Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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XIII.

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XIII.

Erano circa le sei del mattino quando don Eugenio Teppi, svegliandosi, guardò con una specie di paura la luce che penetrava nella sua cameretta, passando tra le fessure delle vecchie imposte verdastre. Non era già molto tardi?

Egli aveva lasciato verso le due dopo la mezzanotte i cugini Riva, giunto in casa sua alle tre, si era coricato affranto, e forse per la stanchezza aveva dormito più di quanto doveva. In fretta guardò il vecchio orologio d'oro col quadrante circondato di brillanti appartenuto a sua madre, e ch'egli aveva salvato a stento dalla rovina della sua casa. Il suo volto si rischiarò, era presto ancora, e poteva trovarsi con don Gaetano presso la Vicaria, come era stabilito, per accompagnare il dottore al Camposanto.

Egli si vestì, e ben presto la luce, entrando liberamente nella povera camera dal balcone spalancato, ne rischiarò tutta la miseria, ch'egli solo conosceva, perchè non riceveva nessuno in casa sua.

Iddio solo sapeva con quale cuore aveva sentito la triste notizia, quando il giorno innanzi, profittando della libertà che gli dava la festa, era andato verso le due in casa Riva, per domandare se vi fossero altre notizie intorno all'amnistia. Quel mattino egli provava un lieve conforto pensando che, a cagione dell'ora, gli era dato di poter accompagnare la salma del cugino, poichè il suo ufficio non si apriva prima delle nove.

Ma benchè vi fosse ancora poco tempo per le sette, don Eugenio non poteva lasciare in quello stato la sua piccola camera. Soffriva di più in mezzo alla miseria, se non vi era in quella stamberga un ordine perfetto. Allora, affrettandosi sempre, prima d'indossare il vecchio abito ripiegato con cura e coperto sopra una sedia, egli disfece il letto, trasse da una piccola cucina buia la scopa, e stringendo tra le sue fine mani di gentiluomo il rozzo bastone di legno, prese a spazzare. Il sole aveva già invaso la camera che si trovava al quinto piano, volta a levante, verso il Vesuvio, e metteva una nota gaia in mezzo ai mobili vecchi, ma lucenti per nettezza, sulle pareti bianche, sul vecchio orologio che scintillava sospeso presso il capezzale del letto. La scopa passava rapidamente sui mattoni rossastri, consumati dal lungo uso, ed innanzi al balcone, in mezzo ai raggi del sole, danzavano, in lunghe liste luminose, miriadi di atomi leggieri che parevano d'oro.

Don Eugenio aveva intanto il cuore col povero cugino morto alla Vicaria, colla sua famiglia, desolata, e gli pareva di vedere ancora il volto marmoreo di donna Francesca che non poteva piangere, immota e silenziosa in mezzo ai figli suoi, agli amici che non sapevano consolarla.

La camera era pulita; don Eugenio mise l'abito nero, tolse da una vecchia scatola il cappello a cilindro che portava ossequioso al volere del re. Ogni giorno gli sembrava più rosso, più vecchio quel cappello, e non era ancora possibile che ne comprasse un altro. Poi egli si sgomentò. Gli parve di commettere una cattiva azione, una mancanza di rispetto, se accompagnava il feretro senza avere i guanti. Aprì un cassetto e prese in mano quelli verdi, i soli che avesse; li volse, li guardò da ogni parte. Non avrebbe potuto metterne uno solo, e tenere l'altro in mano? Sospirò e richiuse i guanti nel cassetto. Erano proprio inservibili e doveva accompagnare il cugino senza guanti. Intanto mancava solo un quarto alle sette.

Egli chiuse l'uscio, scese in fretta, per quanto potè, la scaletta umida, oscura, interminabile, ed uscì sulla strada.

Da ogni parte si udiva il rumore del ferro battuto, ed i fabbri colle mani annerite, chini sulle incudini, lavoravano innanzi alle porte spalancate delle fucine, che sembravano, viste dalla strada, antri spaventevoli.

