Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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VI.

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VI. 2

Ciccillo «'o stuorto» sensale di stanze mobigliate, di «quarti e quartini» onorato dalla fiducia di molti abitanti del quartiere Stella, dalla strada Fonseca, fino a Materdei ed a San Raffaele, accompagnò il tenente Schwarz per fargli vedere il quartierino mobiliato che don Lorenzo, vicino di donna Amalia, aveva lasciato da una settimana.

La bella persona del tenente faceva sembrare più brutta quella di Ciccillo. Egli era forte e alto, roseo come una fanciulla, piacente nell'aspetto, benchè non avesse la fine eleganza del gentiluomo. Il povero Ciccillo piccolo e giallo, contraffatto, con una grossa gobba fra le spalle, stentava a camminare con passo adeguato al suo, e pensava che avrebbe lasciato ad altri, molto volentieri, la cura di trovargli un alloggio. Ma come avrebbe osato lui così povero, umile, debole, ricusare, l'opera sua, quando colui l'aveva chiamato con modi arroganti, per farlo andare presto con lui?

Il tenente parlava male l'italiano, e con spiacente pronunzia. Ciccillo non lo capiva, e spesso, non sapendo che cosa rispondergli, benchè la paura tenesse desta la sua intelligenza, faceva inchini profondi; balbettava in dialetto parole appena intelligibili e tremava, non osando guardare il compagno; al quale i passanti, amici della quiete, facevano subito largo, mentre i monelli, impauriti anch'essi, cessavano di fare il chiasso, vedendolo.

Il tenente, al quale Gennaro il portinaio fece un saluto così profondo, che la punta acuminata del berretto sfiorò le lastre grigie del cortile, si dolse, nel salire le scale, che il quartierino fosse alquanto discosto dalla caserma di San Potito, dove si trovava il suo reggimento, e molto lungi dal centro della città. Ma quando vide che le finestre si aprivano verso i giardini, dai quali saliva un profumo inebriante di magnolie e di rose, e avevano dinanzi lo spazio, limitato solo in lontananza della collina di Capodimonte, stabilì di venirvi ad abitare. Per questa ragione Ciccillo non perdette la passeggiata, avendo fatto affittare il «quartino» e il tenente Schwarz, libero cittadino della libera Elvezia, e mercenario di re Ferdinando nella città di Napoli, divenne vicino di donna Amalia e della famiglia Riva,

Vedendo il tenente non si poteva imaginare che rimpiangesse le sue montagne, e fosse malato di nostalgia, come spesso avveniva a certi suoi compagni. La vita era per lui in Napoli facile e piacevole, e nessun rimorso veniva a turbare la pace dell'animo suo. Povero ed avvezzo a dura vita nel suo paese, seguiva una consuetudine secolare, in quel tempo, della sua gente, vendendo a prezzo l'anima ed il sangue; pronto sempre ad ubbidire agli ordini dei suoi superiori; anche se gl'imponessero di uccidere gente che non aveva offesa e minacciata la sua terra, insultata la sua bandiera. Lieto di essere pagato largamente, gli piaceva molto di bere, di passare la vita nell'allegria; e avendo un'intelligenza ristretta, non si avvedeva dell'indifferenza glaciale che lo circondava, o del ribrezzo, della paura che destava la sua presenza, in mezzo a certe famiglie napoletane, nelle quali era riuscito a farsi presentare.

Schwarz mandò il bagaglio modesto nel quartierino, al numero ventisei del vicolo Calce, contento di lasciare le stanze non rallegrate mai dal sole, che occupava da qualche tempo nella strada San Potito, di fronte ad un muro alto e triste, presso la porta piccola della chiesa. Egli metteva la chiave nella toppa della serratura, per entrare nella nuova casa, quando sentì sulla scala il passo leggero di donna Amalia, che tornava dall'aver portato a certi negozianti gli ultimi ricami eseguiti da lei e dalle fanciulle Riva.

Il tenente volse con molta lentezza la chiave, per avere il tempo di vedere la persona che saliva, ed era forse qualche sua bella vicina; una di quelle napoletane brune, con i grandi occhi neri ed espressivi, con i folti capelli, che gli piacevano. Scorse invece dopo un momento donna Amalia, che si fermò presso l'ultimo gradino, per prendere fiato, benchè si trovasse solo al primo piatto.

