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XII.
Squitti aveva dormito in pace nella sua camera, ed erano vicine le otto, quando per respirare una boccata d'aria fresca, spalancò il balcone, che si apriva sulla piazzetta di Materdei, al primo piano della grande casa, di fronte alla chiesa.
Vi era già sulla piazzetta una folla di donnicciuole e di venditori ambulanti, i quali gridavano forte, chiamando gli avventori intorno alla loro merce; e le grandi ceste colme di fichi, in mezzo ai quali spiccavano colla tinta rosea gli oleandri coperti ancora di rugiada, attraevano in modo speciale la gente.
Da gran tempo Squitti non era stato così soddisfatto. E con animo commosso, con ardente speranza, ripensava al contegno di Teresa, la sera innanzi, vicino a lui, quando gli aveva data la lettera per il padre, ed insieme avevano stabilito diverse cose per la visita alla Vicaria.
Ella si era mostrata così riconoscente, l'aveva con tanto calore ringraziato di quanto faceva per il padre; e se, guardandolo, aveva indovinato il suo amore, non si era mostrata disposta a respingerlo. Come era giunta a proposito per lui la lieta notizia della prossima amnistia, e con quanto desiderio aspettava il giorno nel quale andrebbero a visitare il dottore! Gli sarebbe così facile allora di stare a lungo accanto a Teresa e si mostrerebbe così affettuoso e commosso vedendolo, ch'ella sentirebbe crescere in sè la fiducia verso di lui e la gratitudine. Non era forse vicino il giorno in cui potrebbe senza temere una ripulsa disdegnosa, dire alla fanciulla tutto l'amor suo?
Mentre Squitti colla fantasia accesa vedeva già Teresa, che ascoltava commossa le sue ardenti parole, tre donne, vedendo dalla strada Materdei, entrarono nella piazzetta, fra molte persone discese da San Raffaele o salite dalle Fontanelle, mentre la campana di Materdei chiamava i fedeli alla Messa delle otto. Era giorno di festa, e le fanciulle Riva andavano anch'esse con donna Amalia nella piccola chiesa.
Esse videro Squitti, passando innanzi al balcone, e con un lieve cenno del capo, con un sorriso, risposero al suo saluto. Donna Amalia chinò per lui, con una certa solennità, la cima dei papaveri rossi, che ondeggiavano all'aura mattutina sul suo cappello di paglia.
Che cosa avvenne nel cuore di Squitti, quando ebbe il saluto di Teresa e vide il suo sorriso? Gli parve allora più vicino il giorno del suo trionfo ed il principio di una felicità infinita.
La fanciulla aveva già salito colle sue compagne i tre gradini di pietra grigia, per entrare in chiesa, quando giunse con passo affrettato sulla piazzetta il servo di Salvetti, tenendo in mano una lettera, e si diresse verso la casa di Squitti, che si fece scuro in volto appena lo vide. Che cosa voleva da lui Salvetti, contro il quale, dopo le costanti ripulse per la liberazione di Michele Riva, sentiva un odio profondo?
Il servo era già entrato nella casa, e Squitti, il quale si era seduto presso il balcone, aspettando che le fanciulle Riva uscissero da Materdei, ebbe dopo alcuni minuti la lettera, che aprì con molta noia, quasi con dispetto, benchè fosse sempre il servo di Salvetti. Sul largo foglio spiegato lesse
«Il dottore Michele Riva è morto stanotte alla Vicaria. V'incarico di far conoscere questa notizia alla famiglia. Vi saluto.
Salvetti».
Squitti lasciò cadere il foglio dalle mani tremanti, ed il suo volto divenne livido. Riva era morto! per alcuni minuti egli non seppe fare altro che ripetere quelle terribili parole, dimenticando Teresa, il suo amore; ed aveva solo dinanzi l'immagine dell'ucciso. Poi, riavutosi alquanto, volle persuadersi che sognava, Riva non era morto e Salvetti non aveva scritto. Ma la lettera era aperta innanzi ai suoi piedi: egli non sognava!
