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XX.
Peppina Salvetti pallidissima, cogli occhi rossi, con una veste grigia dimessa, senza gioielli, senza penne svolazzanti sulla bella testa, entrò nel salotto dove Concetta Marulla sedeva, immersa nei suoi pensieri, e non aggiungeva un punto al ricamo, che teneva tra le mani inerte. Peppina disse:
– Concetta!
La Marulla trasalì, e alzandosi subito lasciò cadere sul tappeto il finissimo ricamo, che non si curò di raccogliere. Peppina l'abbracciò piangendo. Quando si fu calmata alquanto disse:
– Non ho avuto il coraggio di partire senza vederti. Fin da stamane mio marito si trova nel Palazzo reale, col re, e non sa che sono venuta. Andiamo via, fra poche ore, col Messaggere.
– Ah! è dunque vero che se ne va?
– Sì!
Con accento di disprezzo la Marulla disse:
– Suo padre non sarebbe partito. Quello era un uomo, sapeva farsi temere e ubbidire! ma adesso...
– Hai ragione, se ci fosse ancora lui non ci troveremmo in questa condizione.
– Ma perchè andate via col re?
– Non intendi che se restiamo ci ammazzano!
– Povera Peppina! – esclamò la Marulla, e il dolore per l'amica vinse momentaneamente in lei l'odio e il disprezzo verso il re che partiva. Peppina soggiunse:
– È così duro per noi abbandonare la casa! Portiamo via quello che vi è di meglio, ma il resto...
– Povera Peppina! – esclamò di nuovo la Marulla.
– Perchè non vieni anche tu, colla famiglia, a Gaeta? Questi guai non possono durare. Il re tornerà presto, e vedrai che ricompense avranno i sudditi che gli saranno rimasti fedeli!
La Marulla era indietreggiata d'un passo. Le pareva che Peppina fosse impazzita proponendole di seguire il re.
– Come vuoi che mio marito lasci l'impiego adesso?
– Sarebbe per poco: il re tornerà ed egli avrebbe un avanzamento. Così non ci lasceremmo.
– Ah! se fossi certa che tornerà, sarebbe un'altra cosa.
– Non ne sei certa?
– Che cosa si può sperare da chi fugge?
– Non fugge, si ritira. Vuoi che si combatta nella città?
– Perchè no, quando si può vincere coll'audacia e la perseveranza?
– Ti dico che non può. Tanta gente l'ha abbandonato! se sapessi! è una cosa che spezza il cuore vedere l'isolamento nel quale si trova. La maggior parte di quelli che ha chiamati per andar via con lui non hanno risposto. Ma quelli erano cortigiani; dei soldati fedeli ce ne sono ancora tanti. Vedrai che torneremo.
– Lo desidero per te!
– E non lo desideri anche per il re?
– Senti, se pur tornasse adesso non resterebbe a lungo.
– Perchè?
– Non somiglia al padre, è fiacco. Ah! se tornasse il padre, come cambierebbero subito le cose.
– Non tornerà, pur troppo! – disse con tristezza Peppina, che soggiunse:
– Non posso fermarmi più. Addio Concetta, scrivimi qualche volta a Gaeta.
– Addio, Peppina, grazie, ricordati di me.
– Addio! torneremo presto, vedrai, col re.
Concetta scosse la testa, non poteva credere al ritorno del re. Le due amiche si abbracciarono. Concetta accompagnò Peppina nell'anticamera; dopo un ultimo bacio questa le disse:
– Non dimenticare quello che ti ho detto di Pasquale Squitti, sai. Non vorrei che ora si facesse bello di meriti che non ha in mezzo ai liberali.
– Non dubitare, l'ho già detto a Severino. È stata una cosa orribile! Povero Michele!
A dispetto del suo dolore, e delle sue gravi preoccupazioni, Peppina si stupì nel sentire che la Marulla compativa il cognato. Ma il tempo stringeva, ed ella che non poteva domandarle la ragione di quelle parole pietose disse ancora:
– Saluta per me Filippo e tuo marito.
– Grazie!
