Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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X.

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X.

Filippo, tornato tardi in casa, non potè riferire subito alla madre, che dormiva, la notizia data da Squitti a donna Francesca. La mattina seguente egli aspettava con grande desiderio ch'ella si alzasse, perchè voleva pregarla di andare presto da Peppina Salvetti, per sapere da lei se veramente il re avesse deliberato di concedere l'amnistia. Con quanta gioia avrebbe portato in casa Riva la conferma di quella notizia, la quale, dopo il primo istante di meraviglia e di speranza, aveva lasciato una certa incredulità nell'animo suo ed in quello degli altri, fatta eccezione di donna Francesca!

La Marulla, avendo sofferto verso il mattino un forte mal di capo, rimase più tardi del solito in letto. Erano già le dieci quando si alzò, e Filippo, dopo averle parlato dell'amnistia, le manifestò anche il suo desiderio.

Ella aveva udito con indifferenza la notizia della probabile liberazione del cognato; ma quando il giovine la pregò di andare dalla Salvetti divenne rossa in viso, per la collera, come la ricca veste da camera che indossava, ed esclamò:

– Come, vuoi che io faccia un'altra imprudenza? Non capisci che Peppina dovrà interrogare il marito? Questi sapendo della mia visita crederà che io abbia indotto la moglie a fargli quella domanda; ed avrà la certezza che m'interesso sempre a colui. Sai bene che, dopo quei tali sospetti, non ho osato più parlare di Michele e della sua famiglia a Peppina, se lei che ha un cuore d'oro, non mi ha domandato notizie di Francesca e dei figli. Ed ora vuoi che mi metta di nuovo nei guai, che faccia sospettare ancora!

Eccellenza, – disse Filomena, apparsa nel vano della porta, – è venuta donna Peppina.

– A quest'ora! dove l'hai lasciata?

– Nel salotto giallo.

Vado subito, vado.

Ella passò in fretta innanzi a Filippo, sdegnata ancora per l'imprudente domanda, senza guardarlo, altera come una regina di tragedia, e gli sfiorò i piedi col lungo strascico della veste di seta leggiera, coperta verso la balza da una lunga arricciatura di merletto bianco.

Peppina l'aspettava sulla soglia del salotto giallo, e prima ancora d'abbracciarla, felice perchè credeva di darle un gran piacere, disse:

Sai! il re gli farà la grazia.

– È dunque vero? – chiese lei, fermandosi di fronte all'amica.

– Come, è vero! Lo sapevi già?

– Ecco, – disse lei molto imbarazzata, perchè da qualche tempo, dopo i sospetti, non osava neppure avere confidenza intera in Peppina. Ma subito pensò che la notizia veniva da Squitti, da persona fedele e non già dai liberali, e soggiunse:

– L'ha detto Squitti, ieri sera in casa Riva; ma non lo credevo.

Peppina si era seduta sopra un piccolo seggiolone coperto di damasco giallo, senza bracciuoli, dove si allargava meglio la crinolina. Ella sorrise e disse:

Capisco. Filippo stava secondo il solito in casa di tua sorella per vedere i begli occhi della cugina, e ti ha riferita la notizia. A proposito, quando ti deciderai a farli sposare?

La Marulla si era seduta sopra un divano basso vicino a Peppina, e il lembo della veste rossa, sotto l'arricciatura di merletto, fiammeggiava sulla tinta grigia del tappeto. Nel sentire la domanda della Salvetti ella fece un gesto di impazienza, come se si trattasse di cosa molesta; poi sospirò e disse:

– Ah! se non fosse figlia di quel pazzo. Voglio bene ad Assunta, lo sai, ma come posso permettere!

Cederai più tardi, quando Riva sarà libero. Dunque ti dicevo che il re gli farà la grazia.

La Marulla congiunse insieme le mani. Pensandoci su non le pareva possibile che si facesse la grazia a Riva. Che merito aveva per ottenerla? Esclamò:

– Ma come ha potuto il re!

