Francesco Crispi
Questioni internazionali
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ITALIA E AUSTRIA.

Capitolo Quarto. Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo.

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ITALIA E AUSTRIA.

 

 

 

Capitolo Quarto.

 

Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo.

 

Come nacque l'irredentismo anti-austriaco. - La campagna del 1866. - Il punto di vista di Andrássy e il compito della diplomazia. - Il movimento irredentista nel 1889. - Dichiarazioni parlamentari e parallela azione diplomatica di Crispi. - Scioglimento del «Comitato per Trento e Trieste». - Un giudizio di Francesco Giuseppe su Crispi. - L'imperatore deplora di non poter venire a Roma. - Il processo Ulmann; come fu abbandonato dal governo austriaco. - Lo scioglimento della Società Pro Patria e la Dante Alighieri. - Protesta di Crispi. - Corrispondenza Crispi-Nigra. - Agitazioni irredentiste. - Scioglimento dei Circoli Oberdank e Barsanti. - La Società Pro Patria può ricostituirsi sotto il nome di Lega Nazionale. - Le dimissioni di Crispi nel 1891 e l'Austria. - L'agitazione dell'Istria nel 1894. - Crispi domanda l'intervento dell'imperatore Guglielmo e l'ottiene. - L'ambasciatore Lanza. - Il ritiro di Kálnoky.

 

L'irredentismo anti-austriaco nacque all'indomani della disgraziata campagna del 1866. Ognuno sa che il 25 luglio di quell'anno Garibaldi fu fermato sulle balze del Trentino e obbligato a ripassare la frontiera da un telegramma del Capo dello Stato Maggiore, e ministro presso il Re, generale Lamarmora, nel quale era detto che «considerazioni politiche esigevano imperiosamente la conclusione dell'armistizio» e il ritiro dal Tirolo delle schiere garibaldine. Garibaldi obbedì a malincuore e nel paese rimase l'impressione che si sarebbero allora ottenuti i confini naturali d'Italia alle Alpi Giulie se la guerra non fosse stata condotta con incoerenza inesplicabile e se la pace non fosse stata conclusa affrettatamente.

«Una sera - ha lasciato scritto Crispi - il discorso cadde sulla guerra del 1866. Io gli chiesi [al principe di Bismarck] perchè non levò la sua voce per fare avere all'Italia il Trentino. Egli mi rispose: la questione della cessione dei territorii fu trattata e definita tra i due imperatori, Napoleone e Francesco Giuseppe, prima della conchiusione della pace, senza il nostro intervento.

Appare chiarissimo - soggiunge Crispi - che l'intervento di Napoleone nelle cose nostre fu anche nel 1866 funesto all'opera della unificazione italiana. noi, la Prussia potemmo spiegare la nostra volontà. Fu dato il Veneto entro i limiti delle frontiere amministrative impedendoci di ottenere le Alpi orientali

 

Altrove abbiamo narrato le vicende del movimento irredentista, che ebbe dapprima (1868) a suo centro il comune di Palmanova presso la frontiera austriaca, e un giornale, Il Confine orientale d'Italia, che cominciò le sue pubblicazioni a Udine in gennaio 1870; abbiamo altresì accennato incidentalmente all'azione esercitata da Crispi in favore dei sudditi austriaci di nazionalità italiana. Qui vogliamo documentare con dati precisi l'accorgimento col quale l'on. Crispi regolò durante il suo governo le relazioni italo-austriache, difficili e delicate tra le agitazioni irredentiste e le esorbitanze della polizia politica dell'Austria.

Non si deve tacere che Crispi non pensò mai che gl'italiani potessero rinunziare ad ottenere la loro frontiera naturale coll'impero austriaco. Egli pensava che è debole uno Stato le cui frontiere sieno aperte e deplorò più volte che i ministeri italiani non avessero saputo cogliere le occasioni favorevoli per definire la questione rimasta insoluta nel 1866. Una lettera privata del 1.° luglio 1891 ci rivela che Crispi contava di affrontare quella questione in occasione del rinnovamento del trattato della Triplice Alleanza. Dopo avere risollevato il prestigio dell'Italia e acquistato personalmente autorità e fiducia presso il governo austriaco, Crispi sperava di riuscire. Ma, come è noto, egli lasciò il governo (31 gennaio 1891) circa un anno e mezzo prima che il trattato scadesse (30 maggio 1892). Nella citata lettera Crispi scriveva:

 

«Al 1882 non ci volevano nella lega perchè non avevamo un esercito importante; perchè si diffidava di noi, e per gli elementi irredentisti nel gabinetto e pei ricordi del 1866.