Squitti cercò di vincere lo spavento che l'invadeva, mentre uno spasimo atroce di rimorso gli lacerava il cuore. Come poteva essersi mutato in quel modo? Non erano morti altri in carcere, vittime delle sue accuse? Non ve n'erano altri che trascinavano all'ergastolo, per cagion sua, la catena, colpevoli solo di avergli lasciato indovinare l'amore ardente per la patria, e di avere detto innanzi a lui qualche imprudente parola?
Perchè dunque l'atterriva in quel modo la morte del dottore, e lo faceva piombare nel dolore e nella disperazione? Ma Riva era il padre di Teresa, e a dispetto della corruzione profonda, egli sentiva che un abisso spaventevole si era aperto per dividerlo dalla fanciulla amata. Come era possibile che la figlia della vittima fosse unita un giorno all'assassino?
Per ha prima volta, e per breve tempo, Squitti misurò tutta l'abbiezione della sua vita d'insidie, di tradimenti, poi si fece animo. Essendo maestro nell'arte di simulare, che cosa poteva temere? Chi avrebbe mai rivelato a Teresa il terribile segreto? E poi egli non aveva voluto la morte di Riva. Un giorno, quasi acciecato dalla passione che ardeva in ogni fibra dell'animo suo, aveva imaginato un mezzo, il solo, a parer suo, che potesse legare a lui l'anima di Teresa. Allora aveva denunziato Riva, affermando che cospirava contro il re, ma era certo di poterlo liberare fra brevissimo tempo, perchè nessuna accusa poteva reggere allora contro di lui. Invece non aveva accusato il vero colpevole, che vi era in casa Riva, perchè non gli sarebbe più riuscito di salvarlo! Egli aveva sognato allora di essere accolto dal dottore, dopo un breve periodo di affanno per la sua famiglia, come un liberatore ed un figliuolo! Invece la Vicaria non gli aveva reso vivente l'infelice. Riva era morto!
Essendo alquanto più calmo, Squitti riprese la lettera, la rilesse, e badò all'ultima parte, della quale non aveva tenuto conto prima: Salvetti lo incaricava dunque di annunziare il triste caso alla famiglia Riva!
Come era possibile che lui, proprio lui portasse quella notizia! Il cuore gli sarebbe bastato per darla a donna Francesca, a Severino, ad Assunta, ma non poteva, non osava dire a Teresa che suo padre era morto, non voleva essere per lei un nunzio di sventura.
Da circa mezz'ora Squitti aveva letto la lettera di Salvetti, e nell'affanno che lo travagliava, nella confusione turbinosa dei suoi pensieri non si era accorto che il tempo passava. Intanto la gente ricominciò ad uscire dalla chiesa, ed egli teneva lo sguardo fisso sulla facciata bianca, o sulla porta spalancata senza vedere nulla. Poi Teresa apparve sulla soglia, precedendo di alcuni passi Assunta e donna Amalia. Appena Squitti vide la sua persona snella, che non perdeva nulla della sua grazia colla veste semplice, quasi povera, egli si alzò, pallido, tremante, e tornò in fretta nella camera. Non voleva che le fanciulle, passando, gli sorridessero di nuovo, come ad un amico, mentre il padre era morto alla Vicaria!
Le fanciulle e donna Amalia attraversarono la piazzetta; il balcone di Squitti era vuoto.
Sonavano le nove e mezzo, quando Peppina Salvetti pallidissima, ansante, perchè aveva salito in fretta le scale, giunse in casa di Concetta Marulla. Filomena che le aprì la porta, la guardò spaventata, vedendola col viso stravolto. Ella chiese:
– Sì, eccellenza, ma che cosa avete? vi sentite...
La Salvetti l'interruppe, dicendo:
– Avverti subito Concetta che sono qui.