Ella non finì di esprimere il suo pensiero. Peppina abbassando la voce si chinò verso di lei, come se le confidasse un segreto e disse:

– Si sono impensieriti, vedi. Fanno troppo rumore all'estero per questi prigionieri, per i liberali. Sarebbe meglio se non si mischiassero di cose che non li riguardano, quei signori, e lasciassero in pace Sua Maestà, il re!

La Marulla fece un inchino profondo, come per mostrare la sua devozione nell'udire il nome venerato; Peppina soggiunse:

– In ogni modo il governo vuol farli tacere, quei seccatori. E poi capisci che se i prigionieri liberati daranno altre molestie si farà presto a rimetterli dentro; e t'assicuro che non usciranno più!

Ella sorrise dicendo queste parole, e mostrò i denti bianchissimi, in mezzo alle labbra rosse, un po' sottili, che avevano la potenza di comandare, quando ella voleva qualche cosa, al terribile Salvetti.

Essendo passata la prima impressione di stupore, provata nel sentire che il re doveva cedere alla pressione fatta dall'estero, e liberare i prigionieri, la Marulla, pensò con una certa soddisfazione alla gioia della sorella. Forse il ritorno del marito, sollevando il suo spirito, le farebbe riavere un po' di salute. Peppina disse:

– Ho voluto portarti subito la notizia; non pensavo che Squitti avesse già parlato. Che cosa va sempre a fare Squitti in casa Riva, ora che non c'è il dottore? Forse si è innamorato di una delle ragazze, di Teresa, poichè deve sapere che Assunta sposerà un giorno o l'altro Filippo.

La Marulla alzò le spalle:

– Come vuoi che pensi a Teresa? Sa bene che è figlia di un liberale, e non tutti sono senza giudizio come Filippo.

Credi tu che sia molto facile avere giudizio innanzi a ragazze belle come le tue nipoti? – chiese la Salvetti ridendo.

– Sei stata tanto buona, Peppina. come sei sempre, tu, venendo a portarmi questa notizia. Debbo ringraziarti per quella povera Francesca; che meritava un altro destino, e per le ragazze. Lui non merita nulla, ma esse non ci hanno colpa e fanno pietà.

– Ebbene, ora che puoi consolarle ti lascio. Dirai a tua sorella che non l'ho dimenticata, e che sono stata io, capisci? Avrei voluto far liberare prima il Dottore, ma non è stato possibile; allora non dipendeva proprio da Salvetti, ma occorreva anche il consenso del re, che non voleva darlo.

Vado subito, adesso, in casa di Francesca, e puoi immaginare come ti benediranno; ma lui, credimi, non lo meritava, e tuo marito, che è un galantuomo, si è mostrato troppo buono. Glielo dirai, è vero, in nome mio a tuo marito, che non lo meritava.

– È inutile, – disse Peppina che sorrise di nuovo, – non ha parlato mai più di sospetti, per non darne dispiacere, e poi adesso, – soggiunse con un po' di tristezza, – ha tanti pensieri più gravi che lo molestano, sempre per le seccature che danno al re la Francia e l'Inghilterra. Non bastava che ci fossero in Napoli questi demonii di liberali!

La Marulla alzò gli occhi al soffitto dipinto, in mezzo al quale due amorini spargevano rose e margherite mentre pareva che un altro reggesse il ricco lampadario di bronzo dorato. Ella sospirò: Peppina aveva ragione. Non bastava che ci fosse nel Regno quella piaga dei liberali, dovevano anche venire dall'estero altre seccature!

Addio, – disse Pappina, – vado subito da Madama Cardon, per quell'abito del quale ti ho parlato. Mi sono poi decisa per la seta rosa col pizzo nero; ed il cappello nero colle rose.

La Marulla l'abbracciò ringraziandola di nuovo, ma senza molto calore; perchè la gioia che avrebbe provata, in altro caso, per qualche felice evento che fosse venuto a rallegrare la casa della sorella, era offuscata in lei dalla noia di rivedere il cognato.

