Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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XIV.

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XIV.

Teresa sedeva accanto al letto della Marulla, la quale appoggiata sui cuscini digradanti le parlava con fievole voce, come persona affranta. Per dire il vero la sua infermità non era grave; si trattava solo di una leggera bronchite; ma ella, che aveva una gran paura di morire, si usava infiniti riguardi, come se fosse colpita da una pericolosa malattia, ed aveva fatto pregare donna Francesca di mandarle Teresa per assisterla.

– Dunque, – le disse la zia, – non credi che Severino accetterebbe un impiego dal governo?

– No, – rispose la fanciulla, che abbassò gli occhi, non osando guardare, la zia, perchè sapeva di darle dispiacere colla sua risposta; ma non voleva ingannarla, facendole supporre che Severino potrebbe accettare.

– Eppure, – disse la Marulla, che si fece rossa pel dispetto, – sarebbe una fortuna per Severino quell'impiego, e tutti in casa tua, incominciando da Francesca, dovreste sentire un'immensa gratitudine per chi riuscisse a farglielo ottenere. Non è cosa solita che si dia un impiego al figlio di un liberale morto in carcere! E solo per amor mio Peppina Salvetti guarderà di ottenerlo, ma vuole essere certa di non avere poi un rifiuto da Severino. Perchè pensi che non accetterebbe? Credi che voglia seguire la via del padre per rovinarsi come lui?

Teresa pensò ai rischi tanto gravi ai quali si esponevano Severino ed Antonio; al sentimento che avrebbe impedito sempre al fratello di accettare il pane del governo; ma non poteva svelare il suo terribile segreto, e non voleva dare alla zia una risposta che potesse in qualche modo destare il suo sdegno. Disse:

Sapete che Severino ha deliberato da tanto tempo di seguire una professione libera. Vuole farsi un gran nome come avvocato e sono certa che riuscirà. Perchè dovrebbe rinunziare alle sue aspirazioni per consumare la vita nella oscurità, se accettasse qualche meschino impiego?

– Si vede che gli rende molto la professione libera! Finora ha difeso solo certi straccioni, che non sono in grado di pagarlo, e tu ed Assunta dovete lavorare come due schiave. Devi indurlo tu per il suo bene, per il vostro ad accettare l'impiego se gli venisse offerto.

Mancava a Teresa il cuore di promettere alla zia ciò che ella desiderava. La Marulla tacque, ed aveva sul volto una espressione di noia, di dispetto, mentre pareva intenta a guardare le piccole mani, che posavano inerti sul finissimo ricamo del lenzuolo. Le pareva impossibile che un uomo fosse capace di respingere un impiego qualsiasi offerto dal governo del re; e provava un nuovo ed acuto dolore temendo che Severino, l'unico nipote suo, ch'ella non potrebbe odiare mai, come aveva odiato Michele Riva, fosse disposto a seguire le orme del padre.

Come per far balenare innanzi a Teresa la speranza di una grande gioia per la sua famiglia, ella disse, dopo breve silenzio:

– Se Severino accettasse l'impiego non troverei più difficoltà...

La Marulla non compì la frase. Teresa alzò il capo e la guardò, perchè intese quello che diceva la parola tronca. Dunque, se Severino fosse impiegato del governo, ella darebbe subito il consenso per le nozze di Filippo e di Assunta, alle quali non si era mai opposta apertamente, ma che voleva rimandare sempre ad un tempo lontano, che forse non verrebbe mai.

La Marulla volse alquanto il capo, languidamente, sul guanciale coperto di ricami come il lenzuolo e ornato da una ricca arricciatura di merletti. Guardando Teresa soggiunse:

– Hai capito quello che voglio dire?

– Sì.

– Tu lo sai se amo quei due ragazzi. Vorrei vederli felici e dare nello stesso tempo una grande consolazione a Francesca. Sarei tanto lieta, io, di avere Assunta in casa; ma devi intendere che ho paura, temo per mio marito, per Filippo. Guarda dunque di persuadere Severino!

