Maria Savi Lopez
Tramonto regale
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XIX.

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XIX.

Salvetti, che aveva perduto gran parte della sua baldanza, era preoccupato e triste, qualche volta, ma la cosa non durava a lungo; allora sentiva nel petto l'antica energia, ordinava altre persecuzioni contro imputati politici, contro persone sospette e voleva che si raddoppiassero gli spionaggi, la vigilanza, i soprusi; poi cadeva, come Concetta Marulla, in una specie di abbattimento invincibile, non sapeva più sorridere alla moglie, capiva che la sua grande, terribile autorità era scossa, che nessuno era capace in quei giorni, in mezzo ai pericoli palesi, alle minacce aperte o alla calma fallace, di avere in la forza, e l'audacia, che possono solo vincere le rivoluzioni. In questa nuova condizione d'animo, egli perdeva, innanzi ai suoi dipendenti, il superbo contegno avuto in altri tempi, e scendeva tanto da discorrere con loro dei pericoli e delle minacce. La notizia della presa di Palermo, dove la rivoluzione trionfava; l'aveva atterrito.

– E così? – disse a Pasquale Squitti, seduto vicino a lui nello studio, dove tanti dolori si erano preparati ai liberali napoletani, – che cosa ne pensate voi di tutto questo?

Squitti era profondamente mutato nell'aspetto: pareva che il suo sguardo fuggisse quello degli altri, che la sua mente assorta in un doloroso pensiero dominante non badasse alle cose presenti. Come se non avesse udito la domanda, non rispose.

– Che cosa ne pensate? – domandò di nuovo Salvetti, senza adirarsi; anzi vi era quasi una preghiera nella sua voce, come se aspettasse da Squitti una risposta che lo confortasse.

– Che cosa volete che ne pensi io? Ora tutti l'hanno capito, che lo Stato è perduto.

– E lo dite con questa freddezza, con questa indifferenza, voi? Ma lo immaginate quello che faranno di noi i liberali, eh! se verranno al potere?

– Che cosa possono farci? mandarci in prigione, perseguitarci, renderci il male ricevuto? e credete voi che questa sia la sventura peggiore che possa capitare ad un uomo?

– Eh, vi par poco, a voi, don Pasquale, tutto questo! Ma capisco la ragione della vostra bella indifferenza. V'illudete voi; credete che non sappiano, che solo i pezzi grossi dovranno pagarla; e chi sa, pensate forse, colla vostra stoica indifferenza, di mettervi dalla parte loro per allontanare i sospetti!

Squitti non si offese per l'amarezza di quelle parole: fece un gesto, come di persona annoiata, ed osò dire:

– Siete matto! Non ci ho pensato, io, a questo!

Salvetti si era acceso in volto, i suoi occhi sfavillavano, ed egli disse:

– Se non ci avete pensato, don Pasquale, tanto meglio. I miei registri, i libri dei conti non li distruggo, io! Li troveranno tutti in ordine, sapete, con i nomi, cogli stipendii segreti, colle denunzie, firmate come ho voluto sempre. Che ve ne pare, eh! – continuò egli con un riso maligno e sinistro, – mi è piaciuto sempre di tenere tutte le cose in ordine, ed ho pensato che se dovessero vincerla un giorno quei maledetti liberali, mi sarebbe un conforto, nella sventura, di veder cadere la maschera da certe fronti di galantuomini, che sono tanti vigliacchi, capite, vigliacchi: perchè non hanno avuto mai il coraggio di compiere il loro ufficio all'aperto, senza ipocrisia, come faccio io!

Per un istante un lampo d'ira s'accese negli occhi di Squitti, ma si spense subito; un sorriso amaro gli schiuse le labbra, ed egli chiese:

– Ma che cosa avreste fatto voi, senza l'aiuto di quei tali vigliacchi? Ah! vedo che la caduta di Palermo vi ha fatto perdere la testa. Vi lascio, addio.

