IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
IX.
I fratelli Nicola, e Giuseppe Mazzarella, calabresi, erano amici d'infanzia del dottore. Essi passavano ogni anno, per affari commerciali, alcuni mesi in Napoli, in un quartierino che da parecchio tempo occupavano sullo stesso piano della famiglia Riva. Venuti nella capitale del Regno da circa due settimane erano andati in casa Riva, dove, per consuetudine antica, passavamo spesso la sera, nelle frequenti dimore in Napoli.
Don Nicola, seduto vicino a donna Francesca, le disse:
– Avete saputo oggi qualche cosa del dottore?
Donna Francesca era più bianca, più sfinita. Accasciata in un vecchio seggiolone appoggiava il capo stanco sul guanciale. Ah! ella sapeva ben poco del marito, dopo la sera in cui le figliuole l'avevano riveduto; e quel giorno nessuno era stato in grado di darle qualche nuova di lui. Poichè ogni speranza era morta in lei, le pareva impossibile che tornasse un'ora di gioia nella sua casa, e che le fosse dato di rivedere il marito prima di morire. Rispose a don Nicola:
– Non sappiamo nulla di nuovo, nulla! Lo tengono sempre chiuso nella Vicaria. Pare che l'abbiano già cancellato dal numero dei viventi. Non lo rivedrò più, Michele, mai più, in questa vita!
– Sperate, donna Francesca, sperate! Par che i tempi siano vicini a mutarsi. Anche noi in Calabria non ce ne stiamo inerti a soffrire. Qualche cosa si farà; presto, forse, molto presto. Stamane è venuto in casa nostra, da Pizzo Ciccillo Fontana. Anche là, come nel nostro paese, come in tutta la Calabria, e, spero, in tutto il Regno, si faranno grandi cose. Un giorno o l'altro, vedrete, le apriremo noi le carceri ai prigionieri politici, e Michele vi sarà reso.
– Non lo credo, sapete; non lo credo. Avverranno altri guai, come al venti e al quarantotto; come sono avvenuti sempre. Morirà altra gente, ma non si riuscirà. Non lo vedete che vi circonda un cerchio di ferro, dal quale non è possibile uscire? Essi hanno la forza, i cannoni, le spie, gli Svizzeri. Michele andrà presto all'ergastolo, come Poerio e Settembrini. Gli metteranno l'abito dei forzati e la catena al piede.
Donna Francesca chiuse gli occhi, come si fosse assorta nel rimirare la paurosa visione apparsa alla sua fantasia. Infatti le pareva di vedere il marito coll'abito infamante, cambiato nella persona in modo pauroso, affranto dal peso della catena, che trascinava faticosamente.
– Donna Francesca, – le disse Giuseppe Mazzarella, seduto a poca distanza da lei e da suo fratello Nicola, – non vi lasciate abbattere così. Pensate ai figli vostri, a Michele. Che cosa direbbe Michele se vi vedesse in questo stato? Nicola ha ragione, non lo lasceremo un pezzo alla Vicaria. I tempi debbono mutare!
Giuseppe Mazzarella era forte e alto, coll'ampia fronte intelligente; e mentre parlava a donna Francesca vi era qualche cosa di solenne nella sua voce; e collo sguardo intento pareva che guardasse nel futuro. Nicola non era meno di lui ardente nelle aspirazioni, audace nella parola e forte. Egli cospirava come Antonio e Severino, e teneva corrispondenza continua con tutti i liberali più autorevoli della Calabria. Spesso i suoi viaggi in Napoli col fratello avevano per motivo apparente il commercio, ma in realtà lo mettevano in relazione più diretta coi liberali napoletani. Al pari del fratello aveva dedicato alla causa che amava tutte le forze dell'intelletto e del cuore; per essa si esponeva senza esitare a qualsiasi pericolo, ed era pronto a dare le sostanze e la vita. Essi non avevano al mondo altre persone care. Da gran tempo Giuseppe aveva perduto la sua giovane moglie; e Nicola, per darsi tutto alla patria, aveva rinunziato alle gioie della famiglia. Questa loro condizione faceva sì che reclamavano in mezzo ai compagni l'onore di affrontare i più grandi pericoli, di correre i rischi peggiori. Nessuno palpitava per essi di paura o d'amore nella vecchia casa in Catanzaro; potevano senza un rimpianto fare al proprio paese il dono della vita!
