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Donna Marietta, seduta presso il balcone, dove incominciava a crescere, in certi grossi vasi, il basilico indispensabile per profumare la salsa di pomidori, era intenta a riprendere col ferro una maglia caduta della calza, alla quale lavorava.
Con altro cuore e con altri pensieri si affacciava a quel balcone della casa paterna, quando era giovane e piacente. Allora, per tanto tempo, era passato con frequenza sulla via fangosa, alzando la faccia bruna e intelligente verso il balcone, uno studente calabrese, col quale ella aveva intessuto un idillio gentile d'amore, non osando rispondere alle sue lettere, perchè temeva di fare spropositi troppo grossi d'ortografia. Poi lo studente era partito per sempre, senza dirle addio. Ma era quello per donna Marietta un ricordo di tempi lontani, che aveva perduto ogni dolcezza dopo il doloroso abbandono; ed ella, coll'andar del tempo, invecchiando aveva preso il costume nella vita uniforme, nella grande ignoranza, di adoperarsi con assidua cura, per giungere a conoscere tutti gl'intrighi, i pettegolezzi, gli affari del vicinato.
Quel balcone verso la strada detta «Arena della Sanità» nella parte bassa di Napoli, presso la valle delle Fontanelle, era per la sua posizione una specie di osservatorio dal quale ella poteva tener dietro alla vita quotidiana di molti suoi vicini; nelle case di prospetto, colle vecchie facciate, le finestre, i balconi dove si vedeva sempre gente; sulla soglia dei bassi abitati da popolani; sulla strada, dove si agitava una folla: diversa, e molte persone erano intente a lavorare, a discorrere, a vendere, presso le porte dei bassi e delle botteghe, o all'angolo dei vicoli.
Donna Marietta non aveva ancora messo a posto la maglia, quando avvenne nella strada una grande confusione, un chiasso infernale. Ella si curvò verso la ringhiera arrugginita per vedere che cosa fosse. E molta gente curiosa non meno di lei, molte donne, lasciando le faccende domestiche, si affacciarono alle finestre, ai balconi vicini interessandosi a quella diversione nella solita vita monotona.
Un asinello, che alzava con fierezza le orecchie, e portava superbamente la sonagliera di ottone lucente, venendo dalle Fontanelle con una grossa soma di cipolle e d'insalata, si era incontrato, sotto il balcone di donna Marietta, con un carro tirato faticosamente da tre cavalli, sul quale erano accumulati molti sacchi di carbone. Il ragazzo che guidava l'asinello, per impedire che fosse urtato dal carro, l'aveva con rapido movimento fatto accostare al muro, presso certe donne che si pettinavano all'aria aperta, vicino ai pali che sorreggevano le funi, sulle quali erano ad asciugare vecchi lenzuoli rattoppati e cenci di colori diversi.
Le donne si erano alzate in fretta, per evitare l'urto della soma: e una sedia, cadendo, aveva fatto perdere l'equilibrio ad un palo. La fune si era abbassata, e parte della biancheria era caduta sull'asino e sul fango della strada. Il ragazzo, impaurito dalle imprecazioni e dalle minacce delle donne, volle far retrocedere l'asino, mentre il carro che non poteva andare innanzi, perchè i cavalli sdrucciolavano, era fermo.
L'asino scotendo la testa e i sonagli ubbidì al padrone; ma sventuratamente la soma urtò la bancarella di un venditore di zeppole, all'angolo del vicolo Cangiani. Per fortuna il fornello, sul quale bolliva in una padella nera l'olio verdastro dall'odore nauseante, dove galleggiavano i grossi anelli di pasta fatti in occasione della vicina festa di San Giuseppe, non si rovesciò. Cadde invece la bancarella sulla quale in un largo piatto di stagno, si alzava la piramide di zeppole color d'oro. Queste rotolarono nel fango, in mezzo ad un baccano orribile, fatto dalle donne che imprecavano, dal zeppolaiuolo che voleva battere il ragazzo, e raccoglieva le zeppole disperse, sulle quali si erano gittati certi monelli; dai carrettieri, che bastonavano i cavalli, non protetti allora da nessuna società. E finalmente parve che l'asino, ragliando forte, si dolesse con voce disperata di aver messo la rivoluzione nella strada.
