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VIII.
Schwarz non vide subito, come desiderava, la sua vicina bionda e la bruna, poichè da un giorno appena abitava nella nuova casa, quando un ordine inatteso lo costrinse a partire per Caserta, dove stette tre mesi in distaccamento, con molta soddisfazione di donna Amalia e anche delle fanciulle Riva; le quali potevano discendere sole in giardino o presso la loro buona amica, quando non abitavano nella casa vicini molesti.
Il tempo sembrò lungo a Schwarz nella dimora uggiosa in Caserta: e spesso nel silenzio del maestoso palazzo reale, o nei viali degl'immensi giardini, lo struggeva un ardente desiderio del suo villaggio nativo e delle cime nevose delle sue montagne.
Finalmente ritornò in Napoli, lasciando a Caserta la noia e la malinconia, e veniva a riprendere possesso del suo quartierino, quando incontrò sulle scale della casa, al vicolo Calce, le fanciulle Riva, che uscivano accompagnate da don Gaetano.
La giornata di agosto era stata meno calda della precedente, e donna Francesca aveva quasi costretto le figliuole ad uscire per una breve passeggiata in campagna, verso il Palazzo reale di Capodimonte. Don Gaetano fu compreso di un rispetto profondo, al quale si univa una certa paura, trovandosi di fronte un ufficiale svizzero. Egli fece subito un saluto profondo, col vecchio cappello a cilindro che donna Marietta l'obbligava a portare, invece di uno a cencio nuovo, ch'egli aveva comprato in un momento di distrazione imperdonabile, dimenticando che i cappelli di quella forma erano proibiti dal governo!
Il tenente salutò e facendo un atto di cortesia insolito per lui rimase fermo presso il muro, quasi impalato come i Croati che Giusti vide in Sant'Ambrogio, e lasciò che le ragazze gli passassero dinanzi. Queste risposero appena al suo saluto, seccate di vederlo, perchè avrebbero preferito che restasse per un pezzo ancora lontano, a fare la guardia a re Ferdinando. Appena furono passate, Schwarz riprese a salire per andare in casa sua, quasi abbagliato dalla bellezza rara delle fanciulle, e specialmente da quella di Teresa, più conforme all'ideale di beltà meridionale vagheggiato dalla sua fantasia. Ricordò allora il suo primo colloquio con donna Amalia, e stimò che fossero quelle le sue vicine: la bionda e la bruna, alle quali non aveva mai pensato nella lunga dimora a Caserta, dimenticando anche la loro esistenza. Si rammentò pure del «così» usato da donna Amalia, per dargli un'idea del grado di bellezza delle ragazze e sorrise. La zitellona ossuta e gialla era forse gelosa delle sue vicine, e non voleva mostrare di valutarne come si doveva la bellezza?
Schwarz entrò nelle sue stanze, cantando sottovoce una canzone della sua valle, lieto di essere giovine, forte, ben pagato per il servizio che prestava; senza un pensiero molesto nella mente, un ricordo triste nel cuore. E poichè gli toccava pure la fortuna di avere quelle bellissime vicine, gli parve che fosse più ridente il paesaggio, quando lo guardò dalla finestra spalancata; più viva la luce che irradiava la sua camera.