La fede intera nel trionfo dei loro altissimi ideali era in essi incrollabile, e Giuseppe Mazzarella non cercava solo di confortare donna Francesca con parole vane; ma era certo che una rivoluzione vicina, avrebbe liberato dall'orrore del carcere il dottore, e tanti suoi infelici compagni.
Mentre egli continuava a discorrere coll'inferma, Carmela, seduta a breve distanza dalla tavola, si avvaleva della grande compiacenza di don Gaetano, per farsi tenere una matassa che dipanava. Don Gaetano aveva subito acconsentito a rendere quel piccolo servizio alla bella bambina; che era seria, come intenta ad involgere in modo regolare il filo sul gomitolo, ma non perdeva una parola di quello che i fratelli Mazzarella dicevano a donna Francesca, ed esultava in cuor suo, poichè affermavano che avrebbero certamente liberato il dottore.
Don Gaetano si era presto annoiato di tenere la matassa, non osava lasciarla e si struggeva pel desiderio di fiutare una presa del solito tabacco leccese. Egli non badava al bel volto roseo della fanciulla che gli stava dinanzi, all'aureola di capelli d'oro, che adornava la sua candida fronte, alle piccole mani, che dipanavano in fretta la matassa. Tutta l'anima sua era attratta invece dalla tabacchiera di legno nero con arabeschi d'argento, che riposava in pace nella tasca del panciotto di lana leggiera a larghi quadri.
– Non sentite, gli disse Carmela, – che i fratelli Mazzarella vogliono liberare il dottore?
Don Gaetano alzò le spalle. Egli che non si occupava mai di politica, non imaginava quale potenza avrebbero un giorno le forze raccolte nell'ombra contro il governo, e stimava che ogni tentativo di ribellione fosse opera di matti. Non vi erano forse nel Regno gli Svizzeri; quei tali Svizzeri che destavano sempre in lui tanta paura, benchè uno di essi, Walder, l'avesse in una sera memorabile liberato dalle molestie dei «feroci»? Essi erano capaci di difendere il governo da ogni attentato, e di annientare in un momento tutti i liberali del mondo. Disse a Carmela sottovoce:
– Sono matti, proprio matti! Come è possibile che riescano colla forza a liberare i carcerati! Sono matti; ma forse parlano così per confortare donna Francesca.
Don Gaetano rabbrividì; cessando di pensare alle matte speranze dei fratelli Mazzarella ed agli Svizzeri, perchè si era formato in mezzo ai fili tesi un nodo così stretto, che Carmela avrebbe impiegato molto tempo prima di poterlo sciogliere, e intanto il desiderio del tabacco diveniva più ardente in lui.
– Dunque, – diceva alle cugine Filippo, venuto da pochi minuti, – non è stato possibile di evitare questa visita molesta?
– No! – rispose Assunta, – donna Amalia ci ha detto ieri sera la pretesa dello Svizzero, e abbiamo dovuto parlarne alla mamma. Questa si è agitata molto; poi ha stabilito di riceverlo, e non credo che si possa fare diversamente. Colui è tanto ostinato ed arrogante, che avrebbe offeso Severino sulle scale o per via, se ci fossimo negati a riceverlo. Puoi imaginare quale conseguenza avrebbe per la mamma un nuovo dispiacere.
– E Severino, che cosa ha detto?
– Ha dovuto piegare il capo. La mamma l'ha pregato tanto di aver pazienza, ed egli ha ceduto per amor suo; ma è molto adirato contro lo Svizzero. Tornerà presto stasera. Vuole trovarsi in casa con noi quando verrà.
Infatti Severino giunse in quel momento con Antonio. I due giovani entrando nella stanza, dove era donna Francesca cogli altri, parevano raggianti. Che fortuna per essi d'incontrarsi subito coi fratelli Mazzarella, ai quali volevano comunicare importanti notizie ricevute da poche ore! Severino si curvò subito verso il volto esangue di donna Francesca, la baciò in fronte e disse:
– Come ti senti, mamma, adesso?
– Bene, – rispose lei, subito, perchè cercava sempre di nascondere, per quanto era possibile, le sue sofferenze, per non contristare di più i figliuoli; poi fece la solita domanda:
– No! – Rispose Severino, ed il raggio di gioia che illuminava il suo volto sparì.
– Come sono lieto di vedervi adesso, – diceva Antonio a Nicola e Giuseppe Mazzarella, mentre Severino parlava colla madre.