Appena fu tornata la calma, donna Marietta riprese il lavoro, e riuscì a mettere a posto la maglia sul ferro lucente. Don Gaetano era seduto presso una larga scrivania, a poca distanza dalla sorella. Egli non si era dato nessun pensiero della baruffa avvenuta nella strada, dove la pace non regnava mai a lungo, e leggeva con attenzione, chino sopra un fascio di carte legali, cucite insieme con un grosso filo rosso. Donna Marietta, potendo lavorare di nuovo, senza guardare le maglie, che si formavano sui lunghi ferri curvi, si volse verso il fratello e disse:
– Come è possibile che non si riesca a sapere qualche cosa del dottore!
Don Gaetano alzò la testa e guardò la sorella. Era perplesso, non sapendo come regolarsi. Con tanta cura si era adoperato affinchè non sapesse che aveva accompagnate le ragazze alla Vicaria! Per fortuna ella aveva creduto senza difficoltà, la sera precedente, che solo a cagione di un insistente mal di capo non avesse voluto cenare, tornando a casa, benchè trovasse pronto un merluzzo squisito ed una tenera insalata. Ma poichè ella mostrava, quasi, un certo desiderio di avere notizie di Riva, pareva a don Gaetano una crudeltà di non dirle quello che sapeva. Avendo riflettuto per un momento, divisò di serbare ancora il segreto, e chinando il capo riprese la lettera interrotta.
Donna Marietta lo dominava nel modo più assoluto, purchè non si trattasse di fargli troncare le relazioni colla famiglia Riva. Dopo l'arresto del dottore, gli aveva fatto per qualche tempo cento dispetti al giorno, senza mettere fine alle acerbe querimonie, alle invettive violente, perchè non voleva che andasse più in casa Riva. Poi, vedendo che l'opposizione costante e quasi brutale era inutile, aveva rinunziato ad essa; ma non cessava di brontolare a lungo aspramente, se per caso il discorso cadeva sopra Riva e sulla sua famiglia.
Da tanti anni, dopo altre disillusioni amorose, dopo altri idillii troncati a metà, desiderava che non fosse turbata mai l'assoluta tranquillità del suo spirito. Voleva essere in grado di volgere sempre il pensiero senza moleste preoccupazioni al governo della piccola casa, al delicato ufficio di cuoca perfetta; di educatrice modello delle servette che si succedevano in casa sua; alle osservazioni acute intorno ai fatti degli altri, e mostrava qualche volta un egoismo feroce, per non perdere quella tranquillità. Per quanto riguardava il suo paese non le importava che fosse in mano di codini o di liberali, di Tedeschi, di Turchi o di Francesi, purchè, vi regnasse una pace profonda e costante, e non si rinnovassero più i guai del quarantotto.
Allora, per alcuni giorni, non era stato possibile ch'ella avesse ortaggi per la cucina; non avea potuto indurre Franceschella, la servetta che istruiva, ad uscire per fare la spesa; e in un momento di grande agitazione, di paura, mentre ferveva anche all'Arena della Sanità il tumulto popolare, aveva lasciato bruciare un cappone che stava sul fuoco, ed era stato da lei allevato con assidua cura. Ella riprese a dire:
– Sono già quattro mesi che l'hanno arrestato!
Don Gaetano intinse nel calamaio di metallo dorato una bianca penna d'oca e incominciò a scrivere. Donna Marietta, seccata del suo silenzio, lasciò immobili i ferri della calza e l'interrogò, per costringerlo a dire qualche cosa.
– Non sai quando faranno la sua causa?
– No! – rispose lui, scrivendo in fretta, mentre sperava che il discorso non andrebbe avanti.