Peppina andò innanzi, attraversando alcune stanze, e si fermò in un salotto che precedeva la camera della Marulla. Filomena corse a chiamare la padrona, che era andata a fare, come spesso usava, una specie d'ispezione in cucina.
Quando la Marulla seppe che la Salvetti era venuta a chiedere di lei, ed era così pallida, smarrita, che faceva pietà, si affrettò a raggiungerla nel salotto. Alcune lagrime scorrevano sulle guance di Peppina, che disse vedendola:
– Che disgrazia, Concetta, che disgrazia!
– Che cosa è accaduto? – chiese la Marulla che impallidì. Filippo ed il marito erano usciti da circa un quarto d'ora e l'assalì una paura irragionevole, temendo che Peppina fosse venuta ad annunziarle qualche sventura toccata all'uno o all'altro.
– Il dottore, tuo cognato! – esclamò Peppina, che non potè continuare.
Il volto di Concetta si rischiarò. Poichè non si trattava del marito e di Filippo, ma solo del cognato, il caso non era tanto grave per lei. Ella chiese:
– Ebbene?
– Se tu sapessi. Proprio adesso che il re gli voleva concedere la grazia!
– Ha fatto qualche altra pazzia? Si è rovinato di nuovo? Ha voluto fuggire?
– No!
La Marulla guardò tacendo Peppina. Che cosa aveva dunque fatto il cognato?
– Non puoi imaginare! soggiunse la Salvetti, che non trovava in sè il coraggio di dirle la verità.
– Che cosa ha fatto?
– Insomma puoi parlare. Sai bene che mi aspetto sempre nuovi dispiaceri da colui. Che cosa ha fatto? Certamente ha offeso di nuovo Sua Maestà.
– No!
– Ebbene?
– È morto
La Marulla divenne più pallida e tacque. L'odiava tanto quel cognato, ma era pure terribile la notizia della sua morte; non perchè le premesse di lui, ma solo perchè imaginò che non vi fosse più speranza di pace e di salute per l'unica sorella che amava. Le parve di vederla più bianca e disfatta, vicina a morire per colui, che aveva rovinata la sua casa, i figliuoli, ed una grande angoscia le strinse il cuore.
Peppina le aveva cinto con un braccio il collo e la baciava piangendo, sdegnata contro di sè, sembrandole di non essere stata prudente come si conveniva, e di aver dato in modo quasi brutale quella notizia all'amica. La prese per mano, la trasse con dolcezza presso un seggiolone, la fece sedere, poi corse a tirare il cordone di un campanello e tornò vicino a lei, che non poteva parlare, dicendole:
– Perdonami, Concetta, non dovevo dirtelo così; ma non credevo che t'importasse tanto di lui!
La Marulla fece un lieve gesto d'impazienza, nel sentire queste parole. Le spiaceva che l'amica la credesse tanto addolorata, per quella morte. Disse:
– Hai avuto ragione; non m'importa nulla di lui. Mi dolgo solo per Francesca. Ora morirà anche lei, non è possibile che sopravviva al marito!
Filomena venne in fretta, e si spaventò vedendo la padrona così bianca. La Salvetti le disse:
– Porta subito un bicchiere d'acqua e qualche liquore.
La Marulla, che si era alquanto riavuta, chiese:
– Quando è morto?
– Chi è morto? – dimandò Filomena, che non si era mossa ancora per andar a prendere l'acqua, accesa da grande curiosità.
– Il dottore, Michele, – rispose la Marulla.
– Sì!
Filomena congiunse insieme le mani e tacque. Avrebbe voluto dire che il dottore meritava di fare quella morte, in prigione, solo come un cane, lungi dalla famiglia, che aveva rovinata colle sue pazzie; ma non osò, perchè la padrona non tollerava che facesse inutili discorsi quando vi era qualcuno con lei. Ella si volse per andare a prendere l'acqua. Concetta domandò ancora a Peppina:
– Sai se hanno già fatto conoscere la notizia in casa sua?