Restate ancora un momento, poi andrò al Ministero. Qualche cosa si potrebbe fare, purchè ci riuscisse di prendere qui, in Napoli, i capi più pericolosi dei Comitati; ma, – soggiunse con rabbia, – non si trovano, non sono riuscito mai ad averli fra le mani. Eppure questo non doveva essere impossibile a voi, capite, che avete tanta astuzia, tanta sottile arte d'indagare.

– Li ho cercati sempre; lo sapete: non sono riuscito e non ci ho colpa.

Salvetti si era alzato, e lo guardava in volto come se un sospetto gli fosse balenato nella mente. Squitti si era anche alzato: essendo padrone di sostenne quello sguardo, che voleva leggergli nel pensiero, e chiese:

– Ebbene, non mi credete?

– Sarà, li avrete cercati sempre fedelmente, per non rubare il denaro che vi davo; ma ora, vedete; quasi giurerei che...

– Che cosa?

– Che, volendo davvero, li avreste trovati.

Squitti alzò le spalle.

– Vi ripeto che siete matto, stasera; andate, andate al Ministero, e pensate che Palermo è perduta. Ci vuole altro adesso per salvare lo Stato che l'aiuto dei vigliacchi pagati; ci vogliono soldati fedeli ed agguerriti, ufficiali che non abbiano ubbie per la testa, che vogliano e sappiano battersi contro i loro fratelli; vi auguro di trovarli!

Salvetti non si sdegnò contro le parole arroganti di Squitti, alzò solo le spalle. Squitti lo salutò appena ed uscì.

L'aria era oscura e fredda, pioveva dirottamente, eppure molta gente popolava le strade. La notizia della caduta di Palermo si era sparsa in un baleno, confermata dal giornale ufficiale, il quale cercava senza riuscirvi, con mendaci parole, di nascondere la gravità del fatto. Molti erano usciti di casa in cerca di notizie, sperando di averne dagli amici che incontravano per via, e osavano discorrere con calore del fatto avvenuto, senza darsi pensiero dei feroci e delle spie, impauriti al pari di Salvetti.

Squitti aveva fatto appena pochi passi nella via di Chiaia, quando un certo Salvatore Torelli, suo cugino, lo fermò e gli chiese:

Sai anche tu la notizia, è vero?

– Sì!

– Che cosa ne pensi?

– Che il re ha già perduto il Regno.

Credi? – disse l'altro con grande stupore.

– Ne sono certo!

– E non hai paura per l'impiego?

Squitti alzò le spalle e rispose:

Addio, ho premura, è tardi.

Addio!

Squitti prese a camminare in fretta, temendo di incontrare altri conoscenti, e di subire altri interrogatorii di quel genere.

Che importava a lui del re, e della perdita dell'impiego! L'aveva già detto a Salvetti: la prigionia, le persecuzioni, i soprusi, non erano le sventure peggiori che potessero colpire un uomo. Vi era qualche cosa di più terribile: vi era il dolore di chi non ha più speranza di bene nella vita; il dolore che nessuna forza umana può lenire, che rende la vita desolata; che disperde ogni gioia, stritola senza tregua una povera anima umana, fa sembrare il mondo una landa deserta, avvolta in tenebre paurose, fa paventare il giorno, e le ore che vengono, poichè portano collo stesso dolore nuovo tormento!

Questo dolore infinito Squitti lo sentiva poichè Teresa era perduta per lui, ed amava Antonio, certamente. E Antonio che egli osservava sempre, senza cessare di mostrarsi calmo nell'aspetto, benchè sentisse le fiamme più ardenti della gelosia nel cuore, si andava mutando accanto a lei, e non aveva più la calma serena di altri tempi!

