela, che si avvicinò ad Assunta, la sua amica prediletta, e le porse i fiori, dicendo:

– Sono per il dottore; li ho colti per lui. Salutalo anche in nome della, mamma e di mio fratello Enrico. Digli che pensiamo spesso a lui con affetto.

– Sei tanto cara, – disse Assunta, che la baciò e prese i fiori.

La bambina scendeva accanto a lei, dicendo:

– Non li ho portati sopra, per non farli vedere a donna Francesca. Enrico mi ha detto che andate a visitare il dottore; lo sai che mi dice tutto.

E mentre Carmela diceva sempre piano queste parole, si capiva che dava molta importanza alla sua piccola persona, essendo la confidente fedele di suo fratello Enrico, che non avrebbe osato parlare di certe cose innanzi ai fratelli più piccoli, i quali non avevano ancora prudenza.

Erano giunti nel cortile. Donna Amalia e le ragazze non avevano il coraggio di parlare. Baciarono Carmela che andò via colla balia fedele; ed esse, affrettando il passo nel vicolo Melofioccolo, si avviarono verso la strada Materdei. Le donnicciuole, che stavano ancora all'aperto innanzi agli usci spalancati delle povere case, guardarono con molta pietà le fanciulle, sapendo che il padre loro era in prigione, ed esse passarono in mezzo ai monelli, che si trastullavano sulla strada nella poca luce, o chiedevano il «grano» ai passanti, vicino a certi piccoli altari eretti presso il muro, in onore di San Giuseppe, al quale facevano la «festicciola» in attesa dei giocattoli che avrebbero comprati, fra due giorni, alla bella Fiera in via Medina.

Don Gaetano avvertito da Severino, senza che la sorella donna Marietta lo sapesse, doveva accompagnare le tre donne fino alla Vicaria. Da circa mezz'ora le aspettava nel piccolo caffè di Materdei, dove non si erano raccolti ancora i soliti avventori, per giocare solennemente lo scopone o il tressette; e di fronte a lui, presso il banco ingombro di tazze, senza darsi pensiero del fumo e dell'odore nauseante che mandava il lume, dormiva in pace il caffettiere, il quale doveva uscire prima dell'alba, per portare intorno il caffè alle donnicciuole del vicinato.

Don Gaetano, vedendo le ragazze che si avvicinavano, non finì di prendere il caffè e si alzò per raggiungerle. In quel momento la campana di Materdei prese a suonare festosamente, e le rispose dall'alto, in lontananza, quella del ritiro di San Raffaele, chiamando altri fedeli, di quella parte estrema della città, alla preghiera.

Era necessario di affrettarsi per non perdere un tempo prezioso; e appena giunsero sulla strada nuova di Capodimonte salirono in due carrozzelle, raccomandando al cocchiere di sferzare i cavalli per arrivare presto alla Vicaria. Intanto don Gaetano, meno preoccupato delle tre donne, pensava alla stranezza di quel permesso, che obbligava le fanciulle a visitare il padre di sera; e non capiva che si evitava di dare così una certa pubblicità a quella visita, che non le sarebbe mancata se le figlie di Riva fossero andate di giorno alla Vicaria.

Il dottore dal castello dell'Ovo dove l'avevano condotto subito dopo il suo arresto, era passato da alcuni giorni alla Vicaria, ed in questa prigione, prima di avere una cella per , era stato con altri imputati politici in compagnia di ladri e di assassini.

I primi tempi della sua dimora nel castello dell'Ovo erano stati terribili nell'incertezza intorno allo stato della moglie. Quando l'aveva lasciata per andare in casa Assanti e da Salvatore Mazza, la sua condizione era tanto grave; ed ogni speranza di salvezza era certamente svanita, quando non avevano potuto nasconderle la notizia del suo arresto!

Non ne poteva dubitare; Francesca era morta senza vederlo un'ultima volta; senza ch'egli potesse stringerla fra le sue braccia, dirle che era suo, sempre, nella vita e nella morte, sulla terra e al di della terra. Ella era morta senza pace, pensando a lui, alla sventura infinita dei figli; e solo Iddio ch'ella amava avea potuto allontanare dal suo spirito, nell'ora estrema, tutto l'orrore della disperazione.

