Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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XVI.

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XVI.

Era sonata da un pezzo la mezzanotte, quando don Carlo Alvisi attraversò lentamente la strada dell'Infrascata; e prima di salire sull'erta rampa che mena ai vicoli di San Raffaele e di Materdei, si guardò intorno con sospetto. Anche sui larghi gradini, dove incontrò alcuni popolani che scendevano verso l'Infrascata, continuò a camminare senza affrettarsi, come se gl'importasse poco di star solo a quell'ora nelle strade quasi deserte e mal rischiarate. Ma quando giunse finalmente negli stretti vicoli di San Raffaele, non incontrando più nessuno, affrettò il passo e trasse un sospiro di soddisfazione.

Nelle stradicciuole si sentivano solo i sibili del vento che soffiava con violenza, scotendo gli alberi nei giardini. Alvisi prese a camminare rasentando i muri, dove era più fitta l'oscurità, fuori della luce di alcuni fanali rimasti ancora accesi, delle piccole lampade che splendevano innanzi alle cappelle o sui muri dei giardini e delle case.

Egli affannava e la sua fronte era coperta di sudore quando giunse presso la chiesa di San Raffaele, ed esitò un istante prima di passare innanzi alla grande Croce di legno, eretta nell'angolo, fra le mura basse dei giardini. Se avesse trovato, scendendo verso Materdei, qualcuno che volesse sbarrargli la via, non avrebbe potuto fuggire non essendovi strade laterali. Poi si fece animo. Non era esagerato e quasi puerile il suo timore? Chi poteva sapere che avesse presa quella via? Certamente nessuno l'aspettava al varco presso la piazzetta di Materdei!

Andò innanzi, e la grossa lampada accesa a piè del Redentore, il quale alzava in quella solitudine, nella fosca notte senza stelle, la fronte dolorosa, dominando da una parte la collina verso le Fontanelle, illuminò il viso pallido di quell'uomo che fuggiva.

Un fanale era acceso presso la chiesa, di fronte alla strada Materdei. Alvisi giunto a pochi passi da questa rallentò il passo. Due uomini erano fermi a breve distanza dal fanale. Certamente erano due guardie, ed egli avrebbe dovuto passare innanzi ad esse per entrare poi nel vicolo Melofioccolo. Deliberò subito di scendere alle Fontanelle, svoltando presso la chiesa, per risalire di nel vicolo Calce. Con passo leggiero, per non essere sentito dagli uomini involti nei larghi mantelli, che gli volgevano le spalle, passò sotto la luce del fanale, e voltò sulla discesa. Questa era immersa in una grande oscurità. Neppure un fanale era rimasto acceso e si vedeva solo, come in un baratro profondo a piè dell'erto pendìo, una fiammella rossastra, che doveva trovarsi nel fondo della valle.

Non era possibile che Alvisi scendesse in fretta sulla strada senza selciato, orribile, dove le pietre che si movevano sotto i suoi piedi, i buchi frequenti, la terra ineguale, in mezzo a quell'oscurità, lo facevano inciampare ad ogni passo. Alla sua destra il silenzio era profondo nelle povere case, e solo il latrare di qualche cane si udiva, come una nota lugubre, alla sua sinistra, nell'aperta campagna.

Finalmente egli giunse a pie' della scala che volge al vicolo Calce, non ancora divenuta allora, come è adesso, impraticabile al pari di certe pericolose salite delle Alpi. In alto, dove finisce la scala, ardeva la solita piccola lampada innanzi alla cappelletta. Egli si confortò salendo e, quando vide che non vi era anima viva nel vicolo, battè leggermente al portone della casa dove abitava la famiglia Riva.

Troppo gravi erano le cure di Severino, i pericoli che affrontava, i sospetti che lo circondavano perchè potesse avere la calma dello spirito, ed il suo sonno era leggiero. I colpi battuti da Alvisi lo destarono subito. Chi poteva essere a quell'ora, verso le due dopo la mezzanotte? I fratelli Mazzarella, venuti da circa due settimane da Catanzaro, si erano ritirati alle undici e Schwarz non bussava mai, avendo la chiave della porta.