– Mio marito ha scritto molto presto a Squitti stamane e l'ha incaricato di comunicarla alla famiglia.
– Dunque, – esclamò la Marulla, – a quest'ora Francesca ed i suoi figli sanno che è morto. Povera Francesca, poveri ragazzi!
Filomena tornò col bicchiere d'acqua sul vassoio, dove erano anche due bicchierini, ed una bottiglia col liquore di caffè, fatto con grande perfezione dalla padrona, alla quale disse, mentre versava il liquore nei bicchieri di cristallo coi fregi d'oro:
– È venuto adesso don Pasquale Squitti. Totonno l'ha fatto entrare nel salotto giallo. Vuole parlare subito con voi.
– Vado, – disse la Marulla che si alzò dopo che ebbe bevuto in fretta il liquore, – vieni anche tu, Peppina?
– No, ti aspetto qui. Sai che non posso soffrire Squitti: ha la faccia di un iettatore.
– Torno subito con te, – disse Marulla lasciando sola Peppina, che provava sempre un senso di ribrezzo vicino a certi individui, i quali frequentavano la sua casa, ed erano peraltro servi devoti di suo marito.
La Marulla era giunta nel salotto giallo. Squitti l'aspettava in piedi; vedendola sconvolta in viso domandò:
– Sì. Avete già veduto Francesca?
– Non ancora.
– Eppure so che Salvetti ha dato a voi l'incarico di...
– Sì. ma non ho avuto il coraggio di parlare con donna Francesca e colle signorine. Ho cercato di vedere Severino, e non è stato possibile; era già uscito. E poi sapete bene che in certi momenti non basta l'affetto degli amici per consolare chi è oppresso da grande sventura. Più efficace può essere la parola di parenti affettuosi. Nessuno potrà meglio di voi far sapere con garbo la notizia...
– Io!
– Ma sì! Pensate alla condizione di vostra sorella, e delle vostre nipoti, ora che sapranno la notizia. Dovete andare voi in casa Riva, e parlare alle ragazze prima di vedere donna Francesca. Io guarderò di trovare Severino. Forse verrà alla Vicaria, per domandare se hanno consegnato quella lettera al padre. Sapete che doveva averla stamane! Intanto bisogna che io pensi subito a tante cose, altrimenti il... il cadavere del dottore sarà fra breve portato via sul carro dei poveri. Ora mi occuperò io, affinchè Severino ottenga di vedere il padre, e di provvedere come meglio crederà alla sua sepoltura. Andrò più tardi in casa Riva. Adesso è necessario che ci andiate voi.
– Avete ragione, debbo andare. Ecco quello che si guadagna a fare il rompicollo, il liberale. Si muore in carcere, e poi toccano agli altri tanti guai e tante seccature.
– Vado dunque a fare le pratiche necessarie. Non posso lasciare che la salma del dottore sia trasportata al camposanto senza riguardi, come quella di un assassino, di un ladro.
Squitti salutò la Marulla, ed era già sulla soglia del salotto, quando si voltò e disse ancora:
– Direte in casa Riva che penso io a tutto. Che non li abbandono. Andrò più tardi.
La Marulla non rispose: pensava il doloroso incarico assunto; quando ritornò presso la Salvetti, questa chiese:
– Che cosa voleva Squitti?
– Dice che deve pensare a tante cose per l'esequie di Michele. Non ha avvertito la famiglia: Severino era uscito, e non ha voluto parlare a Francesca ed alle ragazze.
– Ah! capisco; gli manca il cuore di portare la notizia! Come è diventato sensibile quell'uomo! E tu, vai?
La Marulla non badò al senso amaro delle parole di Peppina, e rispose:
– Subito. Non posso abbandonare in questo momento Francesca e le ragazze.
– Aspetto che tu sia pronta, scenderemo insieme.
