Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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XVIII.

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XVIII.

In un attimo le stradicciuole, da Materdei al vicolo Calce, furono invase da una folla di gente che fuggiva, venendo dalla strada Nuova di Capodimonte, e fra le grida di terrore si sentiva ripetere – «gli Svizzeri! gli Svizzeri!» – Donna Amalia, Assunta e Teresa si affacciarono spaventate; donna Francesca immobile e tremante sul seggiolone, dal quale non poteva alzarsi più senza aiuto, congiunse insieme le mani ed esclamò:

Severino! dov'è Severino?

La pace consueta era finita nei vicoli angusti. Certe donnicciuole urtate dai fuggitivi prendevano le sedie, la biancheria, le vesti distese ancora sulle funi ad asciugare, benchè fosse vicina la sera, e tornavano in fretta nei bassi, dimenticando le galline disperse e schiamazzanti. Altre, sulla soglia degli usci socchiusi, chiamavano con grida strazianti i ragazzi, che si erano allontanati, come usavano, per trastullarsi verso le Fontanelle. Il falegname, all'angolo della via Purità, mise in salvo nella piccola bottega i ferri del mestiere, coi quali lavorava ancora all'aperto; le porte delle case dove riparavano parecchi dei fuggenti furono chiuse in fretta, con grande fracasso, dai portinai atterriti, e verso Materdei le merci che erano in mostra sulla via, vennero gittate alla rinfusa nelle piccole botteghe, per la grande premura di chiudere, mentre i fagiuoli, i carboni, la frutta, gli ortaggi si spargevano sul selciato o sui pavimenti polverosi; e le bottiglie d'olio sospese, le uova raccolte nelle piccole ceste si rompevano.

Già erano spariti tutti i ragazzi, le galline, le merci, la biancheria, le sedie; e tutti gli abitanti dei vicoli, che non dimoravano nei bassi, erano affacciati ai balconi, alle finestre, o sui muricciuoli dei giardini: quelli che avevano i loro cari fuori piangevano e gridavano, gli altri si parlavano forte da una casa all'altra, interrogando, cercando d'indovinare la cagione della fuga precipitosa. Tutti erano pallidi, smarriti, paventando orribili cose: il saccheggio, le fucilate e le sevizie degli Svizzeri, gl'incendii, la morte, quando altre persone salirono correndo dalla Sanità, e, non trovando più un uscio aperto, continuarono a fuggire verso le Fontanelle e San Raffaele.

Carluccio, il ciabattino che aveva la piccola bottega sotto la camera di donna Francesca, arrivò dal vicolo Melofioccolo, correndo come gli altri. Sua moglie, che urlava affacciata alla finestra sulla bottega, corse ad aprirgli, donna Amalia gli domando dall'alto:

– Che cosa c'è?

– Gli Svizzeri si sono ribellati, vanno dal re a Capodimonte, passano adesso sulla strada Nuova, colle armi e le bandiere. Gridano, gridano come disperati, nessuno li capisce.

Un giovine, che giunse dalla Sanità correndo, si fermò per prender lena vicino a Carluccio, rimasto presso l'uscio socchiuso della bottega nel rispondere a Donna Amalia. Carluccio gli domandò:

– Li avete veduti?

– Sì, sembrano tanti diavoli. Si dice che vanno ad ammazzare il re!

– L'ho sentito dire anch'io. Ma come è possibile che ce l'abbiano con chi li paga!

Il giovine riprese a correre verso Materdei, Carluccio chiuse l'uscio, ed il vicolo Calce restò deserto.

Don Gaetano saliva lentamente sulla ripida via detta Discesa della Sanità, per andare, secondo il solito, a passare la sera in casa Riva, ed era vicino a svoltar nel vicolo Calce, quando erano incominciati i clamori e la fuga della, gente. Egli si fermò e volgendosi guardò la via percorsa, in fondo alla quale, verso l'Arena, la confusione era indescrivibile: e anche intorno a lui i fuggenti gridavano: gli Svizzeri. gli Svizzeri!

Don Gaetano immaginò che fosse scoppiata una rivoluzione, e che gli Svizzeri facessero strage del popolo e dei liberali. Allora stette per alcuni istanti perplesso; ma la confusione cresceva: più alte erano le grida di terrore, più grande era il numero dei fuggitivi. Egli pensò alla paura della sorella e di Pascarella rimaste sole, e prese subito a discendere per tornare in casa, di fronte all'onda di gente che veniva correndo dalla via dei Vergini.