Passando in fretta in mezzo ad un labirinto di vicoli sudici, stretti fra case orribili, altissime e nere, in quella parte tanto popolata di Napoli, che doveva solo dopo lunghi anni essere aperta in parte al sole ed alla luce, don Eugenio giunse all'angolo della via dei Tribunali, presso la Vicaria, dove don Gaetano l'aspettava.

Essi si strinsero la mano, senza parlare, e rimasero fermi presso il muro. Don Gaetano era oppresso da un dolore profondo, e gli mancava il cuore di dire qualche cosa a don Eugenio. Nell'umile ed oscura vita aveva sempre sentito per Michele Riva un'amicizia profonda, benchè fosse più innanzi di lui negli anni e tanto diverso nei pensieri, nelle aspirazioni.

Quando Michele negli anni giovanili, ardente, entusiasta, combatteva coll'opera e colla parola tra le file dei liberali, don Gaetano non aveva mai capito perchè si desse tanto da fare per certe utopie, le quali non sarebbero mai divenute una realtà; eppure non aveva osato biasimarlo apertamente, in cuor suo, perchè gli pareva, che Michele non potesse far nulla di male. Per tanti anni erano stati uniti insieme da un legame saldo e gentile, ed ora tutto era finito. Non vedrebbe più l'amico onesto e fedele!

Un carro mortuario giunse innanzi alla Vicaria, e due carrozze chiuse si fermarono a breve distanza. Da una di queste discese Filippo, al quale donna Concetta non aveva potuto impedire di accompagnare lo zio. Il giovine entrò nel cortile, e parecchi feroci dispersero un gruppo di donne e di fanciulli, che si erano avvicinati al carro per curiosità.

Dopo circa un quarto d'ora, don Gaetano e don Eugenio, che non osarono avvicinarsi di più alla porta, per tema dei feroci, videro apparire il feretro coperto da un drappo nero, sul quale erano tutti i fiori raccolti nel giardino del dottore ed in quello di Carmela. Lo portavano sulle spalle Severino, Filippo ed Antonio aiutati da un carceriere. Squitti li seguiva. A dispetto della ferrea volontà non era riuscito a toccare quella bara, e avrebbe preferito morire anzichè reggerne il peso.

Michele Riva era uscito dalla Vicaria! La bara venne deposta nel carro, ed un cappellano sedette vicino ad essa. Il cocchiere, che aveva acceso prima i quattro fanali del carro, fischiando il motivo tanto popolare allora del «cardillo» frustò i cavalli. Don Eugenio e don Gaetano salirono con i giovani nelle carrozze, mentre i feroci di guardia aggrottavano le ciglia, vedendo che sei persone accompagnavano il dottore; ma non si opposero poichè erano con Squitti, ch'essi conoscevano.

Le carrozze, seguendo il carro che rimbalzava sul selciato ineguale, volsero verso la piazza Capuana; uno dei feroci disse ai compagni, accennando a Squitti:

– Chi lo crederebbe, vedendolo accompagnare un liberale al camposanto!

Pareva che s'interessasse a quel dottore che è morto, come se fosse stato suo padre.

– Come vuoi che faccia per poter tendere le reti e prendere le quaglie, adesso che tutti diffidano e sono divenuti prudenti. E poi chi può indovinare quello che sarà? Non hai sentito che il re vuole fare la grazia a tanti carcerati politici? Se li mette in libertà, dobbiamo credere che ha paura di qualcuno più forte di lui. Capisce che se il re ha paura è bene avere amici anche fra i liberali!

– Sei matto, come è possibile che il re abbia paura! Credo invece che li liberi perchè non li teme più, e non si preoccupa delle loro chiacchiere.