In altri tempi donna Concetta si sarebbe affacciata subito al balcone per seguire collo sguardo l'amica, ma questa volta Peppina Salvetti volse inutilmente il capo verso la sua casa, mentre la carrozzella nella quale era venuta si allontanava correndo, come se fuggisse, verso il Palazzo reale. Donna Concetta non si affacciò, eppure la Salvetti aveva affrontato per visitarla un mortale pericolo, mostrandosi in una strada dove tutti, avvezzi a vederla andare con grande frequenza in casa della Marulla, sfoggiando gli abiti vistosi, sapevano che era moglie dell'odiatissimo Salvetti. Quel giorno il fermento popolare contro i feroci, i commissarii di polizia e le spie era cresciuto a dismisura, e prima che la carrozzella della Salvetti fosse arrivata nel Largo del Castello, parecchi monelli le tirarono dietro delle immondizie e certe buccie di frutta, che erano ammonticchiate in un angolo, presso una porta.
La Marulla non pensava più a Peppina. Il timore che il marito perdesse l'impiego le aveva fatto da parecchie settimane scuotere la profonda apatia dalla quale era stata per tanto tempo invasa, ed ella usava ogni cura per non compromettersi più innanzi ai liberali, poichè il vento soffiava tanto favorevole per essi e così rovinoso per la dinastia. Ella raccolse il ricamo e tornò a sedere, Filippo entrò nel salotto.
– Mamma, mi hanno detto che donna Peppina è venuta a vederti, è vero?
– Sì, – rispose lei, distratta, – è venuta a salutarmi prima di partire.
– Accompagna il re, forse?
– Sì, e fa una grande sciocchezza!
– Ti pare?
La Marulla non rispose, rise amaramente e soggiunse:
– Sai, mi ha domandato perchè non partiamo anche noi! Che te ne pare di questa fuga del re?
– Avrebbe dovuto pensar prima ad una resistenza efficace, a affrontare lui stesso i suoi nemici, a richiamare con parole di padre e di re il suo popolo all'ubbidienza. Ma forse, anche facendo tutto questo, non sarebbe riuscito a nulla, perchè ha raccolto una eredità terribile di odii, senza avere in sè la forza della resistenza. Come potrebbe restare in Napoli ora, tradito, abbandonato da quasi tutti quelli che avevano il dovere di essergli fedeli? Vorresti che facesse bombardare la città che si ribella? La perderebbe egualmente, anche se la coprisse di rovine e l'avvolgesse nella strage; vedi dunque che fa bene di partire.
– Ti pare che tornerà? io non lo credo.
– Non tornerà!
– Ne sei certo?
– Sì.
– Anch'io. Ebbene, che cosa dobbiamo fare noi, adesso?
– Nulla!
– Come? nulla! capisci bene che tuo padre non deve perdere l'impiego, anche se cambia il governo e vincono i liberali.
– Il babbo farà quello che la sua coscienza gli detterà.
– Ho tanta paura che i liberali vogliano avere tutti gli impieghi, e rimandino a casa quelli che servivano il re.
– Potrebbe anche avvenire. I vincitori vogliono sempre la parte del leone nelle rivoluzioni.
Un'angoscia terribile strinse il cuore della Marulla. La sua famiglia poteva vivere agiatamente anche se il marito perdesse l'impiego, ma lei ci teneva tanto a quei bei ducati sonanti che gli davano ogni mese. Sospirò e non disse nulla a Filippo. Sapeva bene che il marito avrebbe fatto ciò che gli sarebbe stato imposto da lei, e servito i padroni ch'ella avrebbe indicati, senza resistenza ed osservazioni. Ma se i liberali volessero, come diceva Filippo, la parte del leone, non caccerebbero tutti i vecchi impiegati? come era buio, triste, terribile l'avvenire!
Nella via dei Guantai, i monelli si erano limitati a tirare le buccia e le immondizie a Peppina Salvetti; ma in altre parti della città avvenivano scene violente di vendetta contro la polizia. Le case dei commissarii erano invase, gli ufficii erano distrutti, le carte bruciate dalla plebe, che le guardie nazionali non riuscivano sempre a frenare. Severino, il quale non aveva un momento di requie, al pari di Antonio e di tutti gli amici suoi, per dirigere la rivoluzione in Napoli, era tornato in casa un momento verso le dieci, per vedere la madre e le sorelle. Discorrevano insieme quando si sentì lui chiasso assordante verso il vicolo Melofioccolo. Severino, le sorelle e donna Amalia corsero alla finestra nella camera di donna Francesca, dalla quale si scorgeva tutto il vicolo, per vedere che cosa accadesse.
Molti popolani, che sembravamo forsennati, e brandivano randelli, bastoni, coltelli, inseguivano un infelice pazzo di terrore, senza cappello, cogli abiti a brandelli, il quale correva innanzi ad essi.
– Poveretto! – esclamò Teresa.
