Virgilia D'Andrea
Chi siamo e cosa vogliamo – Patria e religione
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Chi siamo e che cosa vogliamo

V

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V

 

Ed ora diamo uno sguardo alla storia.

In ogni tempo vi sono stati individui e correnti di pensiero e d'azione, che negarono le leggi scritte, affermarono che ciascuno deve governarsi secondo la propria coscienza, e cercarono di fondare una nuova società, basata su principii di uguaglianza e di libertà. Noi troviamo impronte dell'idea anarchica nel filosofo cinese Lao-tse, che visse nel sesto secolo prima dell'era nostra.

Il suo pensiero era questo: «Giacchè solo la natura esiste, ciò che viene da essa è buono, ed il bene consiste nel vivere senza passioni complicate, senza leggi pervertenti, senza vane guerre. Per ristabilire la pace, la virtù, la felicità, è necessario sopprimere la proprietà; è necessario demolire l'autorità, ed impedire ad essa anche di fare del bene». Ma la saggezza del vecchio filosofo fu oscurata e sopraffatta dalle sottigliezze, dalle astuzie, dalle flessibilità di Confucio.

Tracce profonde d'anarchismo si ritrovano fra alcuni dei più antichi filosofi greci, allorchè la Grecia, al tramonto della sua potenza politica, era vagheggiata dalle tribù quasi selvagge della Macedonia, che in silenzio affilavano le armi per conquistare quell'orgoglioso paese di cui avevano sopportato l'imprudente disprezzo. È allora che Atene vede apparire sulle sue piazze degli uomini scalzi e sdegnosi, declamantisimili a profeti – contro la corruzione dei costumi, l'oblio delle leggi della natura, l'amore sfrenato del lusso, le spregevoli passioni per la ricchezza.

Antìstene, drappeggiato in un logoro mantello, errante di piazza in piazza ad infiammare le genti con la sua irresistibile eloquenza, a gettare strali infuocati contro i costumi, le credenze, gli usi, i pregiudizi, e le leggi, fu il fondatore della scuola cinica, attorno alla quale si riunirono i più profondi pensatori dell'antichità, che proclamavano l'uguaglianza delle condizioni umane, la solidarietà delle razze e la abolizione della schiavitù, In un'epoca, e in paesi, in cui il pregiudizio della città o della nazione era così potente, che i più grandi spiriti ne subivano il giogo, essi osarono gloriarsi d'essere senza patria, o più esattamente, d'avere per patria la terra intera, e tutti gli uomini per concittadini.

Queste dottrine ebbero il loro completo sviluppo e il loro massimo splendore, allorchè riscaldarono l'animo forte e vigoroso di Diògene, di cui l'opinione pubblica non sempre riesce a vedere dietro la maschera motteggiatrice e beffarda, i pensieri gravi e vasti di una filosofia profonda.

Povero, errante, sprezzato, bandito dalla patria, senza tetto e senza amici, egli solleva con fierezza la fronte contro la società, ne scuote arditamente tutta la base, e trafigge i più temuti potenti con le sue inesauribili ironie, coi suoi sarcasmi possenti, con le sue frecce roventi e spietate.

Lo storico greco Zenone propugnava la libera comunità senza governo, e l'opponeva all'utopia governativa: la repubblica di Platone.

Egli prevedeva un tempo in cui gli uomini si sarebbero uniti al di sopra delle frontiere, e avrebbero costituito il «cosmos» cioè l'universo, e non avrebbero avuto più bisogno di chiese, di denaro, di leggi, di tribunali.

Nel secondo secolo avanti Cristo, degli uomini fuggiti dai santuari in dissoluzione della Grecia, andarono gettando per l'Europa il seme della misteriosa dottrina di Bacco. Essi formarono delle comunità inspirate da questi sentimenti: «La vita è inesauribile ed eterna, e tutti gli uomini, padroni e schiavi, saggi o criminali, cittadini e stranieri, non sono che delle manifestazioni equivalenti e passeggere». Il loro giuramento era il seguente: «Io giuro di lavorare per l'emancipazione dell'umanità, e di nulla sottrarre al patrimonio di tutti. Io giuro di disprezzare tutte le leggi, tutte le istituzioni che opprimono e pervertono l'uomo: Matrimonio - famiglia - patria - società. E per la conquista della felicità universale, nulla mi sembrerà colpevole: la rapina, l'assassinio, il sacrilegio». Nei tentativi di rivolta che essi fecero per instaurare la nuova società, i poveri e gli schiavi accorrevano a turbe ad offrire le loro braccia ed i loro pochi soldi. Anche dei ricchi – e specialmente le donne, affascinate da quei sogni di indipendenza e di libertà – si mescolarono alla folla dei diseredati, raccogliendosi all'ombra della loro bandiera.

Più tardi, nel movimento cristiano, che avvenne in Giudea, sotto l'imperatore Augustomovimento rivolto contro la legge romana, e lo Stato romano – vi furono seri e incontestabili elementi di anarchia.

In Persia, nel quinto secolo dell'era nostra, si ebbe una profonda rivoluzione sociale che trascinò tra le sue file lo stesso re Kobad, e che, vittoriosa, proclamò l'uguaglianza assoluta fra le classi, e la comunità dei beni.

Intanto il progresso, superate le fasi lente dello sviluppo del pensiero, il quale è costretto ad avanzare brancolante nelle tenebre del pregiudizio, e tra gli agguati e la tormenta delle oppressioni medioevali, incomincia a divorare il tempo, allo stesso modo che un corpo solido cadendo divora lo spazio, e aumenta di velocità col precipitare.