Appena la Salvetti fu andata via, Filippo si avvicinò alla madre e chiese con ansia:

– Ebbene, che cosa ti ha detto?

– La notizia è vera!

Gli occhi di Filippo sfavillarono per la gioia; egli disse:

– Quando sarà libero?

– Ecco... ho dimenticato di chiederlo. Forse non si sa ancora.

Addio, mamma, corro dalla zia.

– No, – disse lei, – è meglio che tu vada all'ufficio di tuo padre, per dargli questa notizia. Gli farà piacere; perchè lui che è un galantuomo, un servo fedele del re, ed ha saputo colla sua prudenza farci vivere nella pace e nell'agiatezza, ha la maledetta debolezza d'interessarsi a quel pazzo di Riva, che ha rovinata la sua famiglia. Vado io da Francesca, subito, appena sarò vestita; basta pur troppo che tu ci vada stasera.

Filippo sorrise e domandò:

– Non vorresti che andassi neppure stasera, in casa della zia?

Ella non rispose e s'avviò per tornare nella sua camera; era disposta a sorridere; ma voleva mostrarsi ancora burbera ed accigliata; disse:

Sbrigati, ci vedremo oggi all'ora di pranzo. Non tornerò prima, perchè dopo la visita a Francesca dovrò fare parecchie spese a Chiaia.

– Non vuoi che ti baci la mano? – domandò Filippo che la seguiva.

Ella si volse, e dimenticò ogni altra cosa, mentre si compiaceva nel vedere il volto simpatico e leale di Filippo. Egli prese colla galanteria di un antico cavaliere la piccola mano non coperta ancora di gemme, che usciva dalla manica di seta rossa, e la baciò.

La Marulla sfiorò coll'altra mano i suoi capelli bruni accarezzandoli, e si lasciarono sorridendo. Filomena aspettava la padrona per pettinarla, e questa, che non sorrideva più, incominciò presto a adirarsi contro di lei dicendo che era troppo lenta, secondo il solito, in tutto quello che faceva.

Appena Concetta Maru1la fu vestita colla consueta eleganza, profumata, coperta di seta sull'ampia crinolina, di merletti e di gioielli, si adagiò in una carrozzella troppo stretta per la sua persona, e si fece condurre dalla sorella.

Quando ebbe ripetuta la notizia data da Squitti, Severino e le ragazze non ebbero più alcun dubbio intorno alla liberazione del padre, e parvero impazziti per la gioia.

Donna Francesca, nell'attesa dell'ora beata in cui rivedrebbe il marito, prese a desiderare con ardore un po' di salute, per non contristarlo, mostrandosi a lui sfinita come era da tanto tempo. Ella si sforzò a camminare spesso nel corso della giornata, senza nessuno aiuto. Non voleva che Michele la trovasse inchiodata sul seggiolone, e sperava di andargli incontro coi figli sulle scale, e anche fino alla Vicaria, in carrozza, se avesse saputo l'ora in cui ne sarebbe uscito. Il suo volto si era animato, ella pareva quasi ringiovanita, e non aveva pace nell'attesa.

Le ragazze erano egualmente agitate, felici, e lavoravano con ardore, volendo che il padre trovasse un po' di danaro in casa, e non dovesse soffrire nuove privazioni, dopo quelle che gli erano state inflitte durante la sua prigionia. Severino poi, trascurava gli amici ed i meschini clienti, per lavorare intorno alle piante ed i fiori, che suo padre armava, nel giardino quasi abbandonato da lunghi mesi.

Anche gli amici fidati della famiglia Riva non avevano pace, aspettando che fosse annunziata ufficialmente l'amnistia, e che si sapesse il giorno in cui sarebbe liberato il dottore. E Squitti che era sempre accolto con gioia e riconoscenza da donna Francesca, viveva come assorto in un sogno beato, perchè notava che il contegno di Teresa, prima così severo e sprezzante verso di lui, si era mutato; e gli pareva che lo riguardasse come un amico gentile.