Povera e cara Francesca! Ella non era più giovine, e le sofferenze continue avevano distrutta la sua bellezza, che era stata affascinante in altri tempi. Ma l'amore di Riva per lei era immutato, anzi, coll'andar degli anni aveva acquistato una dolcezza nuova, una intensità maggiore. Ella, colle sue miti virtù, colla grandezza del suo amore era divenuta per lui la luce dello spirito, e gli aveva insegnato a credere che il vero amore, nella sua maggiore altezza spirituale, poteva sfidare la malefica forza del tempo. Ed ella era morta, lungi da lui, e non gli sarebbe dato più, mai più di rivedere la sua povera faccia emaciata e bianca, di udire la sua voce. Ed era morta per lui; ma egli non ci aveva colpa, no, a quella morte; perchè non aveva fatto nulla, da circa dieci anni, che potesse dare occasione a nuovi sospetti, ad altre accuse, all'arresto che l'aveva tolto alla sua casa.

Nell'anima era sempre lo stesso, appassionato per un grande ideale di giustizia e di libertà; ma per amore verso quella povera martire, verso i figli, era fuori della lotta, perchè dunque lo avevano strappato alla moglie morente, ai figli, che aspettavano da lui il pane quotidiano?

Questo egli chiedeva laggiù nel carcere umido e freddo, guardando fra le grosse sbarre di ferro il mare che si frangeva contro le vecchie mura del castello, senza riuscire da secoli a distruggerlo. Il mare mandava nel pauroso carcere la sua voce, terribile nell'ora della tempesta, dolce come una carezza quando la calma regnava nel golfo, ma non sapeva rispondere alle sue disperate domande, dare una speranza, un conforto al suo povero cuore, e svelargli il presente misterioso e l'avvenire più oscuro ancora.

Qualche volta gli era parso che la pazzia invadesse con terribile violenza il suo cervello; altre volte si era sforzato a credere che faceva un sogno pauroso, che fra un istante, desto finalmente, essendo svanita la visione spaventevole, vedrebbe la moglie, i figli e racconterebbe il terrore della notte angosciosa, in mezzo ad essi impauriti e commossi. Ma no, egli non dormiva, vaneggiava. Come erano fredde le sbarre alle quali appoggiava la fronte ardente, come era angusto, umido e buio il carcere, come erano ributtanti e feroci i volti dei suoi carcerieri!

Un giorno, finalmente, una lettera amichevole di Squitti gli era stata con molta segretezza consegnata da un carceriere, ed egli leggendola era caduto in ginocchio, ringraziando Iddio, che gli dava quella grande consolazione. Francesca non era morta; poteva alzarsi, camminare un poco in casa, l'aspettava, e poichè egli non era stato mai abbandonato dagli amici, avverrebbe presto la sua liberazione. Ma che gl'importava in quel momento della propria libertà? Poichè Francesca era salva, egli poteva soffrire ogni cosa con animo forte, non aveva anche lui la sua parte di felicità sulla terra?

Poi ripensando a quello che diceva Squitti, una ardente speranza si era destata nell'animo suo. Al pari di tutti i suoi amici aveva sempre diffidato molto di lui, benchè non avesse nessuna ragione palese per accusarlo; ma poteva anche essersi ingannato. In ogni modo credette di poter fare assegnamento sulle parole, sulle promesse della lettera. Allora non pensò unicamente alla gioia infinita di riveder la famiglia: ma come un ammalato salvo dopo un mortale pericolo, che non credeva di vincere, pensava alla gioia di respirare all'aria aperta, finalmente.

Più tardi gli avevano dato gli abiti, la biancheria, il danaro mandato dalla famiglia. Con quale ansia aveva cercato nell'involto un biglietto, un rigo scritto dai cari suoi! ma non aveva trovato nulla. Ed a misura che i giorni passavano era piombato di nuovo nello sconforto, non sapendo più cosa alcuna che lo riguardasse, finchè l'avevano trasportato alla Vicaria, dove un Commissario, senza degnarsi neppure di dirgli quale fosse l'accusa mossa contro di lui l'aveva interrogato.