– Chi sarà? – balbettò donna Amalia.
– Un feroce, certamente; ma no, sembra un signore, – notò Severino; – sarà un commissario.
Il fuggitivo si avanzava sempre nella corsa pazza verso il vicolo Calce. Tatti gli abitanti delle case vicine erano affacciati; le popolane chiudevano le porte dei bassi, i portinai le pesanti porte delle case: nessuno si curava di fare un tentativo per salvare colui che era quasi raggiunto dai suoi persecutori. Quando fu sotto le finestre di Carmela, Assunta esclamò:
– È Squitti, non vedete? certamente è Squitti!
– È vero, – esclamò Teresa – è lui!
Nell'udire quel nome il volto di Severino divenne livido, un lampo balenò negli occhi suoi, aveva i denti stretti, le labbra bianche, e balbettò: – lo merita!
Pochi passi dividevano ancora Squitti dalla folla ubbriaca, assetata di vendetta, e di sangue. Teresa afferrò il braccio del fratello e disse:
– Salvalo, non puoi lasciarlo morire così, ricordati quello che ha fatto per il babbo!
Ah! Severino sapeva da quattro giorni tutto quello che Squitti aveva fatto per il padre, glielo aveva detto la zia Concetta, informatane da Peppina Salvetti. Egli non si mosse nell'udire le parole della fanciulla. Assunta, pallida come Teresa, gli ripetè:
– Salvalo, ti conoscono tutti, lo lasceranno andare per amor tuo!
– Salvalo! – disse Teresa, – non vedi che ora lo prendono!
Una lotta breve e terribile era durata nell'animo del giovine, ma l'odio era vinto: non poteva lasciar uccidere sotto gli occhi suoi, senza fare nulla per lui, quell'uomo inerme, minacciato da cinquanta carnefici. Non disse una parola, e si volse con passo rapido verso l'uscio.
– Che cosa c'è – gridò donna Francesca dalla stanza vicina.
– Nulla, mamma, – disse Severino, una dimostrazione innocua, ma andiamo a chiudere il portone!
Egli scese correndo le scale, seguito dalle fanciulle. Donna Amalia era rimasta alla finestra. Gennaro aveva già chiuso il portone, il giovane aprì dal cortile la porticina in uno dei battenti. Rapidamente, perchè non vi era tempo da perdere, disse alle fanciulle: – chiudete e siate pronte a riaprire appena vi chiamerò. – Esse restarono tremanti presso la porta, e Severino corse incontro al fuggitivo.
Questi era arrivato al principio del vicolo Calce; gli falliva la lena, non sapeva più dove fosse, si sentiva perduto, correva ancora, correva, per allontanare di pochi minuti la morte che gli era alle spalle. Severino senza cappello, colla coccarda tricolore attaccata sul petto, bello di coraggio, si gittò innanzi ai popolani che si fermarono vedendolo.
– Che cosa volete fare a quel disgraziato?–lasciatelo!
Cinquanta voci risposero: – È una spia, una spia, deve pagarlo adesso, quello che ha fatto!
– Lo pagherà, credete pure che lo pagherà! Non capite che sono tutti rovinati costoro, ora che abbiamo vinto noi. Ma è una cosa orribile uccidere un uomo inerme; che non si può difendere!
I popolani erano incerti, perplessi. Molti avevano visto crescere Severino, sapevano che era il figlio del dottore morto in carcere, dell'uomo, del liberale che aveva sollevato coll'opera sua tanti dolori in mezzo ai poveri ammalati del quartiere Stella, e sentivano per lui un senso di rispetto e di amore. Squitti aveva udito la voce di Severino, tornando in sè, in mezzo al mortale pericolo, ed aveva capito che si trovava sotto le finestre della famiglia Riva. Non si reggeva più, cadde all'angolo del vicolo. Il caffettiere della strada Materdei, che sentiva per certe sue ragioni un odio antico contro di lui, e l'aveva denunciato alla plebaglia, vinse subito l'esitazione che l'intervento inatteso di Severino aveva destata in lui, come negli altri, e si slanciò sopra il caduto.
Ma Severino fu pronto a fermare la sua mano armata di un coltello, che scendeva già sul collo di Squitti. Lo respinse minaccioso, e poichè era fortissimo, colla mano sinistra afferrò Squitti per un braccio e lo trascinò seco, fronteggiando sempre la folla e indietreggiò fino alla sua porta. Il caffettiere fece un movimento per slanciarsi ancora sopra Squitti, mal difeso da Severino inerme, ma Carluccio il ciabattino ed altri due uomini l'afferrarono per trattenerlo, mentre gli altri, vedendo che la preda sfuggiva loro, si slanciarono di nuovo contro di essa.