Carmela, quando non andava in casa Riva, passava gran parte del giorno nel giardino, pieno di fiori, in quelle dolci giornate di settembre, e discorreva colle ragazze intente al lavoro presso la finestra di fronte. E non era possibile che la mamma l'inducesse a passare molto tempo al piano, come prima usava, perchè voleva stare sempre alla vedetta per sapere quando verrebbe in casa il dottore.

Passarono così otto giorni lieti in casa Riva, e donna Amalia sorridente, felice, aveva quasi abbandonata la sua piccola casa per aiutare Assunta e Teresa, ed aspettare accanto ad esse la notizia bramata.

Dopo una dolce sera, in cui don Eugenio aveva passato parecchie ore in casa Riva, donna Amalia, verso la mezzanotte, dormiva già il sonno del giusto, nella pace profonda dello spirito, poichè non solo era vicina la liberazione del dottore, ma il dito mignolo del guanto verde perfetto come gli altri, era finito!

Dalla piccola lampada che ardeva sulla lastra di marmo del cassettone, di fronte alla bella Madonna bionda vestita di raso, col manto azzurro ricamato in oro, e la corona fulgida sul capo, si diffondeva nella camera una luce debole e vacillante. Ma questo bastava perchè si scorgesse, affondato in mezzo al guanciale candido, il viso giallo di donna Amalia. Un gran fazzoletto a piccoli quadri rossi e bianchi le cingeva la testa, annodato sulla fronte con due punte acuminate.

Sognava forse nella solitaria cameretta in mezzo al silenzio profondo, rotto solo qualche volta dalla parte dei giardini, dal canto squillante di un gallo, al quale pareva che rispondesse in lontananza l'abbaiare dei cani?

In ogni modo ella dormiva in pace, e forse i suoi sogni erano rosei quando certe voci allegre d'uomini risonarono nella camera vicina, abitata da Schwarz, che una sottile parete divideva dalla sua. Il sonno di donna Amalia era profondo, poichè ella non si mosse; e le punte del fazzoletto a quadri rossi rimasero immobili ad ornamento del viso giallo. Ma ben presto le voci divennero più alte, più squillanti, come se si fossero avvicinate; le punte di cotone si scossero e la testa di donna Amalia si sollevò dal guanciale.

Ella guardò intorno impaurita, non sapendo subito rendersi ragione della causa che l'aveva destata. Entravano i ladri in casa sua, o si era manifestato un incendio? Poi rapidamente, nella condizione d'animo in cui si trovava, al pari di tanti suoi concittadini, che paventavano sempre una sommossa popolare, se un po' di gente si affollava in una strada o credevano che si bombardasse Napoli, se si udiva il rumore di una cannonata, credette che fosse scoppiata la rivoluzione, e atterrita balbettò:

Povera me! si battono. Ora ci ammazzano tutti, nel palazzo! – Ma tornando subito colla mente alla coscienza delle cose reali, ella s'accorse che il rumore, il quale cresceva sempre, veniva dalla stanza di Schwarz. Certamente nessuno si batteva o era disposto ad ammazzare i pacifici abitanti della casa, poichè si rideva così sgangheratamente, e si parlava con voci così festose!

Donna Amalia si era seduta ascoltando, e le sue grosse mani posavano inerti sul candore del lenzuolo.

Nella camera di Schwarz, quattro ufficiali svizzeri erano raccolti con lui intorno ad una tavola, sulla quale si vedevano schierate molte bottiglie. Il tenente, avendo ricevuto una larga gratificazione per il lodevole servizio da lui prestato a Caserta, si era affrettato ad invitare certi amici suoi, per bere alla prosperità della libera Elvezia, ed alla salute di re Ferdinando.

Presto le bottiglie vennero sturate, e nei bicchieri scintillarono il vino di Capri e quello del Vesuvio, i generosi vini della Puglia, densi e scuri, ed il Marsala colla tinta di topazio: Schwarz si mostrava, generoso nel fare gli onori di casa sua, e negli occhi scintillava la gioia. Dopo breve tempo il fumo del vino annebbiò i cervelli, le guancie dei giovani si accesero ed alle voci alte, alle risa smodate si unirono in una confusione spiacente le canzoni popolari della patria lontana.

