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XVII.
Filomena cogli occhi stralunati entrò nella camera della padrona, che lavorava presso il balcone aperto, sul quale fiorivano le rose di maggio nei grandi vasi di creta rossastra. Con voce mal ferma disse:
– Eccellenza!
– Che cosa vuoi? – chiese la Marulla senz'alzare gli occhi dal lavoro.
– Ebbene?
– È morto!
La Marulla alzò le spalle dicendo:
– Sono le solite chiacchiere dei liberali. Il re è ammalato, è vero, ma vedrai che guarirà per farli crepare. È ancora giovine, sua Maestà, è tanto forte, non è probabile che muoia adesso!
– È vero, eccellenza, è vero, il re è morto!
La Marulla alzò il capo finalmente, e lasciando la mano immobile sul ricamo chiese con una certa inquietudine:
– Chi te l'ha detto?
– Lo dicono tutti. Totonno che si è ritirato adesso dice che non si parla d'altro nei vicoli dei Guantai e nelle botteghe. È proprio morto, eccellenza. L'ha anche detto Gargiulo, il feroce, al portinaio; voi sapete che è suo cognato.
Le affermazioni ripetute di Filomena non convinsero ancora la Marulla. Si era sparsa molte volte in città, durante la malattia del re, la voce della sua morte, ed ella aveva sempre creduto che fosse diffusa dalla malignità dei liberali, che desideravano con ardore, a parer suo, ch'egli non ci fosse più, per avvolgere di nuovo il regno negli orrori del novantanove. E poi vi era stata in lei una convinzione tanto ferrea che il re alla sua età, in mezzo a tutta la sua potenza, non dovesse morire ancora, che non aveva dato neppure grande importanza alle notizie gravissime che il marito e Peppina Salvetti ricevevano da fonte ufficiale. Erano tutte esagerazioni, chiacchiere dei medici che volevano render più grande il proprio merito per la sua guarigione. Fra pochi giorni il re, a dispetto di tutti i liberali e di tutti i jettatori, potrebbe scendere nel suo bel parco di Caserta, o verrebbe a Napoli per mostrare che stava benissimo! Ma tutto ciò non impedì che la Marulla sentisse una certa inquietudine nell'udire le ultime parole di Filomena, poichè Gargiulo, il feroce, non avrebbe dato quella notizia al portinaio senza qualche ragione. Forse il male del re si era aggravato, e la paura di quelli che gli erano fedeli esagerava le cose. Filomena soggiunse:
– Dicono che lo porteranno a Napoli per metterlo a Santa Chiara, nella cappella dove sta Maria Cristina.
– Non dire sciocchezze, non mi seccare, – esclamò la Marulla con impazienza. – Si direbbe che tu voglia fare la jettatura a Sua Maestà. Vattene, devi stirare tanta roba oggi, e vai perdendo il tempo per sentire le chiacchiere stupide di Totonno e di Gargiulo!
– Eppure! – disse Filomena convinta di aver affermato il vero.
– Vattene, non mi seccare, sei una sciocca!
La donna andò via, umile nell'aspetto come era sempre innanzi alle furie della padrona, ma non già convinta di essere una sciocca, come ella credeva, e fra sè diceva:
– Ora vedrà, se è vero. Sarebbe bello che solo i poveri cristiani dovessero morire, ed i re, perchè sono re, dovessero vivere sempre! E poi lo sa anche lei che possono morire, i re, anche quando sono ancora giovani. Anzi ci sono tanti straccioni che vivono più di loro. Michele, il ciabattino, che sta sulla salita della Sapienza, ha novantasei anni e rattoppa ancora le scarpe. Don Salvatore ne ha ottanta e fa ancora il portinaio ai Fiorentini, e invece non c'è nessun re così vecchio a Napoli. Perchè non mi crede? Vedrà, vedrà, se sono io la sciocca!
La Marulla non era tranquilla: ella ricordò che Filomena aveva detto: – Non si parla d'altro nei vicoli e nelle botteghe. – Allora si affacciò al balcone per vedere se vi fosse qualche cosa di nuovo nella strada. Veramente pareva che la gente parlasse di un fatto grave e fosse intenta a commentarlo. All'angolo dei vicoli che salivano verso Toledo o scendevano alla via Medina vi erano capannelli di persone che discorrevano sommessamente, gesticolando, e si capiva che parlavano in segreto di qualche cosa che era già il segreto di tutti.