Quando fu giunto a breve distanza dalla chiesa di San Vincenzo, in vista del grande arco del ponte altissimo, che domina la strada, s'accorse che da questo partivano voci furenti, incomprensibili; e capì che gli Svizzeri passavano lassù, facendo salire al cielo le grida sediziose. Il terrore regnava presso la chiesa di San Vincenzo ed in tutta la via popolosa: la folla che fuggiva, non trovava più un uscio aperto dove ripararsi, e tutti temevano che gli Svizzeri sparassero dall'alto del ponte sul popolo inerme. Alle finestre, ai balconi, osando appena mostrarsi per tema delle fucilate, che di tanto in tanto si udivano sulla strada Nuova, di Capodimonte, si vedevano, anche in quella via, persone atterrite, piangenti, che aspettavano con ansia indicibile i loro cari non tornati ancora a casa, e paventavano qualche terribile sciagura. Don Gaetano esitò prima di risolversi a passare sotto il ponte: gli pareva una cosa terribile di avere quei diavoli sulla testa: poi si fece animo: non voleva lasciare più a lungo le due donne sole e sbigottite, e non poteva tornare a casa per altra via. Allora prese a correre, tenendo con una piano il cilindro, un po' stretto, che non voleva più stargli sulla testa; ed egli era il solo che andasse verso l'Arena; perciò tutti fuggivano invece dalla parte opposta, più vicina alla campagna.

Finalmente don Gaetano arrivò innanzi alla porta chiusa della casa dove dimorava. Donna Marietta, che guardava nella strada da uno spiraglio fra le imposte del suo prediletto osservatorio, lo chiamò. Egli si mise a battere forte contro il legno scuro e massiccio, colla palma della mano, e brontolava contro il portinaio, che non era sollecito nell'aprire. La via, con tutte le porte chiuse, era già deserta, un uomo solo veniva correndo e si fermò presso don Gaetano. Era un certo don Aniello, suo vicino. Il portinaio aprì finalmente, i due uomini entrarono, ed il portone venne subito chiuso alle loro spalle.

La moglie ed i sette figliuoli di don Aniello, affacciati sulla ringhiera del pianerottolo al terzo piano, gridavano chiamandolo. Anche donna Marietta e Pascarella erano affacciate verso il cortile, e si sentivano grida strazianti, che partivano da un quartiere al secondo piano, nel quale non erano tornati ancora il padre di un'altra numerosa famiglia, e due figliuoli suoi usciti fin dal mattino per affari.

Don Aniello, che veniva dal Museo, affannava più di don Gaetano. Questi gli domandò, salendo le scale accanto a lui:

– Ma che cosa c'è, don Aniello?

– Gli Svizzeri! Si dice che si sono ribellati ai loro ufficiali. Non si sa quello che vogliono. Li ho visti, don Gaetano! Molti salivano dalle Fosse del grano, altri scendevano da San Potito. Non li dimentico più, finchè vivo. Sono forsennati. Non hanno più ufficiali, disciplina!

Don Gaetano era giunto sul pianerottolo della sua casa; don Aniello continuò a salire. Pascarella, che non aveva più la forza di singhiozzare e di piangere, prese colle mani incallite e tremanti il cilindro che don Gaetano le porse, prima ancora di entrare nella piccola anticamera. Donna Marietta non aveva pianto gridato, ma il suo volto era bianco, ed ella chiese con grande interesse al fratello:

– Ti hanno fatto male?

– No, rispose lui, che non aveva, neppur visto gli Svizzeri sul ponte, ma era in uno stato compassionevole, come se l'avessero minacciato crudelmente.

– E adesso, che dobbiamo fare? Non verranno ad assalire le case?

– Chi può sapere quello che faranno! Per ora vanno dal re a Capodimonte.

Perchè?

– Si dice che vogliono ucciderlo!