– Ma, insomma, non sai nulla? – domandò lei con molta curiosità, perchè l'indifferenza affettata del fratello destò i suoi sospetti; e le fece supporre che sapesse qualche cosa, ma non volesse dirla. Egli costretto, e sempre in guardia. disse:
– Che cosa vuoi che sappia, io!
Donna Marietta capì che doveva fare un interrogatorio in regola, e costringerlo con arte a rispondere. Riprese a dire:
– E donna Francesca, che cosa fa?
– Potresti andare qualche volta a vederla.
– Già! Vorresti che mi compromettessi anch'io. Non basta, per nostra disgrazia, che ci vada tu in quella casa? Ti ho domandato che cosa fa donna Francesca.
Don Gaetano scriveva con maggior fretta. Si sentiva scricchiolare la punta flessibile della penna, che spruzzava la carta d'inchiostro, intorno alle parole scritte con grossi caratteri. Egli rispose:
– Povera donna! piange e soffre.
– E Severino si prepara a fare la stessa fine del padre?
– Il dottore sta sempre nel Castello dell'Ovo?
– No. – ebbe l'imprudenza di rispondere don Gaetano.
– Vedi bene che sai qualche cosa. Dove sta adesso?
– Alla Vicaria.
– Da quanto tempo?
– Da pochi giorni.
– L'hanno interrogato?
– Una volta.
– E come sta in salute?
– Ah! pover'uomo, – esclamò don Gaetano, che lasciò di scrivere, ricordando le parole delle fanciulle.
I piccoli occhi spenti di donna Marietta si accesero d'ira e sfavillarono. Ella disse:
– L'hai veduto, certamente l'hai veduto!
– Lasciami scrivere, Marietta; questo lavoro è importante, si tratta della causa di don Raffaele Petrillo.
– Voglio che tu dica sì o no.
– Ebbene, no! – disse lui con rabbia, perdendo la pazienza.
Donna Marietta si alzò; il gomitolo andò a rotolare sulla pietra grigia del balcone, vicino ai vasi rossastri, e la calza cadde in terra. Ella si avvicinò con atto pronto alla scrivania, appoggiò le mani su di essa e curvandosi un poco verso il fratello, esclamò:
– Non è vero: hai veduto Riva.
– Ah! se avessi potuto, – esclamò lui.
– Chi l'ha visitato?
– Le figlie.
– E tu non sei andato?
– Le ho accompagnate fino alla Vicaria, ma non ho potuto entrare con esse.
– Ah! – disse lei trionfalmente, poichè era giunta a rapirgli il segreto, – le hai accompagnate. – Poi soggiunse con amarezza: – e ti sei fatto vedere dalla gente, fino al carcere, in loro compagnia! Non bastava che andassi sempre in quella casa, dovevi accompagnarle, è vero? fino alla Vicaria, per farti notare meglio dai commissari, dai feroci. Sei già sospettato, certamente, e vuoi perderti come si è perduto Riva. Vuoi andare a marcire anche tu alla Vicaria. E tutto questo perchè? Che cosa ci guadagni tu, con questa amicizia? Vuoi andare in galera, come ci andrà Riva, come ci sono andati altri pazzi amici suoi. Non vedi che non hai neppure tu la testa a posto; che diventi matto, che fai sempre nuove sciocchezze?
Don Gaetano scriveva, facendo uno sforzo violento per non rispondere e non ribellarsi innanzi alle invettive della sorella. Questa dopo un istante di silenzio, necessario per riprendere fiato, soggiunse:
– Sei matto, certamente sei matto. Era proprio indispensabile che le accompagnassi alla Vicaria?
La penna calcata sul foglio con rabbia si spaccò, facendo una larga macchia d'inchiostro. Don Gaetano si alzò, e colle braccia piegate, in un atteggiamento quasi maestoso, chiese alla sorella:
– Come! volevi che le lasciassi andar sole con donna Amalia?
Poi uscì dalla, stanza, chiuse l'uscio con tanta forza, che la vecchia casa tremò, e si vestì per uscire, abbandonando per il momento la causa di don Raffaele Petrillo, e lasciando che la sorella continuasse a sfogare la sua rabbia come le piacesse meglio.