I venditori della biancheria usata, che formava certi cumuli alti e giallastri nei vicoli angusti, avevano abbandonato le bottegucce innanzi alle quali si dondolavano sospese certe orribili vesti usate, dal colore dubbio e certi abiti maschili raffazzonati alla meglio. Saliti sulla via dei Guantai, dove era maggiore l'affluenza dei passanti, domandavano notizie ai bottegai. Questi, fermi sulle soglie delle botteghe piccole e scure, dove trionfava nelle strette vetrine il cattivo gusto coi cappelli vistosi ornati di penne enormi, di fiori variopinti, coi nastri dai colori smaglianti, con i goffi ornamenti muliebri, sospiro delle piccole borghesi, discorrevano anche essi, formando gruppi diversi, e nessuno pensava a vendere o a comprare.
Anche senza udire quei discorsi, si capiva che trattavano tutti della stessa cosa. Allora la lieve inquietudine della Marulla crebbe a dismisura. Avrebbe voluto interrogare certe sue vicine, affacciate anch'esse, che guardavano con grande curiosità la strada, ma non era certa che ne sapessero più di lei. Intanto, dalla Corsea, si vide venire una pattuglia di Svizzeri, ed in un attimo i mercanti tornarono nei vicoli presso la biancheria usata, o nelle botteghe in mezzo alle penne, ai nastri, ai bizzarri cappelli; ed i passanti che si erano fermati ripresero a camminare, svoltando in fretta nei vicoli, per non trovarsi sul passaggio della pattuglia.
La Marulla guardò meravigliata gli Svizzeri. Non era cosa solita che una pattuglia si facesse vedere a quell'ora nella strada tranquilla. Si temeva dunque qualche sommossa, qualche nuova infamia dei liberali. Se il re fosse ancora vivo nessuno avrebbe quella paura, poichè dopo il quarantotto erano tutti costretti a tremare ed a rispettarlo. Dunque?
Al pensiero che il re fosse morto davvero, una terribile paura invase l'animo della Marulla, sempre riguardo a quel benedetto impiego del marito. In lui solo aveva una fiducia illimitata, ed era certa che avrebbe sempre saputo domare colla mano ferrea i liberali. Senza di lui non vi poteva essere, a parer suo, che il disordine e la debolezza nel governo. Invano ella cercò di credere che un falso allarme avesse dato occasione al discorrere insolito della gente nella strada, e che le pattuglie andassero in giro per mantenere l'ordine nella città agitata da false notizie. Non era più possibile che avesse la calma nello spirito, e si accese in lei un desiderio ardente di sapere la verità. All'ufficio del marito non poteva andare per chiedere notizie, poichè Marulla, il quale era stato molto geloso di lei nel tempo della sua giovinezza, non voleva permetterle, neppure allora che aveva un figliuolo di ventitrè anni, d'andare fra tanti impiegati, per parlargli. Deliberò dunque di andare da Peppina Salvetti. Essa avrebbe saputo senza dubbio la verità.
In fretta la Marulla chiamò Filomena perchè l'aiutasse a vestirsi e ardeva di sentire da lei i minuti particolari della notizia data da Totonno e da Gargiulo. Ma taceva per forza di volontà, non volendo mostrare a Filomena che dava importanza ai suoi discorsi, ed era nervosa più del solito, impaziente, per la premura che aveva di correre da Peppina.
Mentre percorreva rapidamente in carrozzella, sulla via piana, la breve distanza che la separava dalla via di Chiaia, ella notava con paura sempre maggiore numerosi capannelli di persone che discorrevano e altre pattuglie di Svizzeri. Quando discese innanzi alla porta della Salvetti, non potendo la carrozzella entrare nell'angusto cortile, il portinaio, con una faccia da funerale, venne ad aiutarla mentre scendeva ed esclamò:
– Che guaio, eccellenza, che guaio!
– Ma dunque? – chiese lei che già si andava persuadendo che Totonno, Filomena e Gargiulo avevano detto il vero.