I feroci entrarono nel cortile, tacendo innanzi ad un colonnello svizzero alto e forte, che passava con altri ufficiali. Il carro saliva già sulla via di San Giovanni a Carbonara, in mezzo alla solita folla di popolani affaccendati e indifferenti, che nulla sapevamo della triste storia di quel povero morto.

Erano circa le tre, e la terra pesava già da parecchie ore sul feretro di Michele Riva, quando donna Marietta, curva sopra una tavola presso la finestra, nella bella cucina della sua casa, esclamò:

– Che disgrazia, Pascarella! – e sgomentata guardò la crema, che aveva già versata sopra uno strato di conserva di amarene, nella tegghia lucente, dove era distesa una pasta giallastra.

Pascarella lasciò subito la scopa, colla quale ammucchiava in un canto della cucina molti gusci di piselli tardivi, ed essendo corsa vicino alla padrona, fissò gli occhi stupidi sulle amarene, che nuotavano in mezzo alla crema. Per dire il vero non si doleva che la padrona, la quale la rimproverava sempre, avesse anche lei sbagliato una volta!

– Ecco, non c'è più rimedio. Senza dubbio la colla che hai comprata è cattiva, altrimenti la crema non sarebbe così liquida. Compri sempre roba cattiva, tu, ed io non me ne sono accorta!

Il male pareva irreparabile, ed era proprio una disgrazia per donna Marietta, che la pizza non riuscisse quel giorno, mentre aspettava a pranzo un suo cugino colonnello e la moglie, venuti in Napoli da Bari per alcuni giorni. Che cosa penserebbero essi, che in altre occasioni, nelle frequenti gite in Napoli, avevano levato alle stelle la sua abilità di cuoca perfetta? Anzi, la loro ammirazione era stata così grande, che la cugina, glielo aveva detto lei, si era compiaciuta nel lodarla in mezzo alle sue amiche, quando era tornata a Bari. Per fortuna il timbano di maccheroni pareva ottimo, colla crosta compatta, pieno di fegatini di pollo, di piselli, di polpettine cotte nel sugo. I capponi avevano la pelle dorata, nelle profonde casseruole e mandavano un profumo!... Le altre vivande erano già pronte, e farebbero bella mostra innanzi ai cugini. Che peccato che la pizza non fosse riuscita a cagione di quella benedetta crema!

Ma non poteva essere diversamente, perchè in certi momenti pareva a donna Marietta di aver perduto la testa quel giorno e non badava a quello che faceva. La morte del povero dottore, che sarebbe stato un galantuomo ed un ottimo padre di famiglia, se non avesse avuto la debolezza di essere un liberale, le aveva fatto un certo effetto! E poi si era adirata tanto contro il fratello, che aveva voluto accompagnare Riva al camposanto. Faceva tutto quello che poteva, per compromettersi, e lei non riusciva ad impedirlo!

Donna Marietta, fece mille raccomandazioni a Pascarella, affinchè non mettesse troppo fuoco sopra e sotto la sventurata pizza e andò in camera sua per vestirsi in modo conveniente, in attesa degli ospiti.

Mentre si vestiva, andò ricercando le ragioni che potevano aver cagionato la disgrazia avvenuta per la cattiva riuscita della pizza. Non era una cosa naturale che Riva fosse morto, e che Gaetano fosse andato ad accompagnarlo, quando lei aspettava ospiti così ragguardevoli. Ella rabbrividì quando una gran luce si fece nel suo spirito, perchè ricordò che don Eugenio Teppi era stato in casa sua, il giorno innanzi, colla sua faccia di jettatore, per annunziare al fratello la morte di Michele Riva.

Allora ella, che appuntava il corpo di seta nera, passato di moda, sulla piccola persona stecchita, guardò con dispetto certi grossi corni di bufalo. Erano tersi e lucenti sulle basi di legno nero tornito, e si ergevano vicino a certi mazzi di rose fiammanti, chiuse nelle campane di vetro, sopra un mobile del salotto vicino, che scorgeva dalla sua camera. A che valeva di avere in casa quella difesa formidabile contro la jettatura, se non rendeva vana la potenza malefica dei jettatori!