Ella portava un grosso involto di biancheria, che faceva parte del corredo di una sposa, e non era più elegante come la sera della visita al povero dottore. Invece della paglia bianca, ornata di piume e di papaveri, portava un vecchio cappello di merletto nero, che faceva sembrare più giallo il suo viso. Uno scialle molto più vecchio del cappello, con certi ricami turchi di una tinta sbiadita, sul fondo di un nero divenuto rossastro, copriva le sue spalle quadrate, stringendole. E pareva che la sua povera veste grigia, senza la crinolina, che donna Amalia non si era piegata ad usare, coprisse un sottile bastone.

Il tenente provò un certo dispetto, scorgendo quella povera creatura gialla, ossuta, mal vestita, invece della specie di Venere bruna da lui sognata. Ella si era confusa molto nel vederlo e anche sgomentata, perchè, al pari della maggior parte dei Napoletani, aveva gran paura degli Svizzeri. Schwarz aveva aperta la metà dell'uscio, ed al suo dispetto era seguita una certa curiosità di sapere se lei abitasse proprio accanto a lui. Intanto donna Amalia era indispettita nel vedere che lo Svizzero la guardava. Le spiaceva di fermarsi vicino a lui, per aprire la sua porta; e per un istante divisò di salire ancora e di andare in casa Riva. Ma non poteva, era troppo stanca, avendo percorso alcuni chilometri col peso dell'involto, dalla strada di Chiaia fino al vicolo Calce; ed era anche discesa a piedi laggiù!

E poi a quell'ora si pranzava in casa Riva e donna Amalia non voleva andarvi. Ella passò innanzi al tenente, e mise la chiave nella toppa, affrettandosi. Schwarz appoggiato allo stipite dell'uscio la guardava, mentre si lisciava i baffi e sorrideva. Donna Amalia era molto perplessa, non usando chiudere l'uscio di casa sua, che aveva aperto, senza salutarlo. Non credendo di poter fare diversamente si decise al saluto, volse lo sguardo verso di lui, e con molta timidezza disse:

Permettete!

Nel suo linguaggio troppo spiacente per essere ripetuto fra queste pagine, Schwarz le chiese subito, prima che ella avesse il tempo di chiudere:

Abitate qui?

– Sì, signor tenente.

Sola?

Sissignore.

– Non ci sono belle ragazze, in questa casa? – domandò Schwarz, che sorrideva ancora. Donna Amalia era sempre più agitata, perplessa; non voleva mentire, dicendo che non ve n'erano, e non voleva neppure far cenno a colui delle fanciulle Riva.

Schwarz già seccato di non avere una pronta risposta, disse con impazienza:

– Vi manca, la lingua per rispondere?

– Ecco, – disse lei costretta, – vi sono due ragazze.

Belle? – domandò ancora il tenente.

Per donna Amalia le figlie del dottore Riva erano le più belle fanciulle di Napoli; ma non voleva dire il suo parere allo svizzero, e rispose: – così, – poi soggiunse subito, per troncare il discorso e chiudersi in casa: – permettete.

– Le conoscete voi quelle ragazze?

Permettete, – disse di nuovo donna Amalia.

– Voglio sapere se sono bionde o brune.

– Una è bionda, e l'altra è bruna.

– Ah!

Permettete, – ripetè lei che ebbe il coraggio di chiudere l'uscio.

Poi entrò nella sua camera, annoiata molto di quell'interrogatorio subìto, e mentre ripiegava con grande cura il vecchio scialle, e spolverava il cappello rossastro diceva sottovoce:

– Che seccatura! che cosa deve importargli di sapere se ci sono ragazze nel palazzo. Se l'avessero sentito Filippo o Severino! che disgrazia è questa di averlo qui vicino!

Più tardi mentre Schwarz, il quale aveva fatto la mattina una lunga marcia sulla strada di Caserta, dormiva, stanco nella nuova casa, e sognava la vicina bionda e quella bruna, Squitti pallidissimo si alzò, e tenendo colla mano che tremava lievemente il cappello a cilindro stette per un istante immobile vicino a Salvetti, nel suo studio. Questi aveva chinato il volto pacifico verso una lettera aperta, sulla scrivania, che doveva fare la rovina di una famiglia napoletana, e pareva intento a leggerla, senza darsi pensiero di Squitti. Costui aveva lo sguardo acceso d'ira, ma riuscì a dominare l'interna ribellione, e quasi umilmente, pregando disse:

– Non mi lasciate andar via, stasera, senza una buona parola, senza una speranza.