Certi suoi compagni, da lui visti in quartiere, prima che tornasse a casa, gli avevano parlato di nuovi sospetti che agitavano il governo; di minaccie che venivano da lontano. Forse da un'ora all'altra sarebbero chiamati a difendere colle armi il re e lo Stato. Egli nell'udirli aveva alzato le spalle: i tristi presagi non erano fatti per contristarlo. Non capiva nulla della condizione del popolo in mezzo al quale viveva. Quei popolani che vedeva allegri per le vie, in mezzo all'abbondanza di ogni cosa, quei gentiluomini dei quali non intendeva nè i segreti dolori, nè le aspirazioni represse colla forza, nè le ardenti speranze, celate sotto una spensieratezza apparente, gli parevano la gente più felice di questa terra. Non avrebbe immaginato mai che tanta parte dei napoletani sentisse come cosa intollerabile il peso della lunga oppressione, e fosse vicina ad alzare il capo. E poi per lui, come per Concetta Marulla, la potenza del re che governava quel popolo era formidabile, e nulla potevano contro di essa le minacce che venivano fatte da vicino o da lontano, e le insidie di un branco di liberali imbelli. Non doveva essere incrollabile il trono sorretto dal braccio di tanti suoi concittadini, che si sarebbero, con lui, opposti al furore della plebaglia, se questa, per un caso inverosimile, si fosse ribellata al re, invece di sostenerlo? Non erano anche capaci di mettere in fuga, con un paio di fucilate, tutti i liberali di Napoli e d'Italia, ammettendo che osassero in qualche momento di pazzia affrontarli? Poteva dunque Schwarz cantare in pace la canzone della sua valle, e pensare, senza curarsi d'altro, alle sue belle vicine, specialmente alla bruna!
Schwarz ebbe ben presto la certezza che donna Amalia era stretta da molta amicizia alle fanciulle Riva, e passava con esse gran parte della giornata e tutte le sere. E poichè il desiderio di vedere con frequenza Teresa, e di essere ammesso in casa sua, diveniva ardente in lui, stabilì di rivolgersi alla sua vicina, per essere presentato alla famiglia Riva.
Allora cercò d'incontrarla sulle scale, e, quando vi riusciva, era pronto nell'attaccare discorso con lei, avendo stabilito di manifestarle senza molto indugio il suo desiderio. E se, per caso, ella si fosse negata a contentarlo, egli avrebbe saputo imporle la sua volontà, senza esitare; perchè a lui, come a tutti i suoi compagni, pareva di stare in un paese di conquista, dove tutti dovessero cedere innanzi ad un'autorità appoggiata sulla forza delle armi.
Nell'animo di donna Amalia non cessava innanzi a Schwarz un senso di paurosa riverenza, anche vedendolo cortese più di quanto si poteva sperare; ma la diffidenza sorta in lei quando le aveva chiesto, nel loro primo incontro, se vi fossero belle ragazze nella casa, era svanita. Non essendo capace di scrutare gl'intimi pensieri degli altri, stimava che Schwarz non si preoccupasse delle sue vicine, non avendole più fatto altre domande indiscrete intorno ad esse.
Imbruniva, parecchie sere dopo il ritorno del tenente, e donna Amalia seduta nella sua camera modesta, presso la finestra aperta verso i giardini, lavorava senza curarsi del tramonto splendido, delle nubi d'oro, dell'orizzonte luminoso. Ella soleva guardare il cielo solo quando era costretta ad uscire, se vi era qualche minaccia di pioggia, per vedere se fosse necessario di portare l'ombrello; e la natura non parlava mai all'anima sua.
Poteva la collina di fronte a quella finestra splendere, per così dire, in una festa della luce, quando fiorivano i mandorli, e pareva spruzzata di neve. Potevano in certe notti serene assumere forme strane le ville illuminate dalla luna, presso le macchie folte ed i pini; quando un silenzio profondo regnava in quella parte estrema della città, e pareva che la scena luminosa non fosse una cosa reale, ma il miraggio di una regione lontana e soprannaturale. Donna Amalia non vedeva il cielo, non si curava della bellezza ridente del suo paese. Solo quando le rose, le magnolie, gli agrumi mandavano nella sua camera un odore troppo acuto, che le faceva provare qualche volta una leggiera vertigine, chiudeva sospirando i vetri della finestra, e si doleva che vi fossero tanti fiori nei giardini!
Ma quella sera già da gran tempo erano morti gli ultimi fiori degli agrumi; le rose di maggio aspettavano per rifiorire l'autunno, dolce in Napoli come la primavera; e la grande magnolia rifletteva, sulle terse foglie, l'ultimo fulgore della luce; ma la gloria dei suoi candidi fiori era finita come finiscono tante glorie umane. Donna Amalia poteva senza molestia sedere presso la finestra spalancata!