Erano appena entrati nell'anticamera, quando si udì il forte rimbombo d'una cannonata. Donna Marietta e don Gaetano si guardarono esterrefatti: Pascarella, che era vicino ad essi, nel vedere quelle faccie, lasciò cadere il cilindro e riprese a piangere, afferrando un lembo della veste di donna Marietta. Un'altra cannonata, e poi un'altra ancora furono seguite da altre grida, da nuovi pianti, che partivano dalle case vicine. Don Gaetano, perdendo la poca forza che gli era restata, si lasciò cadere sopra una sedia.

– Che cosa c'è adesso? – balbettò donna Marietta, paventando una risposta che mutasse in certezza il suo pauroso sospetto; e intanto sentiva insieme collo spavento un odio profondo contro il re, i liberali, gli Svizzeri, che non lasciavano vivere in pace la brava gente. Don Gaetano a bassa voce rispose:

– Non capisci? le bombe!

– Ebbene?

– Non senti? sparano da Sant'Elmo, certamente!

Un'altra cannonata interruppe il dialogo. Pascarella aveva gli occhi come ingranditi dallo spavento, e cercava d'immaginare quella terribile cosa che erano le bombe, e venivano, a quanto pareva, insieme colle cannonate, ma non si vedevano. Donna Marietta la respinse con impazienza, essendo ella ancora attaccata alla sua veste, e stringendo colla mano ossuta la spalla del fratello gli disse:

Bombardano?

– Sì!

Poveri noi! che cosa dobbiamo fare, adesso?

– Nulla! siamo morti!

Dove sono le bombe? – domandò piangendo Pascarella.

Vorresti vederle in casa, eh, brutta stupida! esclamò con ira donna Marietta.

Una nave francese da guerra, entrata in quel momento nel porto, faceva le solite salve, destando nella città un panico indescrivibile, perchè tutti credevano che da Sant'Elmo incominciassero a piovere le bombe: e il terrore non era senza ragione, poichè da gran tempo la città era sotto la minaccia dei cannoni rivolti contro di essa. Ma ben presto la paura svanì, quando si ebbe la certezza che le cannonate non partivano dal forte nero e muto sulla collina. Poi cessarono, e rimase solo a contristare gli animi la tema degli Svizzeri, mentre continuavano a spargersi in ogni parte della città le notizie più strane e diverse intorno ad essi.

Severino non era tornato ancora a casa, e donna Francesca soffriva, aspettandolo, una specie d'agonia, pari a quella durata nella notte fatale, in cui avevano arrestato suo marito. Le fanciulle e donna Amalia erano sempre affacciate alla finestra, inquiete anch'esse oltre ogni dire, aspettando il giovine, quando nel vicolo quasi oscuro, perchè nessuno si era curato ancora di accendere i fanali, giunse correndo una carrozzella, dove era quasi coricato Schwarz senza berretto, colla divisa lacera ed il braccio sinistro fasciato. Gennaro stava alla vedetta da qualche tempo, presso una fessura del portone al numero 24, aspettando certi inquilini che non erano tornati ancora. Egli vide lo Svizzero ferito, e corse ad aprire per lui l'altro portone. Schwarz era debolissimo, sfinito, e non potè scendere senza aiuto dalla carrozzella: fu necessario che il cocchiere e Gennaro lo sorreggessero, ma appena fu entrato nel cortile, il cocchiere dovette lasciarlo, perchè il cavallo molto irrequieto non poteva star solo.

– Chi è? – aveva domandato donna Francesca nel sentire la carrozzella, e non sperava che venisse Severino, perchè, le ragazze non le avevano detto nulla.

Schwarz, mamma, – aveva risposto Assunta, e non le disse che era ferito, per timore ch'ella si spaventasse di più, credendo che il popolo si battesse contro gli Svizzeri.

Poveretto! – disse sottovoce Teresa, che stava accanto a donna Amalia.

Questa, così pronta a commuoversi per le sventure altrui, sentiva una grande pietà per il giovine, e quando il cocchiere lo lasciò ebbe la certezza che Gennaro tanto vecchio e debole non sarebbe in grado di sorreggerlo in modo efficace sulle scale. Deliberò subito di andarlo ad aiutare, non essendovi altri nella casa che potesse fare qualcosa per lui, poichè Severino era assente, don Nicola Mazzarella si trovava sempre in prigione, e suo fratello, per non avere la stessa sorte, era fuggito in Piemonte. Ma neppure per compiere quella grande carità, le riusciva di vincere la sua timidezza, che le impediva di andare a soccorrere il giovine; quando Teresa le disse con un filo di voce, senza temere che la madre udisse, perchè discorreva con Assunta:

– Non possiamo far nulla per lui, Assunta ed io, perchè la mamma non deve capire in che stato si trova; ma voi dovreste andare!

