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XXI. | «» |
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XXI.
Don Eugenio Teppi più giallo e più stecchito del solito passava nella strada San Sebastiano. Poveretto! era disoccupato. L'avvocato suo padrone, temendo la rivoluzione, i disordini, era fuggito da circa due settimane in Roma, ed il pane mancava a don Eugenio, il quale spendeva il meno possibile degli ultimi soldi che gli erano rimasti, e guardava con terrore l'avvenire. Tarderebbe ancora molto il suo padrone? E se l'ufficio restasse ancora abbandonato a lungo, che cosa ne sarebbe di lui? Le botteghe erano chiuse, poca gente si vedeva nella via, ed un silenzio quasi sinistro era succeduto all'entusiasmo indicibile del giorno avanti. Si sapeva che la battaglia verso il Volturno era impegnata; e nella parte alta della città giungeva da parecchie ore il rombo appena distinto delle artiglierie lontane. Una trepidazione indicibile agitava gli animi: le sorti di Napoli si decidevano laggiù.
Don Gaetano, il quale aveva abbandonato l'odioso cilindro, ed aveva quasi un'aria giovanile di conquistatore sotto la tesa del cappello a cencio, strappato finalmente al sequestro impostogli da donna Marietta, si trovò di fronte a don Eugenio sulla ripida discesa della strada e gli domandò:
Il poveretto che camminava a caso, esitò, poi disse:
– Verso il Museo.
– E il vostro padrone che cosa fa, adesso?
– È partito.
– A Roma.
– E voi che cosa fate?
– Io, nulla, aspetto.
Don Gaetano provò una stretta al cuore, indovinando l'immensa miseria di don Eugenio. Ebbe una gran voglia d'invitarlo a pranzo, per quel giorno ed i seguenti, finchè non tornasse il suo padrone, ma una maledetta e invincibile paura di sua sorella e della jettatura lo fece rinunziare al proposito generoso; ed egli disse:
– Perchè non andate in casa Riva? Vi sono tante cose da fare adesso, in questa confusione. Forse Antonio potrebbe occuparvi in qualche modo proficuo per voi, fino al ritorno dell'avvocato.
La speranza di avere ancora del pane illuminò il volto emaciato di don Eugenio. Egli era così privo d'energia, che non aveva pensato neppure a fare qualche tentativo per uscire dalla sua tristissima condizione. Disse:
– Avete ragione; non pensavo che si potesse avere bisogno di me, vado subito; e voi dove andate? sapete che è una triste giornata questa. Se le truppe regie vincono, rientreranno in Napoli, e vi sarà una strage, certamente.
Don Gaetano scosse lentamente il capo, e sorridendo distese le labbra sottili sulle gengive senza denti, poi disse sottovoce:
– Non vinceranno, hanno perduto invece. La notizia l'abbiamo già noi, in casa Riva: fra poco sarà ufficiale, e donna Francesca mi manda dalla Marulla. Ora che non si teme più il ritorno del re, la plebe potrebbe trascendere ad atti di violenza contro i borbonici. Essa mi manda ad avvertire donna Concetta.
I regi avevano perduto, non era probabile che l'avvocato tornasse presto da Roma. Ecco il pensiero che occupò tutto l'animo di don Eugenio, nell'udire la notizia, che annunziava la rovina dei Borboni e il trionfo durevole della rivoluzione. Era dunque urgente che andasse ad offrire i suoi servigi ad Antonio e ai Comitati trionfanti. Non domandava altro, lui, che il pane guadagnato lavorando!
Don Gaetano continuò a discendere per andare nella via Medina e di là in quella dei Guantai, e diceva fra sè:
– Ecco che cosa ci si guadagna a far morire in prigione i galantuomini! Povero Michele, io non mi sono appassionato mai per tutte queste cose; mi piace tanto la quiete; certamente non avrei fatta la rivoluzione, io; anzi, se Marietta non mi avesse costretto, non avrei messo neppure fuori la bandiera, quando è entrato Garibaldi; ma lei aveva paura, e me l'ha fatta mettere al balcone! Amo soltanto la pace, io, ma quel povero Michele! Come esulterebbe se fosse vivo adesso, e forse esulterei anch'io, vedendolo così contento. Povero Michele! invece l'hanno messo in prigione, l'hanno ucciso, e adesso perdono le battaglie, povero Michele!
Assorto nel pensiero del diletto amico perduto, don Gaetano continuò a scendere e poichè camminava lentamente, giunse solo dopo qualche tempo in casa della Marulla, benchè non fosse lontana.
Il servo Totonno gli aprì, e fu stupito alquanto nel vederlo, perchè andava di rado in casa Marulla; e poi quelli non erano giorni nei quali si facessero visite.
– Dite alla vostra padrona che mi manda sua sorella, donna Francesca, debbo parlarle, – disse don Gaetano entrando.
Egli fu ricevuto in un salotto, e trovò la Marulla agitata, nervosa oltre ogni dire, inquieta. Come gli altri sapeva che le sorti della dinastia si decidevano in quel momento sopra un campo di battaglia, e avrebbe voluto precorrere col pensiero gli eventi, per uscire da mille incertezze. Sicura che il re non sarebbe tornato, aveva messo alle finestre, benchè Filippo si opponesse, le bandiere tricolori per festeggiare l'entrata di Garibaldi in Napoli. Filippo non aveva ceduto alle sue preghiere, suo marito invece era uscito colla coccarda tricolore all'occhiello. Ma fin dal giorno avanti certi suoi vicini borbonici le avevano detto cose mirabili dell'esercito regio raccolto presso il Volturno. Quell'esercito era agguerrito, fortissimo, anzi invincibile: in poche ore avrebbe sbaragliato le bande di straccioni, di avventurieri raccolti contro di esso, ed ella, paventando quasi la vittoria di re Francesco, sentiva un peso orribile sul petto, a cagione delle bandiere e della coccarda. Tutti avevano viste quelle bandiere e quella coccarda! Che cosa avverrebbe se tornasse il re? Certamente Marulla sarebbe destituito. Che tempi erano quelli per la gente onesta e pacifica, che desiderava solo di vivere in pace, e non sapeva invece quale padrone servire!
Don Gaetano si credette in obbligo, per cortesia, di avere un aspetto triste nell'annunziare a donna Concetta la disfatta dei Borbonici. Egli cominciò:
– Forse vi disturbo? dovete andare a pranzo? scusatemi, vostra sorella donna Francesca mi ha mandato...
– Si sente male forse? – domandò con interesse la Marulla.
– Anzi, sta benino; ma sono arrivate adesso notizie della battaglia...
– Ebbene?
– Mi dispiace di dirvi una cosa che forse...
– Dite, dite pure, – esclamò la Marulla trepidante.
– I regi hanno perduto, i garibaldini sono padroni del campo.
Una viva soddisfazione apparve sul volto della Marulla, che non doveva temere più per le bandiere e la coccarda. Don Gaetano la guardò stupito. Come si mutavano in quei giorni le persone! egli continuò:
– Fra un momento la notizia sarà diffusa in città.
– Ebbene?
– Ecco, – disse don Gaetano un po' imbarazzato, – potrebbero fare qualche dimostrazione contro il governo passato, capite! non si sa mai quello che può accadere. Ora nessuno deve temere che il re ritorni. Si possono commettere violenze contro i... cioè contro gl'impiegati del governo. Donna Francesca vi prega di andare in casa sua, con vostro marito e Filippo. Lassù non avete nulla da temere.
Una gran paura invase l'animo di donna Concetta; per un momento solo ella esitò, essendo per lei dura cosa abbandonare la casa; ma si decise subito.
– Avete ragione, don Gaetano! Filippo e Marulla sono in casa, andremo subito.
– Vi lascio, donna Concetta. Possono fare dimostrazioni anche alla Sanità, e torno a casa, presso mia sorella.
– Addio, don Gaetano, grazie, andiamo subito.
Ella corse nello studio, dove suo marito fumava tranquillamente: non era andato all'ufficio quel giorno, e si godeva come meglio poteva la vacanza straordinaria.
– Senti, – esclamò la Marulla, – vestiti, la battaglia è stata perduta dai nostri, Francesca ci ha mandati a chiamare, teme che si faccia qualche cosa contro i... – Ma ella non osò pronunziare quel nome «borbonici» che prendeva innanzi a lei un significato pauroso. Come aveva già fatto don Gaetano esitò poi disse: contro gl'impiegati del governo.
– Perchè dobbiamo andar via? non credo che abbiamo nemici qui!
– È meglio che andiamo, credimi, poichè Francesca ci chiama. Se non vi è nulla da temere torneremo presto; intanto capisci che in casa di quel povero Michele nessuno ci toccherà.
– Andiamo pure, se vuoi, – disse Marulla che si alzò. Donna Concetta gli chiese:
– Non ancora: stamane mi hai detto che non era cosa urgente. Ti pare proprio necessario che io la scriva adesso?
– Senza dubbio, poichè hanno perduta la battaglia!
– Sarebbe forse meglio di aspettare ancora; mi sembra che fo cattiva figura affrettandomi tanto.
– Eh, quelli che aspettano se ne pentiranno, certamente. Non ti pare che adesso tutti gl'impieghi dovranno essere dei liberali, che cercheranno ogni mezzo per cacciare gli altri? Sei vestito già, scrivi. Domanderemo consiglio ad Antonio per sapere come dovrai fare per non inimicarti i nuovi padroni. Affrettati, mentre vado a disporre parecchie cose. Credi che sia prudente di portare con noi i gioielli e l'argenteria?
– Se credi, portali pure. Dov'è Filippo?
Il giovane venne subito nello studio: era un po' triste e pensoso.
– Senti, Filippo, – disse la Marulla, – vestiti subito, andremo tutti in casa di Francesca.
Il volto del giovine s'illuminò. Da parecchi giorni, per non lasciare soli i genitori, vedeva pochissimo Assunta. Ma gli parve strana la premura della madre. Ella continuò, quasi lietamente:
– I regi hanno perduto la battaglia. Francesca ci vuole in casa sua.
La notizia non era inattesa per Filippo, ma egli provò una stretta al cuore resa più penosa dal contegno della madre: avrebbe voluto vederla più salda nelle sue convinzioni, e devota sempre, specialmente nella sventura, a quelli che li avevano beneficati. La Marulla riprese a dire:
– Vestiti subito; fra mezz'ora sarò pronta. – Ella andò via dallo studio dicendo fra sè: – Ah se fosse ancora vivo quel povero Michele, come ci avrebbe protetti adesso. Chi avrebbe mai pensato ch'egli aveva ragione, e che noi avevamo torto, credendo il governo incrollabile? Ora Salvetti non minaccerà più nessuno, non farà tremare la gente con i suoi sospetti. Che paura ebbi allora, e se non ci fosse stata Peppina di mezzo, chi sa!
Forse donna Concetta, continuando il ragionamento, sarebbe giunta a dolersi di non essersi compromessa allora, innanzi a Salvetti, con tutta la sua famiglia, per avere larga copia di meriti nelle mutate condizioni del suo paese; ma ella non poteva perdere tempo in quei momenti di trepidazione, e prese dare in fretta ordini diversi alla cameriera, e a Totonno, che dovevano restare a custodia della casa, durante la sua assenza.
Finalmente, vestita per quanto potè, in modo dimesso, come Peppina Salvetti, ansante per la fatica fatta nell'affrettarsi, e molto inquieta perchè abbandonava in quel modo la casa, e paventava qualche offesa nella lunga via da percorrere prima di arrivare al vicolo Calce, la Marulla salì innanzi alla porta della sua casa in una carrozzella. Ella teneva strettamente una piccola valigia dove erano rinchiusi i suoi preziosi gioielli: Filippo e Marulla, in un'altra carrozzella, avevano in custodia l'argenteria. Con aria un po' beffarda, il portinaio che l'aveva aiutata non senza fatica a salire nella carrozzella le domando:
– Partite, eccellenza?
– No! andiamo a passare un giorno o due in casa di mia sorella, donna Francesca. Sapete bene, la vedova di quel povero Michele Riva, di quel galantuomo, che la polizia fece morire in carcere, perchè era liberale! – E per mostrare un rimpianto più vivo del cognato Michele, donna Concetta sospirò.
La notizia della vittoria dei Garibaldini si era già sparsa, e si notava un gran movimento in città. I liberali esultavano, ma vi era anche una certa tristezza in mezzo all'esultanza. Quanti avevano laggiù, sul campo di battaglia, conoscenti, amici, parenti; quanti aspettavano con indicibile trepidazione notizie dei loro cari, e si affrettavano verso la stazione della ferrovia di Caserta, dove arrivavano già i primi feriti!
– Come sono felice di vederti! – esclamò donna Francesca, abbracciando la sorella, – non avevo pace mentre eri così lontana, da me, in questi momenti.
– E Antonio? – domandò la Marulla, che voleva avere subito da lui quel tale consiglio per la lettera del marito.
– Lo vediamo appena, adesso; – rispose donna Francesca, – quando viene qui si ferma pochi minuti e poi va via. L'avresti immaginato che era il capo di uno dei comitati? – soggiunse la povera inferma che sorrise, – me l'hanno detto adesso, che hanno vinto finalmente i liberali. Ah! se ci fosse ancora con noi il mio povero Michele, come esulterebbe.
– Povero Michele! – disse la Marulla sospirando.
– Neppure adesso, – diceva in un'altra stanza Assunta a Filippo, – vuoi unirti con noi, con Antonio e Severino?
– No, – rispose Antonio4, con un po' di tristezza nella voce, – non posso. Essi hanno vinto, e nella condizione in cui si trovava il governo, senza grandi ideali, smarrito, per così dire, fra mille dubbi, senza avere in sè la forza, l'entusiasmo che possono compiere alte imprese, doveva cadere, fatalmente, trascinato alla rovina dalla propria debolezza; ma io non ho preso parte alla lotta, e non debbo partecipare al trionfo. E poi deploro gli errori dei vinti; ma non posso coll'animo abbandonarli nell'ora della sconfitta. Lo sai, tu, che dobbiamo ad essi il benessere che si gode nella mia famiglia!
– Ma che cosa puoi aspettare ancora dai Borboni, tu, adesso?
– Nulla, sai bene che la mia professione è libera, non dipendo da nessuno. Desidero che il nostro paese sia forte e felice, ma non posso mutare bandiera, mettermi contro i vinti, solo perchè sono vinti, e quasi tutti non pensano che ad abbandonarli.
Egli si curvò verso la fanciulla, sfiorò quasi colle labbra i suoi capelli d'oro, e disse sottovoce:
– Ti piace che io sia fedele, in ogni evento, sempre?
– Sì, – rispose lei che sorrise, – ma non ai Borboni!
Marulla era disceso in giardino per fumare un sigaro all'aperto. Poichè Antonio non si trovava in casa Riva nulla era stato ancora stabilito per la famosa lettera, nella quale faceva adesione al nuovo governo. Per dire il vero egli non ci pensava neppure, fidando nel senno della moglie, e continuando nel costume preso di non avere volontà propria, e di lasciarsi in ogni cosa guidare da lei. Ella che era sola colla sorella disse:
– Ora che non ci sono le ragazze, ti debbo parlare di una cosa grave che mi sta molto a cuore, purchè tu non ti agiti.
– Puoi parlare di ciò che meglio ti piace: adesso non temo più che vengano a prendermi Severino, per farlo morire in carcere come il mio povero Michele e sono più calma; parla dunque.
– Ebbene, dimmi, non ti dispiacerebbe, eh, se Filippo e Assunta si sposassero presto?
– Che cosa dici? – esclamò stupita donna Francesca, che credette di avere inteso male, ripensando alla specie di avversione mal dissimulata, in altri tempi, da sua sorella per quelle nozze. La Marulla rispose:
– Non hai inteso? Ti parlo di Assunta e di Filippo. Vuoi che si stabilisca adesso l'epoca del loro matrimonio?
– Ma sì, certamente, – disse sempre più meravigliata donna Francesca, che non immaginava quale mutamento profondo fosse avvenuto nell'animo della sorella.
Il volto di donna Concetta si rischiarò: ella temeva che, essendo cambiate le cose, la sorella divenisse avversa a quel matrimonio affinchè Severino non si «compromettesse» come diceva lei, in faccia ai liberali, avendo un cognato che era stato sempre in modo palese ligio ai Borboni, e non voleva saperne neppure di mettere una coccarda all'occhiello dell'abito quando usciva! Quasi timidamente domandò:
– Ti piacerebbe che si sposassero a novembre?
Una, gran gioia faceva battere il cuore di donna Francesca. Non aveva mai osato sperare che la sorella mostrasse di desiderare così ardentemente quel matrimonio, eppure le disse subito:
– Non è possibile così presto.
– Perchè?
– Non te la posso dare senza corredo. Adesso Severino fa qualche affare, voglio avere un po' di tempo per provvederla della biancheria e degli abiti necessarii.
– Che importa'? – esclamò la Marulla, – penserò io al corredo ed al resto.
– No, – disse donna Francesca, non voglio che entri in casa tua come una mendicante; se credi stabiliremo il matrimonio per febbraio.
– Sia dunque per febbraio! – disse con impazienza la Marulla.
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Ai giorni burrascosi, alla rivoluzione, agli entusiasmi era succeduta la pace che regnava in mezzo alla grande città. Carluccio il ciabattino aveva ripreso a cantare allegramente sotto le finestre di donna Francesca, presso il suo deschetto nero e attaccaticcio; il falegname piallava il legno in pace all'angolo della via Purità, le donnicciuole, i ragazzi irrequieti, le galline erano di nuovo padroni assoluti dei vicoli dalla via nuova di Capodimonte alle Fontanelle; i fagiuoli, le patate, gli erbaggi facevano bella mostra presso le botteghe, le bottiglie d'olio sospese si dondolavano; e non si sarebbe detto che mutamenti così gravi fossero avvenuti in città, se una bandiera tricolore, colle tinte già sbiadite dalla pioggia e dal sole, sventolando ancora sulla porta del piccolo caffè di Materdei, non fosse stata un segno di tempi nuovi.
La pace era ancora più profonda verso le Fontanelle, sotto il cielo grigio e triste che pesava sulla valle e sul piccolo giardino della famiglia Riva, il primo novembre del 1860. Le rose erano fiorite presso il muricciolo verso la valle, ma sembravano pallide e languenti senza la viva luce del sole, ed i crisantemi gialli, bianchi, rossastri adornavano le aiuole senza rallegrarle. Dall'ospizio della Vita, dalla piccola chiesa delle Fontanelle salivano le voci sconsolate delle campane; che richiamavano al pensiero i poveri morti, e nel fondo della valle, sulla strada polverosa, si affollava la gente vestita a festa, che andava a visitare il camposanto delle Fontanelle.
Teresa raccoglieva fiori nel giardino e pareva assorta in un doloroso pensiero, mentre la sua fronte si chinava verso le rose ed i crisantemi, cosparsi di goccie tremolanti di rugiada che sembravano lagrime sui petali sottili. Pensava forse al povero morto, che non aveva udito le grida di gioia nell'ora della liberazione? Ah! l'anima sua era spesso col babbo, e le pareva di rivedere con una chiarezza meravigliosa il suo volto emaciato e bello, nella segreta di Castel Capuano; ma vi era in quel ricordo una mesta dolcezza: un altro dolore più amaro le stringeva il cuore. Dopo la sera in cui Antonio l'aveva chiamata quando legavano le scale, il contegno del giovane si era mutato alquanto verso di lei. Si sarebbe detto che preferisse la compagnia di Assunta e degli altri, ed evitasse di trovarsi vicino a lei.
Quando sembrava ch'egli vivesse solo nel fervore della lotta aperta, per il trionfo dei suoi ideali, Teresa non si era stupita molto nel vederlo così mutato, poi era divenuta più triste e sfiduciata. Non voleva dunque neppure Antonio essere sempre, come era stato per lei, un fratello amorevole e buono?
Ella aveva già raccolti i fiori più belli, e la piccola mano stringeva i gambi sottili delle rose smorte, che avevano perduto come lei ogni speranza di gioia; stringeva quelli un po' ruvidi dei crisantemi fioriti per le tombe, e li legava insieme con un fil di seta, sola e muta fra la grande tristezza dei fiori e del giardino, sotto il cielo fosco, meno triste dell'anima sua.
Antonio aveva già veduta in casa la fanciulla quel giorno pallida e pensosa; aveva già risposto appena, come se fosse distratto, al suo saluto; poi quando ella era andata via dalla stanza dove lavoravano Assunta e donna Amalia, un'angoscia profonda gli aveva stretto il cuore. Cercò per qualche tempo di non pensare a lei, di discorrere piacevolmente; poi domandò ad Assunta:
– Ho visto che ha preso le forbici che ci servono per recidere i fiori. Forse è discesa in giardino.
Dopo un momento Antonio, che pareva distratto, nervoso in modo insolito, andò via.
Giunto nel cortile si fermò, e pareva che una forza irresistibile lo costringesse ad entrare nel giardino, dove era forse Teresa; ma si fece animo e si avviò verso la strada. Sulla soglia si fermò di nuovo, poi tornò indietro, non sapendo più comandare al cuore che si ribellava, spinse il vecchio cancello di legno, che si mosse cigolando sui cardini rugginosi, ed entrò.
Nel fondo di un viale egli scorse la gentil persona di Teresa, col volto chino verso il mazzo di rose e di crisantemi, che univa ad esso certi rametti flessibili di capilvenere cresciuti presso l'orlo screpolato del pozzo. Antonio si accostò piano alla fanciulla, il suo volto pareva trasfigurato da una commozione violenta; egli la chiamò, ella si volse meravigliata.
– Per chi sono questi fiori, Teresa, per il babbo, forse?
– No, – rispose lei sottovoce. – domani ne porteremo altri al babbo.
– E questi?
Ella abbassò la testa e disse:
– Volevo pregare Assunta di darteli per Elisa.
– Perchè non pensavi di darmeli tu, per lei?
– Perchè? – domandò lui di nuovo con una certa impazienza.
– Temevo… – un singhiozzo le troncò la parola, ella non potè proseguire.
– Ah! Teresa, dammeli pure tu, questi fiori, – disse Antonio pregando, con voce mutata, dolce come una carezza, – li porterò domani ad Elisa e le parlerò di te. Sei buona e bella come lei, Elisa deve amarti e... forse mi perdonerà...
La mano di Antonio strinse quella di Teresa che ebbe una specie di vertigine. Non era forse vicino per lei un giorno di gioia intensa, quasi pari a quella già provata quando Antonio e Severino, salvi dopo tanti pericoli, erano venuti a dirle che la sua città era libera, finalmente?
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