Salvetti alzò il capo, e con una voce quasi dolce, che non pareva quella di un uomo avvezzo a far tremare la gente anche se questa non era nemica palese del governo, domandò:

– Ma che importa a voi di Michele Riva?

– Nulla, cavaliere, nulla, – rispose Squitti in fretta, come se gli premesse di convincere subito Salvetti, che non era stretto da nessun vincolo di amicizia o d'interesse al prigioniero; poi soggiunse: – Ma parlo per la giustizia.

– Ah! vi preoccupate anche della giustizia, voi? – chiese ridendo Salvetti; e quel riso beffardo, e lo sguardo cattivo mutarono in un attimo l'aspetto del suo volto, il quale parve minaccioso. Il senso amaro della domanda, non fece nessuna impressione sull'animo di Squitti: non era avvezzo a preoccuparsi d'inezie di quel genere. Rispose:

– Vi ho pregato, vi prego, perchè si tratta d'un innocente. Michele Riva non cospirava quando venne accusato. Lo zelo eccessivo fu cagione di un grave errore.

Salvetti pareva molto annoiato; alzò le spalle, e riprese il largo foglio che portava i segni delle piegature, ed aveva un'ostia giallastra sul margine superiore. Egli disse:

– Se non cospirava allora ha cospirato prima; è giusto che paghi.

Squitti l'avrebbe annientato, se fosse stato possibile; pregò invece di nuovo, Salvetti gli rispose con grande impazienza:

– Ma non sapete che ho molto da fare; e non voglio perdere il tempo per sentire le vostre inutili querimonie? Addio, tornerete appena vi sarà riuscito di raccogliere qualche notizia importante, e se vi è possibile guardate di mettere le mani sopra quegli audaci cospiratori, dei quali, come sapete, s'indovina l'esistenza, ma non si conosce ancora il nome. I tempi sono tristi, pare che nell'aria vi siano delle minacce vicine; sempre a cagione di quel maledetto Piemonte e di questi maledettissimi liberali napoletani. Non è il momento, per i fedeli servitori del re, di fare delle ciance inutili per gente nemica o sospetta. Invece bisogna spiegare tutte le forze dell'intelletto e tutti i suggerimenti dell'astuzia per mettere dei bastoni fra le ruote di certi carri, i quali minacciano di schiacciarci. Avete capito? Cercate piuttosto quei nomi. Addio.

Squitti li conosceva già quei nomi, ma non voleva, non poteva dirli. Per consuetudine fece un inchino profondo innanzi a Salvetti, che aveva ripreso a leggere, e quasi barcollando uscì dallo studio. Quando fu sulla scala discesa un giorno da Concetta Marulla, mentre le stringeva il cuore un'infinita angoscia, egli terse il sudore che gli copriva la fronte. Non pensava che si era quasi compromesso innanzi a Salvetti, per ottenere la liberazione di Riva; ma si doleva acerbamente di non essere, neppure quella volta, riuscito nel suo intento.

Quando uscì dalla casa, la mezzanotte sonava, ed egli si avviò verso il Largo di San Ferdinando, in mezzo a poca gente, non essendo ancora incominciato il gran movimento di persone e di carrozze, che seguiva la chiusura dei teatri. Egli non pensò a fermarsi nel caffè di Europa, come avrebbe fatto, se la condizione dell'animo suo fosse stata diversa. Era tanto agitato, soffriva in modo così acerbo, e non aveva nessuna voglia di discorrere. Presso la chiesa di San Ferdinando salì in una carrozzella, per tornare in casa presso la piazzetta di Materdei; e mentre il cocchiere sferzava con rabbia il cavallo, perchè era costretto a percorrere una via tanto lunga, la quale finiva, con una ripida salita, Squitti continuava ad essere furente in cuor suo contro Salvetti, e certi altri ai quali aveva dato, prima, il nome di amici.