Teresa taceva, e la Marulla, indovinando la cagione di quel silenzio, si sentì stringere il cuore da un grande affanno. Spontaneamente Peppina si era offerta a procurare l'impiego a Severino, e poichè ella era potente, quando non voleva qualche cosa che il re si ostinasse a negare, si poteva esser certi che l'otterrebbe. Senza dubbio ella aveva fatto quella proposta non solo per amore verso la Marulla, ma anche per rimuovere le difficoltà che si opponevano da gran tempo alla felicità di Filippo, per il quale aveva molto affetto. E poi avrebbe voluto anche aiutare quella povera famiglia Riva, che le faceva tanta compassione. Intanto la Marulla pensava con una specie di raccapriccio a ciò che penserebbero Peppina e suo marito, sapendo che Severino non avrebbe accettato l'impiego. Con una certa impazienza domandò ancora a Teresa:

– Insomma, non credi che accetterà?

– No, zia.

– Neppure per amore verso Assunta e Filippo?

– Neppure!

– Ecco, – esclamò la Marulla con rabbia, agitandosi sui guanciali, – avete tutti il cuore guasto, e la mente squilibrata in casa tua. Siete tutti liberali come era lui, e neppure l'esempio vi ha corretti. Fate una bella vita, veramente! E non avete nessun riguardo per vostra madre. Non capisci, dunque, che se vi fosse un po' d'agiatezza in casa tua, se Francesca avesse una grande gioia per Assunta, e acquistasse la pace nel vedere Severino diverso da quello che è stato il padre, riavrebbe certamente la salute? Invece colle vostre idee, colla superbia ed il liberalismo la farete morire presto, e Filippo, credetemi, non sposerà Assunta.

– Ah! zia. – esclamò Teresa, colpita al cuore dalla minaccia fatta alla sorella diletta, – non si tratta solo di Assunta. E Filippo! vorreste che fosse infelice per tutta la vita, solo perchè Severino non accetterà l'impiego?

Filomena sollevò colla grossa mano un lembo della tenda di damasco rosso, che copriva la porta, e disse:

Eccellenza, don Pasquale Squitti è venuto a domandare vostre notizie.

La Marulla era stata così sconvolta dalla risposta di Teresa, che le pareva di star peggio. Ella rispose:

– Puoi dirgli che mi sento male, intendi?

Poi ella si rivolse a Teresa e soggiunse:

– È bene che tu vada a parlargli ed a ringraziarlo. Non sono pazza io, come siete voi. Squitti è un gentiluomo, una persona influente; vi ha mostrato tanta affezione, quando tuo padre è morto, e bisogna usargli grandi riguardi.

Teresa si alzò subito per ubbidire alla zia; ma era molto annoiata, ed avrebbe voluto evitare quell'incontro, se fosse stato possibile, perchè, da qualche tempo, dopo la morte del padre, si avvedeva che Squitti usava con lei certi modi alquanto diversi da quelli che aveva verso Assunta, benchè le mostrasse sempre un rispetto profondo. Ed era avvenuto che l'antica repulsione, svanita quando egli si era adoperato con tanto calore per il padre e per tutta la sua famiglia, si ridestava in lei, senza che le riuscisse di vincerla, benchè la stimasse irragionevole.

Per caso Squitti aveva saputo che la Marulla era ammalata, e poichè da alcuni giorni non andava in casa Riva, ignorava che Teresa si trovasse presso la zia. La sua meraviglia fu grande quando la vide entrare nel salotto dove egli stava.

Dopo il gran dolore sofferto per la morte del padre, ed a cagione dell'affanno continuo che le davano la salute della madre, e i pericoli ai quali si esponevano Antonio e Severino, la gentil persona di Teresa era divenuta più esile, e la veste nera faceva sembrare più pallido il suo volto. Ma pareva che la sua bellezza in tanta parte spirituale, fatta di intelligenza e di passione, fosse più splendida. Era più nobile l'ampia fronte, incoronata dai folti capelli neri, e nel suo sguardo profondo e dolce vi era un fascino che attraeva i cuori, e costringeva a pensare.