La Marulla non pensò a vestirsi coi solito lusso. Mise in fretta una mantiglia di merletto nero sulla veste scura, che aveva indosso, e chiamata Filomena questa le appuntò sui folti capelli, pettinati con molta cura, un cappellino elegantissimo bianco e rosso, non avendone ella un altro che fosse meno vistoso. La Marulla discese affrettandosi nel cortile con Peppina Salvetti, che era sempre dolente pel dispiacere toccato all'amica, e la lasciò soltanto quando fu salita nella carrozzella chiamata dal portinaio.
La Marulla pensava con terrore al momento nel quale vedrebbe la sorella, e intanto aveva premura di giungere in casa sua, temendo che il fatale annunzio le pervenisse in altro modo, senza ch'ella si trovasse vicino a lei per confortarla come meglio saprebbe.
Passavano di rado le carrozzelle nel vicolo Calce, e quando una di esse vi giungeva con una certa fatica, in mezzo alla biancheria distesa al sole ed a certi sciami di monelli irrequieti, molte faccie di persone curiose apparivano alle finestre. Appena quella della Marulla arrivò innanzi alla casa di donna Francesca, Assunta si affacciò per vedere chi vi fosse dentro. Avendo vista la zia corse ad annunziare la sua venuta alla mamma ed a Teresa, che stavano in un'altra stanza, e furono meravigliate di quella insolita visita mattutina.
La Marulla entrata nel piccolo cortile saliva già il primo braccio delle scale, lentamente, affannando. Non era mai facile per lei salire una scala; ma in quel momento l'impresa era molto più ardua, perchè tremava ed il cuore le batteva con insolita violenza. Intanto pensava che se Michele fosse stato un galantuomo, come suo marito, ella non avrebbe dovuto subire quella terribile prova.
Giunta sul primo pianerottolo, ella si fermò per riprendere lena; donna Amalia, che scendeva, svoltando si trovò di fronte a lei. Per fortuna non aveva sofferto per la gran paura, chè le avevano fatta quei diavoli ubbriachi, che non sapeva chiamare con altro nome, ed era così lieta quella mattina, poichè aveva lasciato esultanti le ragazze e donna Francesca. A quell'ora le lettere erano certamente giunte al dottore ed egli sapeva che sarebbe liberato ben presto. Come doveva godere quella mattina Riva! Intanto ella andava lontano a portare al «Gagne petit» gli ultimi ricami eseguiti dalle fanciulle, ed aveva già stabilito di aggiungere, come spesso usava segretamente, qualche cosa dei suoi meschini risparmi al prezzo che le darebbero per quei lavori, affinchè le ragazze avessero un compenso alquanto più alto.
Quando donna Amalia incontrò la Marulla, a quell'ora, sulle scale, non potè vedere chiaramente il suo volto a cagione della poca luce, e credette che venisse a dare qualche notizia importante alla sorella. Certamente sapeva in qual giorno uscirebbe il dottore. Pel desiderio di sentire subito la nuova, che bramava con tanto ardore, non le chiese neppure conto della sua salute, e domandò:
– Ebbene, donna Concetta, sapete qualche cosa di nuovo?
– Ah! donna Amalia, che disgrazia!
– Che cosa c'è? – domandò lei spaventata, che aveva così spesso l'animo agitato per Severino ed Antonio.
– È morto!
– Chi?
– Michele!
Donna Amalia lasciò cadere l'involto coi ricami, e si appoggiò al muro per non cadere anch'essa. Ripetè con debole voce:
– È morto!
– Chi è morto? chiese una voce mal sicura alle spalle di donna Amalia. Questa e la Marulla tacquero; Assunta discesa col passo leggiero per andar incontro alla zia, mentre a quell'ora Schwarz era a San Petito e non si correva il rischio d'incontrarlo sulle scale, era apparsa improvvisamente alle due donne, e senza sapere perchè, nel sentire che qualcuno era morto, tremava ed aveva il viso bianco. Di nuovo ella chiese:
– Chi è morto?
