Virgilia D'Andrea
Chi siamo e cosa vogliamo – Patria e religione
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Chi siamo e che cosa vogliamo

VI

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VI

 

L'Anarchia non è, dunque, utopia. Essa è allo stato di aspirazione nel fondo dell'animo umano. Essa si rivela nel perpetuo moto che è sorgente e scopo della vita stessa. Quel continuo travaglio interiore, quel costante bisogno di ricerca, di lotta e di sogno, che agita l'individuo, nell'insofferenza del presente, in uno sforzo perenne di superamento e di liberazione, è legge eterna della vita, eterna aspirazione all'Anarchia. Poeti, artisti, letterati, hanno sempre avvertito il suo palpito, il suo respiro, nelle visioni e nelle lotte dell'opera loro: essi hanno demolito qualcosa di ciò che l'Anarchia vuol demolire; hanno portato chi una pietra, chi un marmo, chi un mosaico all'edificio che essa va pazientemente costruendo.

Rifacciamo di nuovo il cammino percorso, per rintracciare la luce della nostra Idea in alcune delle creature immaginarie, scaturite dai sentimenti, dal cuore, dalle aspirazioni degli artefici del pensiero e della parola.

Nell'Iliade, poema che esalta la disciplina e addimostra gli inconvenienti delle collere intempestive di Achille, nell'Iliade che risplende di picche, di corazze, di caschi superbi, tra il fragore delle mischie e delle trombe, l'anarchismo spunta imprevisto nelle indignate rivolte di Tersìte. Non importa se Omero, beffardo ed atroce verso di lui, lo svillaneggia, lo rabbuffa e lo percuote con lo scettro di Ulisse. In quell'uomo dalle spalle curve, dallo sguardo losco, dal corpo deforme, v'è un'anima nostra, allorquando s'erge da solo contro gli Dei, contro il Re, contro la turba servile; e scaglia, fra gli insulti, le beffe e le percosse, le sue giuste rampogne.

Con Eschilo – il misterioso tragico della democrazia ateniese – lo spettacolo si eleva, si purifica e si ammanta di sfolgorante bellezza. L'anarchismo è in Promèteo, figlio della Giustizia, che accese nella mente dell'uomo la scintilla del pensiero, e mise nel suo cuore le vaste speranze. Punito e fatto incatenare da Giove sulla più alta vetta delle montagne; sospeso fra cielo e terra; fra l'urlo dei venti ed il fracasso delle folgori, non apre bocca per un accento di dolore e di rimpianto. Nulla può spezzare l'orgoglio di questo vinto sovrumano, che preferisce languire, incatenato fra le rocce, piuttosto che essere il figlio e il messaggero di Giove; nulla può vincere la resistenza di questo irremovibile odiatore degli Dei; nulla intenerisce l'animo di questo ribelle, che aspetta, impassibile fra le torture, l'ora della giustizia e della liberazione.

E la sfida ammirevole ch'egli lancia a Giove, è una di quelle scene dove l'essere pare si elevi verso il cielo, e diventi una emanazione d'azzurro. «Ed ora cadete su di me, fulmini dai solchi tortuosi e dalle punte omicide; scatenate sopra di me la vostra rabbia, tuoni e venti furiosi; sradicate la terra, e confondetela con gli spaventosi turbini del mare e col fuoco degli abissi; precipita, o Giove, il mio corpo nel fondo del baratro nero; io sono, io sono oggi, immortale!».

Tutte le volte che io mi soffermo a bere lo splendore di queste pagine immortali, due volti sorgono davanti al mio sguardo, risalenti dall'abisso delle memorie.

L'uno chiuso, pallido, marmoreo, nel quale solo la fiamma degli occhi neri dice l'intensità d'uno spirito che brucia. L'altro, mobile e sorridente, incorniciato da un casco di capelli biondi, e illuminato da due occhi azzurri, che sembrano pescati nel mare.

Il pallido tessitore di Prato, l'uno, Gaetano Bresci, solo e in catene, nel mastio di S. Stefano, impassibile e fiero, contro la notte dei tempi! Il sardo magnifico e altero l'altro, Michele Schirru, solo, ferito e in catene, muto e sdegnoso, tra i sicari e gli assassini d'Italia.

Dopo questo sforzo supremo dell'arte greca par che nulla si possa concepire di più bello in tal genere. Tanto che lo stesso «Bacco» di Euripide – questo tragico isolato e calunniato dalle forze oscurantiste di allora, nonostante le sue ridenti promesse e le sue terribili vendette: nonostante lo spirito tutto nostro che informa l'opera sua, «che cioè le buone leggi della natura assicurerebbero a tutti una eguale parte di felicità, se queste giuste leggi non fossero violate dall'orgoglio dei tiranni» – impallidisce e scolora al confronto della visione eschiliana.