Il ricamo sul quale aveva passato intenta gran parte del giorno riposava in pace sopra una sedia accanto a lei; e nel silenzio in mezzo al quale l'anima può darsi intera, senza distrazioni esteriori, a tutta la dolcezza, l'intensità o l'ardore dei proprii affetti, donna Amalia lavorava con molta cura intorno ad un guanto di lana verde.
Era quel lavoro un suo segreto, custodito con gelosa cura, e solo i passeri che riposavano sulla magnolia le ali stanche, le rondini sole che si abbassavano nei larghi giri verso il giardino, tornando nei piccoli nidi, avevano forse volto uno sguardo indiscreto verso il guanto verde, e le mani ossute, che lavoravano lentamente, con una specie di tema rispettosa.
Da qualche tempo don Eugenio, che non cessava di visitare la famiglia Riva, quando poteva, evitando per eccessiva prudenza d'incontrarsi con Squitti, avea dovuto abbandonare i suoi guanti verdi, così logori che non era più possibile di rammendarli. Questo aveva cagionato a donna Amalia un gran dolore, distraendola alquanto dalle sue tristi preoccupazioni per la famiglia Riva, sulla quale non splendeva mai un raggio di speranza.
Ella era stata per lungo tempo combattuta fra il desiderio di fare per quel poveretto un nuovo paio di guanti, e la difficoltà dell'impresa, che la paura rendeva quasi insuperabile; sia perchè non era esperta in quella specie di lavoro, che a parer suo doveva essere eseguito colla massima perfezione, affinchè fosse degno di don Eugenio; sia perchè, non sapeva immaginare un mezzo per dargli poi i guanti, senza offenderlo. e senza compromettere anche, in qualche modo, la dignità della donatrice.
Dopo alcuni tentativi segreti ed infruttuosi era finalmente riuscita, e si compiaceva dell'opera sua. Già il dito pollice si arrotondava all'estremità con una dolce curva, senza nessuna punta spiacente, l'indice si allungava già vicino al pollice, più stretto, colle maglie uguali e perfette: e donna Amalia avrebbe sorriso al guanto verde, se non fosse stata alquanto inquieta pensando al mignolo, il quale, più stretto, doveva a parer suo riuscire più difficile.
Ma poichè l'opera era quasi riuscita, in qual modo potrebbe dare più tardi i guanti a don Eugenio? Per la centesima volta ella cercava di risolvere l'arduo problema, quando sentì un passo d'uomo nella stanzetta che precedeva la sua camera, e la voce di Schwarz disse con accento che le parve beffardo:
– Donna, Amalia, permettete?
Ella balzò in piedi. Certamente la stupida servetta che veniva ogni mattina per due ore in casa sua, ed era tornata quel giorno per portarle alcune uova, avea lasciato nell'andarsene l'uscio aperto; e colui era entrato senza sonare! Ella fu così sgomentata che non pensò neppure nella fretta a nascondere il guanto; si avvicinò all'uscio socchiuso della camera e salutò, senza parlare, con un lieve inchino, Schwarz ritto innanzi a lei che si lisciava i baffi, come spesso usava. Egli disse:
– Vengo a farvi una visita, da buon vicino. Vi disturbo forse?
– No! – balbettò lei, alquanto rinfrancata; e mentre diceva: – Venite pure avanti, – ricordò il guanto e gittò su di esso uno sguardo quasi disperato.