Poi Schwarz, il quale non cessava di mescere il vino nei bicchieri, vuotati con rapidità dai compagni, prese a cantare l'inno nazionale del suo cantone, e parve che si dileguasse la nebbia che offuscava già quelle menti. Allora, come per incanto, gli altri ufficiali tacquero, ascoltando, la voce non ancora avvinazzata, che diceva la gloria della vecchia Elvezia, libera, dalle sponde ridenti dei laghi, fino alle cime ascose fra le nubi, dalle valli profonde fino alle rupi sulle quali si annidavano le aquile.

E il canto di Schwarz divenne più sonoro, più ardente nell'espressione quando egli disse:

Rufst du mein Vaterland,
Siehst uns mit Herz und Hand
All' dir vereint.
Heil dir Helvetia!
Hast noch der Söhne da
Wie sie St. Jacob sah,
Freundvoll zum Streit
3.

Nell'udire il nome santo della patria, nel ricordare la gloria degli avi, battevano forte i cuori degli svizzeri. Essi si alzarono gridando:

Heil dir Helvetia!

e forse videro colla fantasia accesa la cara terra lontana, dove già fischiava tra le valli il gelido vento; dove i fiori erano già storti sugli alti pascoli e si addensava la neve, ma dove nelle povere case si viveva in pace, senza temere le spie, le prigioni, e le offese di soldati mercenarii!

Donna Amalia aveva finalmente capito che vi era un ricevimento in casa di Schwarz. E nel sentire il rumore dei bicchieri aveva sospirato e detto con un filo di voce:

– Ecco, adesso si ubbriacano!

Poi ella si era rannicchiata sotto le coltri: impartita sempre, benchè non credesse più che fosse scoppiata una rivoluzione, e pensava con rammarico alla pace goduta da lei per tanto tempo, quando il pacifico don Lorenzo occupava la camera vicina.

Ah! don Lorenzo era un galantuomo. Il giorno, poveretto, stava sempre all'ufficio, e la sera non aveva altro svago che la solita partita allo scopone nel caffè affumicato di Materdei.

Quando rincasava verso la mezzanotte era pieno di rispetto, di gentilezza per i suoi vicini. Spesso ella era ancora alzata a quell'ora e lo sentiva appena quando giungeva in casa sua. Si capiva che usava grandi precauzioni per non disturbarla, e dopo brevissimo tempo era in letto, ed un silenzio profondo regnava nella sua camera.

Schwarz invece, fin da quando era tornato da Caserta, faceva molto rumore la sera, prima di andare a letto, e poi certe volte russava, russava... Ma tutto questo era stato sempre tollerabile; invece quella notte come potrebbe dormire, lei?

Invano donna Amalia si coprì un orecchio col lenzuolo, tenendo l'altro sul guanciale, le voci, il rumore giungevano fino a lei, come se gli svizzeri fossero stati in camera sua. Poi quando Schwarz cantò l'inno, ella si lasciò alquanto allettare dalla mesta armonia di quella canzone, e poichè non capiva il tedesco, non poteva imaginare che un inno alla libertà, alla gloria della patria venisse cantato da quella gente, innanzi al vino pagato col danaro di re Ferdinando!

Ma quando la canzone ebbe fine colle grida ripetute di

Heil dir Helvetia!

fece seguito ad essa un baccano infernale. Le voci divennero rauche e si poteva essere certi che la ragione abbandonava gli svizzeri.

Donna Amalia atterrita sedette di nuovo in mezzo al letto, e tremando balbettava:

– Sono pazzi costoro. Che cosa fanno, che cosa dicono?' Povera me, che cosa dicono? Sono diavoli, bestemmiano. Ora sfondano il muro, è certo!

Donna Amalia chiuse gli occhi, come se non volesse guardare una spaventevole visione, che le era apparsa, mentre imaginava che la parete venisse atterrata, e quei diavoli, colla bestemmia sulle labbra, si mostrassero a lei fra i rottami.