– C'è qualche novità? – domandò subito Nicola con vivo interesse, ed il suo sguardo s'accese.
– Sì, abbiamo ricevuto notizie dal Piemonte.
– Possiamo saperle subito? – domandò Nicola, che si era alzato e si avvicinò ad Antonio.
– Mamma, – disse Severino alla cara donna, che era il più grande amore della sua vita, – stasera devi confortarti. All'estero s'interessano alla sorte dei prigionieri politici napoletani. Vedrai che il governo avrà paura della Francia, dell'Inghilterra, e sarà costretto a liberarli.
Donna Francesca scosse il capo lentamente, come se volesse mostrare che non metteva nessuna fiducia nell'Inghilterra e nella Francia.
– Mamma, – le chiese Antonio, che portò la sua mano alle labbra – può interessarti che io legga adesso ad alta voce un giornale venuto dal Piemonte?
– Leggi pure, – rispose lei colla solita dolcezza, ma senza interesse, e non sapeva a quali pericoli Antonio si esponesse per avere giornali piemontesi. Ella ignorava pure che Severino ed Antonio erano l'anima di nuove cospirazioni. Se l'avesse saputo sarebbe morta di spavento, e credeva che Antonio, senza correre grave rischio, avesse in prestito, qualche volta, i giornali da un suo amico piemontese e pittore stabilito in Napoli. Ella soggiunse:
– Affrettati: Severino te l'ha detto che avremo stasera quella visita uggiosa?
– Lo so, pur troppo, – disse Antonio, che si avvicinò alla tavola, sedette presso il lume, e togliendo da una tasca il giornale lo spiegò per incominciare la lettura. Teresa ed Assunta avevano già lasciato con atto pronto il lavoro. Teresa andò subito a chiudere la finestra che si apriva di fronte ad un altro giardino pensile, alquanto più basso di quello di Carmela, ma dal quale si poteva, forse, sentire quanto si diceva nella stanza. Assunta corse a chiudere l'uscio che metteva nella piccola anticamera. Carmela, non pensando più alla matassa, lasciò il gomitolo sopra una sedia, e si accostò ad Antonio, appoggiando un braccio alla spalliera della sua sedia. Don Gaetano, che non si era mosso, rimase colla matassa sui polsi, e appoggiò le mani stanche sulle ginocchia. Non osava prendere la tabacchiera, per tema d'ingarbugliare di più i fili.
Antonio incominciò a leggere con voce alquanto bassa un articolo, nel quale si parlava lungamente e con alti sensi dell'agitazione che si manifestava in Inghilterra contro il governo napoletano il quale teneva circa ottocento prigionieri politici nelle carceri del Regno.
Quell'agitazione si propagava in Francia, e si sperava che l'attitudine, lo sdegno delle due potenti nazioni avrebbe indotto re Ferdinando a mutar sistema.
Nicola Mazzarella, commosso da quella lettura, si avvicinò a donna Francesca, appena Antonio ebbe finito, e le disse:
– Vedete che si può sperare. Non ve l'ho detto che i tempi si mutano?
– Senti, Nicola, senti, – disse don Giuseppe. –Antonio ci legge un altro articolo importante sulla politica del Piemonte e sulla sua amicizia colla Francia.
Antonio riprese a leggere, e mentre andava innanzi, i fratelli Mazzarella trattenevano quasi il respiro, intenti per non perdere una parola.
Il campanello venne suonato. Era quella l'ora stabilita per la presentazione di Schwarz. In un attimo il giornale ripiegato sparì nella tasca di Antonio, il quale prese un mazzo di carte, ne dette alcune a don Giuseppe, ne gettò altre sulla tavola e parve intento a giuocare con lui la scopa. Già Assunta aveva riaperta la finestra, e Carmela tornata presso don Gaetano riprese a dipanare la matassa. Donna Francesca sollevando il capo guardò con inquietudine verso l'uscio. Severino era andato ad aprire.
Donna Amalia entrò seguita da Schwarz nella piccola anticamera, ed era troppo confusa, agitata per presentare l'uno all'altro i due giovani. Questi si fecero un inchino. Schwarz era roseo, secondo il solito, alquanto profumato, colla divisa nuova e non aveva più nulla d'arrogante nell'aspetto.