Schwarz era già entrato. Egli guardò curiosamente la cameretta della sua vicina, ed in un baleno, vedendola così ordinata e linda, ripensò al suo paese lontano, dove le buone massaie rassettavano con egual cura le modeste case. Ma sua madre era morta, e nessuna bionda fanciulla l'aspettava lassù dopo avergli dato il cuore. Il ricordo fugace, senza l'amarezza di un rimpianto, svanì in lui, ed egli ripensò allo scopo della sua visita. Sedette sopra un seggiolone di vecchia forma, ricoperto con una veste a quadretti azzurri e bianchi, e donna Amalia riprese il suo posto, quasi di fronte a lui, vicino alla finestra. Sulla sedia, in mezzo ad essi, il guanto verde era esposto, pur troppo, agli sguardi indiscreti, senza che donna Amalia, osasse riprenderlo per lavorare.
Il tenente non aveva quella sera nessuna occupazione e si annoiava. Era già stato due volte nella settimana precedente al teatro senza divertirsi. San Carlo era chiuso; nel teatro dei Fiorentini, quasi deserto, recitava una meschina compagnia fischiata volentieri dal pubblico, e il teatro dialettale dove l'attore Petito avea resa gloriosa nell'arte la figura di Pulcinella, non l'attraeva, perchè non gli riusciva di capir bene il dialetto. Nelle altre famiglie napoletane dove la sua presenza era tollerata, non si trovava nessuna fanciulla che gli piacesse quanto Teresa. Voleva dunque esserle presentato, senza altro indugio noioso. Ciò non toglieva che, a dispetto dell'usata baldanza, fosse alquanto imbarazzato prima di manifestare il suo volere a donna Amalia.
Dopo che ebbe parlato brevemente con lei del caldo, della città deserta alquanto, perchè molti l'abbandonavano per villeggiare nei vicini comuni Vesuviani, Schwarz guardò per caso il guanto. Lo prese, un po' stupito, e chiese:
– Come, con questo caldo fate guanti di lana, voi?
Donna Amalia arrossì: non era stata mai in vita sua tanto confusa, no! Neppure quando don Eugenio Teppi, incontrandola in casa Riva, le rivolgeva la parola. Non rispose. Schwarz non badava più al guanto che mise sulla sedia. Egli chiese:
– Siete molto amica delle vostre vicine, è vero? Della bruna e della bionda?
Donna Amalia trasalì, dimenticando il guanto, e anche don Eugenio Teppi! Con inquietudine guardò il tenente, e poichè bisognava rispondergli, disse:
– Sì, da molto tempo conosco la famiglia Riva.
– Ah! si chiamano Riva? L'ordinanza mi aveva detto il loro nome, domandato da lui al portinaio; ma era diverso. Quell'animale non giunge mai a capire quello che gli dicono in italiano. Siete dunque amica della famiglia Riva. Mi annoio molto in questa casa, dove non conosco altri che voi.
Schwarz tacque, quasi desideroso che donna Amalia indovinasse il suo pensiero, e gli offrisse spontaneamente di presentarlo. Ella non badò alla forma, poco cortese verso di lei, delle parole udite; ma, con una perspicacia veramente insolita in lei, indovinò che il tenente voleva essere presentato in casa Riva, e tremò di paura. Non era già tanto dolorosa la condizione di quella povera gente? Dovevano anche essere costretti a tollerare le visite di Schwarz? E poi Severino, Antonio, Filippo, permetterebbero a colui di fare la conoscenza di quelle fanciulle delle quali parlava con una famigliarità quasi offensiva, chiamandole la vicina bionda e la bruna? Eppure quali conseguenze terribili potrebbe avere per quei giovani, ai quali la legava tanto affetto, un rifiuto opposto al volere di Schwarz? Questi riprese a dire:
– La sera va sempre qualcuno in casa Riva. Ricevono, è vero? si divertono.
– Ah! poveretti, come volete che si divertano? Da circa nove mesi il dottore è in prigione, alla Vicaria. Sono tanto infelici!
– Il dottore è in prigione! È dunque un malfattore, o un liberale, nemico del vostro re, del governo?
Gli occhi di donna Amalia si velarono di lagrime. Rispose con un calore del quale nessuno l'avrebbe creduta capace:
– Il dottore è un santo; credetelo. Nessuno è più onesto di lui. L'hanno accusato ingiustamente; non ha fatto, non voleva far male a nessuna.
