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SCENA III.
Gustavo, impacciato, sta accanto allo scrittoio, in piedi. Giulia, in piedi pur essa, all'altro lato della scena, si guarda d'attorno, osservando ogni cosa. Intanto lascia cadere la pelliccia su una sedia. Lungo silenzio. Si muove, osserva sempre
Allora?
Sto osservando la tua casa. Penso che è la seconda volta che ci vengo. La prima, due anni fa... Poi tu ài pensato che non era prudente vederci qui, di pieno giorno, e... siamo andati... laggiù... Ed ora ci ritorno, dopo due anni... È curioso!
Com'è carino questo alloggetto! Lì è la tua camera da letto, nevvero? Là la biblioteca, e qui l'anticamera... Come ricordo bene, eh?... Qui c'erano dei marrons la prima volta... Erano preparati per me. E c'erano dei fiori... Per me, anche quelli... Oggi non mi aspettavi... Oh! questa poltroncina, non c'era allora.
Che delizia! Come ci si sta bene! E una sigaretta non me l'offri?
Sì, è vero.
L'accendo appena... Così, per il color locale... E un zolfino non me lo dai?
Gustavo le porge la scatola dei fiammiferi.
Dio mio, accendilo! Credi che mi porti i zolfanelli in saccoccia?
Gustavo accende un fiammifero e l'avvicina alla sigaretta. Ma Giulia la scosta mano mano, obbligandolo a curvarsi su di lei, la faccia vicino alla faccia, quasi invitandolo ad un bacio. Gustavo butta il fiammifero e si allontana.
Che faccia scura! Sei di cattivo umore? Anche oggi? Stai ancòra poco bene? Vuoi che me ne vada?
Si alza.
Non avete ricevuta la mia lettera?
Ah! sì... L'ò qui... L'ò scorsa appena.
Avreste fatto bene di leggerla attentamente, e di ponderarla.
Sono ancòra in tempo. Non l'ò distrutta.
Fa per togliersela di tasca.
No, no! Dovevate leggerla seriamente, invece di venir qua.
Benedetto ragazzo! Volevo assicurarmi che tu fossi a Torino.
Poichè vi avevo detto che ci andavo...
Dovevo essere certa che rimarresti a Milano...
La mia lettera vi spiegava... Se l'aveste letta!...
Ma sì, ma sì che l'ò letta. Non vi ò data importanza. Mi scrivi che dobbiamo lasciarci... Perchè? Per fare una cosa qualsiasi, a questo mondo, ci à da essere una ragione. Dunque? Perchè lasciarci? Che c'è di mutato tra noi?... Io ti amo, tu mi ami... Poichè mi ami, nevvero? O non mi ami più?...
No, mai! Dunque mi ami. Perchè lasciarci?
Si alza, gli si avvicina, lo circonda.
Io ti perdono tutto. Come sono buona, nevvero? In questi giorni ài qualche preoccupazione, qualche causa che ti dà pensiero. Ebbene: stamane mi sono detta: Gustavo à tanto maggior bisogno d'affetto, di cure... e sono venuta.
E avete fatta un'altra di quelle enormi sciocchezze che vi rimprovero da qualche tempo, che compromettono la mia e la vostra tranquillità, che mi rovinano la vita.
Nientemeno! Vediamo, vediamo, ragioniamo un poco! Ma siedi, santo Dio! Vieni qui, accanto a me, così... E poi smetti quel "voi" così antipatico: eh?
Un silenzio.
Ebbene?
Ebbene? "Que tu es bête!" Potevo venire...
E dimentichi che abito nel centro di Milano, che qualcuno può averti veduta salire, che tutti conoscono la nostra relazione, perchè tu non ti sei granchè curata di nasconderla: che ci sono dei maligni...
Vedi, se c'è cosa che non temo, è questa. Perchè i maligni ci trovano gusto a svelare ciò che credono un segreto per i più, ci trovano gusto a rovinare una donna che mette ogni cura a fingere, a nascondere le sue colpe: ma non si disturbano punto per chi non mostra di aver paura.
Bella teoria! Comoda, soprattutto.
Soprattutto giusta. E poi, tu sai benissimo che potrei dire a mio marito d'essere venuta...
Qui?! In casa mia?!
In istudio... Anche qui, nel peggiore dei casi... D'averti veduto, insomma.
Con che scusa?
Con quella che ò detta a Monticelli.