Ella non aveva ancora riaperti gli occhi, quando un rumore fortissimo la fece sussultare. Uno degli svizzeri, dopo aver dato con enfasi una solenne maledizione ad una bottiglia vuota, la scagliò con forza contro la parete della camera di donna Amalia, e parve che veramente quella fosse sfondata.

Donna Amalia balzò in terra, prese le vesti che erano ripiegate con molta cura sopra una sedia, vicino al letto, e si vestì in fretta, dicendo:

– Lo sfondano, il muro, sono certa che lo sfondano. Povera me; sono diavoli. Non è possibile che io resti in questa camera. Perchè non vanno via, nel loro paese, questi demonii!

Una seconda bottiglia fu scagliata contro il muro, fra risate frenetiche, urli, applausi. Donna Amalia aveva già indossata la veste, e continuava a tremare. Con atto pronto ella strappò dal letto una coltre di cotone bianco, e se la gittò sulle spalle. La coltre mal piegata formò un lungo strascico, mentre ella andò in fretta nella piccola stanza dove pranzava, attigua alla cucina; chiuse a chiave l'uscio della sua camera, subito, come se temesse di essere raggiunta da gente che l'inseguisse, e si rannicchiò quasi, sopra un piccolo seggiolone, presso la finestra chiusa, avvolgendosi nella coltre.

In quel momento, dalla parte della casa che guardava verso il vicolo Calce, dove non giungeva il rumore del chiasso infernale che atterriva donna Amalia, Severino aspettava un segnale.

La triste condizione di salute della madre, che lo costringeva ad usare infiniti riguardi, perchè non si agitasse per lui, gli toglieva parte della sua libertà. Egli non poteva, come certi suoi amici, passare qualche volta una parte della notte nelle segrete e pericolose riunioni; perchè la madre non aveva pace se non tornava presto in casa. Quella notte stava alla vedetta presso la finestra aperta, di fronte alla scrivania, sulla quale erano accumulati molti libri.

I fanali erano tutti spenti nel vicolo Calce, e la notte era oscura. Sul muro senza intonaco di un giardino, presso la scala che conduce alle Fontanelle, una piccola lampada ardeva innanzi ad una immagine della Vergine; e , dove non giungeva la fievole luce, pareva che si spalancasse a piè della scala, un precipizio orribile.

Un fischio risuonò verso quella scala. Severino, che pareva intento a leggere, trasalì e stette ad ascoltare. Il lugubre gemito della civetta seguì il fischio, parecchie volte, facendo rabbrividire per la paura le donnicciuole chiuse nei bassi angusti che l'udirono. Chi era minacciato dalla morte, in quella parte del vicolo, verso le Fontanelle? Era il vecchio ottantenne che abitava al numero dieci, o la figlia di Menechella, poveretta, ammalata da un mese?

Intanto Severino sapeva che la sera seguente alle otto era aspettato dagli amici. Egli non si mosse, continuò a leggere; e se qualche vicino curioso l'avesse spiato, dalle case che si alzavano a poca distanza, al di dei giardini, avrebbe ammirato la costanza colla quale studiava a quell'ora senza distrarsi.

Due giovani saliti dalla scala buia delle Fontanelle passarono presso la piccola, cappella, fra la luce della lampada, e si avanzarono sotto la finestra di Severino. Giunti all'imboccatura del vicolo Melofioccolo uno di essi, fratello di Carmela, svoltò per tornare a casa: l'altro prese a discendere verso l'Imbrecciata diretto ad una delle case sotto il ponte della Sanità; e andava innanzi senza temere in mezzo alla oscurità profonda, in quella parte mal sicura della città, semplice soldato di un giovane esercito al quale doveva presto arridere la fortuna.





3 Se tu, o patria, ci chiamerai, tutti ci vedrai col cuore e colla mano a te congiunti. Hurrà, Elvezia, tu hai ancora figliuoli ardenti per la battaglia, come quelli che vide San Iacopo.



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