Così, dall'epoca dei Comuni, all'ombra delle cui bandiere sventolanti dai torrioni e dalle mura, si inizia la rivolta del pensiero, e s'accende lo splendore delle Università libere, noi ci avviamo man mano verso la Rinascenza, che è una delle epoche, direi, riassuntive, sintetiche della civiltà.

Ed è , tra le bellezze non più raggiunte dell'arte, tra la audacia delle scoperte ed il movimento anabattista, che sorge con un fondo anarchico, è , in una delle illustrazioni del tempo, in Francesco Rabelais, che ritroviamo il nostro pensiero.

La fantastica sua ideazione dell'abbazia di «Thélème» è una condanna dell'organizzazione sociale autoritaria, ed una visione dell'ordinamento anarchico.

I voti di castità, di povertà e di obbedienza non esistevano: ognuno poteva amare, godere e vivere libero. Preclusa l'ammissione solo «ai bigotti, agli ipocriti, agli usurai, ai prepotenti». Entrassero invece i buoni compagni, uomini e donne, nella cinta della civiltà a godere di tutte le gioie più alte del corpo e dello spirito. La loro vita era regolata non da leggi, non da statuti, ma solo dalla loro volontà, da questa massima piena di spirito libertario: «FA CIO' CHE VUOI».

Poi in quel vulcano pieno di rombi e di fiamme, in quella fornace dello spirito che fu il diciottesimo secolo, il nostro pensiero trova uno sbocco più ampio e solenne, e s'afferma artiglio di leone – nella penna demolitrice di Diderot, picconiere formidabile, che colpì alle sue fonti vitali il principio d'autorità, d'ogni autorità divina ed umana.

Il progresso che ha acquistato intanto maggiore velocità l'utilizza per renderla ancora più vertiginosa, e dove occorre, colma gli abissi con le rivoluzioni.

Ormai la storia matura nel suo segreto i destini scaturenti da tutto un passato di erosione, di corrosione, di accertamenti scientifici, di libero esame, di penetrazione, di rivolte morali, di insurrezioni di fatto.

Un paese che si era formato fuori dell'orbita europea, coi reietti di tutte le patrie; un paese che aveva ereditato dalla vecchia Europa il bene della civiltà, senza il peso morto del suo tradizionalismo secolare, aveva compiuto la sua rivoluzione.

E la rivoluzione americana, erede di quella inglese, precipiterà l'89 in Francia.

Ed è in quell'immenso vulcano delle rivoluzionimegàfoni che ingrandiscono e universalizzano le voci dei popoli – che le grandi idee si elaborano, e si sviluppano, perchè è allora che gli uomini spezzano i freni, schiantano le vecchie abitudini, rovesciano il passato e calpestano tutto quanto il giorno prima avevano creduto che fosse sacro.

L'idea della uguaglianza civile doveva abolire la schiavitù e fare di ogni uomo un cittadino.

Ma l'idea della uguaglianza sociale doveva fare di ogni uomo un uomo, e porre il problema che l'individualità umana fosse emancipata dalla schiavitù tutta intera: da quella dello Stato: da quella del capitale.

È allora che l'idea della emancipazione umana, non più attraverso la rivoluzione di palazzo o di governo; ma attraverso la rivoluzione sociale, si fa strada e si concreta: passa nella mente di Godwin, primo teorico nostro; soffocata nelle reazioni successive risorge nel '30, si rinfocola nel '48, alla sferza di Proudhon; si propaga pel mondo, si esalta nella Comune di Parigi, e finalmente l'anarchismo si ritrova, non più solo idea di solitarie stelle del firmamento filosofico ma si ritrova solida forza militante nella Prima Internazionale. deve insorgere ancora, contro la vecchia anima autoritaria che si riaffaccia attraverso il dogmatismo statale marxista, e Bakunin elabora la concezione del comunismo senza frateria; dell'Internazionale senza vaticani rossi; dell'individualismo senza dominazioni individuali; dell'Anarchia, ordine di volontà libere e pensanti, di rapporti mutevoli e franchi da ogni coazione; e della rivoluzione non più dall'alto, per un Potere che ci emancipi per via di leggi, di decreti, di suffragi universali, di costituenti, di dittature; ma della rivoluzione dal basso, contro ogni potere, anche sedicente emancipatore. E siamo alla mozione di Saint-Imier, del 1872, che è la scissione nella Internazionale.

Attorno a questa bandiera sventolata allora da molti, fra cui Bakunin, Malatesta e Cafiero, operai, intellettuali, poeti ed artisti si addensano sempre più di giorno in giorno; e come per incanto, le sorgono attorno coloro, che stanno ai nostri teorici nel rapporto in cui Orsini, Oberdan, Agesilao Milano, stanno con Mazzini e Cattaneo: Di franchi tiratori della rivolta, che attaccano il nemico agli avamposti e si dissolvono, col loro olocausto, in una cascata meravigliosa di luce.

Su tutti, su tutti passa a ondate, con fremiti e sussulti di commozione, il canto del poeta:

 

E noi vogliamo ascendere su per l'aspro sentiero

in alto, in alto, in alto, col cuore e col pensiero,

e lassù dove l'Aquila sopra le nubi impera

piantar vogliamo l'asta de la nostra bandiera.

Questa insegna dei buoni, dei forti, dei veggenti,

sarà sfida alle folgori ed al furor dei venti;

e intorno a lei, solenni sul vertice supremo,

noi, salutando il sole che si leva, morremo.

E morremo felici.

 

 


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