Un sospetto terribile balenò nella mente di Severino. Venivano ad arrestarlo, quella notte, in casa sua? Egli tremò non per , ma per la madre e le sorelle. Era dunque stata inutile tutta la sua prudenza per evitare un mortale dolore a quelle povere donne! In ogni modo si vestì in fretta, prima d'aprire la finestra per vedere chi fosse.

Donna Francesca era desta, quando Alvisi aveva bussato. Esterrefatta sedette sul letto, non essendo ancora ben sicura che i colpi venissero battuti alla porta della sua casa. Intanto l'attesa era terribile per Alvisi: gli pareva che solo dietro quella porta chiusa potrebbe riprender lena ed avere un po' di pace, nella notte angosciosa, ma essa non si apriva! Ripetè i colpi più forti, colla mano che tremava sempre, e donna Francesca, ebbe la certezza di non ingannarsi. Bussavano alla sua porta! allora pensò rapidamente, come Severino, che i fratelli Mazzarella erano in casa, e che Schwarz aveva la chiave. Sospettò come lui che una nuova sventura minacciasse la sua casa. Ella continuava a non avere il più lieve sospetto di ciò che faceva Severino, ma era stata per tanto tempo avvezza a tremare per cento ragioni, quando viveva il marito; e dopo la sua morte le vecchie paure, spesso puerili ed irragionevoli, si ridestavano in lei anche per Severino. Ella chiamò Teresa.

La fanciulla erasi già destata, e con maggior ragione, poichè sapeva, tremava per il fratello. La lieve speranza avuta che la madre non sentisse svanì in lei quando fu chiamata. Rispose subito:

Mamma, non temere! Forse Schwarz si trova in casa e vengono a chiamarlo per qualche cosa avvenuta in quartiere.

Anche Assunta si era destata nel sentire le voci della mamma e della sorella, e le due fanciulle, atterrite dallo stesso sospetto, presero a vestirsi in fretta.

Severino aveva già aperta la finestra, e alla luce della piccola lampada scorse un uomo solo. Si rassicurò, poichè non venivano ad arrestarlo e chiese:

– Chi volete?

Apri, Severino, apri! – rispose alquanto sommessamente una voce che il giovane riconobbe.

Scendo subito. – rispose lui, indovinando che Alvisi veniva a cercare un rifugio in casa sua, e si stupì, perchè non era quella una casa sicura; e poi gli pareva una cosa quasi impossibile che si potesse perseguitare un uomo tanto innocuo e pacifico. Egli si affrettò per andare ad aprire, e nell'anticamera incontrò Teresa alla quale disse, prima che potesse interrogarlo: – È Alvisi, – poi discese in fretta le scale.

– È don Carlo Alvisi, – disse Teresa alla madre e ad Assunta, e non aggiunse altro, già dolente di aver pronunziato innanzi alla madre il nome di quel poveretto. Solo un caso grave poteva indurlo a andare in casa loro di notte, e il dolore di quel vecchio amico di Michele Riva avrebbe anche cagionato molto dispiacere all'inferma.

– Che cosa può volere a quest'ora? – esclamò donna Francesca che sentì un pungente ricordo di altri tempi. Spesso gli amici, i clienti di suo marito erano venuti a chiamarlo di notte, ma sempre per assistere qualche infermo, e Michele, senza lamentarsi mai del disagio, si era affrettato per andare a compiere con amore l'opera sua benefica; ma ora che Michele Riva era per sempre lungi dalla sua casa perchè era venuto Alvisi?

Severino era già arrivato nel cortile. Egli aprì, Alvisi entrò subito, richiuse la porta e strinse la mano al giovane.

– Ebbene? – disse questi sottovoce.

– Mi cercano per arrestarmi! Sono stato un giorno nascosto in una casa ai Ventaglieri, ma non potevo restarci più a lungo. Ora vengo da te, Severino!

