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XI.
Le botteghe erano già chiuse da un pezzo intorno alla piazza di Porta Capuana. I banchi dei pescivendoli, sui quali si aprivano di giorno enormi ombrelli verdastri, a riparo del sole ardente o della pioggia, erano abbandonati, e l'onda di popolo che si agitava perennemente, finchè durava il giorno e nelle prime ore della sera, sotto l'arco massiccio della vecchia porta, verso il borgo di Loreto, era sparita. Alcune fiammelle vacillanti, rossastre, rischiaravano appena in qualche parte le tenebre, in mezzo al silenzio che succedeva, al frastuono assordante di mille voci confuse di venditori, di donnicciuole pronte al riso ed alla collera, esperte nel maneggiare il coltello; di monelli sfacciati e battaglieri.
Ma questo silenzio non durò a lungo, e la mezzanotte era già suonata, quando un rumore sinistro, un tintinnìo spiacente e continuato di ferri battuti insieme risuonò verso Castel Capuano, dalla parte delle carceri della Vicaria vecchia.
I carcerieri battevano forte sulle grosse sbarre di ferro delle finestre, per assicurarsi che nessuna di esse fosse intaccata dalle lime; ed i rari passanti nell'udire quel suono affrettavano il passo sotto le alte mura, come se compresi di orrore per la sorte di tanti infelici prigionieri, ai quali non era possibile che dessero un conforto qualsiasi, avessero premura di allontanarsi.
I secondini stanchi, divenuti brutali in mezzo alle miserie di ogni genere, ai delitti, in quella specie di bolgia dove Dante avrebbe, forse, visto fra nuovi tormentati, nuovi tormenti ignoti all'Inferno, sbattevano con violenza le imposte nere, sudice, che mal chiudevano le finestre, e passavano a battere altri cancelli massicci, fra le imprecazioni dei detenuti desti dal sonno sulla nuda terra o sui miseri giacigli; fra le insolenze dei camorristi, i quali erano intenti ancora al giuoco, in mezzo al fumo nauseante delle pipe annerite, ed al succedersi delle bestemmie.
La finestra della segreta, al terzo piano della Vicaria, dove soffriva da lunghi mesi il dottore, era già stata sottoposta ad una visita minuta, ed egli pallido e sfinito, disteso sul misero lettuccio, pregò i carcerieri di lasciare aperte le imposte, che solevano chiudere dopo la visita con un catenaccio.
Il più vecchio di loro esitò, non essendo molto disposto a favorire Riva, il quale, per la sua povertà, non era in grado di dargli generose mancie; ma poi, guardando il viso bianco di quell'uomo distrutto disse:
– Per questa notte sia come volete. Ma non rinnovate un'altra volta la domanda. Non possiamo lasciare le finestre aperte. È contrario ai regolamenti.
– Grazie, – disse Riva con debole voce, respirando l'aria fresca della notte, che aveva invasa la segreta, rischiarata in tutta la sua tristezza, dai raggi della luna. I carcerieri andarono via; la porta fortissima che strideva sui grossi cardini fu chiusa, ed egli rimase di nuovo solo.
La notizia della vicina amnistia, giunta da una settimana alla sua famiglia, e già diffusa nella città, dove tante persone che erano state affrante dal dolore esultavano nella speranza di rivedere qualche caro prigioniero, non era giunta ancora fino a lui. Egli non sapeva che quella porta rivestita di ferro, che lo separava dal mondo, dalla famiglia, doveva fra alcune settimane o tra pochi giorni essere spalancata innanzi a lui.
Ma Squitti non aveva cessato in quel tempo di adoperarsi affinchè il dottore sapesse finalmente la buona notizia; e poichè il rigore scemava, alquanto verso i prigionieri politici, una lettera sua ed un'altra di donna Francesca e dei figli dovevano essergli consegnate nel mattino seguente. Anzi era già stabilito che fra due o tre giorni gli sarebbe dato di ricevere una visita delle fanciulle e di Severino, accompagnati da Squitti e da don Gaetano.