– Non lo volevo credere, eccellenza, ma quando me l'ha detto il servitore di donna Peppina l'ho dovuto credere per forza, che guaio!
La Marulla non badava più al portinaio, e saliva in fretta, per quanto poteva, le scale. Peppina che stava alla vedetta sul balcone, per vedere se capitasse qualche cosa di nuovo nella strada, l'aveva veduta entrare nella casa e le corse incontro. Era pallida e spaventata: la Marulla vedendola domandò:
– È vero?
Le due amiche non pensarono neppure ad abbracciarsi, e Peppina, tenendo Concetta per mano, la condusse nella sua camera, dove prese a raccontarle a lungo, asciugandosi spesso gli occhi, tutti i particolari che sapeva della malattia del re e della catastrofe. Ella era sinceramente addolorata per quella morte, perchè era cresciuta in mezzo a gente beneficata dal re, e che aveva per lui una specie di culto. La Marulla invece non si dava pace per ben altra ragione. E poi il suo stupore era così grande. A nulla erano dunque valse per la salute del re quella forza e quella potenza nelle quali ella aveva tanta fiducia!
Salvetti entrò nella camera mentre Peppina parlava ancora. Egli rispose appena al rispettoso saluto della Marulla, che perdeva sempre innanzi a lui il consueto orgoglio. Pareva molto irritato e vedendola disse:
– Adesso rideranno quei vostri parenti, ma potete avvertirli da parte mia di non rallegrarsi troppo, perchè la forza l'abbiamo sempre noi!
La Marulla avrebbe voluto affermare a Salvetti che non si rallegravano, ma la voce, per la paura, le morì sulle labbra. Peppina si era già alzata e, appoggiando con atto gentile la mano sulla spalla del marito, disse con dolcezza:
– Sai bene che dai dispiacere a Concetta, parlandole in questo modo. Non vedi che è afflitta al pari di noi per quella morte?
La Marulla si portò il fazzoletto agli occhi, nei quali, per dire il vero, non brillava nessuna lagrima; ma Salvetti non badava a lei e disse:
– Esco, ed è probabile che non torni stanotte. Farai chiudere presto il portone, ma non temere nulla, perchè se vi fosse qualche pericolo manderei subito a guardare la casa.
Con uno sguardo supplichevole Peppina gli fece capire che non doveva lasciare la Marulla senza dirle una buona parola. Egli non poteva mai ricusare quello che gli domandavano gli occhi bellissimi della moglie; si avvicinò a donna Concetta, che continuava ad asciugarsi gli occhi col fazzoletto profumato, e disse:
– Addio, donna Concetta, la disgrazia è grande, ma via, fatevi animo!
Peppina sorrise al marito per ringraziarlo. La Marulla s'inchinò con rispetto mentre egli le stringeva la mano, e spaventata ancora fece col cuore il voto che la potenza di Salvetti fosse distrutta colla morte del re; non pensando che la fine di quella potenza avrebbe segnato il trionfo dei liberali ch'ella odiava.
Antonio, tornato da pochi momenti in casa, scriveva a parecchi amici suoi in diverse parti del Regno, poichè era necessario in quei momenti gravissimi, che tutti sapessero quale condotta dovevano tenere per rimanere uniti e non disperdere le proprie forze in qualche tentativo imprudente di ribellione. Come aveva affermato a Teresa, nel cuore che era appartenuto ad Elisa non potevano essere accolti sentimenti cattivi, ed egli non aveva sentito nessuna gioia per la morte del re, e non nutriva odio per la sua memoria, benchè da lunghi anni preparasse le armi per una lotta suprema contro di lui, ed avesse vegliato Elisa morta quando ferveva la reazione violenta, alla luce dell'incendio. Ma era meravigliato dal succedersi di avvenimenti impreveduti, mentre pareva che la fortuna arridesse all'opera sua. E poi non poteva essere intento solo a prevedere le conseguenze che potrebbe avere per il Regno la morte del re, invece tanta parte dell'anima sua era là dove si combatteva contro l'Austria, e la mancanza di notizie frequenti, attese con ardente impazienza, gli faceva soffrire un tormento indicibile.
