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VII.
In fondo al piccolo cortile della casa abitata dalla famiglia Riva, dove non giungeva neppure l'eco del grande movimento che anima il centro di Napoli, ed i suoi quartieri più popolati, il cancello di legno era socchiuso; e fra le sbarre mal tornite si scorgeva il fogliame scuro degli agrumi, in mezzo al quale biancheggiavano innumerevoli libri.
Antonio giunse nel cortile con passo affrettato, perchè gli premeva di vedere presto Severino, al quale doveva comunicare importanti notizie. Stimando che si trovasse nel giardino, che vide aperto, andò innanzi nel viale di fronte al cancello calpestando lo strato di petali bianchi caduti dagli agrumi.
In fondo al corto viale egli svoltò presso il muricciuolo nascosto da una fitta siepe di rosai, dal quale si domina da grande altezza la triste valle delle Fontanelle, e si diresse all'angolo opposto del giardino, verso un piccolo pergolato, sotto il quale il suo giovine amico passava qualche volta il tempo studiando. Invece vide Teresa che lavorava seduta presso la ringhiera, la quale formava una specie di balcone verso l'estremità del muricciuolo.
La fanciulla era stata sempre sofferente quel giorno. Al dolore perenne che incombeva da tanto tempo sulla sua povera casa, si univa l'intimo dolore, divenuto forse più intenso perchè era costretta a celarlo. E poi l'incessante lavoro le cagionava spesso una grande stanchezza. La necessità di respirare all'aperto, in quella calda giornata di maggio, e un vivo desiderio di solitudine l'avevano indotta a scendere in giardino, lasciando la mamma con Assunta e donna Amalia.
– Teresa, – disse Antonio, seccato di non trovare l'amico, – sai dove sta Severino?
La fanciulla, che voltava le spalle allo stretto viale donde era venuto il giovane, trasalì nell'udire la cara voce, e si volse in fretta commossa dalla visita inattesa. Quasi tremante rispose:
– Severino è uscito, non tornerà, forse, prima di un'ora.
– Che noia! – esclamò Antonio, il quale porse la mano a Teresa, – dovrei trovarmi fra un'ora con altri amici alla Marina; eppure è necessario che veda prima Severino.
– Devi dirgli cose importanti?
– Sì.
Lo stato di scoramento profondo nel quale si trovava Teresa, le toglieva anche la fede nel trionfo dell'ideale, che accendeva tanto zelo e tanto amore nell'animo di Antonio e di Severino. Ella non chiese quali fossero le notizie importanti, e come se temesse che Antonio, guardandola negli occhi vi leggesse il suo segreto, chinò di nuovo la fronte verso il lavoro, tacendo.
Antonio era molto preoccupato e triste. Non badò all'accoglienza alquanto fredda di Teresa, e sedette di fronte a lei sul banco di pietra appoggiato il muricciuolo, presso la ringhiera. Egli disse:
– Sono costretto ad aspettare Severino. Ti fermi ancora qui?
– Sì, Assunta mi chiamerà dalla finestra appena Severino sarà tornato.
– Se non ti dispiace resto qui ad aspettarlo.
– Come vuoi, – rispose Teresa, cercando di lavorare coll'usata perfezione, ma non vi riusciva; perchè avendo notato la tristezza di Antonio sentiva uno spasimo acuto di gelosia. Certamente, come spesso avveniva, egli pensava a lei, a quella fanciulla, che le pareva anche felice nella pace del sepolcro, nella morte, poichè Antonio l'amava ancora.
Il giovine, aveva deposto il cappello sulla panca, e terse il sudore che gli copriva la fronte. Aveva corso tanto sperando di parlar subito con Severino, e di aver poi il tempo di ritrovarsi cogli amici comuni, che l'aspettavano. Ed era quello per lui un giorno nel quale ogni momento d'inerzia gli pareva opprimente, e gli era necessaria l'azione continua, per allontanare un ricordo straziante. Già da qualche settimana, come sempre avveniva in quella stagione dell'anno, sortiva che il giorno terribile si avvicinava. Mille ricordi affievoliti nelle solite occupazioni della vita giornaliera, nel lavoro costante, nell'azione febbrile per la causa che amava, e nell'alternarsi perenne delle speranze, dei timori, dei pericoli, tornavano in quel tempo insistenti nel suo pensiero, erano padroni assoluti dell'animo suo. Ed egli soffriva così intensamente nella chiara visione del passato, che, per una specie di reazione di tutto l'essere suo contro quel dolore, cercava di allontanarlo, benchè non vi riuscisse.