– Aprite! – gridò Severino alle sorelle. La porticina si spalancò: in un attimo Severino fu nel cortile, trascinando sempre Squitti, e il portone venne rinchiuso.
– È ferito? – domandarono le fanciulle.
– Non credo, – rispose Severino, e sorreggendo Squitti, che vacillava, lo condusse presso il primo gradino della scala, dove lo fece sedere. Mosse da pietà le fanciulle si erano avvicinate al fratello per aiutarlo.
Severino, con un accento di comando, che non aveva mai usato in casa, disse:
– Allontanatevi, non lo toccate, non voglio.
Fuori la folla con urli, con orribili bestemmie tumultuava innanzi al portone, e si raddoppiarono i colpi contro di esso.
– Ora la porta, cadrà! – esclamò Teresa. Severino corse ad aiutare Assunta andata a chiudere meglio i chiavistelli.
Donna Amalia, non riusciva a spiegare quello che accadeva a donna Francesca, la quale sentiva atterrita i colpi violenti alla porta, e l'infuriare dell'ira dei popolani.
Una pattuglia di guardie nazionali salì di corsa dalla Discesa della Sanità, e si slanciò in mezzo agli assalitori. Il caffettiere urlava:
– Vogliamo la spia, vogliamo la spia, sta nel palazzo!
– Siete matti! – esclamò l'avvocato Mauri, che comandava la pattuglia, – siete matti! Una spia nella casa dove abitano la famiglia Riva ed i fratelli Mazzarella! Vergognatevi di fare tanto chiasso contro questa casa. Via, canaglia, andate altrove a cercare la spia. – Vedendo che molti non si movevano, egli ordinò ai militi di carcerarli, allora tutti i cacciatori di spie si dispersero in un attimo, correndo a precipizio nei vicoli. Dopo un istante la pattuglia si allontanò, e il vicolo Calce rimase deserto. Squitti aveva ripreso un po' di lena; donna Amalia discese, mandata da donna Francesca a chiamare i figliuoli, che voleva veder subito.
Severino si accostò a lei e le parlò sottovoce, rapidamente, poi disse forte alle sorelle:
– Seguite donna Amalia; vi dirà quello che dovete fare.
Le ragazze ubbidirono, stupite dello strano ed insolito contegno di Severino. Questi rimase solo con Pasquale Squitti, il quale, seduto sempre sul gradino, ed appoggiato al muro, provava un senso di raccapriccio, non già ripensando al pericolo corso, ma perchè si era trovato in quella condizione innanzi a Teresa. Ah! se nella pazza fuga avesse capito dove si era diretto, si sarebbe lasciato ammazzare cento volte prima di giungere sotto le sue finestre traendosi dietro quei forsennati. Li aveva sentiti anche lei, non c'era dubbio, quando urlavano: la spia, la spia! – Severino era rimasto immobile, guardando Squitti che, immerso nel suo mortale dolore, non badava a lui. Le ragazze e donna Amalia erano già salite e non potevano più udire la voce del giovine che si avanzò, quasi minaccioso, verso Squitti; questi non badò all'espressione del suo volto, fece uno sforzo per alzarsi e disse:
– Come potrò mai...
– Taci, – disse Severino che l'afferrò pel braccio, mentre erano di fronte l'uno all'altro, – sei un miserabile, intendi, un miserabile, un infame, ed avevano ragione quelli che ti chiamavano la spia, poichè tu non sei altro!
Parve a Squitti di ricevere una pugnalata nel petto; retrocesse d'un passo, volle protestare, difendersi.
– Taci, – ripetè Severino colla voce, imperiosa, – non mentire più, è inutile, io so tutto. Hai perduto mio padre, che non ti aveva fatto nessun male, l'hai denunziato, l'hai ucciso, hai portato nella mia casa una rovina irreparabile, mentre facevi l'ipocrita, per ingannare mia madre, per ingannarci tutti.
– No, – prese a balbettare il miserabile, – non è vero, non è vero!
– È vero! – disse con accento quasi solenne Severino, – lo so da pochi giorni; ma mia madre, le sorelle non lo sanno, non ho voluto parlandone rinnovare in esse un atroce dolore, e dire che il traditore era stato ricevuto in casa nostra.