Filippo non aveva potuto quel giorno a cagione di un affare urgente e molto importante andare presto dai cugini, per sapere notizie della visita fatta. Egli entrò in casa loro mentre donna Francesca, avendo passata la notte in una terribile agitazione, smaniando e piangendo, riposava affranta. Teresa, nella piccola cucina, stirava sopra una tavola, innanzi alla porta che metteva nella sala da pranzo, per avere più luce; perchè l'unica finestra della cucina, si apriva verso il cortile angusto, quasi oscuro a quell'ora. Severino era uscito.
Filippo chiese alle cugine, stringendo con amore la mano di Assunta:
– L'avete veduto? come sta?
Le fanciulle avevano gli occhi pieni di lagrime. Teresa teneva il ferro colla piccola mano, la quale non era avvezza a duri lavori, quando il padre era libero. Ella esclamò:
– Ah! Filippo, se lo vedessi; non pare più quello!
– È ammalato? – chiese lui con dolore.
Assunta non poteva parlare. Teresa rispose:
– Ha detto che sta bene, per non rendere più grave il nostro dolore, ma si vede, pur troppo, che non è vero.
– Ha domandato di te, – disse Assunta.
– Povero zio! – esclamo Filippo commosso. Teresa riprese a dire:
– Ha mandato la sua benedizione a te ed a Severino, e ti raccomanda Assunta. Temeva che dopo il suo arresto, la zia non ti avesse lasciato più venire in casa nostra.
– Come ha potuto supporre! – disse Filippo, il quale si rivolse ad Assunta, tenendole sempre la mano e chiese:
– Gli hai ripetuto che la mia vita è tua?
– Sì, – rispose lei, guardandolo con amore. Il pallido volto di Teresa s'illuminò. Era tanto felice che la sua cara Assunta fosse amata come meritava; non soffrisse al pari di lei nell'ombra, nel silenzio.
– Parlatemi ancora di lui, che cosa vi ha detto, come lo trattano?
Teresa non voleva che i carboni si consumassero inutilmente; dovevano anche bastare la sera per la cena. Assunta non poteva perder tempo; mancava il danaro in casa, e, secondo il solito, doveva affaticarsi per finire, in fretta, un ricamo.
Teresa disse: – Assunta ti racconterà tutto, – e tornò in cucina. I due giovani si avvicinarono alla finestra, che si apriva di fronte al giardino di Carmela; Assunta riprese il telaio, Filippo sedette vicino a lei, che incominciò a raccontargli i particolari della visita dolorosa. Teresa, avendo preso un altro ferro caldo, stirava lo sparato di una camicia di Severino, con molta cura, per tema di non riuscire, come le era avvenuto qualche volta.
Assunta doveva spesso, durante la dolorosa narrazione, badare a non lasciar cadere le lagrime sul raso nero teso sul telaio. Ella era più bella di Teresa, con i folti capelli biondi sull'alta fronte intelligente; col viso fresco e roseo illuminato dagli occhi neri e splendidi, come quelli della sorella. Il lavoro eccessivo compìto sotto la direzione di donna Amalia dopo l'arresto del padre, il gran dolore che pesava su di lei, non avevano tolto nulla alla sua fiorente bellezza; ma il suo carattere, che era sempre stato molto vivace, era divenuto da qualche tempo più irrequieto, e, per così dire, più audace.
In quella casa, fin da quando era stata in grado di capire, aveva sempre sentito parlare con amore di certe aspirazioni ardenti verso un governo illuminato e libero, ben diverso da quello che reggeva la sua città. La grande coltura acquistata da lei, come pure da Teresa, leggendo molti libri di storia e di letteratura, proibiti per la maggior parte dal governo, in quel tempo, e conservati con gelosa cura da Riva, il quale non voleva chiudere in una spregevole ignoranza la mente dei figliuoli, aveva reso più grande in essa lo sdegno contro ogni brutale oppressione. E mentre Teresa calma e seria avrebbe voluto che ogni pericolo fosse lontano da quelli che amava, Assunta desiderava invece la ribellione, non misurando le conseguenze che potrebbe avere; e prendeva parte coll'anima ai preparativi della lotta, da lei conosciuti, per mezzo di Antonio e di Severino.