Egli era certo di perdere Teresa: che poteva dunque importargli che il re avesse perduto Palermo, e che perdesse lo Stato? Che importava a lui della condizione terribile del suo paese, delle incertezze, dei pericoli, delle minacce che pesavano su di esso, dell'ansia indicibile, del terrore di quelli che lo pagavano? Ah! come malediva fra quello spasimo intollerabile gli anni passati ai loro ordini. Non già che un generoso sentimento si accendesse in lui, che rimpiangesse il male fatto, i tradimenti meditati, le insidie ordite; ma dopo le parole di Salvetti una tema che destava in lui un senso di raccapriccio si era aggiunta al suo gran dolore. Non vedrebbero un giorno Antonio, Severino ed i loro amici, su quei tali registri di Salvetti, il suo nome, e non saprebbe anche Teresa che?... egli non osò compiere mentalmente la frase, ebbe un capogiro, gli parve che un abisso si spalancasse innanzi a lui, e si appoggiò per un momento allo stipite di uno dei magazzini di Savarese, già chiuso, all'angolo della strada di Chiaia. Pochi lumi erano accesi sulla piazza di S. Francesco di Paola, altri lumi si vedevano nel palazzo reale, e la pioggia cadeva incessante, intorno ad esso, come se il cielo volesse rendere ancora più triste ai suoi abitanti quella tristissima notte!

Dopo un istante Squitti si riscosse, riprese a camminare tenendo l'ombrello colla mano che tremava alquanto, e ripensò ancora con ira sorda alle parole di Salvetti; poi si allontanò nell'ombra, nella pioggia, dicendo fra con un'amara gioia:

– Non te li dirò mai, quei nomi, mai. Hai ragione, li conosco, da tanto tempo, ma il vigliacco non te li dirà. E quella denunzia non la troveranno fra i tuoi registri, intendi, non la troveranno!

A quell'ora (erano già sonate le undici) il vicolo Mezzo Cannone tortuoso e buio fra un laberinto di stradicciuole fetide, oscure, orribili, era deserto. Le larghe botteghe, che sembrano di giorno antri paurosi, di fronte alle mura altissime di chiese e di conventi, erano chiuse, e presso l'antichissima fontana si udiva solo il mormorio dell'acqua, che scendeva sulle pietre incavate e verdastre, e spruzzava l'orlo screpolato. Solo di tanto in tanto una persona, venendo da qualcuna delle mille stradette nere, giunta a pochi passi dalla fontana entrava, spingendo appena una porticina, in una bottega oscura, e di , conoscendo il luogo, senza bisogno di lume andava innanzi in uno stretto passaggio, per discendere poi in una specie di cantina umida e fredda, dove molti uomini erano raccolti insieme, per avere da fidati amici notizie sicure e recentissime della Sicilia; per discutere intorno agli ordini, ai consigli, che si dovevano mandare ai capi dei comitati rivoluzionarii in altre provincie del Regno, ed estendere meglio in Napoli i fili molteplici della rivoluzione.

In mezzo ad essi Antonio, che discorreva con calore, pareva trasfigurato. Egli non era più l'artista appassionato per l'arte sua, intento solo a riprodurre sulla tela la verità e la bellezza. Era anche ben diverso dal giovane un po' triste, mite, pensoso che sorrideva con tanta dolcezza ad Assunta e Teresa, e chiamava mamma donna Francesca, con un accento di tenerezza profonda nella voce. Invece il suo sguardo sfavillava, la sua parola era pronta, concitata: si sentiva in essa la forza del comando, l'entusiasmo per un grande ideale; e si capiva che egli era l'anima dei cospiratori, il loro capo intelligente e rispettato.

Nicola Mazzarella, uscito finalmente dal carcere, e Severino commentavano, in un canto del sotterraneo, con altri amici, le notizie della Sicilia, quando un uomo seguito da parecchie guardie entrò nella bottega, arrestò senza che avesse tempo di difendersi un giovinotto, che stava a guardia della porta socchiusa, e cogli uomini armati che lo accompagnavano entrò nel sotterraneo dove erano raccolti i cospiratori.