Nel vederla così semplice e bella, Squitti ebbe una specie di rapida vertigine. Egli impallidì, ed appoggiò la mano stretta nel guanto chiaro sullo schienale di un seggiolone, mentre s'inchinava innanzi a lei. Teresa gli disse:

– La zia m'incarica di ringraziarvi. È alquanto nervosa e sofferente adesso: ma il medico spera che potrà alzarsi fra due o tre giorni.

Teresa era rimasta in piedi, e sperava che Squitti, avendo ricevute le notizie desiderate, sarebbe andato subito via affinchè ella potesse tornare presso l'inferma. Invece egli, che non era disposto a lasciarla subito, e aveva desiderato lungamente, con tanto ardore, di trovarsi solo, un giorno, con lei, disse per riattaccare il discorso:

Datemi anche notizie di Donna Francesca. Come sta?

Teresa pensò che gli usava una scortesia, lasciando che stesse ancora in piedi, quando non pareva disposto a andar via. Gli fece cenno di sedere, sopra un piccolo seggiolone ricamato dalla Marulla, con enormi fiori gialli e rossi, e sedette accanto a lui, sul grande sofà di damasco giallo.

Ella rispose:

– Non vedo la mamma da tre giorni, perchè la zia Concetta mi ha voluta con lei; ma ricevo sempre sue notizie. Come volete che stia, dopo quella disgrazia! Non sa pensare ad altro che al povero babbo. Si è rassegnata perchè, lo sapete, è una santa; ma non può darsi pace di non aver più visto il babbo. Dice che se avesse potuto vederlo ancora una volta, anche quando era morto, non soffrirebbe tanto.

Squitti udiva soltanto il suono della dolce voce, che gli scendeva nel cuore, dove si agitava una fiera tempesta; ma non capiva il significato delle sue parole, e non pensava al dottore, a donna Francesca, che non si erano veduti più sulla terra. Egli non sapeva più, vicino a lei, tacere l'amor suo, e intanto la tema di una ripulsa fermava sulle sue labbra le ardenti parole. Quante volte aveva pensato al momento nel quale potrebbe implorare da lei uno sguardo, una parola d'amore, e ora che il destino gli si mostrava propizio taceva ancora!

Teresa si accorse della sua grande commozione, e quasi smarrita bramava che finisse presto il colloquio, che le era molesto, e che pur non osava troncare in qualche modo.

Squitti si fece animo, e gli riuscì di parlare del tempo cattivo, del freddo insolito per Napoli, del tedio che vinceva tutti nella città, per la mancanza del sole, dell'impressione triste che dovevano provare i forestieri venuti a cercare il tepore della primavera e tutta l'allegria della luce, sulle spiagge del golfo.

Teresa gli rispondeva brevemente, paventando quasi che mutasse discorso; quando Squitti vinto dalla passione, volendo coll'ardente parola vincere, se fosse possibile, quell'anima che gli pareva ribelle contro il suo amore, le disse, mentre il suo volto si era quasi trasfigurato:

Signorina Teresa!

Egli non potè continuare subito; ma, nell'accento di quelle parole vi era tanta passione, ch'ella indovinò quello che voleva dirle. Come per impedirgli di continuare, lo guardò con una certa alterigia essendo triste e seria nel volto, e gli occhi suoi avevano perduta la consueta dolcezza. Egli continuò:

– Non avete indovinato mai, è vero? mai, quello che non ho osato ancora dirvi di me?