Le rispose un singhiozzo di donna Amalia. La Marulla avvicinatasi a lei l'abbracciò dicendole:
– Devi aver coraggio e pensare alla mamma, adesso.
– Il babbo? – domandò Assunta, che temeva di aver capito, – che cosa ha il babbo?
– Coraggio, Assunta, – disse la Marulla, spaventata dal dolore che si vedeva sul volto di quella fanciulla, che le era doppiamente cara perchè Filippo l'amava. Ella soggiunse:
– Devi aver coraggio, anche per amor mio e per Filippo!
– Povero dottore! – balbettò donna Amalia.
– Il babbo, voglio il babbo mio! – disse Assunta che non potè frenare i singhiozzi convulsi.
– Animo, Assunta. Dobbiamo andare dalla mamma, adesso, calmati; non deve vederti così.
Assunta non l'udiva. Aveva un pensiero fisso; voleva vedere il padre.
– Donna Amalia, – disse la Marulla, – salite con noi. Non è possibile che Assunta ritorni presso Francesca in questo stato. Conducetela in casa vostra per carità.
Le tre donne salirono un altro braccio della scala e giunsero presso l'uscio di donna Amalia. Questa piangeva silenziosamente, e con la mano tremante non poteva trovare la chiave di casa, nella grande borsa ricamata, con gli uccelli verdastri in mezzo ad una ghirlanda di rose fiammanti. Finalmente la prese, e la mise nella toppa della serratura. Aprì, la Marulla entrò con lei, fece sedere Assunta, che singhiozzava sempre, nella piccola anticamera, vicino alla sua fedele amica, e uscì di nuovo sulle scale.
Donna Francesca non era stupita del lungo indugio della sorella. Sapeva che saliva molto lentamente le scale, e poi si era fermata senza dubbio a discorrere con Assunta. Intanto volle farle una sorpresa e andarle incontro senza aiuto. Era divenuta forte e poteva camminare sola.
Lentamente ella andò verso l'uscio, senza voler accettare l'aiuto di Teresa, che la seguiva, ed uscì sul pianerottolo sorridente, lieta nell'aspetto, trasformata. Di certo aspettava una lieta notizia dalla Marulla. Questa le giunse di fronte appena ella fu uscita, e non le riuscì nè di sorriderle nè di mostrarsi calma nell'aspetto. Vedendola, un terrore pazzo invase l'animo di donna Francesca. Perchè Concetta aveva la faccia disfatta e gli occhi molli di pianto? Quasi barcollando mosse due passi verso di lei, ed era bianca in volto come il povero morto che riposava in pace alla Vicaria. Non era possibile che parlasse. Teresa le stava già accanto per sorreggerla. Aveva anche lei visto la faccia della zia e tremava, pallida, senza voce.
La Marulla era atterrita. Aveva divisato di mostrarsi calma nel giungere in casa della sorella, e di preparare lentamente, con grande prudenza, l'animo delle fanciulle a sentire la triste notizia. Avrebbero poi cercato insieme di far indovinare a Francesca una parte della verità. Invece l'improvviso incontro con Assunta, lo scoppio di dolore della fanciulla, la commozione violenta che non le riusciva di reprimere, trovandosi di fronte a Francesca, in quel momento, le toglievano la facoltà di simulare.
Ella non seppe far altro che abbracciare la sorella e baciarla. Intanto, aveva lasciato aperto l'uscio di donna Amalia, uscendo, e si sentì sul pianerottolo il pianto disperato di Assunta.
– Che cosa è avvenuto, Concetta? – balbettò donna Francesca, cercando di sciogliersi dall'abbraccio della sorella per interrogarla.
– Zia, – chiese Teresa, che voleva sapere, – il babbo, come sta il babbo?