Senza il più lieve conforto nella dura prigionia, vicino a perdere ogni speranza di salvezza, egli sedeva sul povero lettuccio nella cella solitaria, quando le carrozzelle si fermarono innanzi alla Vicaria, e le fanciulle discesero con i loro compagni. Don Gaetano, che non doveva salire, rimase fuori ad aspettare, innanzi alla grande porta quadrata custodita da una sentinella.

Donna Amalia tremava tanto che si reggeva a stento, e la ferma volontà di non abbandonare le ragazze le dava solo la forza di andare innanzi. Alla grande commozione si univa in lei una paura irragionevole: temeva che non la lasciassero uscire più dalla Vicaria. Assunta e Teresa pallidissime cercavano di essere forti per non mostrarsi abbattute innanzi al padre, e non rendere più vivo il suo dolore.

Teresa fece leggere il permesso ad un ufficiale di guardia, e potè andare innanzi senza difficoltà colle sue compagne, seguendo un carceriere incaricato di accompagnarle. Assunta si era appoggiata al braccio della sorella, e taceva come lei. Entrambe avevano desiderato con tanto ardore di vedere il padre, eppure mentre era così vicino il momento dell'incontro tremavano per un'invincibile paura. In quale stato si trovava il povero prigioniero? Non era forse disfatto dall'acerbo dolore, dalle sofferenze crudeli?

Sotto il gran porticato che circonda il cortile passavano carcerieri e soldati, alla fioca luce di qualche lanterna, che splendeva appena nell'ombra. Certe nuvole minacciose coprivano il cielo sul cortile oscuro, e si sarebbe detto che nello storico palazzo regnasse in mezzo al solenne silenzio una pace infinita. Invece il dolore sotto mille forme tormentava senza tregua i prigionieri separati dal mondo, oppressi dai rimorsi, o affranti dal peso di una sventura immeritata.

Dopo che le ragazze ebbero salita una larga scala e attraversato un immenso salone, furono condotte al terzo piano in un corridoio, nel quale si udiva il rumore dei passi di una sentinella svizzera, che vigilava sulle porte massiccie, chiuse con molta cura, di parecchie celle. Quando venne aperta la segreta di Riva, egli non si mosse, e non voltò neppure la testa verso di essa per vedere chi entrava. Non aspettava nessuno che potesse confortarlo nella triste sera; poi si accorse che il carceriere non era solo, e si voltò rapidamente. Le ragazze entravano seguite da donna Amalia.

Il dottore gittò un grido vedendole e si alzò, ma la commozione unita alla grande debolezza gl'impedì subito di muovere un passo, ed egli pallidissimo cadde seduto sul lettuccio. Assunta e Teresa erano già vicino a lui, stringendolo fra le braccia, e gli coprivano di baci i capelli ancora neri e lucenti, la fronte nobile ed ampia, senza poter dire altro che:

Babbo, babbo caro!

Il carceriere entrato seguendo donna Amalia, chiuse l'uscio e si appoggiò contro di esso, nell'interno della cella per assistere al colloquio delle fanciulle col padre. Donna Amalia, che non cessava di tremare, e faceva uno sforzo per non singhiozzare forte, sedette nell'ombra.

– E la mamma? – chiese Riva, provando un dolore acerbo, poichè non era venuta anche lei.

– Non sa che siamo qui, – disse Teresa, – ci crede a Materdei. Avrebbe sofferto troppo, non potendo venire con noi.

Perchè, – domandò Riva, con ansia, – perchè non è venuta? Sta male forse?

– No, – rispose Assunta, – il permesso è solo per me e per Teresa.

– E Severino, dove sta, l'hanno anche arrestato?

– Sta, bene, Severino; è rimasto a casa colla mamma. La zia Concetta non ha potuto ottenere che ci accompagnasse.

Le ragazze erano sedute vicino al padre sul letto, perchè non vi erano altre sedie nella povera cella, oltre quella presa da donna Amalia; intanto, mentre esse guardavano il padre alla debole luce di una piccola lanterna attaccata alla parete, provarono una specie di raccapriccio pauroso; essendosi mutato più di quanto esse temevano. La barba nera cresciuta ed incolta faceva sembrare più pallide ancora le guance emaciate; gli occhi nerissimi, come quelli dei suoi figliuoli, parevano spenti nelle profonde occhiaie livide; e anche dopo che si era calmata alquanto la prima violenza della commozione sentita nel vedere le fanciulle, il suo respiro pareva affannoso.