Il sole tramontava, dietro il castello di Sant'Elmo, che non si vedeva dal giardino dove le rose e gli agrumi fioriti mandavano un profumo inebriante. Ogni ramo era coperto di fiori bianchi, ogni cespuglio era coperto di rose, e già si aprivano sulla grande magnolia i primi fiori. La festa del giardino fiorito, l'allegria del sole, che irradiava ancora le ville disseminate più in alto sulla collina, contrastava colla tristezza della valle già immersa nell'ombra. Nel fondo di essa, a grande profondità, a piè dei giardini digradanti fino alle piccole case, si scorgeva bruna e tortuosa la strada che mena al camposanto delle Fontanelle, ed un carro mortuario coi fanali accesi passava, tirato lentamente dai cavalli stanchi.
Verso la destra l'ospizio della Vita aveva i finestroni aperti, e dal grande vano di quello centrale, al secondo piano, si scorgeva una fila bianca di letti. Nel giardino dell'ospizio, nella valle, si vedevano gruppi di persone vestite di grigio. Non era possibile distinguerne i volti dal giardino dove erano Antonio e Teresa, ma questi sapevano che erano donne e bambine infelici, orfane o ammalate raccolte laggiù dalla carità, nella triste casa, presso il grande giardino murato, che tutto lo splendore del maggio napoletano non giungeva a render gaio.
Antonio taceva guardando la valle, ed un ultimo e pallido raggio di sole, passando attraverso le foglie spesse delle passiflore irradiò la sua bella fronte che ardeva. Collo sguardo intento egli seguiva il carro mortuario, ma non dava un pensiero al povero essere ignoto a lui ed al mondo, portato laggiù all'eterno riposo, senza la compagnia di una persona cara, e che forse non aveva neppure un fiore sul vecchio drappo nero, che nascondeva la bara. Ma quella specie di visione apparsagli della morte e del dolore, alla vista dell'ospizio e del carro funebre, a piè della collina olezzante e fiorita, gli fece provare una specie di sgomento pauroso, un'oppressione intollerabile.
Egli dimenticò allora il motivo pel quale era venuto a cercare con tanta premura Severino, le notizie ricevute in segreto dal Piemonte, che avevano destato nell'animo suo un'ardente speranza; il pericolo al quale andrebbe incontro fra poche ore, quando sarebbe raccolto nel mistero, fra mille insidie, con altri compagni. Tutto l'antico amore per Elisa, tutto il dolore per la sua felicità perduta, piegarono finalmente la forte anima sua, e sul suo volto apparve come un riflesso dello strazio infinito che gli stringeva il cuore.
Teresa smise di lavorare: aveva indovinato che una tempesta di memorie dolorose agitava quella povera anima travagliata al pari della sua. Ma perchè soffriva egli quel giorno così intensamente; perchè la calma consueta l'aveva abbandonato, ed egli era incapace di dominare il proprio cuore?
Se non le fosse mancato il coraggio in quel momento l'avrebbe pregato di parlarle, di confidarle i suoi pensieri segreti, benchè sapesse che ogni sua parola le avrebbe messa nel cuore un'altra spina; ma forse egli avrebbe sentito nel parlare un senso di sollievo, ed ella avrebbe appagato il desiderio ardente, che pure accoglieva in sè tanta amarezza, di sapere qualche cosa di quell'Elisa, che le rapiva dalla tomba, ogni speranza di felicità.