Oggi ci vogliono, e l'alleanza con l'Italia è festeggiata a Berlino e Vienna. Perchè? Pel milione dugentomila soldati che possiamo mettere in campo, e per la sicurezza che faremo il nostro dovere.

Nel rinnovamento del trattato potevamo far sentire il peso delle nostre forze. Lo si poteva e si doveva, chiedendo per compenso almeno una rettificazione delle frontiere. E l'avremmo potuto ottenere, sapendo agire. A Vienna se l'aspettavano; e Berlino avrebbe pesato sopra Vienna

 

È certo che l'Austria non rinunzierà al Tirolo italiano se non sotto la pressione di circostanze eccezionali. Ma al 1891 quando Crispi cedette all'on. di Rudinì la direzione della politica estera si era già lontani nelle sfere ufficiali austriache da quello stato d'animo che ispirava al Cancelliere dell'Impero, conte Andrássy, la lettera del 24 marzo 1874 all'ambasciatore imperiale a Roma, conte Wimpffen.

In essa l'Andrássy scriveva:

 

«Rapporti provenienti da fonti diverse ci hanno segnalato il partito preso col quale certi giornali italiani incoraggiano le speranze di alcuni malcontenti a Trieste e nel paese di Trento. Il colloquio che recentemente avete avuto col signor Visconti-Venosta sull'argomento e del quale m'informate nella vostra lettera particolare del 18 aprile offrendomene l'occasione, ne profitto per indicarvi le mie vedute.

Io sono convintissimo della riprovazione che incontra e incontrerà in avvenire, tanto presso il Re che presso i ministri, ogni velleità d'annessione, e noi non possiamo che essere riconoscenti al Governo italiano della premura messa nello sconfessare qualsiasi agitazione in tal senso. Non mi sembrerebbe meno conforme al nostro comune interesse d'intenderci per impedire un movimento sostenuto da una parte della stampa italiana, del quale uno dei più grandi inconvenienti è di fornire le armi al partito che non vede di buon occhio il consolidamento dei rapporti d'amicizia tra l'Austria-Ungheria e l'Italia.

Trattando di tale argomento con gli uomini di Stato italiani, mi sembra opportuno che noi ci poniamo non al nostro punto di vista, ma a quello dell'Italia. È questo lato della questione che tengo a chiarire con le osservazioni che seguono.

Il partito esaltato in Italia, sperando di ottenere un rimaneggiamento territoriale a spese nostre, sembra che confonda la situazione esistente quando fu compiuta l'unificazione dell'Italia, con quella oggi esistente.

Dal tempo in cui l'imperatore Napoleone era sul trono e dava la mano alle aspirazioni nazionali, allorchè l'Austria, trovandosi isolata, senza alleanze, di fronte ad una Prussia mal disposta e ad una Russia ancora irritata per la nostra attitudine durante la guerra di Crimea, era obbligata a difendere contro il sentimento nazionale le Provincie che possedeva in Italia, non era difficile provocare una crociata contro l'occupazione straniera, la quale, si diceva, calpestava il suolo della patria, e la parola d'ordine dell'Italia libera sino al mare poteva infiammare gli spiriti anche oltre i confini della Penisola.

Di tutti i motori che alimentavano allora tale movimento, non ne esiste più alcuno. Non occorre entrare in spiegazioni minute per mostrare che la situazione è cambiata da cima a fondo.

L'Austria-Ungheria, da parte sua, non pensa a rivendicare i suoi antichi possessi italiani.