Coraggio, – gli disse il giovane, anche sottovoce, ma con calore, – venite, questa è casa vostra, lo sapete!

Grazie, – disse lui, e salirono insieme le scale.

Quando furono nella piccola anticamera, Severino chiuse l'uscio, Alvisi si sentiva venir meno per la paura e la stanchezza e sedette sopra una sedia. Teresa, che l'aveva accolto con calore, al pari del fratello, gli tolse di mano il cappello e cercò di confortarlo con amorevoli parole, poichè si vedeva che soffriva acerbamente.

Vai subito a preparargli una tazza di caffè, – disse Severino alla sorella.

– Ah! – esclamò Alvisi, – ero certo che mi avreste accolto come un fratello, benchè la mia presenza qui sia un pericolo così grave per voi!

– Ma perchè vi cercano? – chiese Severino.

– Chi può saperlo! È stata qualche vendetta, ma non so chi abbia potuto denunziarmi! Tardai ieri sera, per un affare, a ritirarmi, e mentre tornavo in fretta a casa, perchè i miei dovevano essere inquieti, ecco che incontro Salvatore, il figlio del mio portinaio, che mi viene innanzi pallido e col viso stravolto per la paura, dicendo: – don Carlo, non tornate a casa vostra, ci sta la polizia che vi cerca! – Non lo volevo credere in sul principio, ma quando egli, che è un ottimo giovine, mi ha supplicato di fuggire, perchè diceva la verità, ho perduto la testa e sono corso da un mio compare alla strada Ventaglieri.

Prima che Teresa fosse tornata col caffè, Assunta, che era rimasta vicino alla madre, venne nell'anticamera e disse al fuggitivo:

Don Carlo venite, la mamma vuole vedervi.

Alvisi provò un acuto rimorso, per la prima volta, dopo che era entrato in casa Riva. Erano già tanto bersagliati quei poveretti dall'avversa fortuna, ed egli veniva a portare in casa loro nuove cagioni d'inquietudine e grave pericolo! Eppure la casa di donna Francesca così lungi dal centro e vicinissima all'aperta campagna, gli era sembrata il solo rifugio che gli convenisse quella notte, e non aveva neppur pensato che facilmente potrebbero cercarlo in quel luogo, conoscendo la sua amicizia colla famiglia Riva. Egli aveva riacquistata un po' di calma quando giunse presso donna Francesca con Assunta e Severino.

– Anche voi, don Carlo! – esclamò donna Francesca vedendolo.

– Sì, – rispose lui, che sentì ridestarsi nel cuore il dispiacere per la morte dell'amico, – anch'io, e adesso Luisa ed i figli miei piangono come avete pianto voi.

– Che il Signore vi aiuti, don Carlo, – disse donna Francesca, la quale aveva già misurato il rischio che si correva ospitando il fuggitivo. Se fossero venuti a cercarlo in casa sua, le avrebbero preso anche Severino. Ma nel suo animo generoso non era neppur balenato il pensiero di negargli l'ospitalità implorata. Ella soggiunse:

– Voi resterete qui finchè sarà necessario, e dovete essere sicuro che noi, per amore verso di voi e verso la memoria di Michele, siamo felici di vedervi in casa nostra.

Grazie, – esclamò don Carlo, e siate benedetti! Ma che cosa faranno adesso mia moglie ed i figli miei?

Confortatevi, – disse ancora donna Francesca. – Speriamo che non riusciranno a trovarvi. Chi verrebbe a cercarvi quassù, in casa nostra! Troveremo domani un mezzo affinchè donna Luisa abbia vostre notizie. Ed ora dovete pensare a riposarvi. Severino vi darà la sua camera. Andate, don Carlo. Ah! se anche Michele avesse avuto il tempo di fuggire.

Alvisi era troppo agitato perchè gli riuscisse di riposare, e passò il resto della notte sopra un seggiolone nella camera di Severino, senza che l'animo suo avesse un momento di pace; e se qualche passo si sentiva nel vicolo, un sudore freddo gli bagnava la fronte.