Come aveva ragione lei, quando non voleva che il fratello lasciasse venire in casa quel don Eugenio, colla faccia gialla ed i grossi baffi rossastri ispidi. Un'altra volta, mentre stava con Gaetano nel suo studio, e sorbiva una tazza di caffè, ella che affettava i zucchini in cucina, si era tagliato il dito così profondamente che ne portava ancora il segno; e Pascarella, quel giorno, era caduta sulle scale rompendo un fiasco pieno d'aceto!

Povera donna Marietta, che non sapeva ancora quale disgrazia più grave la minacciasse, sotto l'influenza della jettatura e per volontà di certe sue vicine, molto graziose, molto birichine che le volevano bene, ma avevano una gran voglia di divertirsi e non sapevano che don Gaetano era così afflitto per la morte dell'amico!

Pascarella, rossa in volto, perchè il fuoco non voleva restare acceso sul coperchio di ferro che copriva la pizza, colpita anche essa dalla jettatura, e perchè aveva soffiato come un mantice per avvivarlo, consegnò a donna Marietta una lettera, sulla quale si vedevano le traccie lasciate dalle sue dita.

– Chi te l'ha data? – domandò donna Marietta. – Il portinaio. L'ha avuta proprio adesso dal portalettere.

Avveniva di rado che donna Marietta ricevesse una lettera, ed ella guardava alquanto stupita quella che le aveva data Pascarella. Poi pensò che il cugino colonnello l'avvertiva che non poteva, per qualche grave motivo, venire in casa sua a pranzo. In ogni modo, avendo ordinato a Pascarella di correre in cucina, affinchè non capitassero altre disgrazie, e non riuscisse al gatto di assaggiare i capponi, aprì il foglio, e la sua meraviglia crebbe a dismisura, quando vide certi caratteri che le erano ignoti, e notò che la lettera aveva per sola firma «un amico». Perchè le avevano scritto una lettera anonima? Vinta da una grande curiosità, unita ad una certa inquietudine, lesse la strana lettera, che diceva:

«Signorina,

Una persona che s'interessa molto a lei e desidera ardentemente il suo bene, la sua pace, ma non vuole essere conosciuta, per certe ragioni che lei potrà facilmente intendere, deve darle una grave notizia, affinchè lei possa, colla sua prudenza, allontanare dalla sua casa una sventura irreparabile

L'esordio era tale che donna Marietta atterrita dovette interrompere la lettura. Le pareva di avere un velo innanzi agli occhi. Chi le scriveva in quel modo? Di certo non era uno dei suoi conoscenti: chi avrebbe fra questi usato il lei scrivendo, del quale nessuno si serviva, allora, in Napoli? Doveva essere un forestiere, senza dubbio: qualcuno dell'Alta Italia.

Essendosi riavuta alquanto, donna Marietta distinse di nuovo i caratteri neri sul foglio bianco, e lesse quanto segue:

«Sono dolente di doverle dire che suo fratello, il signor Gaetano, cospira contro il governo di Sua Maestà il Re: anzi è proprio il capo d'una congiura, che vuole abbattere il governo, e può essere scoperta da un momento all'altro. Guardi di farlo rinunciare alla pazza impresa e di salvarlo. Mi creda sempre

Un amico».

Donna Marietta lasciò cadere il foglio dalle mani tremanti, ed era bianca in volto come una morta. Gaetano, il suo caro Gaetano, l'unico suo fratello, cospirava, anzi era capo di una congiura, e vivevano entrambi sull'orlo di un abisso pauroso, senza che lei se ne fosse accorta. Ah! quell'amicizia con Michele Riva l'aveva messo sulla via della perdizione: e don Eugenio Teppi, non era anche lui un cospiratore e di quelli più furbi e perversi? Bastava guardarlo in faccia per esserne certi. Ma come era possibile che Gaetano così pacifico, buono, benchè fosse certe volte assai testardo, cospirasse?