Teresa era un po' sgomentata, poichè il discorso prendeva una piega sempre più spiacente. E poi con rapidità ella fece un confronto tra la figura di Squitti, sulla quale pesavano la diffidenza, il sospetto, e la fronte così nobile di Antonio, e sentì che diveniva più grande in lei la repulsione per colui che l'implorava collo sguardo, col senso ascoso delle sue parole. Avrebbe voluto dirgli che non poteva fermarsi più a lungo con lui, dovendo assistere la zia; ma la consueta gentilezza le impedì di liberarsi subito in quel modo della grande noia che provava. Egli soggiunse senza aspettare la sua risposta:

– Se sapeste da quanto tempo soffro in silenzio, e come ho bramato quest'istante, non mi respingereste adesso che imploro...

Teresa colla voce fredda, alquanto mutata l'interruppe dicendo:

– Ma che cosa potete implorare voi da me? Vi sono grata di quanto avete fatto per la mia famiglia, e vi prego di credere che non potrò mai dimenticarlo.

Intanto, vincendo ogni esitazione, ella aveva stabilito di troncare il colloquio, ed alzandosi soggiunse:

– Ed ora permettete che torni presso la zia, che mi aspetta.

– No, Teresa, non andate via ancora prima di ascoltarmi, debbo dirvi ancora tante cose, Teresa!

Ella pareva così fredda nell'aspetto, benchè un lampo le balenasse nello sguardo, che Squitti provò un senso di terrore, di sgomento. Teresa non voleva ascoltarlo, e s'egli avesse insistito, non gli sarebbe mancata quella ripulsa, che era già sopra le sue labbra. Allora non osò più dirle chiaramente il suo pensiero; ma lo vinse un desiderio pazzo di trattenerla ancora, e si destò anche in lui un sentimento di ribellione contro il disdegno che le si leggeva sul volto. Non bastava dunque che non l'amasse, doveva anche sentire per lui una specie di disprezzo mal celato?

Eppure egli aveva la potenza di far chinare umiliata quella fronte superba, e di chiamare la preghiera su quelle labbra sdegnose. Poichè la libertà e forse la vita di Severino stavano nelle sue mani, essendo egli in grado di perderlo con una sua parola, perchè non avrebbe chiesto alla fanciulla il suo amore in compenso per la salvezza del fratello?

Ma il pensiero cattivo svanì in un attimo. Non voleva che lo disprezzasse di più. Come un ultimo raggio di luce, in mezzo alle tenebre che lo circondavano, voleva quel po' di stima ch'ella potrebbe ancora concedergli. Con voce mal sicura, umile e con infinita tristezza, egli, dopo una lieve esitazione, riprese:

Debbo parlarvi ancora, ma non di me.

– Che cosa dovete dirmi, dunque?

– Si tratta di... vostro padre.

Il lampo si spense negli occhi neri. Teresa vinta da una subita commozione nell'udire il caro nome disse:

Parlate.

– Ecco, – disse lui, quasi smarrito, poichè doveva parlarle di quel morto e della sua triste prigione, – nella segreta, alla Vicaria, fu trovata una cosa che gli apparteneva e che non vi è stata resa ancora.

– Che cosa? – domandò lei.

Con mano che tremava Squitti tolse dalla tasca un piccolo astuccio nero con le iniziali in argento di Michele Riva. Volle scusarsi di non averle già dato quello che conteneva l'astuccio, e, prima di aprirlo, disse:

– Da tanto tempo avevo stabilito di darvelo; ma non era possibile innanzi a donna Francesca. Temevo di rinnovare in modo acerbo il suo dolore.

Teresa guardava con una curiosità dolorosa l'astuccio chiuso. Che cosa conteneva? Squitti continuò:

– Volevo darlo a voi sola, perchè stimo che vi appartenga in modo speciale.

Egli aprì l'astuccio, e Teresa riconobbe subito un piccolo libro di preghiere che donna Francesca aveva mandato un giorno al marito nel duro carcere, quando le era stato anche concesso di spedirgli un po' di danaro e di biancheria.