Non gli sembrava possibile che non gli riuscisse di liberare Michele Riva! Era questi un uomo quasi oscuro; si poteva immaginare che da gran tempo non era pericoloso per il governo. Perchè dunque si ostinavano a negargli quella liberazione implorata? Si sarebbe detto che volessero fargli dispetto; e che Salvetti e gli altri lo guardassero con ironia, quando non si lasciavano persuadere dalle sue parole.

Eppure dovevano crederlo, quando proprio lui affermava che Riva, dopo le pazzie fatte nel venti e nel quarantotto, non aveva cospirato più, e solo certi falsi indizii avevano dato argomento all'accusa, contro di lui. Ah! donna Francesca poteva essere certa ch'egli non mentiva, affermandole che si adoperava per ottenere la liberazione del marito. Ella, forse, lo credeva, ma gli altri, ma Teresa, che pensavano di lui?

Circa tre mesi dopo l'arresto di Riva, sembrandogli troppo imprudente di farlo prima, aveva incominciato a lavorare per lui, timidamente; poi, trovando l'ostacolo impreveduto, si era mostrato quasi audace nell'affermare che era innocente; piegandosi a tollerare le ripulse, le osservazioni, battendo a nuove porte; ma sempre inutilmente, perchè il rigore cresceva contro i liberali, ed il governo non era disposto a lasciare in libertà qualcuno degl'infelici che teneva stipati nelle prigioni del Regno.

Squitti si andava dunque persuadendo che, in certi casi, la sua voce non aveva nessuna autorità, presso le persone che pur si servivano di lui come di un istrumento prezioso. E con grande amarezza pensava che a nulla gli servivano gli anni passati segretamente agli ordini di Salvetti e di altri, se chiedeva ad essi un favore speciale. Lo pagavano, ma poi tutto era finito; e non era quella una gente che si lasciasse commuovere da preghiere o convincere da sottili ragionamenti. Eppure tra le persone assai numerose che vivevano facendo le spie vicino al prossimo, poche sapevano come lui essere abili e scaltre, trarre il discorso con semplicità sopra argomenti pericolosi, leggere nei cuori e negli sguardi, seguire in certe aspirazioni audaci il pensiero, che si manifestava appena.

Dalla liberazione di Riva; desiderata da Squitti con tanto ardore, questi credeva che dipendesse per lui la felicità suprema, il solo bene che desiderasse da gran tempo, fin da quando si era acceso di un infinito amore per Teresa; e disperando di vincere il suo cuore in altro modo, bramava di legarla alla sua vita con un vincolo d'immensa gratitudine.

Che giorno sarebbe stato quello, in cui gli fosse riuscito di accompagnare il dottore, liberato da lui, in mezzo alla sua famiglia! Già quando illuso da una fallace speranza, avea sognato quel giorno, gli era parso di vedere come cosa reale la scena che sarebbe avvenuta nella povera casa di Riva nel momento del ritorno inatteso.

Donna Francesca non si sarebbe curata di lui, subito, invasa da una pazza gioia nel rivedere il marito; ma gli altri l'avrebbero udito se egli avesse detto con orgoglio: – Eccolo, sono io che ve lo rendo! – ma Teresa l'avrebbe ascoltato senza respingerlo, commossa per l'infinita gratitudine, se egli, audace per la prima volta accanto a lei, le avesse detto, stringendo la sua cara mano: – L'ho salvato per voi. Per voi mi sono esposto a grave pericolo. L'ho salvato perchè non posso vivere senza il vostro amore! – Ma la dolce visione era sparita, ed egli non potrebbe mai ricondurre il dottore alla sua famiglia!

Squitti era fatto in modo che le sue opere tenebrose non destavano mai rimorso in lui. Non essendo possibile che riuscisse col solo stipendio vivere come bramava, si era servito senza il minimo scrupolo di certe speciali attitudini della sua mente: che doveva importare a lui se a cagione delle insidie, dei tradimenti, delle denunzie, vi fosse gente rovinata, che soffrisse acerbamente, purchè gli riuscisse di avere la sedia a San Carlo ed ai Fiorentini; di servirsi da uno dei sarti di Napoli più schiettamente inglese nel taglio degli abiti, e da farsi notare per la grande eleganza? Anzi qualche volta aveva finito col persuadersi che compiva un'opera meritevole verso lo Stato, cercando colle armi delle quali poteva disporre di allontanare da esso le insidie, di rompere i fili delle cospirazioni, e contribuire a mantenere l'ordine nella città e nel Regno. Viveva dunque in pace, senza chiedere altro alla vita.