Donna Marietta andò cercando qualche indizio a prova di quanto le avevano scritto, e non le riuscì subito di trovarlo. Il fratello non custodiva gelosamente qualche segreto, perchè tutti i suoi cassetti erano sempre aperti nello studio e nella sua camera. Non riceveva facce sospette, fatta eccezione di quella gialla di Teppi: ma che cosa faceva quando usciva e lei credeva che andasse al tribunale o in casa di amici?

Pascarella entrò sgomentata, invocando l'aiuto della padrona. La crema troppo liquida; uscita dai limiti che le erano stati imposti, copriva in parte lo strato superiore di pasta della pizza. Quando vide la padrona seduta, mezzo vestita, pallida e muta, che non badava a lei e teneva il foglio spiegato sulle ginocchia, balbettò in modo appena intelligibile:

Eccellenza!

– Ebbene, che cosa vuoi? – chiese donna Marietta con impazienza.

– La crema...

– È bruciata?

– No!

– Ebbene?

– La pasta si è aperta, e la crema la copre!

Donna Marietta alzò le spalle. Pascarella credette che fosse impazzita, perchè non si dava pensiero della nuova disgrazia e non correva in cucina. Donna Marietta si alzò, aveva solo il corpo di seta sulla sottana bianca che si allargava sopra una piccola crinolina. Strinse il braccio di Pascarella e le chiese con accento tragico:

– Il padrone non ti ha mai dato lettere da impostare a qualcuno; senza che lo sapessi?

Pascarella tremava. Forse don Gaetano aveva un'innamorata, e la padrona se ne era accorta. Ella aveva una gran voglia di piangere, e guardando la padrona, affermò senza esitare che non aveva portato lettere a nessuno.

Vattene in cucina! – le disse donna Marietta, alzando di nuovo le spalle: e non le pareva possibile che il fratello, essendo il capo di una congiura, non avesse un'estesa corrispondenza, non mandasse lettere ai complici, e non ne ricevesse molte, che lei non doveva vedere.

Perchè gli era venuto in mente di cospirare, alla sua età; quando non gli mancava nulla in casa, e poteva vivere in pace, fra l'abbondanza di ogni cosa? Per dire il vero donna Marietta, non era come la Marulla compresa di rispetto, anzi di venerazione per la reale Maestà del re. Non l'aveva mai visto e non le importava nulla di lui; anzi un certo astio l'aveva, contro di lui, in fondo al cuore, quando Riva era stato chiuso in prigione; e questo era cresciuto dopo la morte del dottore. Ma Gaetano non doveva curarsi di politica. E poi che significava la parola «cospirare

Ella sapeva bene che i liberali erano nemici del re, e che volevano ucciderlo o costringerlo a dare di nuovo quella cosa che chiamavano la Costituzione. Ma che facevano cospirando? Di certo non si limitavano a fare chiacchiere vane; e poichè era probabile che volessero, fra le altre cose, anche ammazzare il re, erano capaci di preparare le bombe.

Venne sonato il campanello; e donna Marietta, che si era seduta di nuovo, immersa nei suoi pensieri, dopo che Pascarella era tornata in cucina, cercando d'indovinare chi fosse l'innamorata di don Gaetano, balzò in piedi, e guardò il largo quadrante dell'orologio chiuso in una lunga cassetta di legno. Forse i cugini venivano più presto, ed ella non era vestita ancora, e non aveva neppure finito d'apparecchiare la tavola!

In fretta mise la sottana di seta nera, si cinse il collo con una vecchia catena d'oro, alla quale era sospeso un grosso medaglione smaltato, opera di rozzo artefice, nascose in fretta sotto un guanciale del letto la lettera fatale, e pensò con raccapriccio alla brutta faccia che aveva certamente; in quell'istante.