Squitti riprese a parlare lentamente, con una dolcezza insolita in lui, una tristezza profonda. Egli capiva che quell'ora passata vicino a Teresa, che non aveva per lui un sol palpito di affetto, uno sguardo di compassione, era la più dolorosa della sua vita, e non potrebbe dimenticarla mai. La fanciulla guardava il libro con ardente desiderio di averlo, di baciarlo, e non osava prenderlo dalle mani di Squitti. Questi soggiunse:

Dico che il libro appartiene a voi specialmente, perchè il dottore ha scritto in margine per tutti i suoi quello che gli dettava il cuore; ma per voi sola ha scritto una pagina intera: si direbbe che vi amava più di quanto amasse gli altri!

Dove è quella pagina? – chiese con voce mal sicura Teresa, che aveva le guance coperte di lagrime.

– Eccola, – rispose Squitti, che le dette il libriccino, logoro poichè tante volte il prigioniero aveva tenuto fra le mani quella reliquia venuta dalla dolce casa, dalla sua Francesca. Egli tenne l'astuccio, e Teresa prese a leggere.

Dopo che la salma del dottore era stata tolta dalla segreta, il carceriere che aveva acceso per ordine di Squitti i ceri presso il lettuccio, e sparso di gelsomini il cadavere, aveva trovato quel libriccino fra il muro ed il letto.

Sul primo foglio bianco, e sul margine di alcune pagine, Riva, presago del suo destino, e sapendo che forse non vedrebbe più i cari suoi, aveva scritto con una matita, per loro, ardenti parole d'amore seguite da un doloroso addio. Una pagina intera era diretta a Teresa; alla quale, essendo ella d'animo tanto serio e forte, raccomandava in modo speciale la moglie, Assunta e Severino. Il carceriere che non aveva saputo leggere i caratteri sbiaditi, non chiari, aveva consegnato a Squitti il libriccino, affinchè vedesse che cosa aveva scritto il dottore.

Squitti l'aveva conservato, osando appena toccarlo; poi una sera, alcune settimane dopo la morte di Michele Riva, chiuso nella sua camera, e vincendo una specie di ribrezzo l'aveva aperto, e si era sdegnato contro di , quando una commozione insolita, una tenerezza, della quale non si sarebbe mai creduto capace, l'aveva invaso leggendo la pagina di Teresa.

Allora in un pensiero d'amore e di dolore, di passione e di rimorso, aveva unito le serene figure del padre e della figlia, ed una lagrima, la prima, forse, ch'egli versava sui dolori altrui, era caduta sul foglio, mentre per un minuto solo l'amore l'aveva redento.

Quel libriccino egli l'aveva custodito gelosamente per Teresa. Voleva darglielo un giorno, una senza testimonii; il giorno nel quale le avrebbe chiesto un po' d'amore, di compassione. E quel libriccino di preghiere, che aveva chiuso in un piccolo astuccio di pelle nera, colle iniziali di Michele Riva, l'aveva indosso sempre; aspettando l'occasione propizia, felice di avere seco qualche cosa che, a parer suo, apparteneva a Teresa.

Quelle pagine dunque che parlavano di fede, di speranza, vicino alle dolorose parole del prigioniero, che dava l'estremo addio a quelli che amava, erano con lui da circa tre mesi, accompagnandolo mentre non cessava l'opera sua perversa.

La pagina di Teresa diceva:

– E tu, Teresa mia, che sei stata colla cara mamma, con Severino ed Assunta una delle gioie più care della mia povera vita, sii sempre forte nella dura prova. Tu saprai trovare nel tuo cuore tesori di affetto, di coraggio per gli altri, che affido specialmente a te. Nelle ore più tristi ridesterai in loro la forza e la fede, per amor mio. E quando sarà calmato il primo impeto del dolore, parlerai spesso di me alla mamma, ad Assunta e a Severino. Con essi ti abbraccio e ti benedico per tutto l'amore che mi portate; per tutta la gioia che mi avete data!