– Come stai, babbo. come stai! – chiese Assunta, coprendogli di baci e di lagrime la mano.

Egli fece uno sforzo per sorridere. Non voleva che la moglie, Severino e le fanciulle soffrissero acerbamente, sapendo che stava male in salute; rispose:

– Sto bene. Mi manca solo la libertà, la gioia di vedervi sempre. Ma che si dice di me? conoscete voi l'accusa che mi fanno?

– No, – rispose Teresa, – la zia Concetta non è riuscita a saperla neppure per mezzo di Peppina Salvetti; e anche Squitti dice che non sa nulla.

Il carceriere tossì, come per mostrare che non cessava di vigilare, e che non dovevano parlare di cose che si riferissero alla cagione dell'arresto. Riva si volse con un poco d'impazienza e lo guardò. Non ricordava più che era rimasta nella sua prigione quella molesta compagnia. Egli scorse anche a breve distanza dal carceriere un'altra persona seduta. Non la riconobbe subito, e Assunta gli disse:

– È donna Amalia; le hanno permesso di accompagnarci.

Grazie, – disse Riva, – grazie donna Amalia. Siete sempre fedele, voi!

Ella non potè dire neppure una parola. Piangeva silenziosamente.

Ora è una seconda madre per noi, – disse Teresa, – ma anche gli altri amici sono fedeli. Don Gaetano, poveretto, è rimasto nella strada per aspettarci, Antonio e Filippo ti abbracciano; don Eugenio, i fratelli Mazzarella e tutti gli amici tuoi domandano sempre tue notizie. Questo mazzetto te lo manda Carmela. Sono tanti quelli che ti amano, che pregano il Signore perchè ti dia la forza di sopportare questo martirio e ti renda presto a noi!

– Dunque, – disse Riva, – Filippo non vi ha lasciati, dopo il mio arresto?

– Oh! babbo, – esclamò Assunta, – come potevi immaginare che ci avesse abbandonati?

– Ho fede in lui, – disse Riva, – ma temevo che la madre gli avesse imposto di non vedervi. Ditemi; come vivete, ora? non mancate forse di tutto? Questo pensiero mi tormenta sempre.

– Non ti crucciare per questo, – disse Teresa, – non ci manca nulla.

– Come è possibile!

Donna Amalia ci procura molto lavoro. Non si tratta di cosa faticosa, poichè dobbiamo solo ricamare.

Povere figliuole! – esclamò Riva. – E la zia Concetta non può ottenere che facciano presto la mia causa? Sono innocente, non possono condannarmi. Sarei libero subito se ci fosse la giustizia.

Il carceriere disse in modo assai brutale:

– È ora di finirla. Dovete andare via, perchè vi era concesso pochissimo tempo.

Lasciateci stare ancora un momento, – disse Teresa, pregando.

– No, – rispose l'uomo, – debbo eseguire gli ordini. Basta, dovete uscire.

Le ragazze e Riva si alzarono al pari di donna Amalia. Era così terribile per essi il momento della separazione dopo il breve colloquio! Assunta e Teresa abbracciarono il padre, facendo uno sforzo violento per conservare un po' di calma. Riva doveva parlare di tante altre cose colle figliuole, ma il tempo gli mancava, disse in fretta:

Abbraccerete per me la mamma; glielo direte che si curi, che non si affligga troppo. Voglio vederla sana, forte, quando tornerò a casa.

– Sì, babbo, sì, – disse Teresa. Intanto erano giunti vicino a donna Amalia. Riva le tese la mano, e stringendo la sua con gratitudine disse:

Grazie, grazie, per tutto quello che fate!

Ella nel vedere il volto di lui distrutto, ma così nobile, ma così bello nel dolore, nel martirio, come se si fosse irradiato da una luce soprannaturale, vicino alle belle fronti di Assunta e di Teresa, pensò che era un santo; e trovando in un coraggio che non avea mai pensato di avere, portò la mano di Riva alle labbra.