Finalmente la voce monotona del caffettiere ambulante, che annunziava in quella stagione l'avvicinarsi dell'alba, risonò nel vicolo ancora deserto; e alcune porte dei bassi vennero aperte dagli operai che andavano al lavoro, e dalle donnicciuole che porgevamo le tazze piccole e rozze al caffettiere. Col venir del giorno cresceva il pericolo per Alvisi e si faceva più vicino; ma in ogni modo vi era un certo conforto per lui nel ritorno della luce, che incominciò presto a entrare nella camera tra le fessure delle imposte chiuse. E intanto egli ragionava con Severino sul miglior modo da tenere per cercare d'imbarcarsi sopra qualche nave straniera ancorata nel porto, e la cosa non pareva impossibile al giovine, che si sarebbe valso per aiutarlo di tutta la sua occulta potenza.

Verso le dieci giunse Antonio, che Severino aveva fatto chiamare, non volendo lasciar la casa finchè vi restasse don Carlo, e i due giovani avevano già stabilito quello che si dovrebbe fare la sera per favorire la sua fuga, quando si sentì il rumore di alcune carrozze, le quali venivano in fretta dal vicolo Melofioccolo e si fermarono innanzi alla casa. Assunta e Teresa si erano affacciate per vedere e si ritrassero subito atterrite dalla finestra. Assunta disse piano ad Alvisi ed a giovani che l'interrogavano ansiosi collo sguardo:

– Un signore e cinque uomini sono entrati nel palazzo!

– Sono perduto! – balbettò Alvisi, pallido come un morto, non reggendosi più in piedi.

I due giovani erano impalliditi e si guardarono per un istante, dicendosi mille cose con quello sguardo eloquente; ma ben diverso era l'animo loro da quello di Alvisi! Severino si accostò prontamente all'infelice e con infinita bontà innanzi a quella grande debolezza, gli disse:

Animo, don Carlo. Non tremate così! Teresa, prendi subito il suo cappello. Ecco, seguitemi, don Carlo. Sapete che la mamma è inferma; ella si è aggravata stamane improvvisamente. Voi siete il dottor Savelli, venuto a visitarla.. Somigliate un poco a Savelli, voi: animo don Carlo!

Alvisi non aveva più speranza alcuna di salute, eppure macchinalmente, non sapendo quello che faceva, prese il cappello e sorretto da Severino entrò con lui nella camera di donna Francesca. La poveretta stanca dopo la grande commozione provata nella notte non era stata ancora in grado di alzarsi. Ella aveva sentito le carrozze, ed un grave sospetto si era destato in lei. Forse venivano a cercare Alvisi in casa sua, ed ella si sentì male pensando a Severino, ed all'infelice che forse morirebbe nel carcere come era morto Michele.

Mamma, – le disse in fretta Severino, che fece sedere Alvisi vicino al suo letto, – don Carlo si chiama adesso il dottor Savelli: ti senti male, è venuto a visitarti, intendi?

– Sì. – disse lei con una calma apparente ammirevole.

– Ed ora, se occorre, sappiate fare la vostra parte, don Carlo!

Assunta, appoggiata all'uscio chiuso, udiva i passi degli uomini che salivano lentamente, parlando. Teresa ritta accanto ad Antonio che taceva, presso la porta che dall'anticamera metteva nello studio, lo guardava collo sguardo appassionato, come se volesse ancora il caro volto, guardarlo finchè era possibile, prima che egli le fosse rapito per la lenta agonia del carcere.

Gli uomini giunti sul pianerottolo si fermarono. Severino era già presso l'uscio, avendo fatto allontanare Assunta. Toccava a lui di aprire e di ricevere coloro.

Ma nessuno sonò il campanello, invece parecchi colpi furono bussati con violenza alla porta dei fratelli Mazzarella, ed una voce imperiosa gridò: – aprite!