Il carro sparve svoltando nella via; la campanella dell'ospizio prese a sonare quasi festosamente, come se sdegnasse di piangere il giorno che moriva; e pareva che il suono allegro dicesse alle povere donne, alle orfane sparse nel giardino o raccolte nelle sale, che un altro giorno della loro triste vita era passato; che più vicina era l'ora della liberazione, la calma che segue la tempesta, la luce eterna che vince le tenebre del dolore. Antonio alzò la fronte, che era stata china verso la valle; Teresa che piangeva volse il capo rapidamente, perchè non vedesse le sue lagrime; e lasciando il lavoro, parve intenta solo ad annodare insieme, per renderli più corti, due rami di passiflore che scendevano sfiorandole i capelli e la fronte. Ma era troppo tardi: Antonio aveva già visto le lagrime sul dolce volto, e benchè non conoscesse tutto il cuore di Teresa, capì che piangeva per lui. Allora si pentì acerbamente del suo egoismo, della sua debolezza. Non era stato crudele, pensando solo a sè, al suo passato, e contristando col silenzio, coll'aspetto quella povera fanciulla, così bersagliata dall'avversa fortuna? Con dolcezza le chiese:
– Che cosa debbo perdonarti? – chiese lei, che lasciò i rami annodati per riprendere l'ago.
– Lo so che sono stato cattivo, adesso, con te; mostrandomi debole come un fanciullo; non pensando che ti davo dispiacere. Perdonami, soffro tanto oggi.
– Perchè soffrì così? – domandò Teresa con voce alquanto mutata, senza guardarlo.
– Sai bene che non parlo mai del passato; neppure a te, ad Assunta, che siete le mie sorelle. Il tempo che mitiga tutti i dolori mi ha dato una pace senza gioia, quando non vengono certi giorni tristissimi, nei quali sento tutto il peso della mia sventura. Ma non ho il coraggio di raccontare quello che è stato.
– Voglio sapere, – disse Teresa, quasi crudele nell'insistenza; e in fatto voleva sapere, misurare dalle parole di lui tutta la grandezza di quel funebre amore; conoscere perchè l'amava ancora così intensamente colei che era morta da dieci anni. Tanti avevano in quel tempo mutato affetti e pensieri; cessato di rimpiangere una felicità perduta, per cercare altre gioie; dimenticate le tombe dei morti per trovare nelle ore fuggevoli della giovinezza l'amore; e fra le nuove ebbrezze del cuore avevano allontanato il ricordo di tempi fuggiti per sempre, la visione di qualche bene perduto. Con quali catene, che il tempo non poteva frangere, l'aveva Elisa legato a sè? Quale era stata la bellezza del suo volto, la malia del suo sorriso?
Teresa ripetè dopo breve silenzio:
– Voglio sapere!
Antonio aveva affermato il vero; dopo la morte di Elisa non aveva mai parlato ad alcuno della sua sventura. Sapeva che non gli sarebbe riuscito di farlo senza che la sua voce vibrasse di passione e di dolore; e senza che le lagrime offuscassero gli occhi suoi. Una grande ritrosia di mostrare quella sua debolezza quasi femminile gli aveva imposto il silenzio, e gli sembrava pure che avrebbe profanato in qualche modo il nome, la memoria di Elisa, dicendo di lei a chi l'avrebbe ascoltato solo con una curiosità cortese, o una compassione non molto lontana dall'indifferenza.
Nell'udire l'insistente domanda di Teresa, egli perplesso, guardando la sua buona amica, tanto diversa nell'aspetto dalla bionda fanciulla perduta, ma tanto simile a lei nel cuore, sentì che poteva parlarle allora di Elisa. Non piangeva per lui nella tristezza infinita di quell'ora? E poi egli credeva per un caso nuovo, che meno acerbo sarebbe divenuto l'intimo suo dolore, se l'avesse diviso in qualche modo con Teresa, parlandone con lei; ma taceva ancora, tenendo gli occhi bassi, come se guardasse intento l'erba cresciuta fra le lastre di pietra grigia, ai suoi piedi; in mezzo alla quale passava una lunga fila di formiche. Teresa disse:
– Sì.