Le ragazze abbracciarono di nuovo il padre, tenendolo stretto e non potevano distaccarsi da lui. Erano già vicino all'uscio aperto dal carceriere, e Riva, che si sforzava a frenare il pianto, per essere ancora in grado di parlare, disse:

Pregherete Filippo di raccomandarmi sempre alla madre. Direte a Squitti che non m'abbandoni. Fate insomma tutto quello che è possibile per liberarmi. Scrivetemi, se lo permettono, tornate.

Andiamo, – disse il carceriere fermo sulla soglia.

Addio, babbo, addio! – dissero le fanciulle, sciogliendosi dalle sue braccia. Egli era divenuto calmo, quasi sereno.

Andate, – disse, – è necessario. Abbracciate la mamma, per me. Salutate Antonio, don Gaetano, tutti gli amici; li ringrazio tutti, che Iddio vi benedica. Direte a Severino ed a Filippo che li benedico e li abbraccio. Tu, Teresa, raccomanda Assunta a Filippo. Dio voglia che siamo felici insieme!

– Sì, babbo, sì.

Le fanciulle erano già nel corridoio, la porta venne subito chiusa, e il rumore dei chiavistelli coprì il suono dei passi e delle voci di certi soldati, che venivano a cambiare la sentinella. Un caporale sorrise guardando le fanciulle, benchè avessero il volto coperto di lagrime, e disse al carceriere che aveva finito di chiudere la porta:

Peccato che non le mettano anch'esse in prigione. Mi piacerebbe di essere il loro custode!

Il carceriere non sorrise, e non fece motto al caporale che gli aveva parlato: aveva due figliuole nella sua povera casa, e benchè si mostrasse quasi brutale nei modi, per antica consuetudine, sentiva una grande pietà per il dottore Riva e per le ragazze, alle quali disse:

Andiamo, sbrigatevi!...

Le tre donne affrettarono il passo vicino a lui, nel corridoio, impaurite, anelando al momento di essere libere, fuori, all'aria aperta.

Intanto don Gaetano, poveretto, non aveva passato nella quiete tutto il tempo dell'attesa. Appena le sue compagne erano entrate nel cortile, egli aveva preso a camminare innanzi alla facciata della Vicaria, con passo alquanto affrettato, perchè la sera era un po' fresca.

Alcuni feroci, che l'avevano visto arrivare in carrozzella colle fanciulle e con donna Amalia, capirono che era rimasto ad aspettarle, ma per prendersi un po' di svago si avvicinarono a lui, ed uno di essi domandò:

– Che cosa fate qui?

Don Gaetano seccato e anche, per dire il vero, alquanto impaurito rispose:

Aspetto certe persone.

– Chi sono queste persone? Non si può immaginare che aspettiate un'amante, alla vostra età, con questa brutta faccia. A quanto pare non avete neppure un dente in bocca.

Dicevano il vero. Da gran tempo don Gaetano aveva perduto tutti i denti, e la sua faccia era molto brutta. Ciò non valse che una grande ira s'accendesse in lui, quando udì le scortesi parole; ma non osò rispondere qualche insolenza, per tema di grave danno. Con apparente calma rispose:

– Vi ripeto che aspetto certe persone. Esse sono entrate nella Vicaria.

– Per vedere qualche prigioniero politico, qualche liberale. È vero?

Don Gaetano non rispose.

– Dunque, essendo voi in relazione con i liberali siete una persona sospetta. È forse meglio che arrestiamo anche voi.

– Oh! – fece don Gaetano, che tremava.

Un ufficiale svizzero, venendo dalla strada dei Tribunali, si avvicinò per entrare nella Vicaria. Uno dei feroci lo riconobbe e chiamò:

Signor tenente Walder!

L'ufficiale si fermò.

– Questo signore è amico di un prigioniero liberale. Passeggia innanzi alla Vicaria: forse è un cospiratore. Che cosa dobbiamo fare?

Walder, che si avvicinò a don Gaetano, disse:

– Cosa fare foi qui, signore?

Don Gaetano si reggeva a stento; con voce mal ferma rispose:

Aspetto certe signore che sono entrate nella Vicaria.

