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Chi siamo e che cosa vogliamo
I
In tutte le epoche vi sono sempre stati degli uomini che hanno lottato contro i costumi, le leggi, le morali, i vincoli, le relazioni sociali del loro tempo. Senza questi malcontenti, senza questi inadattabili, l'umanità non avrebbe avanzato sulla via del progresso.
Eppure fra quanti ostacoli hanno dovuto lottare quegli uomini per affermare la loro Idea! Quante ingiurie, quante rinunce, quanto sacrificio hanno dovuto soffrire... e spesso il peso delle catene; il fondo delle galere; lo scoglio muto e solitario dell'esilio; la tortura del supplizio; la morte, nel vigore degli anni – per gridare ed invocare, fra il buio e le tempeste, l'anima ed il nome del loro Ideale.
E come tutti saranno sembrati pazzi o criminali alla generazione loro contemporanea che li guardava stupita, soddisfatta o rassegnata essa del suo tempo, e incapace di comprendere che sarebbe venuto un giorno in cui quegli eretici sarebbero stati i vittoriosi e gli immortali, e che più tardi sarebbero stati essi pure sorpassati da più alte ed ampie visioni del pensiero umano.
È facile esaltarsi oggi alla memoria di Socrate che beve, con fermezza stoica, alla tazza ferale. È facile commuoversi alla memoria di Spartaco, che raduna truppe di schiavi dolenti e mal nutriti, inchiodati alla terra, o ai remi, senza speranze e senza difese e marcia contro Roma carica di armi, di oro e di vizio. È facile esaltarsi al ricordo di Arnaldo, invincibile davanti al capestro: di Telesio, che strappando la maschera dal volto dell'orrida sfinge regnante nel Medio Evo, trasforma la sua casetta povera e nuda in un'ara ardente pel dolore e pel pensiero dell'uomo. È facile infiammarsi oggi al ricordo di Bruno, estatico tra le fiamme che lo avvolgono; di Galileo «l'onnivedente prigionier d'Arcetri» che infrangendo il mistero degli astri, «il celeste baratro ai liberati occhi egli aperse».
Ma noi, di fronte ai liberali, conservatori di oggi, di fronte ai commentatori di questi martiri di ieri, commemoratori pronti a forgiare le catene per i ribelli del presente, noi saremmo tentati di prendere le difese dei reazionari del passato. Perchè nel senso della relatività della storia, per la scienza e la mentalità degli uomini del loro tempo, i Bruno, i Galileo, i Colombo, dovevano apparire realmente come dei perfidi profanatori delle «Idee sacre» pensate dagli avi; come dei dèmoni, che ponevano una bomba al centro del pernio sorreggente la società di allora. Ma quanta ragione avevano invece quei novatori, e mentre oggi il nome dei loro persecutori e dei loro carnefici è sepolto nell'oblio, ed è coperto d'infamia, il mondo non è abbastanza vasto per raccogliere e rievocare la memoria dei martiri.
L'umanità sa bene quanto deve ad essi: sa bene, che se in tutto il dominio della vita l'uomo ha progredito, si fu perchè nella notte buia e tetra dei secoli, pochi audaci sfidarono leggi, morale, famiglia, gloria, onori, avvenire, la morte stessa, pur di non rinunciare a proteggere un barlume di luce, fatto filtrare attraverso le tenebre dense della superstizione, col valore dell'esperimento o della intuizione.
La critica storica conosce oggi, che prima ancora degli eroismi della scienza, è stata necessaria la lotta per conquistare alla scienza la tolleranza sospettosa prima, e il diritto all'esistenza pubblica dopo. Sa che fu nella oscurità, nelle ostilità, nella illegalità, che la scienza cercò le sue prime affermazioni, circondata dovunque da tenebrosi timori, da paure infingarde, da grossolani pregiudizi che sembrarono invincibili.
Ebbene, ciò che è vero per i grandi pensatori, è vero per ogni essere umano: ciò che è vero per i fatti storici, e le invenzioni e i rivolgimenti famosi, è anche vero per tutte le rivolte dell'uomo, perchè anche la più umile e modesta vita umana può essere il tarlo silenzioso e costante, la lima sorda e insinuante, il roditore muto e penetrante, il bacillo dissolvente, che corrode e consuma la base e l'ossatura di una costruzione sociale.