– Come l'ami ancora!
Antonio non capì l'angoscia espressa da quelle parole. Tutta l'anima sua era invasa dal ricordo della morta. Era quella l'ora fatale in cui l'avea perduta. Teresa riprese a dire:
Parve che Antonio non avesse udito; disse:
– Fu a quest'ora che mi portarono via pazzo, delirante dalla sua camera.
– Era morta? – chiese Teresa pallidissima, colla fronte bassa, aspettando con desiderio ardente e con ansia dolorosa le parole di Antonio: e intanto strappava in minuti pezzi, lentamente, una foglia di passiflora caduta sulle sue ginocchia.
– Sì; era morta, dopo tante speranze e tanto amore; quando già si sperava che fosse salva da una grave malattia. Eri bambina allora; lo sapesti che la mia fidanzata era morta; non mi vedesti per molti giorni, ma non potevi capire quello che soffrivo.
– Sì! Era figlia di un mio venerato maestro, amava l'arte con passione; e tante volte accanto al padre suo avevamo passato insieme le ore lavorando. Più tardi divenne la mia fidanzata. Eravamo felici allora, vivevo solo per l'arte e per lei. Non vi era un ostacolo alla nostra felicità; fra pochi giorni saremmo stati sposi, ed io, ne sento rimorso adesso, prendevo appena parte col pensiero al movimento, alle speranze che agitavano in quel tempo tutta Italia. L'amore, la felicità mi avevano quasi reso egoista. Vi era già la tempesta accanto a noi, ma non vi badavo; e quando non ero con Elisa, lavoravo nel mio studio, febbrilmente, anelando alla gloria per amor suo. Poi ella si ammalò, e mentre la rivoluzione era scoppiata in Napoli, la sua famiglia ed io pensavamo solo a strapparla alla morte. Era così debole e sfinita la sera del quattordici maggio! ma il medico venuto a visitarla, senza tener conto dei pericoli che poteva incontrare per via, ci aveva, assicurato che era salva. Eravamo egoisti, noi, e mentre la città si trovava in quella terribile condizione avevamo in cuore, per la salvezza di lei, un'esultanza infinita!
Antonio tacque, come se volesse raccogliersi in sè prima di dire la parte più dolorosa del suo racconto.
– Che cosa avvenne dopo? – chiese Teresa, che l'ascoltava intenta, respirando appena; soffrendo come lui, perchè anche il suo amore era triste, senza speranza di giorni lieti.
– Sai che cosa accadde in Napoli nella terribile giornata del quindici maggio nel quarantotto. Tante volte la mamma ne ha parlato con terrore a te, ad Assunta, perchè il dottore si trovò sulle barricate e fu salvo per miracolo. Elisa dimorava nella casa d'angolo di fronte al palazzo Gravina. Puoi immaginare quale fosse il nostro spavento per lei, quando dalla strada giunse nella sua camera il rumore terribile del tumulto popolare e quello delle fucilate, e venne assalito dalla plebe il palazzo Gravina.
Elisa divenne convulsa. Tutta la famiglia ed io eravamo presso il suo letto, cercando di confortarla, ma la sua agitazione cresceva sempre. Un suo fratello studente di medicina credette urgente di andare in una farmacia vicina, per avere un calmante. Certamente la farmacia era chiusa, ma il suo padrone abitava in un piccolo quartiere che comunicava con essa; in ogni modo si doveva indurlo a dare il rimedio che pareva indispensabile. Il fratello di Elisa uscì, ma giunto appena sulla strada fu travolto in mezzo al popolo ed ai soldati, e non potè ritornare indietro.
Elisa si accorse della sua assenza e incominciò a chiamarlo, a smaniare. Voleva assolutamente vederlo, subito, cogli altri suoi cari. Fummo costretti a dirle che era uscito; verrebbe presto; invece non tornava ed Elisa era già delirante. Ora parlava al fratello assente, come se fosse stato accanto a lei; ora credeva che fosse già morto, e spesso il rumore delle fucilate copriva la sua voce.