Ah! s'egli avesse potuto imaginare che la sua casa era allietata da tanta gioia, e vedere i cari volti raggianti della moglie, dei figliuoli, di tutti gli amici che aspettavano fidenti l'ora desiderata del suo ritorno.
Invece nessuna cosa lo scoteva nella triste notte dall'abbattimento profondo dell'animo suo, che nello spegnersi d'ogni lieta speranza non domandava più nulla alla vita. E poi egli conosceva da qualche tempo, con una chiarezza spaventevole, la condizione della sua salute. Non era possibile che la durasse ancora a lungo in mezzo a tanti patimenti del corpo e dello spirito. Spesso aveva, sofferto la fame, perchè il poco denaro che la famiglia gli mandava, per mezzo di Squitti, spariva tanto presto nelle mani rapaci dei suoi carcerieri, e non gli era possibile di avere sempre il cibo concesso ai prigionieri detti «nobili». E poi la mancanza d'aria, di moto nella segreta, che pur non era fra le più orribili di Castel Capuano, lo strazio durato pensando alla famiglia, lo struggimento continuo, non conoscendo l'accusa formulata contro di lui ed il tempo assegnato alla sua causa, tutto questo gli aveva lentamente logorato la vita.
Gli era già avvenuto di credersi vicino a morire, quando pareva che i battiti violenti, disordinati del cuore dovessero spezzargli il petto; poi la tempesta era passata, ma senza che cessasse per questo la minaccia di danno peggiore. Quel giorno era stato più sofferente del solito e con insistenza aveva implorato che lo conducessero all'infermeria, che si trovava sullo stesso piano. La sua domanda era rimasta senza risposta, ed egli aveva perduto la lieve speranza che gli restava ancora nell'efficacia di un vitto migliore e di cure opportune. Spesso un affanno più molesto e grave del solito gli aveva reso difficile il respiro; e non era stato possibile che mangiasse il cibo nauseante, il pane nero ed ammuffito e la scarsa minestra di fagiuoli senza condimento, che gli avevano portata.
Per alcune ore era stato disteso sul giaciglio come assopito in un letargo penoso, senza pensare quasi, affannando, e cogli occhi aperti fissi in modo pauroso sulla parete nera dove si allargavano, di fronte a lui, certe chiazze verdastre. Verso l'imbrunire si era riscosso alquanto, aveva potuto bere alcuni sorsi d'acqua, il suo respiro era divenuto più facile, ed egli aveva ritrovato la facoltà di pensare. Non gli era però riuscito di muovere alcuni passi nella segreta; ma era rimasto per qualche tempo seduto sulla sponda del letto, ripensando al passato così lieto per lui, girando la sua vita scorreva tra l'amore di Francesca e dei dolci figli. In quella stagione dell'anno, quando il sole volgeva al tramonto, egli stanco, dopo il lavoro giornaliero, soleva scendere colla moglie ed i figliuoli nel giardino. Francesca, sempre un po' debole, sedeva sul banco di pietra sotto le passiflore, dove più tardi Antonio avrebbe parlato a Teresa di Elisa. Allora il dottore attingeva l'acqua dalla piccola cisterna, nel mezzo del giardino, lieto quando la secchia, passando tra i folti capilvenere cresciuti nel vano, intorno al muricciuolo che cingeva l'apertura della cisterna, saliva colma d'acqua.
Severino l'aiutava affaccendato ad innaffiare le aiuole arse dal sole, a piè degli agrumi che languivano se la terra era asciutta; e pareva che sotto la pioggia benefica, esultassero i garofani, le dalie massicce, i gelsomini fioriti vicino ai rosai ed alle macchie di oleandri profumati. Le fanciulle toglievano allora dalle piante i fiori appassiti o discorrevano colla mamma.