– Ecco, – balbettò lei, non sapendo quasi ciò che diceva, – è alquanto indisposto. Speriamo... forse.
– Indisposto, Michele! – gridò donna Francesca, – che credette il marito in grave stato, ma non indovinò subito la verità. Teresa invece aveva già capito, ed insieme col dolore acuto per il povero padre, provò un senso di terrore, pensando alla madre. Fece un lieve sforzo per ricondurla in casa dicendo:
– Sarà nulla, mamma, vieni, andiamo...
Donna Francesca la respinse ed afferrò una mano di Concetta, appoggiandosi al muricciuolo della scala, perchè si sentiva mancare e domandò:
– Che cosa ha Michele? Sta male, è vero? Ma chi piange in casa di donna Amalia? Michele dimmi, sta male; perchè piange Assunta?
La Marulla, aveva abbracciato di nuovo la sorella. Benchè fosse tanto superba, spesso, nei modi e anche nell'aspetto, i suoi nervi non erano molto forti, e poi nella rapida scena l'assalì di nuovo un terrore pazzo che la sorella morisse. Non rispose, lasciandola, e ruppe in un pianto dirotto, non per colui che era morto, ma per Francesca, e si univa al suo dolore il rimorso acuto di essere stata così poco padrona di sè vicino a lei, in quel momento.
Francesca ebbe in un baleno la coscienza intera della verità. Con accento straziante gridò:
– Michele è morto! – poi rimase senza voce, senza lagrime, quasi inebetita, mentre la Marulla e Teresa, che non aveva più lagrime, la riconducevano in casa.
Sonava mezzo giorno quando Squitti, venendo da Castel Capuano. incontrò nella strada dei Tribunali Severino ed Antonio. Egli era ancora livido in volto, e teneva alcune carte in mano. Vedendo i due giovani si fermò di botto, non osando quasi avvicinarsi. Ma il suo sgomento svanì rapidamente, ed egli si accostò a Severino dicendo:
– Vi cerco da tanto tempo, non sapevo dove trovarvi, vengo adesso dalla Vicaria, si tratta di cosa tanto grave!
Antonio fermo vicino all'amico guardò stupito la faccia così mutata di Squitti. Non aveva mai creduto possibile che quell'uomo del quale diffidava, fosse capace di commuoversi per qualche cosa. Severino sentiva già in sè un infinito sgomento. Gli domandò: – Che cosa dovete dirmi? si tratta del babbo?
– Sì!
– Non sta bene, forse? che cosa è accaduto?
– Ecco: è ammalato, molto.
– Povero babbo mio! posso vederlo subito?
– Sì, – rispose Squitti, – potete vederlo, ho il permesso, eccolo. Non l'ho avuto senza molta fatica. Ma insomma l'ho. Si tratta di cosa grave, gravissima. Il dottore…
Egli non compì la frase. Spaventato dall'accento delle sue parole, e dalla reticenza colla quale aveva troncato il discorso, Severino gli afferrò il braccio dicendo:
– Voglio sapere tutta la verità, tutta!
– Ecco... dovete essere forte, pensare a vostra madre, alle sorelle. Sanno già tutto a quest'ora.
– Dunque il babbo?... – un singhiozzo troncò la parola sulle labbra di Severino. Antonio commosso profondamente passò il braccio sotto il suo, e non potè pronunziare una parola. Squitti riprese a dire:
– Pur troppo. Stamane, all'alba. Sono stato atterrito dalla notizia.
– Infami, – disse Severino, – l'hanno ucciso!
Egli non potè dire altro, e si appoggiò ad Antonio; pareva che ogni cosa gli girasse intorno.
– Mi sono mostrato crudele nel darvi in questo modo la notizia. Ma era indispensabile, per farvi sapere subito la verità. Vostra zia, donna Concetta; è corsa in casa vostra; io sotto andato alla Vicaria appena... appena mi hanno dato la notizia, sapendomi amico della vostra famiglia.