Poi, un giorno, era avvenuto nel suo cuore, nella sua mente una specie di rivoluzione, senza che avesse un mezzo qualsiasi d'impedirla, quando si era incontrato con Teresa in casa della Marulla, conosciuta da lui per mezzo di Peppina Salvetti. Egli che era avvezzo a compiacersi in facili e volgari amori, si era stupito nel sentire la forza del sentimento nuovo che l'attraeva con forza irresistibile verso la fanciulla. Allora aveva incominciato a visitare con frequenza la famiglia Riva, a guardare con occhio geloso Antonio e Filippo, benchè avesse finito coll'essere certo che non amavano Teresa. Più tardi aveva accolto la disperazione nell'animo, acquistando la certezza che un abisso insuperabile lo separava dalla fanciulla. Egli conosceva il passato di Riva, e si era subito accorto che erano tutti in quella famiglia avversi al governo; capiva, pure che si diffidava di lui, a dispetto della cortesia apparente. E quella diffidenza indovinata da lui, che pur non si era preoccupato mai della diffidenza destata in altre persone, era divenuta per il suo spirito, un tormento perenne, intollerabile. Riva, ne era certo, non gli avrebbe mai concesso la mano di Teresa; e questa, sospettando come gli altri, aveva forse in cuore una profonda avversione per lui. In qual modo avrebbe potuto far dileguare quei sospetti, acquistare la stima e l'affetto della famiglia Riva?

Certamente l'amore aveva cambiato in qualche modo Squitti, ma non per questo l'aveva messo sulla via di redimersi. Voleva l'amore di Teresa: amore profondo e costante pari a quello di Assunta per Filippo; si rodeva dentro, provando uno strazio non mai conosciuto prima, quando immaginava da certi indizii che Teresa amasse un altro; ma per lui tutti i mezzi, tutte le arti erano buone per ottenere quell'amore; fatta eccezione della violenza, non volendo costringerla in qualche modo a divenire sua moglie, ma ottenere liberamente il suo cuore.

L'aria fresca della sera non rese meno ardente la fronte di Squitti, quando la carrozzella, lasciando indietro le Fosse del grano ed il Museo, giunse sulla strada di Santa Teresa; dove la temperatura era così diversa da quella di Chiaia e di Toledo, e dai giardini si diffondeva un profumo acuto di fiori d'aranci. La luna illuminava le facciate diverse delle case, e sotto un piccolo balcone socchiuso di fronte alla Chiesa di Santa Teresa, alcuni giovani popolani sonavano la chitarra e il mandolino, accompagnando un altro giovane, il quale cantava per la fanciulla del suo cuore «fenesta che lucive».

Squitti, passando sdraiato sui duri cuscini della carrozzella, guardò con rabbia quei giovani. Erano poveri, menavano una dura vita nel quotidiano lavoro; ma non erano costretti a fingere sempre come lui, a piegare il capo, a mostrare di non sentire o non capire, se erano colpiti da qualche allusione offensiva. In questo caso essi, colla fronte alta, col viso ardente d'ira, mettevano la mano al coltello, per difendere, come sapevano, l'onore offeso. E se l'amore s'accendeva nei loro petti, osavano parlarne apertamente alla donna amata. Forse una fanciulla appassionata e buona, fiorente di bellezza, ascoltava commossa lassù, presso il balcone socchiuso, il giovine cantore, che trasfondeva l'anima nelle meste note.

Egli invece, il signore, che viveva quasi nel lusso, che tornava passando vicino a quei giovani nella bella casa adorna, aveva tollerate con apparente umiltà, quella sera, le parole ironiche di Salvetti, e non poteva dire a Teresa che l'amava!





2 Nell'originale cartaceo questo è il capitolo VII e la numerazione dei capitoli prosegue saltando il capitolo VI. In questa edizione elettronica abbiamo normalizzato la numerazione dei capitoli [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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