Come era dolce per il dottore quella visione di pace che lo faceva vivere nel tempo al quale era seguìto tanto strazio di dolore. Ecco, nella specie di smarrimento del suo pensiero egli rivedeva tutti i fiori, tutti gli alberi del giardino; la grande magnolia colle foglie lucenti, i nespoli coi rami bizzarri e contorti, quasi intrecciati insieme, il lauro alto e rigoglioso, vicino alle passiflore. Rivedeva le ville sulla collina ed i pini ombrelliferi, il fondo della valle colla strada tortuosa e l'ospizio della Vita. Tutto il noto paesaggio era dinanzi a lui fulgente di luce come nelle giornate più belle.
Ma ben presto la visione dolcissima era sparita, uno spasimo acuto l'aveva fatto ricadere sul letto, e nella solitudine paurosa in quel momento, aveva rivedute intorno a sè le mura della segreta. Un lieve miglioramento era venuto più tardi a confortarlo alquanto: ma non aveva potuto chiudere gli occhi al sonno fino alla visita notturna dei carcerieri.
Come lo confortava quella luce splendida della luna, venuta a diradare le tenebre, che lo circondavano! Già verso le dieci si era spenta per mancanza d'alimento la piccola lampada ad olio attaccata alla parete, lasciando col fumo un puzzo nauseante. Già egli aveva seguìto con una specie di angoscia la lenta agonia della fiammella morente. Temeva forse le tenebre, o gli pareva quella l'imagine di una povera vita vicina anch'essa a spegnersi, senza speranza di soccorso umano, fra le anguste pareti della segreta?
Quando la fiammella era morta, le tenebre, la solitudine gli avevano fatto provare un senso di paura. Ma un rumore appena percettibile aveva subito attratto la sua attenzione. Un tarlo rodeva il legno di una vecchia sedia a piè del suo letto. Tante volte nelle notti insonni, quando il passo pesante della sentinella non risonava innanzi alla sua porta, egli aveva sentito quel piccolo tarlo, ignaro della sua miseria, del suo dolore, che compiva in pace fra le tenebre l'opera di distruzione, infaticabile e lento; quasi atomo vivente, che aveva il suo nido in un cantuccio di quella sedia; ed egli non si era più sentito solo nel triste carcere.
Quella notte la luce era morta, ma il tarlo avea dato principio al lavoro consueto, ed era parso al dottore di trovarsi accora nel mondo dei viventi. Poi il tarlo si era riposato tacendo, ed egli avea creduto di essere già in mezzo alla solitudine della tomba sotto il grave peso della terra, e di una lapide sepolcrale. Era dunque degno di una benedizione partita dal cuore e dalle labbra quel raggio della luna, che diradava intorno a lui l'oscurità.
Per circa un'ora, dopo che la finestra era stata aperta, Riva rimase nella stessa posizione, in una specie d'inerzia della mente pari a quella del corpo. Poi una vertigine paurosa lo destò dal lungo e morboso torpore. Non lo travolgeva un turbine nelle sue spire vorticose; non si era spalancato un abisso senza fondo, nel quale egli precipitava girando? chi lo trascinava in quel modo, traendolo a certa rovina, fuori della terra, lungi da tutti quelli che amava? Dove erano Francesca e i figli suoi? Perchè non sentivano pietà di lui? L'avevano abbandonato tutti, e non era la morte forse che lo portava seco in una ridda paurosa?
Per lungo tempo ancora egli vaneggiò, affannando, col viso terreo. Ecco, i suoi figliuoli bambini gli stavano intorno. Come erano ricciuti e lucenti i biondi capelli di Assunta! ed egli passava le dita nelle anella d'oro. Teresa, sulle sue ginocchia, in piedi, lo baciava, lo baciava così forte; gli stringeva tanto il collo fra le piccole braccia ch'egli perdeva il respiro.
Le figure soavi delle bambine scomparvero. Che faceva Severino? Non era forse disteso sul lettuccio, morente, vicino alla mamma che non voleva esser consolata, ed egli non poteva far nulla per lui? Come era terribile l'agonia di Severino; il dolore della madre. Ma no, Severino era forte, sano, spariva il lettuccio bianco, Francesca rideva, giovane, bella come nel giorno in cui si erano sposati. Tutto era pronto; quanta gente intorno a loro! Ella era pallida, colla bianca veste di seta, e il lungo velo. Perchè non potevano scendere le scale? Non era possibile che andassero innanzi. Quelle scale non finivano mai: i gradini succedevano ai gradini, erano cento, mille. Ecco giungeva colla sposa nel cortile; non si poteva uscire!