Walder, guardando don Gaetano alla fievole luce che veniva da un fanale ad olio, aveva subito capito che il povero vecchio, anche ammettendo che fosse un liberale, non era un cospiratore, e chiese con una certa dolcezza:

– Chi sono queste signore?

– Le fanciulle Riva; le figlie del dottore, con donna Amalia. Sono andate dal padre: hanno il permesso firmato da Salvetti.

Walder disse alle guardie:

– Ma lasciatelo, poferetto; lasciate stare. Non fedete essere fecchio; fare male nessuno.

La faccia di Walder era molto seria: egli entrò nella Vicaria, insieme colle guardie, le quali non osarono dire altro, e don Gaetano stette ancora ad aspettare, senza nuove molestie. Quando le ragazze e donna Amalia uscirono dalla Vicaria egli dimenticò la paura sofferta, e chiese con premura notizie dell'amico. Poi salirono nelle carrozzelle, che aspettavano a poca distanza; e Assunta, che stava con lui, gli parlò a lungo del padre, e della condizione tristissima in cui si trovava benchè dicesse di star bene in salute. Quando giunsero all'imboccatura del vicolo Melofioccolo rimandarono le carrozze, per andare a piedi nel vicolo Calce; non volendo che la madre capisse che venivano da lontano.

Donna Francesca era sempre stata in agitazione durante l'assenza delle figlie, ma aveva cercato di non far indovinare a Severino i suoi pensieri. Questi le aveva prodigato, come usava sempre, mille cure affettuose, cercando anche di distrarla; ed era inquieto perchè ella, più pallida del solito, più nervosa, sussultava al minimo rumore, e spesso non badava a ciò ch'egli diceva.

Intanto il sospetto avuto quella sera da donna Francesca si era mutato in certezza, quando le figlie non erano tornate in casa, dopo che la campana di Materdei aveva sonato la benedizione; e si erano sentite nel vicolo le voci di parecchie persone, le quali rincasavano tornando, certamente, dalla chiesa. Come ella aveva supposto le ragazze non erano andate a Materdei. Dove stavano dunque a quell'ora?

Passò ancora qualche tempo; finalmente venne aperta la piccola porta della casa da gente che stava sulla strada. Severino si alzò per andare nell'anticamera ed aprire, perchè aveva capito che giungevano le sorelle. Donna Francesca si alzò anch'essa, senza che Severino se ne avvedesse, facendo un grande sforzo; e poichè non si reggeva bene in piedi, senza aiuto, prese a seguire il giovine, appoggiandosi alle sedie, ai muri, ai mobili.

Severino aprì l'uscio; le sorelle salite con molta fretta, alla luce di un cerino tenuto da Assunta, giunsero presto sul pianerottolo. Sottovoce egli chiese:

– Ebbene come sta?

Donna Francesca appoggiata allo stipite dell'uscio, che dallo studio del marito metteva nell'anticamera, sentì ed esclamò:

– L'avete visto, è vero? l'avete visto!

Severino si volse in fretta, lasciò il lume che teneva in mano sopra un tavolino, e corse presso la madre per sorreggerla, temendo che cadesse. Le fanciulle e donna Amalia entrarono; donna Francesca chiese di nuovo:

– L'avete visto? come sta?

Le fanciulle capirono che non era possibile nasconderle la verità, in quel momento, e dirle più tardi, con molti riguardi, che avevano veduto il padre. Teresa l'abbracciò dicendo:

– Sì, l'abbiamo veduto, adesso. Ti abbraccia con tutta l'anima e vuole trovarti sana, tranquilla, ora che tornerà.

– Quando, quando tornerà? Come sta?

Calmati, mamma, – disse la fanciulla, – non lo sai che soffrirebbe tanto se ti vedesse agitata, tremante così. Vieni, mamma, vieni, ti diremo tutto, vieni.

Da un lato ella sorresse la madre piangente, convulsa, che si appoggiava dall'altra parte a Severino. Lentamente la condussero, mentre ella interrogava sempre, nella sua camera, l'adagiarono sul seggiolone, misero un guanciale sotto la sua povera testa, che non si reggeva più, e Teresa evitando di dire tutto quello che poteva render più acerbo il suo dolore, le parlò del padre lungamente.


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