Teresa leggeva cogli occhi velati dalle lagrime, e non ricordava più che Squitti era vicino a lei. Le pareva di vedere il caro volto del padre quando egli, solo, lungi da ogni consolazione umana, col presentimento della prossima fine, aveva scritto per lei quelle parole, ed una tenerezza infinita si univa al dolore che si era ridestato con tutta la prima violenza nell'animo suo.

Squitti curvo alquanto verso di lei, come nel momento in cui le aveva dato il libro, la guardava cogli occhi pieni di dolore. Gli sarebbe dato ancora una volta, nella vita di essere solo così vicino a lei? Ma perchè, disperava in quel modo dell'avvenire? Non aveva forse egli tanta passione in da sciogliere il gelo di quel cuore?

Non pareva che la fanciulla potesse staccare gli occhi dalla paginetta ingiallita, quando Totonno annunziò colla grossa voce:

Don Antonio Ferretti.

Con atto pronto Teresa alzò il capo ed il suo volto si coprì di un vivo rossore, mentre Antonio, vedendola tanto commossa nell'aspetto, col piccolo libro in mano, l'interrogò con lo sguardo e rispose appena al lieve saluto di Squitti.

Vedi, – gli disse Teresa, – è il libriccino che fu mandato dalla mamma al babbo, quando stava alla Vicaria. Leggi quello che ha scritto per me!

Antonio prese il libro e lesse. Teresa, non badando più a Squitti, teneva gli occhi fissi sul caro volto, come per indovinare quale impressione facesse quella lettura sull'animo suo. Squitti intanto nel vederla tanto commossa vicino ad Antonio, col volto quasi trasfigurato, leggeva per la prima volta nell'animo di lei, con una chiarezza che gli faceva spavento, e stringeva, rompendolo colla mano convulsa, il piccolo astuccio colle iniziali d'argento. Queste gli entravano quasi nella mano, lacerando la fine pelle del guanto; ma egli non sentiva il dolore. Senza dubbio Teresa amava Antonio e certi lievi sospetti, avuti già da lui in altre occasioni, si montarono in una terribile certezza.

Antonio finì di leggere; era molto commosso, e porse il libro a Teresa, dicendo:

– Chi te l'ha dato?

Don Pasquale. – rispose lei, ricordando la molesta presenza di colui; ma non si allontanò da Antonio, restando in piedi accanto a lui.

Perchè avete tardato tanto a darglielo? – chiese Antonio con molta freddezza, volgendosi a Squitti, – avrebbe fatto tanto bene a lei ed agli altri, in casa sua, il leggere prima queste parole.

– Ecco, – rispose Squitti, padrone di nuovamente, e celando sotto l'apparenza freddamente cortese la tempesta di amore, di rabbia, di gelosia che gli agitava con violenza il cuore, – ho già detto alla signorina Teresa che aspettavo di vederla, senza che fosse presente donna Francesca. Temevo tanto che le facesse male di rivedere quel libro.

L'astuccio rotto era sparito in tasca di Squitti. Egli sentiva che non poteva conservare più a lungo innanzi a Teresa e ad Antonio la calma riacquistata con uno sforzo della volontà, e porse la mano a Teresa, pregandola di salutare per lui donna Concetta, e dirle che faceva i voti più caldi per la sua pronta guarigione.

Teresa lo ringraziò del libriccino. Era stato così cortese di averlo conservato per lei!

Squitti s'inchinò alquanto, freddo, impassibile in volto, rispondendo al saluto di Antonio. Il ringraziamento di Teresa, benchè avesse un certo calore nell'espressione, non valeva a lenire in lui l'affanno intenso.