Donna Amalia non esitò più, disse a donna Francesca che andava a casa sua: sarebbe tornata presto.

Col passo leggiero ella scese rapidamente le scale. Schwarz, mal sorretto da Gennaro, era ancora sulla prima tesa. Donna Amalia, vedendo meglio da vicino il volto di lui, in quella parte meno oscura della scala, si dolse del suo grande pallore: dimenticò in un attimo le noie che le aveva date, le sue prepotenze, le paure che le aveva cagionate, e sentì una certa tenerezza per lui. Senza esitare volle che si appoggiasse sul suo braccio, più forte di quello di Gennaro. Schwarz ubbidì senza parlare, e mise la mano sul braccio ossuto, duro come quello di una marionetta. Gennaro stava sulle spine, temendo che venissero gl'inquilini aspettati nell'altra casa, e non potessero entrare senza di lui, che aveva la chiave. Fu molto contento nel vedere che altri prendeva il suo posto, e dicendo «permettete, eccellenza,» si volse per andar via. Donna Amalia, molto perplessa perchè temeva che Schwarz avesse qualche deliquio, e non le riuscisse più di sorreggerlo, essendo sola, lo chiamò dicendo:

– Per carità, Gennaro, non andar via, aiutaci!

– Non posso, eccellenza, aspetto il padrone; tornerò appena sarà venuto.

Donna Amalia rimase sola col ferito sulle scale, non osando fargli qualche domanda, e lo sorreggeva sempre appoggiandosi con una mano al muro, coperto d'intonaco screpolato, mentre egli saliva a passo lento, faticosamente.

– Ah! donna Amalia, – esclamò Schwarz, fermandosi per riprendere lena, prima di arrivare al primo piano, – come siete buona voi! Ho perduto tanto sangue: non hanno potuto medicare subito la ferita, in mezzo al trambusto.

– Chi vi ha ferito così? – domandò lei, col cuore rivolto a Antonio, a Severino, e tanti poveri giovani, i quali forse si battevano per le vie contro gli Svizzeri.

– I miei soldati! – rispose con accento di rabbia Schwarz.

– Come? – domandò lei stupita, che non avrebbe mai immaginato una cosa simile.

– Sì, oggi, in quartiere!

Si vedeva che Schwarz parlava con fatica; egli tacque e riprese a salire; donna Amalia non osò più interrogarlo, ma pensava meravigliata alla stranezza del caso. Erano giunti sul pianerottolo, presso l'uscio di Schwarz, quando donna Amalia chiese;

– Potete darmi la chiave?

– Sì, – rispose lui che si appoggiò allo stipite della porta, senza lasciare il suo braccio, mentre ella, avendo la chiave, apriva.

Entrarono entrambi, e giunti in un piccolo salotto, presso la camera di Schwarz, il giovine sedette, spossato, sopra un seggiolone, appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi. Donna Amalia ebbe paura che morisse, divenne bianca al pari di lui, ed ebbe il coraggio di toccargli la fronte e la mano, per vedere se fossero freddi, intanto chiamava:

Signor Schwarz, signor Schwarz!

Egli riaprì gli occhi e fece uno sforzo per sorriderle, come se volesse ringraziarla in quel modo della sua premura, ma non rispose; donna Amalia, rassicurata alquanto stimò che fosse necessario di fargli bere qualche cosa che lo ristorasse. Ella chiese:

– Avete marsala o liquori in casa?

– No, – rispose lui con voce debole, e veramente nella sua camera vi erano molte bottiglie, ma tutte vuote!

– Potete restare solo un momento?

– Sì.

Torno subito, vado a prendere il marsala.

Donna Amalia non aveva in casa vini generosi liquori, e fu costretta a salire in casa Riva, dove non mancava mai un po' di marsala per donna Francesca. Severino era tornato allora; Teresa aprì l'uscio alla sua buona amica e chiese:

– Ebbene, come sta?

Poveretto, pare vicino a morire, dammi del marsala per lui.