Si sentì la voce di don Nicola; gli uomini entrarono in casa sua, la porta venne richiusa ed il silenzio regnò di nuovo sulle scale.

L'allontanarsi del pericolo per il momento non sollevò l'animo dei giovani, mentre Assunta era corsa a confortare Alvisi. Provarono un gran dolore per quello che accadeva in casa Mazzarella; e non cessava la minaccia che pesava su di loro.

Una mano tremante sfiorò appena il laccio del campanello che battè un colpo solo. Severino aprì ed apparve il volto spaventato di donna Amalia. Ella entrò e non poteva parlare, sedette presso l'uscio che richiuse in fretta, e, stette immobile vicino agli altri, che tacevano aspettando.

Si udì un passo d'uomo e questa volta il campanello venne suonato con forza. Severino aprì e Squitti, elegante secondo il solito, entrò dicendo:

– Non temete nulla! non verranno qui, ve lo assicuro.

– Come avete saputo? – gli domandò sottovoce Severino, stupito al pari degli altri di vederlo in quel momento.

– Mi ha avvertito stamane all'ufficio un amico di donna Concetta Marulla, il quale sa che vi conosco. Sarei venuto un'ora prima per dirvi che andavano solo in casa Mazzarella. Avreste anche avuto il tempo di avvertire quei poveretti! Ma un superiore è venuto proprio allora a visitare il mio ufficio, e non ho potuto assentarmi. Gl'impiegati, lo sapete, sono poveri schiavi!

Nessuno badava più a quello che diceva Squitti, e tutti pensavano con dolore ai fratelli Mazzarella. Egli guardò Teresa, ferma ancora vicino ad Antonio, e più acuto divenne il tormento della gelosia che gli rodeva il cuore, ma seppe nascondere l'interna tempesta.

L'uscio dei Mazzarella venne aperto e si udirono alcune voci.

Apriamo, – disse Squitti, per vedere che cosa accade.

– No. – disse Assunta, – non aprite!

– Perché? in questi casi è meglio mostrare che non si teme nulla; lasciate che io apra.

Squitti aprì l'uscio e rimase presso di esso, appoggiato allo stipite, facendo cenno a Severino ed agli altri di avvicinarsi.

Si sentiva il rumore dei mobili che venivano mossi in casa Mazzarella durante la perquisizione; poi don Nicola apparve nel vano dell'uscio. Era alquanto pallido, ma il coraggio splendeva sulla sua nobile fronte. Una catena gli stringeva i polsi e due guardie gli erano allato. Egli guardò serenamente il gruppo degli amici suoi presso l'uscio di fronte, e non li salutò, come se non li conoscesse. Ma essi non potevano lasciarlo andar via come un estraneo, senza un saluto, un augurio! Gli occhi di Assunta sfavillarono per lo sdegno che si era acceso in lei innanzi a quello spettacolo. Ella disse:

Addio, don Nicola, speriamo che tornerete presto.

Ah! se Antonio e Severino avessero potuto liberarlo e spezzar l'indegna catena: ma non era possibile; dissero anch'essi: – Addio!

Fatevi animo don Nicola! – disse Squitti.

Addio, – rispose lui mestamente, – saluterete mio fratello per me, se tornerà!

Silenzio! – dissero le guardie.

Don Nicola discese le scale e salì in carrozza, avendo sempre allato le guardie. La bella testa bionda di Carmela si sporse sul muricciolo del giardino, e la piccola mano che aveva già raccolti i fiori per Michele Riva gittò una rosa che cadde ai piedi di don Nicola. Egli alzò il capo verso il giardino. Carmela, chiamata in fretta dalla madre, era sparita, ma egli sapeva da chi veniva il dono gentile.

Le carrozzelle si mossero, in mezzo alle donnicciuole ferme sulle soglie dei bassi, che avevano avvicinato ai muri le funi curve sotto il peso della biancheria, per lasciar libera la strada e vedendo don Nicola tra le guardie bisbigliavano fra di loro, compiangendo quel «galantuomo» che conducevano a morire come era morto il dottore.