– Le uccisero il fratello? – domandò Teresa.
– No, dopo circa tre ore gli riuscì di tornare, lacero, ferito al braccio, senza la medicina cercata con tanto pericolo. Trovò Elisa morente, che non lo riconobbe. Allora bruciava già il palazzo Gravina.
Antonio pareva così oppresso, che Teresa non osò più interrogarlo, quando tacque. Dopo alcuni istanti di silenzio egli riprese a dire:
– La vestirono più tardi coll'abito nuziale già pronto, e la vegliai tutta la notte colle sue sorelle. Non vi erano fiori in casa per lei, e non era possibile averne. Solo due ceri ardevano vicino al lettuccio. Dal balcone aperto entrava la luce sinistra dell'incendio. Le sorelle tremanti, sbigottite, non avevano neppure la forza di pregare per lei nella terribile veglia. Pareva che da un istante all'altro la loro casa verrebbe anche avvolta dalle fiamme, e che non vi fosse più speranza di salute per gli altri loro cari, per esse che vegliavano la sorella. Elisa era stata uccisa, e non potè neppure riposare nella pace della morte. Dopo quella sera ho cospirato sempre. Non odio nessuno, neppure quelli che l'hanno uccisa. Ella era un angiolo di bontà; e parmi che non debbano aver posto sentimenti cattivi nel cuore che ha tanto amato. Vorrei esser sempre degno di lei. Ma quando è morta, vicino all'amore per lei ne è sorto un altro in me, e tu sai se è profondo!
Teresa sospirò commossa di un'infinita pietà per la fanciulla morta. Antonio diceva il vero: ella sapeva come fosse intenso l'altro amore che accendeva pure l'anima sua, e gli faceva mettere a rischio ogni giorno la libertà e forse la vita.
Tacquero entrambi per qualche tempo, immersi nei loro pensieri, senza che Teresa potesse dire una parola per confortare Antonio. Era stata insistente per indurlo a parlare, rinnovando in modo più vivo il suo acerbo dolore: ma non sapeva consolarlo colla dolcezza dell'amicizia!
Gli ultimi raggi del sole avevano abbandonata la collina, e sul cielo di una tinta grigia luminosa si allungavano certe nubi strette, di fuoco. Erano sempre ridenti le ville disseminate, le colline sulle quali i pini ombrelliferi si alzavano ornandone la curva bruna dal palazzo reale di Capodimonte fino alle case aggruppate dell'Arenella; ed alla viva luce rosea pareva che la primavera diffondesse una giocondità infinita sul verde e sui fiori. Ma nell'angolo del giardino, sotto le passiflore, due povere anime travagliate non avevano pace; le orfanelle senza speranza di felicità terrena pregavano raccolte nella piccola cappella della Vita, e la morte e la sventura aleggiavano sopra il Palazzo reale, che si alzava fra le macchie scure del bosco, chiudendo a destra il paesaggio.
Assunta da una finestra, chiamò Teresa, questa si volse verso la casa e chiese:
– Adesso, e la mamma ti desidera.
Assunta scorse Antonio vicino alla sorella e gli domandò:
– Sali anche tu?
– Sì.
Antonio si alzò al pari di Teresa, ed entrambi passarono tacendo vicino ai rosai fioriti. Teresa precedeva Antonio sullo stretto viale, e la sua persona colla veste chiara, di estate pareva più gentile e bella in mezzo al verde del giardino. Le sue trecce nere aggruppate con arte da Assunta erano più lucenti in quell'estremo splendore del giorno; ma Antonio non vedeva la sua bellezza, e non sapeva leggere nell'anima sua. Era lontano ancora col pensiero, nella camera dove Elisa non aveva riposato in pace, nella morte, ai sinistri bagliori dell'incendio.
Nel viale degli agrumi calpestarono insieme passando i petali bianchi sparsi al suolo; non curanti della primavera, tristi e scorati; mentre forse le rose parlavano insieme d'amore nei folti cespugli, e le grandi magnolie fiorite esultavano nel tepore dell'aria profumata.