Teresa corse a prenderne una bottiglia, e la portò a donna Amalia. Questa domandò:

– E Severino?

– È tornato, sta colla mamma, non può lasciarla; adesso, ma quando sarà più calma, egli scenderà con voi per assistere Schwarz: gli ho già detto che è ferito. Poveretto, fa compassione, così lungi dal suo paese, senza nessuno dei suoi

Donna Amalia si era fatta raggiante in volto nel sentire che Severino era tornato sano e salvo! Prima di andar via domandò:

Severino sa qualche cosa d'Antonio?

Una fiamma coprì le guance di Teresa, che disse:

– L'ha lasciato in casa sua: aspetta da certi amici notizie importanti, e potrà solo venire più tardi.

Donna Amalia trasse un sospiro di soddisfazione, e prese a scendere in fretta le scale, avendo un vivo rimorso in cuore perchè si era fermata troppo, a parer suo, in casa Riva, lasciando solo il ferito. Ripensò alle parole di Teresa «Poveretto: così lungi dal suo paese, senza nessuno dei suoi!» e l'ardore della carità si accese di più in lei.

Schwarz si era rianimato alquanto, e un buon bicchiere di marsala lo mise subito in grado di parlare, anzi poichè la febbre incominciava ad agitarlo, prese a discorrere con un certo calore.

– Ma come è avvenuto? – gli disse donna Amalia, alla quale non mancava molta curiosità, e che era rassicurata alquanto sulla condizione del giovine.

– Ah! è stata una cosa orribile, essere ferito così dai miei soldati. Ma quelli che l'hanno fatto se ne sono già pentiti, sapete, e si ricorderanno di me! chi avrebbe creduto mai che il nostro governo finirebbe col trattarci così!

Il timore che il ferito si agitasse troppo discorrendo, fu per donna Amalia più forte della curiosità. Ella disse:

Calmatevi, per ora, parlerete più tardi. Ho del brodo in casa, volete che ve ne porti una tazza?

Credete pure che è stata un'infamia. Non siamo più liberi, siamo tanti schiavi, invece! Prima ci era lasciata la facoltà di servire in paesi stranieri, senza che la Svizzera ci respingesse da , per questo. Ora una nuova legge vuole che tutti i cittadini svizzeri, i quali si trovano al servizio del re di Napoli perdano la loro cittadinanza, finchè restano a quel servizio e non possano più avere sulla loro bandiera lo stemma nazionale. Questo è un atto di tirannide; capite, è un'infamia!

Per dire il vero donna Amalia non intendeva che fosse una cosa tanto terribile non avere più la cittadinanza nel proprio paese; ma poichè Schwarz non sembrava più sfinito e sofferente, un po' dell'antica paura si ridestava in lei. Ella fece un lieve cenno del capo per mostrare che gli dava ragione: la Svizzera aveva compito un atto di tirannide intollerabile; ma questo non dava la spiegazione della ferita. Schwarz soggiunse:

Oggi abbiamo dovuto far conoscere ai soldati la nuova legge federale, ed essi hanno perduto la testa. Uno Svizzero non può rinunziare alla patria, alla sua bandiera: sono divenuti furenti, pazzi.

– E allora?

– Sì. Eravamo furenti come loro, noi ufficiali, ma non volevamo che si ribellassero, che facessero pazzie, atti di violenza in città. È stato inutile, si sono anche ribellati contro i loro superiori, poi sono usciti dai quartieri...

– Per ammazzare il re, come ho sentito dire?

Schwarz alzò le spalle. A lui importava poco che uccidessero il re, e non si doleva molto della sua ferita, che non era grave. Ma, come i suoi soldati, non voleva neppure per un'ora rinunziare alla patria, e sentiva il rimpianto amaro di un bene perduto per sempre, pensando che fra poco dovrebbe abbandonare la città che gli piaceva tanto.

Severino, che aveva potuto lasciare la madre, discese nel salotto, e si offerse amorevolmente ad accompagnare Schwarz nella sua camera e ad aiutarlo a coricarsi, mentre donna Amalia avrebbe pensato a preparare il brodo per lui. Intanto una nuova speranza si era accesa nell'animo del giovane, il quale aveva già tanta fede nel trionfo dei suoi ideali, perchè gli sembrava che la ribellione degli Svizzeri avrebbe per conseguenza la rovina della dinastia, la quale non potrebbe più reggersi, mancandole quel saldo appoggio, in mezzo allo sfacelo che si notava già in tanta parte dello Stato.