Finalmente erano all'aperto. Che rumore era quello? rumore di fucilate certo! Si battevano per le vie le guardie nazionali, gli Svizzeri, la plebe. Lui solo voleva portare la bandiera tricolore; nessuno gliela poteva togliere dalle mani. Ecco, egli cadeva; come era bello morire così! ma la bandiera l'aveva uno Svizzero; la trascinavano nel sangue, nel fango...
Il dottore tornato in sè cerco di sollevarsi sul giaciglio; ma non fa possibile. Volle chiamare la sentinella, che non lasciava mai il corridoio, i carcerieri, per avere un soccorso qualsiasi. Aveva capito che moriva, ed era terribile la morte in quella solitudine. La voce, a dispetto dello sforzo quasi sovrumano che fece, non uscì dalle sue labbra; si provò allora a scendere dal letto. Ah! se avesse potuto trascinarsi fino a quella porta! scuoterla. Lo svizzero di guardia avrebbe chiamato qualcuno; avrebbero aperto, potevano forse salvarlo ancora. Ma non era possibile che si movesse. La paralisi che gli toglieva la favella aveva colpito anche il lato destro della sua persona. Doveva restare immobile, solo, aspettando che giungesse la fine. Allora innanzi alla morte che gli pareva imminente, una calma solenne gli si diffuse nel cuore, nel pensiero.
Qualche volta, in altri tempi, aveva pensato colla serenità del giusto e la fede del credente alla sua ora estrema. Aveva sperato di morire colla Croce sul petto, benedicendo i cari figli; dicendo a Francesca che non finiva sulla terra il loro amore. Invece Francesca, i figliuoli erano lontani; nessuno di loro gli era allato per confortarlo coll'amore; nessuno tergeva il gelido sudore che gli copriva la fronte o bagnava con atto pietoso, colla mano tremante, le sue labbra inarridite!
Con tutta l'anima Riva mandò ai cari suoi il saluto estremo, l'ultima benedizione. Egli pensò ancora al suo paese amato con tanto ardore; pregò per gli oppressi e chiese perdono per gli oppressori. Poi gli sembrò che ogni cosa terrena svanisse intorno a lui. Dove erano le sbarre massicce di ferro, le mura anguste, la porta chiusa inesorabilmente ch'egli non poteva varcare? Le mura erano sparite; non lo circondava più l'orrore del carcere. Già il suo spirito vagava in regioni eteree, e gli pareva che Iddio ch'egli amava lo chiamasse fra l'eterna luce.
Un rantolo prima lieve, poi forte e tormentoso ruppe il silenzio che regnava intorno al dottore. Lo Svizzero di guardia, passando innanzi alla porta della segreta credette di sentire gemiti e singhiozzi, e non se ne dette pensiero. Da qualche tempo egli prestava servizio alla Vicaria: e avendo vinta la prima impressione di raccapriccio destata in lui dall'orrore del carcere, dai lamenti, dai pianti, dalle grida che rompevano spesso intorno a lui il silenzio nelle veglie notturne; non si curava più dei patimenti che non davano requie ai prigionieri.
Egli continuò a camminare nel corridoio, col passo lento e misurato. Quando tornò dopo qualche tempo innanzi alla segreta di Riva rabbrividì. Non erano quelli i soliti gemiti dei prigionieri!
In fondo al corridoio, sugli ultimi gradini della scaletta angusta, umida, apparvero allora altri soldati svizzeri, che venivano a cambiare le sentinelle, ed erano con loro alcuni carcerieri assonnati, che dovevano cominciare di nuovo la visita noiosa alle sbarre delle finestre.