Questi erano tutti audaci e forti, ma nessuno di essi aveva quella sera un'arma qualsiasi, ed impallidirono innanzi al pericolo improvviso, non già perchè avessero l'animo fiacco e vile, ma perchè il loro arresto sarebbe stato in quel momento un disastro per la patria: togliendo alla vicina rivoluzione, che doveva scoppiare nel continente, le sue forze migliori. Il Commissario disse ad alta voce, con accento di minaccia:

Signori, siete tutti in arresto!

Antonio, Severino e don Nicola si avvicinarono a lui, Antonio gli disse:

–Posso parlarvi un momento in disparte?

Il Commissario teneva in mano una pistola e non mostrò di temere il giovane, che pareva inerme. Esitò un istante prima di rispondere, poi rispose: – Sì.

– Ebbene, – gli disse Antonio, mentre gli altri si erano allontanati alquanto, – ci avete sorpresi, ma nei tempi che corrono è meglio per voi che ci lasciate andare; non capite che fra poco la forza sarà fra le nostre mani, anche se ci condurrete tutti in carcere stasera? Lasciateci andare e sapremo compensarvi!

La fede vacillava già negli agenti del governo, e non pochi fra essi cercavano di farsi degli amici nel campo opposto, aspettando gli eventi. Gli occhi del Commissario sfavillarono per la cupidigia che si accese in lui, quando sentì Antonio parlare di un compenso e della protezione futura: ma si vedeva che esitava prima di rispondere e di prendere una risoluzione che poteva avere per lui tanta importanza. Antonio indovinò i suoi pensieri, e per rendere più forte la tentazione disse:

– Che cosa dobbiamo dare a voi, adesso, ed ai vostri uomini perchè, ci lasciate liberi?

Il Commissario era vinto e rispose:

– Ve lo dirò fra un momento.

Egli tornò in mezzo alle guardie, si consigliò con esse e poi avvicinandosi di nuovo ad Antonio gli disse sotto voce:

– Potete uscire; non abbiamo scoperto nulla stasera! ma prima ci darete tutto il danaro che avete in tasca.

Accettiamo! – disse Antonio, e dopo che ebbe fatto conoscere ai compagni il patto convenuto, incominciarono ad uscire ad uno, ad uno, e ciascuno di essi prima di lasciare la cantina dava al Commissario, che teneva in mano il cappello, tutto il danaro che aveva in tasca. Nel fondo del cappello, vicino alle monete di rame, splendevano quelle piccole d'argento e le larghe piastre coll'effigie del Re, così vicino a perdere per sempre la corona.

Ben presto tutti i cospiratori furono usciti, e mentre il Commissario divideva la preda colle guardie, essi si allontanarono frettolosamente in diverse direzioni, felici di essere ancora liberi, all'aperto. Antonio, Severino e don Nicola erano insieme e si diressero verso la parte alta della città, quando furono presso la via Forcella, Antonio disse:

– Sono quasi certo che la polizia conosce i nostri nomi, adesso: forse riusciranno ad arrestarci stanotte. Sarà meglio per voi, don Nicola, che non vi ritiriate in casa vostra.

– Hai ragione, – disse don Nicola, ma voi due che cosa farete?

Severino era molto agitato e rispose:

– Io torno a casa subito: se non mi ritirassi, la mamma morirebbe di spavento! – intanto pensava al terrore della povera donna, se fossero andati i birri a cercarlo nella notte, e non sapeva trovare un mezzo per evitarle un mortale dolore.

– Io, – disse Antonio, non lascio Severino, passerò la notte in casa sua.

I tre uomini si salutarono in fretta: don Nicola andò a chiedere l'ospitalità ad un calabrese suo amico; Antonio e Severino si diressero verso il vicolo Calce.