Enrico, il fratello maggiore di Carmela, entrò nello studio di Antonio, e senza badare alla presenza del servo che l'accompagnava, gridò all'amico.
– Gli Austriaci sono stati battuti a Montebello!
Antonio si alzò col volto illuminato da una gioia infinita, e i due giovani si abbracciarono, commossi, quasi pazzi per l'allegrezza.
– Ho ricevuto la notizia da mezz'ora. Me l'ha data un ufficiale della marina francese, che ha ricevuto ieri il dispaccio. Se si continuerà così, fra breve non vi saranno più Austriaci nella Lombardia e nel Veneto! chi l'avrebbe sperato, questo, l'anno scorso!
– Ah! se ci fossimo anche noi lassù, Enrico! – esclamò Antonio, e sentiva un rimpianto amaro di non poter combattere contro gli Austriaci, una invidia profonda di quelli che davano la vita per l'Italia, lassù, nell'ora della battaglia a viso aperto, alla luce del sole. Ma come era possibile che lasciasse l'opera della quale era tanta parte!
Anche il volto di Enrico si era fatto oscuro. Al pari di Antonio non poteva partire, e per essi lasciare il loro posto, in quel momento, sarebbe stata una viltà, una diserzione. Egli disse:
– Ora dobbiamo avvertire i compagni.
– Non sanno ancora nulla?
– No, son corso prima da te.
– Ti ringrazio, ed ora vai, corri; guarda che alle dieci ci siano tutti. Il momento è così grave!
– Addio, – disse Enrico che gli strinse forte la mano.
Antonio si vestì in fretta per uscire. Voleva andare subito da Riva, per dare la lieta notizia a Severino, se gli fosse dato di trovarlo, e prese a camminare con passo rapido, senza badare all'aspetto insolito della città dove la notizia della morte del re si era sparsa; giungendo subito anche nelle vie più lontane dal centro.
Sulla salita di Santa Teresa, Antonio vide Schwarz fermo presso una bottega, che parlava con molto calore a don Gaetano, incontrato da lui mentre scendeva al quartiere dove era costretto a passare la notte, perchè i reggimenti svizzeri erano consegnati e pronti ad uscire contro il popolo se fosse avvenuta una sommossa. Egli aveva fermato don Gaetano che si affrettava salendo, perchè non piaceva a donna Marietta di aspettare quando giungeva l'ora di pranzo. Schwarz commentava con lui la notizia della morte del re, che aveva messo nell'animo suo una grande agitazione, non sapendo se il nuovo re avrebbe seguito le orme del padre e tenuto ancora i reggimenti svizzeri. Era così piacevole per Schwarz la sua dimora in Napoli, che egli aveva già perduto la consueta allegria per la tema di essere licenziato. Ora si accalorava, per dimostrare a don Gaetano che il governo non poteva reggersi senza gli Svizzeri, e non trovando subito i vocaboli italiani necessarii per esprimere con chiarezza il suo pensiero, sostituiva ad essi parole del suo dialetto. Don Gaetano non capiva nulla e stava sulle spine, sia perchè la paura che gli cagionava Schwarz era cresciuta dopo la sera in cui l'aveva veduto ubbriaco, sia perchè immaginava l'accoglienza che gli farebbe la sorella.
Antonio, vedendo che egli, senza parlare, si adoperava con movimenti continui della testa per dare tutte le ragioni possibili a Schwarz, sorrise. Quando fu giunto vicino al tenente, i due giovani si salutarono. Lo Svizzero, destandosi sul pianerottolo presso la sua porta, non aveva conservato, a quanto pareva, nessun ricordo della scena spiacevole avvenuta in casa Riva per il mazzetto, e nessuno si era brigato di ricordargliela. Per questa ragione il suo contegno non si era mutato verso la famiglia Riva ed i suoi amici.
Prima di svoltare sulla strada Materdei, Antonio si volse per vedere se fosse cessato il supplizio di don Gaetano, e sorrise di nuovo, perchè il volto pacifico od il cilindro si agitavano ancora innanzi allo Svizzero.