Lo svizzero non sapeva parlare italiano, e additò solo ai carcerieri la porta della segreta, dove stava il dottore. Questi lo guardarono senza sapere che cosa fosse accaduto; e nel luogo dove erano, sul limitare della scala, non giungeva nessun lamento. Lo svizzero, per mezzo di un suo compagno, che sapeva dire qualche cosa, a modo suo, in una specie d'italiano barbaro, fece capire ai carcerieri che certi gemiti strani uscivano dalla segreta.
I carcerieri alzarono le spalle. Non sapeva ancora quel coscritto che nessuno ci stava volentieri nelle segrete; che non si rideva mai fra quelle mura, ed invece si piangeva spesso? Il dottore, come tanti suoi compagni, non aveva pace quella notte; e la colpa era tutta sua. Perchè gli era venuto in mente di fare il liberale, e di voler male al re?
La porta della segreta venne aperta; il dottore rantolava ancora, ma non vide i carcerieri. Questi si chinarono su di lui. Non era la prima volta che nelle visite notturne trovavano nelle carceri un morente. Uno di essi scosse forte Riva, afferrandogli con modo quasi brutale la spalla e lo chiamò; l'altro aveva già avvicinato la lanterna al viso del dottore, e dopo averlo guardato fece un passo indietro, dicendo:
– Costui muore!
– È vero, – balbettò l'altro carceriere, avvezzo a vedere scene spaventevoli, ma che non sapeva mai vincere un senso di raccapriccio innanzi alla morte.
L'uomo che aveva scosso Riva cercò di sollevarlo. Questi riaprì gli occhi: aveva ancora coscienza di quanto lo circondava, e fece uno sforzo violento per parlare a coloro che assistevano alla sua agonia. Quanti pensieri si affollavano nella sua mente! Quante parole d'amore per la famiglia egli voleva dire, di perdono per quelli che l'uccidevano, di fede e di speranza!
Intanto il carceriere che l'aveva sollevato alquanto, vinto da un sentimento insolito di pietà disse all'altro, che teneva sempre la lanterna:
– Non è possibile che si lasci morire un cristiano in questo modo. Corri a chiamare gente, ad avvertire il cappellano.
L'uomo lasciò la lanterna sulla vecchia sedia, dove il tarlo taceva ancora, ed uscì in fretta, lasciando spalancata la porta. Il suo compagno rimasto solo con Riva, che tremava, vinto dal freddo della morte, adagiò lentamente il suo capo sul piccolo guanciale, e la pietà cresceva in lui.
Ah! non era colui che moriva uno dei soliti ladri, dei camorristi feriti mortalmente nelle sanguinose risse frequenti nei cameroni della Vicaria, e che spiravano coll'ira in cuore, la bestemmia sulle labbra, anelando alla vendetta. Il dottore invece, sul volto già coperto dalle ombre della morte, aveva qualche cosa della serenità dei santi e dei martiri.
Il carceriere prese un mantello gittato a piè del lettuccio, lo spiegò e lo distese sul dottore; poi di nuovo sollevò il suo capo con grande gentilezza, dicendogli di sperare ancora, di confortarsi. Fra poco tornerebbe il compagno, avrebbe qualche soccorso.
Poi egli esitò. Non era permesso ancora di parlare ai prigionieri della vicina amnistia; ma quell'uomo era morente, e si poteva fare per lui una eccezione. Se capiva ancora, non era possibile che una grande commozione, una gioia intensa richiamassero in lui la vita che fuggiva?
Il carceriere si chinò verso Riva e gli disse:
– Guardate di vivere, di stare bene. Si dice che il re...
Parve che il dottore interrogasse collo sguardo che si spegneva il carceriere. Questi, che aveva esitato un istante non sapendo se le sue parole fossero intese, soggiunse, vedendosi guardato dal morente:
– Si dice, ed è certo, che il re farà presto la grazia ai prigionieri politici. Saranno forse settecento i liberati. Ci sarete anche voi, sperate!
Riva udì, ebbe la forza di sollevare il capo, e per un istante sentì un rimpianto amaro della vita che fuggiva. Poi rassegnato, rapidamente, sollevò di nuovo a Dio il pensiero e la speranza. Il respiro cessò, gli occhi rimasero fissi, senza sguardo. Era morto!