Severino l'aveva squadrato rapidamente con rabbia repressa. Ah! se fosse stato possibile dirgli in faccia che quella visita imposta era molesta, uggiosa per lui, per la sua famiglia; che lo disprezzava, poichè era un mercenario venuto a dare l'anima a prezzo in terra straniera. Ma non poteva manifestare apertamente il suo pensiero; poichè sua madre e le sorelle erano nella stanza vicina! Donna Amalia, seguita da Schwarz e da Severino, bianco in volto, cogli occhi ardenti, si avvicinò a donna Francesca per presentarle lo Svizzero. Non era stata mai molto disinvolta, nel fare qualche presentazione, ma quella sera stava proprio sulle spine: non sapeva in qual modo parlare, muoversi, non si era trovata mai in un imbarazzo simile.
Quando Schwarz salutò le ragazze, che avevano ripreso il lavoro, Severino era ritto accanto ad esse; pronto a dimenticare ogni altra cosa, per insolentire contro Schwarz se il saluto non fosse stato abbastanza rispettoso. Ma il tenente aveva stabilito di essere molto corretto nei modi e nelle parole, come, per altro, usava nelle famiglie da lui frequentate se il buon vino del Regno di Napoli non gli offuscava l'intelletto.
Filippo era anche in piedi vicino ad Assunta e squadrò Schwarz con disdegno, senza che questi se ne avvedesse. Egli non poteva unirsi cogli oppressi, come aveva affermato ad Assunta, ma non era disposto a soffrire in pace che le persone da lui amate fossero offese dagli oppressori.
L'agitazione delle ragazze era grande, perchè fin da quando donna Amalia aveva raccontato il colloquio avuto con Schwarz paventavano l'incontro di costui con Severino ed Antonio. Schwarz non badò ad Assunta ed il suo sguardo si fermò per un istante su Teresa. Questa era bianca in volto, e rispose con un lieve inchino al suo saluto. Carmela teneva il gomitolo in mano, vicino a don Gaetano, e guardava Schwarz con molta curiosità. Non le pareva possibile che quel giovane roseo, quasi biondo al pari di lei, e che pareva nei modi tanto cortese, fosse uno dei temuti mercenari di re Ferdinando.
Nel vedere lo Svizzero, i due fratelli Mazzarella si erano fatti scuri in viso, ma Giuseppe parve così intento al giuoco da non notare la sua presenza. Donna Amalia aveva gittato intorno alla stanza, entrando, un timido sguardo. Ah! se la presenza di don Eugenio avesse potuto confortarla alquanto nel momento terribile della presentazione. Ma egli era lontano!
Per un caso nuovo Schwarz notò l'accoglienza glaciale che gli veniva fatta, il sorriso morì sulle sue labbra, e le sue ciglia si aggrottarono. Donna Francesca aveva ritrovato un po' d'energia, mentre era tormentata dal timore che avvenisse qualche scena spiacevole fra Severino e Schwarz. Additando una sedia rimasta vuota accanto a lei disse sottovoce a Nicola Mazzarella:
– Fatelo sedere qui, vicino a me. – Poi, subito, vedendo Schwarz ancora in piedi, in mezzo ad un silenzio imbarazzante, penoso per tutti, e don Nicola che non si moveva per invitarlo a sedere, chiamò:
Questi si avvicinò a lei, che gli fece cenno di sedere, e prese subito a domandargli del suo paese, del freddo che doveva essere nell'inverno assiderante, in mezzo alle Alpi; e cercò di tener vivo il discorso. Ma pareva che intorno a Schwarz si fosse diffuso il gelo nei cuori, e nessun altro riusciva a dire qualche cosa, a vincere il senso di noia, di diffidenza, di disgusto cagionato dalla sua presenza. Egli, mentre donna Francesca si sforzava a discorrere, ricordò le parole di donna Amalia: – Sono sempre tristi, nessuno ride in quella casa, – ella aveva ragione, e vicino a quella donna ammalata, che gli parlava con una dolcezza triste, la quale gli faceva perdere la consueta allegria, avrebbe fatto subito il proposito di non tornare più in casa Riva, se non fossero stati così belli gli occhi di Teresa, e meno dolce fosse stato il suo volto.
Nessuno si era curato di presentare Schwarz a don Gaetano, il quale sarebbe sparito, se avesse potuto, per non essere notato da lui. Egli respirò più liberamente quando Schwarz seduto presso donna Francesca gli volse quasi le spalle; ma non pensava più alla tabacchiera, benchè fosse vicina per lui l'ora della liberazione, avendo Carmela quasi finito di dipanare la matassa.