Quando Squitti uscì da quella casa gli pareva d'impazzire. Non poteva rassegnarsi a perdere Teresa, ed un odio violento contro Antonio si destava in lui. Veramente aveva già fatto male a tante persone, ma senza odiare nessuno, per la maledetta sete dell'oro. Solo contro Salvetti aveva provato una collera violenta repressa a stento, ma dopo quel suo ultimo incontro con Antonio si sentiva per la prima volta capace di fare il male per il solo gusto di sfogare l'ira contro un nemico. Eppure quell'Antonio, per il quale si era acceso il volto di Teresa, egli poteva con poche parole, fra pochi minuti, rovinarlo, perderlo per sempre. Che gusto ci avrebbe avuto nel vederlo all'ergastolo coll'abito del forzato e la catena ai piedi, ma non era possibile!

Antonio non sarebbe andato solo all'ergastolo. Era così legata la sua sorte a quella di Severino, che non era possibile a tutta l'astuzia di una mente esperta nell'inganno, ed a tutto l'odio che si potesse accogliere in un cuore umano di separare le colpe dell'uno, contro il governo, da quelle dell'altro.

E lui, Squitti, ch'essi guardavano spesso con sospetto e forse con disprezzo, sapeva tante cose, conosceva i loro segreti ritrovi, ed a lui che li sorvegliava dovevano rendere grazie, se tanti pericoli erano stati allontanati da loro, e se godevano ancora la libertà, benchè fossero tra i nemici peggiori dello Stato. Ah! se quel matto di Severino, che affrontava i pericoli con tanta baldanza e tanta imprudenza, senza lasciarsi atterrire dal triste esempio del padre, e dalle infinite minacce che pesavamo sul capo dei liberali, non fosse stato il fratello di Teresa, chi avrebbe salvato lui e quell'Antonio maledetto da una sventura irreparabile?

Squitti, giunto sulla strada, guardò con rabbia il balcone del salotto, nel quale aveva lasciato Antonio e Teresa, e si avviò verso il Largo del Castello.

Antonio domandò alla fanciulla:

– Che cosa ti ha detto Squitti? Aveva una faccia così sconvolta quando sono entrato.

– Nulla, – rispose lei che arrossì, – mi aveva dato allora il libro del babbo, e spiegato perchè lo teneva da tanto tempo.

Perchè arrossisci, ora, nel parlare di lui?

– Oh! Antonio, – disse lei, che indovinò nella domanda un ingiusto sospetto. E vi era in quell'esclamazione tanto stupore doloroso, che la faccia scura del giovine si rischiarò. Gli parve che gli togliessero un peso molesto dal cuore, ed egli disse alla fanciulla, alla quale tese la mano:

Perdonami!

Teresa lo guardò, stupita; egli si chinò verso di lei perchè voleva fare a Squitti un'accusa terribile, che altri non doveva sentire in quella casa; disse:

Sai bene che lo sospetto da gran tempo, benchè le accuse contro di lui siano ancora vaghe, e sembrino a molti senza fondamento, perchè colui è maestro nell'astuzia; ma nessuno mi toglie dalla mente che è proprio una spia. Severino non vuole crederlo, dopo che ha fatto tanto per il padre. Ma io non m'inganno; è una spia, senza dubbio!

Teresa aveva anche lei, prima della morte del padre, sospettato come gli altri di Squitti, poi si era ricreduta, quasi al pari dei suoi. Nel sentire il giudizio di Antonio espresso da lui con tanta sicurezza, ella misurò meglio il pericolo del quale era cagione per lui e per Severino la conoscenza di Squitti, che forse li spiava; quasi fremendo, disse:

– Per carità, Antonio, sii prudente, non perderti e bada a Severino. Che sventura se colui sapesse!

Ella aveva parlato anche sottovoce, stringendo ancora la mano d'Antonio. Per la prima volta il giovine sentì la passione nelle sue parole e l'indovinò nel suo sguardo. Con voce alquanto mutata le disse:

– Non temere; saremo prudenti. – E intanto chiedeva perdono mentalmente alla dolce memoria di Elisa, perchè le parole, lo sguardo di Teresa avevano fatto battere in modo insolito il suo cuore.


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