Eppure l'apoteosi del trionfo di Baccosimbolo della plebe in rivolta – quella scena apocalittica, dove di per se stessa s'apre la prigione che chiude il ribelle, e i palazzi del tiranno risplendono di fiamme; e il poeta stesso è immolato, in esempio, alla terribile e necessaria giustizia dei tempi nuovi; tutta quella visione di tragiche ombre e di scroscianti folgori, dovette ripassare nella mente di Tailhade, poeta e idealista francese, allorquando, ferito egli pure, dalla bomba gettata dal nostro compagno Vaillant al parlamento francese, rispondeva l'indimenticabile frase a chi voleva strappargli una condanna pel bombardiere anarchico: «Che importan le vittime se il gesto è bello?».

Shakespeare, questo possente scultore dei caratteri umani, nelle pagine commoventi del suo Errico VI fa di Jack Cade: questo rudero, questo dimenticato della vita che – Spartaco novello – alla testa di pezzenti e di vagabondi, marcia alla conquista della giustizia e della libertà, una delle figure più avvincenti e suggestive della letteratura.

Ma più in , Shakespeare, spinge l'analisi psicologica della rivolta, e l'anima del sedicesimo secolo è rischiarata dalla profonda, impressionante tragedia di Amleto.

Non è più qui la rivolta dell'uomo amante della vita e dei piaceri, il cui gesto non è che l'impulso improvviso del sangue; ma è la risultante delle meditazioni solitarie, degli estenuanti soliloqui dello spirito. Sì che il disgusto della vita, così come ci viene imposta; l'ingiustizia, la falsità, il delitto ricoperti di sfolgoranti luci; la fatuità di tutte le cose; il marcio della società che pesa sulle spalle peggio della morte; quel desolante disprezzo per la potenza e la grandezza reale; l'ore tragiche, al chiaro di luna, nel cimitero silenzioso; ... dove solo tutti gli uomini sono uguali, davanti all'infinito, ritornati, alfine, un pugno di polvere, sono gli elementi, per cui Amleto votato all'atto disperato, che non si arresta neppure davanti allo spettro della morte.

Mentre la terra del Nord, per bocca di Amleto, gettava davanti al fantasma risuscitato delle iniquità antiche, il grido delle sue speranze deluse, nell'ardente Spagna, Michele Cervantes esprimeva col suo capolavoro l'agonia desolata del mondo, che non aveva saputo realizzare tutto quel sogno di libertà che avrebbe voluto!

Allorchè si penetrò, per l'ultima volta, nella cella del compagno nostro Emilio Henry, che come Amleto aveva amato la giustizia fino al necessario, esasperante delitto, fino ad immolare la sua giovane vita, un libro fu trovato nascosto nel suo letto. Sulla copertina stava scritto: «Don Chisciotte della Mancia».

Era con questo amico solitario e fedele; era con questo giusto sognatore dal tenero cuore di fanciullo, che il biondo giovanetto prossimo alla morte, passava le sue notti tempestose e le sue ore d'insonnia. Perchè nel fondo del suo immenso dolore, perchè nello squallore della solitudine carica di fantasmi, egli aveva trovato un fratello nel romantico ed errante «caballero!».

Oh! immortale e commovente figura, Don Chisciotte della Mancia, tu che sognavi di liberare la giustizia, sempre prigioniera, per assiderla, alfine, sopra un trono, fra le acclamazione dei poveri e degli oppressi; tu che amavi più di te stesso i deboli, gli umili, i perseguitati; tu che nel giocoso Mulino a vento hai voluto simboleggiare la necessità di non ingannarsi sull'apparente nullità nelle lotte del progresso: non credere davvero che tu ti sia ingannato!

Questo tuo sogno è l'eterna aspirazione nella quale l'umanità trova le sue oasi verdi di speranze e rifulgenti di sole!

È il grido che si rinnova fiero, entusiastainno trionfante alla libertà di se stesso – nelle creazioni di Schiller.

È il tormento che avviva l'ardente, romantica fantasia di Byron; è l'incitamento appassionato, affannoso di Shelley. È l'angoscia che spasima nelle dolorose creature di Victor Hugo dal volto o dal corpo deforme, e dalla anima d'impalpabile luce rubata alle stelle ed al cielo!

È la tragedia che avvolge e sospinge i cupi, maledicenti fantasmi di Zola.

È il maglio meraviglioso e possente che comprime l'animo di Ibsen per le sue proteste indomabili, per la creazione superba e selvaggia dell'uomo nuovo, solo di fronte alla folla oscura e traviata; solo di fronte alla folla incosciente ed ignara!

È la splendida creazione di Mario Rapisardi, nella fiera rivolta di Lucifero contro la mostruosità del dogma; del dogma che ha regno nell'ombra, virtù nell'inganno, e scudo nell'ignoranza dei popoli.

Contro il dogma, afferma Lucifero, trascinato dall'irruenza della sua passione, contro d'esso io pugnai.

 

E allora!... Oh! allor superbamente il dico,

Cosa per Lui la sitibonda brama

D'ogni saper; frutto vietato il vero,

Colpa il voler; la libertà.., delitto!

Sinistra e maga

Menzogna, error, colpa e delitto io fui!

 

 

 


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