A poco a poco, mentre donna Francesca continuava a discorrere con Schwarz, gli altri presero a parlare di cose diverse, senza vincere però la specie di malessere che incombeva su di loro: e già i fratelli Mazzarella si alzavano per andar via, quando il campanello venne suonato con molta forza. Filippo andò subito ad aprire, e Squitti entrò, bianco in viso; così agitato che non potè subito parlare, e non rispose al saluto di Filippo.
Appena donna, Francesca lo vide, ella troncò il discorso che faceva con Schwarz, e gli domandò con ansia:
– Sì, – rispose Squitti che aveva gittato subito un ardente sguardo sopra Teresa.
– Che cosa sapete? dite, dite subito!
Squitti non rispose, sedendo presso donna Francesca. Aveva bisogno di riprender fiato, prima di parlare. Severino, le fanciulle e Carmela, nel sentire che sapeva qualche cosa di nuovo si erano avvicinati a lui, interrogandolo cogli sguardi intenti, come donna Francesca. I fratelli Mazzarella, erano fermi presso la tavola: don Gaetano teneva la tabacchiera in mano senz'aprirla; Antonio e Filippo aspettavano anche essi con ansia che Squitti parlasse.
Questi non era stato mai così commosso e così poco padrone di sè. Aveva bramato con tanto ardore il momento nel quale avrebbe potuto sperare nella gratitudine infinita di Teresa! Quel momento non era giunto, pur troppo, forse non giungerebbe mai, non essendo egli riuscito a compiere quanto bramava; ma ora che poteva destare in lei una viva speranza, mostrarle che s'interessava davvero al padre, a tutta la sua famiglia, e forse dissipare la sua costante diffidenza, sentiva in sè una debolezza quasi puerile, che gli faceva morire la parola sulle labbra. Con uno sforzo potè dire:
– Si tratta di cosa importante, molto importante. Il re concederà fra pochi giorni un'amnistia ai prigionieri politici. Questa notizia è certa. Posso affermare che è già ufficiale.
– È vero, proprio vero? non m'ingannate? – chiese donna Francesca che aveva mutato aspetto: – quando si darà l'amnistia? riguarda anche Michele? sarà libero?
– Sì, – rispose subito Squitti, – lo riguarda, sarà libero, si trova nella lista dei prigionieri graziati. Lo so!
Per quanto riguardava il marito donna Francesca prestava solo fede alle parole di Squitti. Il suo volto si coprì di lagrime, pareva che una vita nuova l'animasse. Non poteva parlare, e dire a Squitti quale fosse la sua gratitudine per quella notizia; gli prese la mano, tacendo, e la strinse fra le sue.
Egli fece un movimento per ritirarla, ma era troppo tardi; dagli occhi di donna Francesca, alcune lagrime erano già cadute su quella mano. Squitti trasalì e si alzò. Era stato così terribile per lui sentire quelle lagrime, che gli erano parse ardenti sulla mano. Teresa, Assunta, sempre vicine a lui volevano sapere altre notizie, e l'interrogavano febbrilmente. Fra quanti giorni sarebbe libero il padre? potrebbero vederlo subito, poichè dovevano fargli così presto la grazia? Sapevano già i prigionieri quella notizia? Si poteva essere certi che il re non muterebbe parere?
Non mai Teresa aveva parlato a Squitti in quel modo, come ad un amico gentile, con tanto affetto e tanto calore. Egli dimenticò le lagrime di donna Francesca; e già una speranza pazza gli si era accesa in cuore, quando udì la voce fredda di Antonio, nella quale s'indovinava il disprezzo, che gli chiese:
– Come avete saputo questa notizia per esserne tanto sicuro?
Squitti chinò per un istante gli occhi; poi ritrovando subito il consueto ardire rispose:
– Me l'ha data un amico, adesso, al caffè di Europa, e sono corso qui.
La gioia provata da donna Francesca nell'udire la notizia inattesa, che ridestava in lei un'ardente speranza, aveva scosso in modo violento la sua persona; ed ella si sentiva morire; ma riuscì a vincere la grande debolezza, a calmare alquanto i palpiti disordinati del cuore; e chiamando Squitti volle che ripetesse la lieta notizia, e le affermasse una volta ancora che il marito sarebbe libero, finalmente. Schwarz impassibile guardava Teresa.