Don Gaetano, vestito di nero, triste e cogli occhi rossi, entrò nella camera, tenendo in mano il cilindro. Essa lo vide, balzò verso di lui, come una pantera che si gitta sulla preda, gli afferrò il braccio, ed il suo spavento essendosi mutato in collera, gli chiese con rabbia:

– Vuoi dunque farci andare in galera, tutti?

Don Gaetano lasciò cadere il cappello, ebbe una vertigine, e mentalmente, senza capire, ripetè: – tutti in galera. – Aveva proprio detto tutti, come se si trattasse di parecchie persone. Doveva dunque andare in galera tutta la famiglia, compreso Pascarella ed il gatto? Ella continuò:

– In casa fai il santo; sembri l'acqua cheta e quando sei fuori diventi un assassino, un liberale, un cospiratore.

– Sei pazza oggi? – esclamò don Gaetano, cercando di liberare il braccio dalla stretta molesta; e pensava che la sorella gli facesse quella scenata, perchè, non curandosi della sua fiera opposizione, era andato ad accompagnare Michele Riva al camposanto.

– Non sono pazza io, – gridò lei senza lasciarlo, – sei tu che fai il cospiratore, che prepari le bombe, ne sono sicura, per uccidere il re; che mi fai morire di paura.

Don Gaetano tremava, Marietta non era solo adirata per l'affare dell'esequie e dell'accompagnamento. Ella parlava di bombe, e lui era un cospiratore, e voleva uccidere il re! Con voce fioca, lamentevole ripetè:

– Sei pazza, senza dubbio, sei pazza.

– Ecco, – disse lei lasciandolo, – la vuoi vedere la mia pazzia? guardala, – e avendo presa la lettera gliela mise aperta innanzi agli occhi.

Don Gaetano non poteva leggere senza occhiali. Tremando sempre tolse da una tasca il vecchio astuccio di pelle, che era accanto alla tabacchiera, e ne trasse fuori gli occhiali, che non riuscì subito a collocare, come si doveva, sul naso. Lei era ancora rossa per la collera, e con un atto tragico, degno della Ristori, teneva sempre il foglio aperto innanzi a lui.

Don Gaetano lesse, e fu profondamente stupito. Chi poteva accusarlo in quel modo? Egli esclamò coll'accento della verità:

– Non è vero!

– È vero, – disse donna Marietta.

– Ma ti pare che sia capace di cospirare, io?

– Anzi, sei il capo della congiura. Si parla chiaro nella lettera.

– Non è vero!

Giuralo, che non è vero, – disse lei, quasi per una sfida, perchè non lo credeva.

– Te lo giuro cento volte, se vuoi. Non è vero.

Ella, rassicurata, respirò più liberamente, e le parve che le togliessero dal petto un peso enorme. Poichè giurava, non era vero quello che diceva la lettera. Ma chi l'aveva scritta per impaurirla in quel modo?

Pascarella apparve sulla soglia della camera; piangeva e non osava parlare, benchè guardasse con una certa curiosità don Gaetano, che aveva l'innamorata.

– Che cosa vuoi? – domando donna Marietta.

La ragazza non rispose. Poichè il fratello non cospirava e non preparava bombe, donna Marietta poteva con tutta l'anima riprendere il suo ufficio di buona massaia. Capì che un'altra disgrazia era avvenuta in cucina. Fece un passo verso Pascarella e chiese con ansia:

– E bruciata?

– Sì, – rispose la ragazza confusa.

In quel momento il cugino venuto da Bari colla moglie sonò il campanello, e la tavola non era apparecchiata ancora!

Donna Marietta, con aria quasi minacciosa, si rivolse al fratello, dicendo:

– Non lo farai più venire in casa, intendi, mai più!

– Chi? – domandò lui, stupito.

Don Eugenio Teppi!


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