Il volto di Squitti, sul quale pareva che si fossero già distese le ombre della morte, s'illuminò per un istante, quando sentì che Teresa non sapeva. Severino continuò:
– Ora andrai nella camera di donna Amalia e metterai altri abiti. Sono di mio padre, ma non importa, non ne ho altri adatti alla tua persona. Quando sarai vestito, ti accompagnerò fino al largo del Mercatello; fuori di questo quartiere, in luogo dove non sei conosciuto, saprai provvedere alla tua salvezza. Vai, non perder tempo!
Squitti che pareva annientato, rimase immobile.
Squitti salì quattro gradini, poi si volse verso il giovine rimasto a piè della scala e gli disse:
– Sentite!
– Che cosa?
– Vi hanno ingannato, non è vero!
– È vero!
– Ebbene... uccidetemi se volete, ma non lo dite ad altri.
– Perchè?
– Ve ne prego.
Severino fece un atto d'impazienza, e disse:
– Affrettati!
– Non lo dite a nessuno, quel vostro sospetto! neppure a vostra madre, alle sorelle.
– Affrettati!
– In nome di, di... vostro padre, vi prego; era un santo, lui, non lo dite... alle sorelle, a Teresa!
Con uno sforzo violento Squitti era giunto a pronunziare quel nome e parve che gli ardesse sulle labbra.
– Non voglio che nomini le mie sorelle, – disse Severino con ira, – sbrigati!
Squitti appoggiandosi con una mano al muro, salì a stento, barcollando, le scale. Quante volte era andato in casa Riva, non immaginando che si potesse soffrire un tormento maggiore di quello che gli davano l'amore senza speranza e la gelosia! Ma in quel momento terribile, quando uno strazio più acuto ancora gli dilaniava il petto, provava una specie di stupore, sentendo che tanta miseria, tanto disperato dolore, tanto rimorso, potevano pesare sopra un uomo senza ucciderlo. Gli pareva che il fulmine l'avesse colpito, eppure era vivo ancora, si moveva, saliva le scale, ma non ne poteva dubitare, il fulmine, sì, il fulmine l'aveva colpito.
Donna Amalia l'aspettava presso l'uscio, sul pianerottolo del primo piano. Non aveva mai sentito per Squitti la più lieve simpatia, ma una grande pietà la vinse vedendolo in quello stato. Chi avrebbe riconosciuto in lui il gentiluomo che sapeva spendere così bene, per la maggior eleganza della sua persona, il danaro mal guadagnato? Donna Amalia si avvicinò a lui e pietosamente disse:
– Fatevi coraggio, don Pasquale, fatevi coraggio. Adesso siete al sicuro, non avete più nulla da temere.
Egli si era fermato smarrito innanzi a lei, non sapendo più quello che doveva fare. Donna Amalia glielo ricordò dicendo:
– Entrate pure, gli abiti sono in camera mia; povero dottore! ho provato un'impressione, sapete, un'impressione quando le ragazze mi hanno dato quegli abiti. Faranno impressione anche a voi. Ma via, fatevi animo e sbrigatevi, per carità, Severino dice che non vi è tempo da perdere; vuole condurvi subito via, potrebbero tornare!
Donna Amalia era entrata in casa discorrendo, Squitti, quasi macchinalmente, la seguiva. Sul vecchio seggiolone presso la finestra erano distesi certi abiti neri. Donna Amalia li additò dicendo:
– Eccoli, ora vi lascio, fate presto.
Ella chiuse la porta, Squitti rimase solo. Un pallore cadaverico gli copriva il volto. Erano quelli gli abiti di Michele Riva? e doveva toccarli, indossarli lui, proprio lui, per aver salva la vita? Non poteva, no! Perchè, invece di salire, non aveva detto a Severino che lo lasciasse andare, che lo abbandonasse al suo triste destino? Ma no, Teresa non sapeva ancora, Severino lo aveva detto. Che penserebbe di lui se non volesse indossare quegli abiti, e accettare il soccorso offerto? Severino salito in casa di donna Amalia gli gridò dalla stanza vicina:
– Don Pasquale, non perdete tempo, affrettatevi!
Squitti tese la mano verso gli abiti, egli che non aveva mai, per tanto tempo, sentito ribrezzo dei suoi delitti, non poteva toccarli! Intanto si udiva il passo concitato di Severino, che non aveva pace aspettando. Squitti si vestì, e gli pareva di avere dinanzi Michele Riva, pallido, immobile, in mezzo a quattro ceri, nel suo doloroso carcere. Dopo alcuni minuti egli aprì l'uscio; Severino provò un senso di raccapriccio vedendo il volto di quell'uomo, il quale nel resto della sua persona, con quegli abiti, sembrava il padre suo. Il giovine divenne quasi pallido come Squitti, e con una voce meno irata gli disse:
– Andiamo!