Le pareva che fosse una colpa per ogni persona onesta passare i giorni nell'inerzia, senz'adoperarsi con tutte le forze dell'intelletto per la caduta del governo. Fin da quando era quasi una bambina ancora, non aveva mai potuto andare d'accordo col cugino Filippo su quest'argomento, essendo egli tanto diverso da lei nelle convinzioni, nei desiderii. Ciò non aveva impedito più tardi all'amore di unire i loro cuori appassionati e buoni, ed era così dolce per essi dimenticare spesso la politica per discorrere invece dell'avvenire; per dirsi che si amavano con tutta l'anima. Pur qualche volta discutevano insieme, senza che Assuna potesse mutare l'animo di lui.
Quando ebbe detto ogni particolare della triste visita a Filippo, lo guardò, lasciando la mano immobile sul telaio, e chiese:
– Come è possibile che tu non voglia mai, mai, unirti con noi. Non vedi che infamie si compiono?
Il volto di Filippo si fece scuro. Con molta dolcezza egli rispose:
– Perchè torni sempre su quest'argomento così penoso per noi? Lo sai che non posso!
– Perchè no? – chiese Assunta, che aveva lo sguardo sfavillante. – Non cospirano forse Antonio, Severino e tanti altri, mettendo a rischio la vita, per rompere queste catene intollerabili? Dovresti imitarli, tu; dovresti unirti con essi, per amor mio; per amore della giustizia. Verrà pure il giorno della lotta: non è possibile che un popolo non si ribelli a questa tirannia; e verrà anche il giorno del trionfo. È così bello per un uomo, in un paese dove si trovano tanti oppressi, abbandonare per questi gli oppressori!
Filippo era impallidito; egli temeva sempre di perdere qualche cosa dell'amore di Assunta, quando discuteva in quel modo con lei. Ma neppure l'amore aveva la forza di mutare le sue convinzioni, e di indurlo a cosa che ripugnava alla sua coscienza. Egli disse con tristezza:
– Sai che non posso! Debbo ripeterti sempre che per tradizione, per gratitudine si serve da tanto tempo fedelmente il re dalla mia famiglia? La prosperità che si gode in casa mia la dobbiamo a lui, a suo padre; non posso io divenire un traditore, e dare un mortale dispiacere ai miei genitori. Vorrei che il governo seguisse la via della giustizia; che non vi fossero nè oppressi nè oppressori; ma non posso unirmi con Severino ed Antonio. Se m'ami non dirmelo più.
– Ah! lo sai, se t'amo, – disse lei sottovoce, chinando il capo verso il lavoro.
Il volto di Filippo divenne raggiante.
– E sono sempre lo stesso per te, anche non facendo ciò che desideri, e che mi pare contrario al mio dovere?
– Sì, – rispose lei, vinta da quella voce che amava.
– Lo sai, – soggiunse Filippo, – che tutta l'anima mia è cogli oppressi; ma non posso, non voglio combattere contro gli oppressori.
– Ah! se tu volessi, – esclamò lei sospirando.
– Non è possibile.
– Ti muterai un giorno o l'altro, ne sono certa.
– Non posso mutarmi, intendi? t'amerò sempre.
– Veramente? – chiese Assunta, che sorrise.
Sempre, – rispose Filippo, ed accostò alle labbra con amore, con riverenza, la piccola mano, che teneva un filo di seta azzurra. Teresa, che aveva continuato a stirare in fretta, sperando di finire prima che la madre si svegliasse, li guardò entrambi con affetto e sorrise. Sapeva che finivano sempre in quel modo le loro discussioni, alle quali non voleva, mai prendere parte; per tema di cagionare un dispiacere non lieve ad Assunta, mostrando apertamente che dava ragione a Filippo.