Teresa aprì l'uscio ad Antonio e fu stupita vedendolo come trasfigurato in volto per la gioia. Ella ebbe una stretta al cuore: Antonio era così in alto nella sua stima: ch'ella non avrebbe immaginato mai che si potesse rallegrare per la morte di qualcuno. Egli le strinse la mano e disse:
– Ti porto una notizia così bella, oggi!
Teresa l'interrogò collo sguardo, non essendo possibile che accennasse in quel modo alla morte del re.
– Gli Austriaci sono stati battuti ieri l'altro a Montebello!
– Ah! – esclamò Teresa, ed il suo volto si illuminò, mentre ella chiedeva mentalmente perdono ad Antonio di avere per un attimo solo dubitato della nobiltà del suo cuore. Antonio chiese:
– Dove sono Assunta e Severino?
– Nel giardino, li chiamo subito.
Ella andò in un'altra stanza seguita da Antonio, e affacciandosi ad una finestra verso i giardini, – chiamò Assunta ed il fratello.
Il giovane attingeva l'acqua alla cisterna, ed Assunta innaffiava i fiori che il padre aveva amati, e che languivano nella terra arida in quella calda giornata di maggio. Entrambi in quel giardino, dove si raccoglievano per essi tanti ricordi dolcissimi e tristi, tacevano, pensando ai giorni fuggiti per sempre, al caro babbo che non vedrebbero più vicino alla cisterna o nelle piccole aiuole, curvo sopra i fiori. Severino rispose:
– Non abbiamo ancora finito d'innaffiare le piante.
– Venite subito, – disse Antonio, – debbo parlarvi.
Severino vedendo l'amico, lasciò la secchia sul muricciolo della cisterna, ed in fretta, con Assunta, si diresse verso il cancello. Sulle scale incontrarono donna Amalia che andava in casa loro e salirono insieme. Antonio e Teresa uscirono sul pianerottolo per vederli più presto e il giovane disse:
– Abbiamo vinto a Montebello: non so i particolari, ma la vittoria è certa.
Assunta e Severino fecero un'esclamazione di gioia ed anche i loro volti divennero raggianti. Donna Amalia sapeva che era scoppiata la guerra verso Mantova e Peschiera, in Italia, mai non aveva un'idea precisa del luogo dove si trovassero quelle città, che erano per lei lontane come Mosca e Pekino. Ella non sapeva con chiarezza perchè si facesse quella guerra, e quali fossero le ragioni per le quali gli Austriaci avrebbero dovuto lasciar l'Italia, ma si rallegrò anche essa, vedendo la letizia sul volto di quelli che amava.
– Dov'è la mamma? – chiese Antonio, – sentirà con gioia questa notizia.
– La mamma, – disse Teresa, – ha voluto restare sola in camera sua. Le ha fatto una impressione così grande la notizia della morte del re, ed essa prega ora per l'anima sua!
La viva luce di gioia si era già spenta sul volto di Assunta, ed ella esclamò!
– Ah! se vivesse ancora il babbo, adesso.
Don Gaetano giunse finalmente in casa sua, rassegnandosi a sopportare il violento scoppio d'ira col quale l'avrebbe accolto donna Marietta. Era in ritardo di mezz'ora! Essa, che l'aveva veduto dal balcone, gli corse incontro sul pianerottolo. Egli saliva lentamente, come se volesse allontanare il momento terribile, ma con sua grande meraviglia donna Marietta, invece d'incominciare le solite querimonie per il pranzo andato a male, gli domandò:
– È vero?
– Che cosa?
– Che il re?
– Sì!
– Ma se lo diceva io e non volevate crederlo, – disse Pascarella con una certa baldanza, lieta di aver ragione, una volta, innanzi a lei.
– Taci! – esclamò donna Marietta, facendo un gesto d'impazienza e chiese al fratello:
– Ebbene, che cosa capiterà adesso?
– Che cosa vuoi che ne sappia io! – disse don Gaetano, il quale essendo entrato chiuse l'uscio, e gittò un timido sguardo nella stanza vicina dove pranzavano. Si stupì vedendo che la tavola non era ancora apparecchiata. Donna Marietta disse con una certa umiltà, come se volesse scusarsi di aver mancato ai suoi doveri di buona massaia:
– Abbiamo passato tanto tempo sul balcone per vedere se capitasse qualche cosa di nuovo nella strada!