Erano soli, scendendo le scale, Teresa, li raggiunse nel cortile, prima che uscissero.
– Che cosa vuoi? – domandò Severino, seccato di vederla.
– Ecco, non abbiamo potuto nascondere alla mamma quello che è avvenuto: poichè gli abiti del babbo erano custoditi nella sua camera ha dovuto sapere! Essa mi manda per salutarvi, don Pasquale, e per farvi animo.
– Ah! Teresa, – esclamò Squitti, coll'animo acceso dalla passione, pensando che forse non la vedrebbe più, e volendo innanzi a lei tentare una suprema difesa, – non li avete creduti, è vero? coloro che gridavano! È stata una calunnia atroce, una vendetta; non è vero, Teresa, non li credete, non credete nessuno! hanno mentito. Ditemi che non credete.
Egli piangeva, e un singhiozzo gli troncò la parola.
Severino si era fermato, aspettando; Teresa era commossa, ma non rispose.
– Ah! Teresa, non sapete quello che soffro, altrimenti me lo direste che non credete, che avete pietà di me. Addio Teresa! – Egli le tese la mano, voleva per l'ultima volta stringere la sua, nel momento di quell'ultimo e doloroso addio. Ma un'ira tremenda si accese di nuovo nell'attimo di Severino. Le parole, l'aspetto di Squitti rivelavano la passione sua, ardente, irrefrenabile per Teresa, e gli parve una cosa orribile che quell'uomo osasse amare sua sorella. Balzò quasi fra lui e Teresa.
– No, – disse, – non voglio che le tocchi la mano, tu, fatti indietro, Teresa, non sai! è stato lui, intendi, lui che ha tradito, ucciso nostro...
Un grido furente di Squitti coprì la voce di Severino, ed egli fece uno sforzo violento per non slanciarsi su di lui. L'avrebbe strozzato, in quel momento, se avesse potuto, innanzi agli occhi di Teresa.
La porticina della casa venne aperta da Antonio, che aveva la chiave. Il giovine entrò, guardando stupito Severino, Squitti e Teresa, che aveva sul volto il pallore della morte. Severino gli disse:
– Ah! vieni a proposito. Dobbiamo accompagnare costui fuori del quartiere. Che cosa vuoi! lo sanno tutti adesso che è una spia e gli danno la caccia. Andiamo, essendoci anche tu mi sarà più facile di condurlo in luogo sicuro. Addio, Teresa, non dirlo alla mamma, adesso, quello che sai, le farebbe troppo male. Tornerò alle sei.
I due giovani uscirono, Teresa riprese a salire le scale, e le pareva di sognare. Come era possibile che Squitti, proprio Squitti, avesse perduto il babbo suo?
Assunta l'aspettava presso l'uscio di casa.
– È stato Squitti, sai! – le disse Teresa.
– Che cosa ha fatto?
– Il babbo!
Assunta capì, le due sorelle ripensando al povero tradito, all'ucciso, si abbracciarono piangendo. Squitti passava allora in mezzo ai due giovani, silenziosi nel vicolo Melofioccolo; le porte dei bassi erano state riaperte, e qualcuno passava, per la via. Qualche volta si udiva una voce che gridava – la spia, la spia, – ma nessuno osava più offendere Squitti in altro modo. Sulla via Materdei vi erano parecchi gruppi minacciosi, ma tutti conoscevano Antonio, già si sapeva che era uno dei capi della rivoluzione napoletana, e lasciarono libero il passo a lui ed ai suoi compagni.
Essi giunsero al Largo del Mercatello, di fronte al collegio dei Gesuiti, dove si trova adesso il Liceo Vittorio Emanuele, e non avevano mai pronunziato una parola lungo la via. La piazza era piena di gente, Severino disse a Squitti:
– Ora puoi andartene dove vuoi, sei al sicuro; guarda che non ti rivedano nel quartiere Stella. Ti conoscono tutti adesso, lo sai.
Squitti si allontanò, muto, senza voltarsi, senza ringraziare colui che gli aveva salvata la vita, e disparve in mezzo alla folla eccitata, perplessa, che discuteva intorno alla partenza del re, mentre molti gridavano già sulla piazza: Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele!