Louise Michel
La comune
Lettura del testo

PARTE TERZA LA COMUNE

III. L' "affaire" del 22 marzo.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

III.
L' "affaire" del 22 marzo.

I Partigiani del governo regolare, gli uomini dell'ordine e della reazione, non contenti di cospirare a Versailles tentarono a Parigi una rivolta controrivoluzionaria: ma erano così male abituati alla rivolta, che vedendo la loro dimostrazione, verso le due dopo mezzogiorno del 22 marzo, sulla piazza della nuova Opera, si aveva l'idea di una truppa di figuranti che ripetesse un dramma storico.

Qualche cosa però era trapelato dei loro disegni; avevano stabilito di pugnalare i rivoltosi abbracciandoli; ma ciò somigliava piuttosto a una farsa. Anche il luogo era scelto bene; si aspettava di vedere che cosa avrebbe fatto quella gente.

Quando i dimostranti furono in buon numero, per la maggior parte giovanotti eleganti, si misero in moto per via della Pace, condotti dai più noti bonapartisti: de Péne, de Coetlogon, e Heckeren; una bandiera senza iscrizione sventolava in testa alla colonna.

Alcune guardie nazionali avendo chiesto dello scopo della dimostrazione, furono insultate e maltrattate: la colonna sbucò in piazza Vendôme, dove si trovavano i federati già armati, che si mossero verso i dimostranti, in ordine di attacco, ma con la proibizione di far fuoco.

Incontrandosi i due gruppi la dimostrazione si fece più aggressiva, alle urla di: Abbasso il comitato, abbasso gli assassini, i briganti! Viva l'ordine!

Un colpo di revolver ferì Maljournal del comitato centrale.

Per quanto fossero pazienti, le guardie nazionali si accorsero di non trovarsi davanti ad una dimostrazione pacifica.

Bergeret fece fare alle sue squadre una prima evoluzione, poi una seconda, fino a dieci. All'ultima le grida di: Viva l'Ordine! abbasso gli assassini del 18 marzo! si ripeterono accompagnate da colpi d'arma da fuoco. Allora solo risposero al fuoco anche le guardie: bisognava respingere l'attacco. Ma è una caratteristica di questi federati dal cuor mite, facenti sì poco conto della propria vita e curanti solo quella degli altri: parecchi di essi avevano sparato a vuoto, come già il 22 gennaio...

Che ribrezzo avevano questi assassini del 18 marzo a colpire petti umani!

Ma non era la stessa cosa da parte degli assalitori; dalle finestre si fucilava con loro, e senza la prudenza dei federati avremmo avuto una vera strage.

Moltissimi dei dimostranti tiravano così male, che si ferivano tra di loro; tanta rabbia avevano contro le guardie nazionali che parecchie furono ferite e due uccise: Vahlin e François. – Vi furono parecchi feriti anche da parte dei dimostranti: un giovanotto, il visconte di Molinat, fu ucciso alle spalle e di fianco ai suoi e cadde in avanti: sul suo corpo si trovò un pugnale fissato alla cintura con una catenella, come se avesse avuto questo giovinetto paura di perdere la sua arme. Questa particolarità infantile commosse una guardia nazionale.

Quanto al signor De Péne fu quasi inchiodato da una palla venuta da parte de' suoi, colpito alla schiena. Dopo la fuga dei dimostranti, la piazza era seminata d'armi: pugnali, impugnature di spade, revolvers, che essi avevano gettato.

Il dottor Rainbow, ex chirurgo di Stato maggiore al campo di Tolosa, e parecchi medici accorsi, fecero trasportare morti e feriti all'ambulanza del Credito Mobiliare.

Ma nel cuore delle guardie nazionali era come una tristezza, per aver combattuto contro tanta gioventù, per quanto l'avessero fatto con la massima generosità, tanto questi uomini erano buoni.

Spesso, durante le sanguinose rappresaglie di Versailles, ho pensato alle guardie nazionali del 22 marzo e di tutta la lotta.

Il comitato centrale fece affiggere un manifesto minacciando pene severe a coloro che avessero cospirato contro Parigi: ma da quell'epoca sino alla fine della Comune la reazione potè cospirare continuamente e impunemente.

Brava gente del 71! brava gente dell'ecatombe! voi avete portato con voi la vostra generosità, sotto la terra imporporata di sangue; e non ritornerà che a lotta finita, nella pace del mondo rinnovellato.

Io rileggo spesso i manifesti che annunciarono la presa di Parigi da parte della rivoluzione del 18 marzo: le parole sante di allora fanno rivivere il dramma.