Filippo stava intanto sulle spine, perchè gli era impossibile di lasciare in quel momento i suoi genitori, e pensava con una specie di raccapriccio alla zia Francesca, alle fanciulle, a Severino, non sapendo che cosa accadesse in quella parte alta della città, verso la quale si erano diretti gli Svizzeri, a quanto dicevasi. Egli, così mite sempre, sentiva un'ira violenta contro quei mercenarii stranieri, che spargevano il terrore in una città inerme e tranquilla; contro il governo che non era in grado di reggersi senza il loro aiuto. Pure Filippo non sapeva ancora, che solo un amore ardente per la patria lontana, un impeto irrefrenabile di sdegno al pensiero di dover rinunziare alla propria bandiera, aveva indotto i mercenarii a rompere ogni legge di disciplina ed a compiere opera di forsennati!

La voce che si era sparsa anche nella via dei Guantai, come in ogni altra parte della città, dicendo che gli Svizzeri erano andati ad uccidere il re a Capodimonte, era pur giunta fino alla Marulla, senza farle provare dispiacere, stupore. Da un certo tempo, dopo la morte di Ferdinando, vi era in lei qualche cosa della credenza al fatalismo che toglie all'animo ogni vigore. Chiusa in se stessa, più impaziente, più iraconda del solito, non manifestava al marito ed a Filippo i suoi pensieri, ma qualche volta la vinceva la paura di venir trascinata dalla rapida corrente di un fiume verso una mèta ignota, che era forse un abisso.

Circa due mesi dopo quella giornata memorabile, Schwarz sofferente ancora nell'aspetto, e meno bello, col semplice abito grigio fatto da un sarto inesperto, chiuse le valigie nelle quali vicino alle spade inutili posavano le divise che aveva indossate con tanto orgoglio nelle vie di Napoli; poi guardò per l'ultima volta la collina di Capodimonte vestita di luce, e uscì sulle scale per andare a salutar la famiglia Riva. Il giorno fatale era venuto per lui: i reggimenti svizzeri rimasti fedeli, dopo la strage di quelli ribelli avvenuta a tradimento sul Campo, erano stati sciolti, ed egli si doleva molto di lasciare Napoli senza la speranza del ritorno!

Quando entrò in casa Riva, umile nell'aspetto e triste, non sembrava più colui che aveva con tanta arroganza imposto a donna Amalia di presentarlo. Antonio, che gli aveva aperto, nel vederlo così dimesso fece uno sforzo per non sorridere, e Schwarz gli domandò:

– Si può vedere donna Francesca?

– Sì, – rispose Antonio, che lo condusse nella stanza dove ella stava colle figliuole e con donna Amalia.

Lo Svizzero strinse la mano dell'inferma, parlò con un certo calore della gratitudine sentita per Severino e per donna Amalia, che gli avevano usato cure fraterne, e disse ancora con acerbe parole dell'ingiustizia che, a parer suo, veniva fatta agli Svizzeri; dei pericoli che avrebbero minacciato il re dopo la partenza, e guardava Teresa senza amore, ma colla solita ammirazione, essendo certo che non avrebbe mai nella sua terra dimenticato i grandi occhi neri, e il dolce volto della fanciulla napoletana. Quando giunse il momento dell'addio, salutò tutti con una certa commozione; ed un sentimento insolito di tenerezza verso di loro si destò nell'animo suo. In ultimo strinse la mano a donna Amalia e volle ringraziarla ancora, ma non potè. Uscì da quella casa col cuore stretto, e non badò a Gennaro, il quale nel cortile, col berretto in mano, con inchini profondi, con augurii innumerevoli all'eccellenza che partiva, cercava di ottenere una generosa mancia che non gli fu data. Le valigie erano già state portate via, Schwarz salì in una carrozzella che l'aspettava e partì, rimpiangendo amaramente il bel sole, il vino generoso, gli occhi neri delle fanciulle, mentre passava per l'ultima volta fra le vie della città, nella quale era vissuto per anni senza compatirne le sventure, senza intenderne mai le miserie, i dolori, le aspirazioni ardenti.


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