Per Monticelli che... sa, no: ma non me ne importa. Per mio marito, che non dubita neppure, sarebbe anche troppo convincente.
E giochi la tua vita, così, il tuo avvenire, per un capriccio, per il gusto di commettere una pazzia?
con passione
Poichè ti amo! Poichè avevo bisogno di vederti! Non avrei potuto rimanere in casa, senza vederti, tutto il giorno, dubbiosa per tutto quanto mi avevi detto ieri, tormentata da quello che mi ài scritto. Così invece, torno a casa contenta. Adesso sono contenta e tranquilla.
Dio santo! che strano modo di ragionare tu ài! E che supplizio, che supplizio...
lo interrompe, buttandogli le braccia al collo
Povera vittima, povera vittima! Che supplizio essere amato così, nevvero?... Ài ragione, ti amo troppo, ti amo troppo!
Dio! Dio! Che donna sei!... Ma vattene, adesso. È già molto che sei qui.
Oh, un quarto d'ora! Lasciami star qui ancòra un pochino. Dieci minuti... cinque minuti... eh?
No, no, debbo andarmene anch'io. Ti prego, vattene, vattene, Giulia.
Un po' disillusa, riprende la pelliccia e sta per indossarla. Ma è vicina alla scrivania, su cui sono delle carte. Allora abbandona di nuovo la pelliccia e si mette a frugare tra le carte, a osservare.
Niente... così!...
Guardo se ci sono lettere... se mi tradisci.
Sì, quest'altra, adesso!
Ti secca? Se non c'è niente non devi aver paura...
Accennando a un cassetto chiuso
Mi apri questo?
Ma non c'è niente.
Niente niente?
Dei conti.
E poi te ne vai, nevvero?
Gustavo apre il cassetto. Giulia osserva le carte che vi son entro
Conti, conti, conti... pagati. Che bravo! come sei rangé!
Così, basta.
Un momento un momento!... E questa? Questo foglietto rosa?
Posso guardarlo? Allora non è compromettente.
Sta per riporlo, poi si pente.
Però!...
Guglianetti.... Ah!
Ti basta?
Sì.
Adesso sì.
S'indugia, gli occhi fissi sulla scrivania.
Dunque?
Puoi distruggere le lettere che ricevi; ma a chi scrivi, tu? La carta assorbente può rivelare molte cose.
Gustavo fa un gesto di noia e va alla finestra, impaziente, guardando fuori, distratto.
"Affe-zio-natiss... Gustavo..."
Rigira il foglio in tutti i sensi.
À un'idea: prende un piccolo specchio che è sullo scrittoio, vi appoggia sopra la carta sorbente, sulla costa, e vi legge dentro le parole che così rimangono sul dritto.
"Cariss-si-mo Co-stan-zo, passare... giove-dì... 28... Car... car... cara?...
A Gustavo
con impeto, spaventato
Giulia!!
Che c'è?
Tuo marito!
Ah!!
Ripone di furia lo specchio e la carta
osservando dalla finestra
c. s.
Sa tutto!... À finto di partire... Viene a sorprenderci... Dio! Dio!
Prende la pelliccia, l'indossa.
Viene? Viene?
Parla ancòra!
Scostandosi dalla finestra, piglia Giulia, violento, per un braccio.
Lo vedi! Lo vedi, che ài fatto!... Nasconditi!
Dove?
Là, là, in biblioteca.
No, no, può venirci... Qui, qui è meglio...
Si dirige alla porta di sinistra.
alla finestra
Sì, adesso.
Non lo vedo più... Presto!
già sulla soglia a destra, rifacendosi a un tratto, con un lampo negli occhi
Che sciocca! O lo sa, e mi cercherebbe... O non lo sa, e allora...
E allora, trovandoti qui?
E se lo sapesse poi da altri, per combinazione, che ero qui? Come giustificarmi, dopo, d'essere nascosta in casa tua? Meglio che mi ci trovi, qui, apertamente, senza misteri. Mi rimprovererà, ma non dubiterà. Rimango!
Qui?
Sì... sono venuta per tuo fratello.
Sì, sì, lo crederà. Ad ogni modo è meglio così.
Siede, volgendo il dorso della poltrona verso la porta del fondo, in modo da non essere veduta da Andrea.
Qui qui, siedi, presto!
Sei pazza!?
dal fondo
Il signor Campiani chiede di lei.