Tante cose si sono ammucchiate, sanguinanti, le une sulle altre, tanta polvere umana fu seminata al vento, così che attraverso le fredde risoluzioni d'oggi non troveremmo più gli accenti e gli entusiasmi generosi d'allora.

Ed io che pur sono accusata di bontà senza limiti, io avrei senza rimorso schiantata la vita di quel nano (Thiers) che doveva poi fare tante vittime: laghi di sangue non sarebbero colati, mucchi di morti non avrebbero ingombrato Parigi, alti come montagne, e mutata la città in un macello.

Prevedendo quanto avrebbe fatto questo borghese dal cuore di tigre, io pensavo che uccidendo Thiers all'Assemblea, il terrore sarebbe stato tale da arrestare di colpo la reazione. Quante volte, nei giorni della disfatta, mi sono rimproverato di aver chiesto su ciò consiglio: le nostre due vite avrebbero evitato la carneficina di Parigi. Confidai il mio progetto a Ferré: egli mi rammentò che la morte di Leconte e Clément Thomas, in provincia e anche a Parigi aveva servito di pretesto, di spavento, quasi una disapprovazione della folla: forse, diceva, il mio atto potrebbe arrestare il movimento di riscossa.

Io non ci credevo, e poco mi sarebbe importato la disapprovazione della folla, pur di giovare alla rivoluzione: tuttavia poteva anche aver ragione.

Rigaud fu del suo avviso. Del resto, aggiunsero entrambi, voi non potreste pervenire fino a Versailles.

Ebbi la debolezza di credere che essi potevano aver ragione, riguardo a quel mostro. Ma in quanto al viaggio a Versailles io ero sicura, con un po' di risoluzione, di arrivarci: e ne volli fare la prova.

Qualche giorno dopo, infatti, travestita così da essere irriconoscibile a me stessa, me ne andai tranquillamente a Versailles, ove arrivai senza noie. Con la medesima tranquillità, entrai anche nel parco, dove erano le tende che servivano di accampamento all'esercito, a far della propaganda per la rivoluzione del 18 marzo. Il cattivo stato dell'attendamento sotto gli alberi spogli di verde, era impressionante. Io non ricordo che cosa dicessi a quegli uomini, ma io capivo che essi mi ascoltavano.

Un ufficiale, il giorno dopo venne a Parigi per S. Cyr, e promise che altri sarebbero venuti.

L'armata in quel momento non era brillante, la cavalleria non aveva che dei fantocci di cavalli.

Uscendo dal parco, entrai in una grande libreria di Versailles: vi incontrai una signora alla quale ispirai molta confidenza.

Presi con me un mucchio di giornali, e dopo essermi fatta dare d'indirizzo di un albergo dove stare con ogni sicurezza, ripresi il mio cammino verso Montmartre: tralasciai, per divertirmi, di raccontarne di grosse sul conto mio.

Lemoussu, Scheider, Diancourt, Burlot erano allora commissari a Montmartre. Cominciai con l'andare all'ufficio di Burlot, che io sapevo dell'idea di Ferré e di Rigaud: non mi riconobbe. Vengo da Versailles! gli dissi e gli raccontai l'avventura, che io poi ripetei a Rigaud e a Ferré, trattandoli da Girondini, senza essere, d'altra parte, sicura se essi non potessero aver ragione, o se il sangue di quel mostro poteva essere utile alla Comune. Nulla poteva essere tanto fatale quanto l'ecatombe di maggio, ma l'idea forse era più grande. Pochi mesi dopo il mio viaggio a Versailles, nel tempo che io ero nella prigione di Chantiers, nella quale alla domenica convenivano parecchi ufficiali, (alcuni dei quali conducevano seco, come se andassero al Giardino delle piante, delle baldracche vestite sfarzosamente) uno di essi mi disse ad un tratto:

– Ma siete voi quella che veniste nel parco, a Versailles?

– Sì, sono io, risposi, sono io, potete raccontarlo; sarà un particolare buono per il processo; io non ho alcuna preoccupazione di difendermi.

– Forse che voi ci prendete per delle spie? gridò quegli con sincera indignazione.

Cominciavano a cessare allora le stragi: e noi eravamo sotto l'impressione di un orribile incubo.

Risposi crudelmente: Voi siete dei veri assassini!

Non rispose. Capii che parecchi tra di essi erano stati ingannati, e qualcuno anzi cominciava ad aver dei rimorsi.


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License