Severino, che non l'ascoltava, disse:
– Voglio vederlo, subito, dove l'hanno messo?
– Vi ho detto che sono andato alla Vicaria. Tutti sanno che in questi casi si affrettano tanto... Infatti si disponeva già per il trasporto nel carro dei poveri. Non l'avreste veduto più. Ho supplicato per voi, mi sono umiliato innanzi a tanta gente ed ho ottenuto quello che volevo. Il dottore si trova ancora alla Vicaria, potete vederlo.
Vacillando e appoggiato al braccio di Antonio, il giovine percorse il tratto di strada che lo separava ancora dalla Vicaria, e giunse ben presto sotto il porticato, fra i soldati svizzeri e le famiglie di molti detenuti per reati comuni, che aspettavano l'ora della visita. Squitti, che camminava sempre accanto a Severino, ruppe il silenzio e disse:
– Per un favore speciale vi è concesso di provvedere all'esequie, ma gli ordini sono severi. Domani mattina, alle sette, senza accompagnamento d'amici, in forma assai modesta... – Essi presero a salire per andare al terzo piano. Squitti provava un senso molesto di paura, di raccapriccio. Veramente si era adoperato con ardore, affinchè Riva non fosse portato via, prima di mezzogiorno, sul carro dei poveri, ma gli era mancato il coraggio di entrare nella segreta dove l'avevano lasciato. Ora non sapeva addurre una scusa qualsiasi per non andarvi con Antonio e Severino. Gli pareva che non fosse conveniente di lasciare il giovine, e non voleva perdere nessuna occasione di acquistare di più la fiducia e la gratitudine di Teresa e della sua famiglia.
Antonio soffriva come nei giorni più tristi della sua vita, quando i suoi genitori erano morti, e quando aveva nella terribile notte vegliato Elisa, fredda ed immobile, col bianco abito nuziale. Severino non vedeva quanto lo circondava. Le sentinelle svizzere, i carcerieri che passavano sulle luride scale; le mogli, le madri dei volgari assassini, dei ladri, sedute sui gradini, aggruppate insieme, ciarlando o piangendo mentre aspettavano per vedere i loro congiunti prigionieri. Egli non poteva parlare, ed un sol pensiero occupava la sua mente. Suo padre era morto; senza rivedere la moglie, i figli, solo nel carcere. Egli non lo rivedrebbe mai vivo, mai! Intanto gli ardeva in cuore il desiderio di baciarlo ancora, benchè paventasse l'istante in cui lo vedrebbe immobile e muto.
La porta della segreta era spalancata. Michele Riva era disteso rigido e calmo sul misero lettuccio. Quattro ceri, che Squitti aveva mandato per mezzo di un carceriere, ardevano vicino a lui. Le sue mani congiunte posavamo sopra un Crocifisso portato dal cappellano che aveva dato la benedizione alla salma; e molti gelsomini, anche dono di Squitti, erano stati dalla mano di un carceriere gittati sul povero corpo.
Nella segreta angusta, al lieve fumo dei ceri che ardevano si univa il profumo dei gelsomini, che appassivano stanchi e forse andavano morendo anch'essi, lungi dall'allegria del sole sotto il cielo azzurro. Nessuno vegliava la salma quando Severino entrò, e per un istante rimase fermo innanzi alla maestà della morte, con un'angoscia infinita nell'animo, una tempesta di passione e di dolore.
– Coraggio, Severino, –– balbettò Antonio, quasi commosso al pari di lui. – Non vedi che pace ha sul volto? coraggio!
– Così dovevo rivederti? – disse Severino, che singhiozzando prese a coprire di baci quel bianco volto, quelle mani gelide. Antonio piangeva come un fanciullo accanto al letto. Sulla soglia della segreta Squitti si appoggiava allo stipite della porta ferrata; muto, cogli occhi bassi. Non era possibile che guardasse la faccia serena di quel morto.