Teresa aspettava il fratello un po' inquieta, perchè era già la mezzanotte, e stava presso la finestra, nella camera di donna Francesca, allo stesso posto nel quale aveva una notte atteso con tanto dolore il padre che non doveva più tornare. Ella sapeva nei più minuti particolari quanto avveniva in Sicilia, quanto si preparava nella città di Napoli e nelle provincie ancora soggette al re, ed al pari di Assunta non aveva pace, nell'ansia di quei giorni terribili, nella trepidazione per quelli che amava. Donna Francesca, che invece ignorava tutto, s'era assopita, stanca, dopo una giornata di sofferenze.

La fanciulla si stupì quando vide che anche Antonio accompagnando Severino saliva in casa. Con passo leggerissimo, per non destare la mamma, uscì dalla camera; chiamò sottovoce Assunta, che lavorava ancora nello studio, e andarono entrambe ad aprire l'uscio.

I giovani entrarono, e Severino disse alle sorelle:

– E la mamma?

– È stata meglio stasera, adesso riposa tranquilla.

Sentite, – disse piano il giovine, – non vi spaventate, perchè i nostri nemici hanno perduto gli artigli, ma siamo stati scoperti, e vi dirò poi a qual patto ci hanno lasciati andare. Sono stato costretto a tornare a casa per la mamma. Essi possono venire a cercarci, ma non debbono prenderci, e ridurci, anche temporaneamente, alla inazione.

Le fanciulle erano impallidite. Teresa strinse insieme le mani con dolore e non disse una parola; Assunta chiese:

– Ma come vi salverete se verranno?

– Ecco, – rispose Severino, – tu andrai adesso vicino alla mamma, e appena si sveglierà mi chiamerai. Voglio che abbia la certezza che sono tornato in casa... Tu, Teresa, ci aiuterai. Ora legheremo insieme le due scalette che sono in cucina; se verranno scenderemo nel giardino di don Saverio, che è più in alto del nostro, e poi ci sarà facile passare di giardino in giardino, usando sempre la scala finchè arriveremo alle Fontanelle. Vai dunque, Assunta, presso la mamma.

La fanciulla ubbidì; Teresa, adoperandosi con i giovani per non fare il minimo rumore, andò con essi a prendere le scale, che portarono nell'ultima stanza della casa, verso il giardino di don Saverio.

Le scale vennero messe in terra, Antonio e Teresa s'inginocchiarono presso di esse, Antonio teneva unite insieme le due estremità del legno, Teresa le legava strettamente con una fune. Tacevano tutti, si udiva solo la pioggia che cadeva sugli alberi, nei giardini, e l'abbaiare furioso di un cane verso le Fontanelle. Lagrime ardenti scorrevano sulle pallide guance di Teresa, che pensava con terrore alla madre, ignara della minaccia che pesava sulla sua casa; pensava al pericolo di Severino, di Antonio, di tanti amici loro.

Ella era curva verso le scale, vicino ad Antonio. Una di quelle lagrime cadde sulla mano del giovane che stringeva il legno annerito; egli trasalì, gli parve che la lagrima bruciasse sulla sua mano, e si volse verso Teresa. Ella si volse pure dalla sua parte, e per un istante non abbassò gli occhi, non li rivolse altrove, ma lo guardò con passione. Non poteva forse Antonio da un istante all'altro esserle rapito nella lotta tremenda, nei pericoli incessanti? Essa voleva guardarlo, vederlo ancora finchè le era dato di averlo accanto!

Antonio fu come abbagliato da quello sguardo, da quell'intensità di passione, che non si celava: la mano che teneva le scale tremò e, sotto voce, mentre Severino era andato a prendere un'altra fune; egli disse: – Teresa! – come per interrogarla. Ella non rispose e abbassò gli occhi sulle scale.

Prendi quest'altra fune, – disse Severino, tornato subito, alla fanciulla.

Ella tese la mano verso il fratello, e le pareva di avere intorno una gran luce, di sentire nell'anima un'ebbrezza, folle, come se Antonio le dicesse ancora: – Teresa!


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