Schwarz sentiva un gran disprezzo per quell'uomo, che aveva osato, certamente, alzare il capo contro il governo.
Non era un pazzo, colui? Non lo sapeva che lo Stato sorretto dai battaglioni svizzeri era intangibile? Riprese a dire:
– Che m'importa del dottore; non lo conosco. In ogni modo si riceve in casa loro.
– Ci vanno solo alcuni vecchi amici del dottore, certi compagni di suo figlio Severino, ed un loro parente, fidanzato di Assunta. Non ricevono altri, non...
Gli occhi di Schwarz si accesero d'ira. Interruppe donna Amalia e chiese con voce turbata:
– Chi è Assunta? È la bruna, forse?
Il volto di Schwarz si rischiarò per un istante, poi l'assalì un nuovo sospetto. Chiese:
– No!
– Come si chiama?
– Teresa.
– Teresa, – ripete Schwarz colla pronuncia spiacente. – Teresa. è un bel nome, mi piace. Voi dunque, donna Amalia, mi presenterete presto in casa Riva. Stasera.
Essa lo guardò spaventata. Come! doveva presentarlo subito? Non rispose: Schwarz si adombrò stimando che avrebbe trovato in lei una resistenza spiacente, che non voleva tollerare. In modo arrogante chiese:
– Ebbene, non rispondete? Pare che vi abbia domandato una cosa strana, impossibile!
– Sì, è impossibile! Ve l'ho detto; il padre è in prigione, non possono fare nuove conoscenze. Sono così tristi; soffrono tutti. Non si ride mai in quella famiglia: nessuno si diverte, come credete. La madre sta male in salute. Che ci fareste voi, che siete un estraneo, in mezzo a quel dolore, a quella tristezza perenne?
Donna Amalia tacque, stupita, di aver trovata in sè il coraggio di opporsi in quel modo al volere espresso da Schwarz. Questi disse, come se non tenesse nessun conto delle sue parole:
– Vi ripeto che voglio essere presentato. Avete capito?
La forza di resistenza scemava già nell'animo così mite di donna Amalia. Un senso di paura la vinse; nessuno mai le aveva parlato con quella forza di comando. Schwarz soggiunse:
– Ecco; voi siete liberale come loro. Non volete essere cortese con gli amici del re.
– No! – disse subito donna Amalia più impaurita ancora, – non sono liberale, io; e in casa Riva vanno anche amici del governo. Ci va Filippo, il fidanzato di Assunta; ci va sua madre donna Concetta Marulla, che è amica della Salvetti. La avete sentita nominare, certamente, Peppina Salvetti. Non è per questo, non è per questo. È perchè sono, si può dire, quasi, in lutto per il padre.
– Non importa, il lutto. Mi presenterete dunque?
– Guarderò, cercherò. Come posso promettere, io, senza parlare prima alla madre, donna Francesca?
– Ebbene guardate che donna Francesca la voglia, la visita. La faremo più tardi, fra un'ora, quando tornerò dal quartiere dove debbo andare per un momento, adesso.
– Stasera? non è possibile; debbo parlare, debbo dire prima… – balbettò donna Amalia, divenuta più gialla di fronte a Schwarz, che era sempre serio.
– Insomma, volete finirla! E se dovete proprio parlare, domandate presto! Non è poi tanto difficile di presentare in una casa un ufficiale, un vicino! ditemi quando andrò con voi in casa Riva.
– Ecco...
– Ho capito, andrò solo, senza di voi, anche subito, se mi piace.
– Per carità non lo fate, – esclamò donna Amalia, atterrita pensando all'accoglienza che potrebbe avere colui da Severino, se si fosse presentato in quel modo in casa Riva. – Andremo insieme, poichè lo volete; andremo.
– Quando?