Alvisi, benchè il pericolo che lo minacciava si fosse allontanato, pareva istupidito, e la calma fittizia di donna Francesca era cessata. Ella non riusciva più a frenare i singhiozzi convulsi, e la sua debole persona era scossa con violenza da una crisi nervosa. Allora tutti si adoperarono per aiutarla nel miglior modo, e Teresa corse a prendere acqua in cucina. Squitti che era rimasto solo nella sala da pranzo la seguì. Era più pallido di don Nicola, e si avvicinò a lei chiamandola a nome, sommessamente.

Ella non aveva badato a lui e trasalì nel sentirsi chiamare. Egli con voce nella quale vibrava tutta la sua passione disse:

Teresa, so che Alvisi sta in casa vostra e sono venuto per salvare lui e Severino. Sono venuto per amor vostro, Teresa!

Ella in un attimo indovinò che Squitti aveva colla sua presenza impedito che le guardie entrassero in casa sua. Aveva dunque salvato suo fratello, Antonio ed Alvisi! Senza riflettere ad altro, commossa, coll'anima piena di gratitudine, disse:

Grazie!

Squitti soggiunse:

– Ho voluto farvi sapere questo; ma voi non lo direte agli altri. Essi non lo debbono sapere. Vi chiedo solo questa grazia in compenso, non lo direte!

– No! – disse lei vinta dall'umile dolcezza della preghiera nella quale si sentiva l'accento della sincerità e della passione.

– Ah! Teresa, se potessi essere qualche cosa nel vostro cuore, adesso, che Severino è salvo!

Ella non rispose ed in un attimo pensò al potere misterioso che doveva avere colui, se era vero che la sua presenza fosse bastata per impedire al commissario ed alle guardie di andare in casa sua. Allora le parve di sentire la voce di Antonio che le diceva: – È una spia, sono certo che è una spia! – Tutti gli antichi sospetti che si erano sopiti dopo la morte del padre si ridestarono, ed ella provò un ribrezzo profondo che fece svanire in lei ogni sentimento di gratitudine. Disse subito:

Lasciate che vada dalla mamma.

Antonio giunse presso l'uscio della cucina, dicendo:

Porta l'acqua, Teresa, presto! – e vi era qualche cosa di duro nella sua voce, come se egli provasse un certo dispetto vedendo Squitti accanto a lei.

– Eccomi! – rispose la fanciulla, che andò con lui nella camera della madre.

L'espressione insolita di dolcezza era sparita dal volto di Squitti, e vi era una specie di smarrimento nel suo sguardo. Quale imprudenza gli aveva fatto commettere il suo pazzo amore, quando aveva parlato in quel modo alla fanciulla, implorando la sua gratitudine. Non era probabile che un sospetto si fosse destato in lei, ed in questo caso avrebbe ella mantenuto la promessa di non ripetere ad altri le parole udite?

Il pensiero che Teresa potesse sospettare che la presenza d'Alvisi in casa sua gli fosse nota con qualche mezzo disonesto, gli fece provare un terrore infinito. Si sentì abbietto, vile innanzi a lei, capì che s'ella sospettasse non oserebbe più alzare lo sguardo verso di lei, e gli parve che ogni bene, ogni speranza fossero perduti per lui nella vita.

Allora la conoscenza della sua miseria morale, che incominciava a farsi chiara in lui, lo atterrì, ma subito si unì ad essa una invidia infinita per Antonio, e poi la grande sicurezza ch'egli aveva che non amasse la fanciulla, svanì. Già due volte il viso di Antonio si era fatto scuro, e la sua voce aveva preso un accento strano quando egli aveva visto Teresa vicino a lui. Ah! se avesse lasciato entrare in casa Riva coloro che avevano condotto via Nicola Mazzarella: se avesse detto tutto quello che sapeva contro di lui! Ma no, era impossibile; non voleva essere maledetto da Teresa, perdendo Severino!


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