Era martedì. Per guadagnar tempo, come se non avesse altro mezzo di allontanare l'ora di quella visita, donna Amalia disse:
– Sabato.
Schwarz capì che aveva vinto. Andrebbe presto in casa Riva. Sorrise di nuovo e disse:
– No! domani, lo voglio.
– Ebbene, domani!
– Verrò a prendervi qui, verso le nove. Vi conviene?
Ella aveva una gran voglia di piangere. Non rispose.
– Dite di sì, – soggiunse lui.
Colla testa china, quasi tremante ella disse: – Sì.
– Addio, dunque, – disse Schwarz, tornato sereno come prima. – Ci vedremo domani alle nove; se non avrò il piacere d'incontrarvi prima sulle scale. Addio.
Con un cenno del capo donna Amalia rispose al saluto, prima di seguirlo nella piccola anticamera attigua quasi buia. Per consuetudine ella seppe trovare il saliscendi ed aprì la porta. Egli uscì, le tese la mano e ripetè: addio!
Donna Amalia tornò in casa e sedette vicino alla finestra. Le pareva di aver fatto un brutto sogno. Ma no, si trattava di una cosa reale. Lei, proprio lei doveva presentare quel soldataccio in casa Riva! E non si poteva evitare. Ma chi avrebbe persuaso Severino a tollerare la presenza uggiosa di colui? E che cosa sarebbe avvenuto in casa Riva, se, costretti, l'avessero ricevuto, esponendosi a vederlo parlare, forse, in modo non abbastanza rispettoso e conveniente alle ragazze?
In ogni modo poichè non si poteva evitare quella visita, meglio era mostrare di gradirla. Ma donna Amalia non poteva restare sola così a struggersi di paura, d'inquietudine. Era costretta a parlare subito del caso spiacente alle ragazze, a donna Francesca.
Ella si alzò; prese con delicata cura il guanto verde; raccolse il gomitolo caduto; lo spazzolò lentamente, e guardandosi intorno con sospetto, benchè questa volta l'uscio fosse ben chiuso, andò a riporlo in fondo ad un cassetto che chiuse subito chiave. Intanto diceva:
– Chi l'avrebbe creduto, vedendolo con quella faccia rosea come una ragazza, quando mi salutava con tanta gentilezza sulle scale, che mi avrebbe fatto questa scenata, e che fosse così testardo. Come diceva voglio, lui; come se potesse comandarmi, in casa mia. Hanno ben ragione Antonio e Severino, che vorrebbero mandarli a mille miglia di distanza, questi prepotenti. E che farà Severino, se vedrà costui in casa? E Filippo ed Antonio che gli diranno? Non bastano i guai in quella casa? Ci mancava ancora la visita di costui. Ci doveva anche andare lo Svizzero in casa Riva! Che vengono a fare costoro a Napoli? Non hanno pane da mangiare nel loro paese?
Donna Amalia tacque, essendo quasi pentita di avere in quel modo sfogato l'ira contro Schwarz. Non avrebbe fatto meglio, per il bene dell'anima sua, di tollerare con pazienza quella tribolazione? Già, lei avrebbe voluto sempre che tutte le cose andassero a suo verso. Che il dottore fosse libero e contento; che in casa Riva ci fosse la pace e l'allegria; che Severino ed Antonio non facessero pazzie; che Schwarz e tutti i suoi compagni se n'andassero per sempre lontano, lontano; che... che don Eugenio Teppi avesse presto i guanti verdi, senza sapere... Ma come era possibile che tutto questo avvenisse!
Donna Amalia aveva finito di enumerare i suoi desiderii, nei quali entrava tanto ardore di carità; quando chiuse l'uscio di casa sua, e lentamente prese a salire per andare dalla famiglia Riva.
Per forza, senza sapere se avrebbe allontanato da quelli che amava una nuova sventura, o se li metteva in grave rischio, doveva ottenere che il tenente Schwarz fosse ricevuto e tollerato con pazienza in quella povera casa!