Oggi le relazioni fra i due paesi riposano sul mutuo riconoscimento delle circoscrizioni territoriali quali sono state stabilite dai trattati. Bene o male che siano stati tracciati, i confini esistenti sono la base invariabile della conservazione dei buoni rapporti fra i due paesi. Se un partito qualsiasi, col pretesto della comunanza di lingua, volesse domandare la cessione del Tirolo meridionale o d'una parte del nostro litorale, non sarebbe l'Austria anch'essa in diritto di reclamare il quadrilatero come indispensabile alla buona difesa del suo territorio? Ritornare su tale questione significherebbe dare a priori ragione al diritto del più forte.

Dinanzi ad una situazione così pienamente mutata, la persistenza d'una agitazione simile a quella che il Governo imperiale e reale dovette combattere in altri tempi, non è più motivata dai bisogni, dagli interessi dell'Italia.

Ciononostante, non è ancora raro veder sorgere delle opinioni che denotano una tendenza a disconoscere l'inviolabilità del nuovo stato territoriale. Taluni giornali, specialmente, sembra che si propongano lo scopo d'incoraggiare le velleità di coloro che guardano con occhio di cupidigia una contrada situata al di qua delle nostre frontiere.

Taluno di questi giornali, è vero, fa appello non già ad una soluzione con la forza, ma ad un accomodamento amichevole. Ma anche per questa via, è necessario ch'io dica che non potremmo consentire a modificare l'ordine di cose consacrato dai trattati? Ce lo impedirebbe, innanzi tutto, il principio stesso che sarebbe messo in questione. Il giorno che ammettessimo un mutamento siffatto sulla base di una delimitazione etnografica, analoghe pretese sorgerebbero e sarebbe quasi impossibile respingerle. Non potremmo infatti cedere all'Italia popolazioni affini per lingua senza provocare artificialmente, presso le nazionalità poste sulle frontiere dell'Impero, un movimento centrifugo verso le nazionalità sorelle prossime ai nostri Stati. Cotesto movimento ci porrebbe nell'alternativa di rassegnarci alla perdita di quelle provincie, ovvero, sempre conformemente al sistema delle nazionalità, d'incorporare nella monarchia le contrade limitrofe. Consentire ad un principio siffatto sarebbe lo stesso che sacrificare l'integrità della monarchia o essere trascinati a deviare dalla politica di conservazione della pace e dello statu-quo che seguiamo nell'interesse nostro e dell'Europa in generale.

Si consideri, d'altronde, dove condurrebbe l'idea delle frontiere etnografiche se potesse generalizzarsi. Se una questione di tale natura si volesse sollevarla tra l'Austria-Ungheria e la Germania, dove si troverebbe il punto d'arresto, e non sarebbe una sorgente dei più gravi conflitti? Che cosa avverrebbe se delle rivendicazioni analoghe nascessero tra la Germania e la Russia, tra le razze slave incuneate nello stesso territorio tedesco, tra le popolazioni di diversa origine che abitano nell'Impero ottomano, le quali, frazionate e commiste come sono, formano le configurazioni territoriali più bizzarre e più ribelli a qualsiasi tracciato di una razionale frontiera? Evidentemente la guerra di tutti contro tutti sarebbe la conseguenza di simili discussioni.

Un lavoro di decomposizione e di ricostituzione, quale lo sognano taluni utopisti non farebbe altro adunque che dar campo a innumerevoli competizioni e comprometterebbe, così, il riposo e la sicurezza generale.

Certamente, la corrente da cui sono derivate le grandi agglomerazioni nazionali, ha avuto la sua ragion d'essere; ma se oggi ch'esse sono costituite si pretendesse riprendere questo lavoro en sous œuvre e proseguire, sino nei minimi dettagli, l'applicazione dell'etnologia alla politica, si metterebbe imprudentemente in questione l'ordine europeo formatosi attraverso tanti dolori e si evocherebbe il caos.

Gli uomini di Stato che trovansi ora al potere in Italia sono troppo illuminati perchè occorra entrare con essi in ampie spiegazioni su tale argomento.

Oggi che non esiste in Austria-Ungheria nessun partito importante che aspiri a rivendicare le antiche possessioni italiane dell'Impero; oggi che tutti nel nostro paese, obliando i dissensi del passato, riconoscono l'Italia unita quale esiste attualmente, come una garanzia essenziale della pace e dell'equilibrio europeo; oggi quello di cui l'Italia potesse voler appropriarsi a nostre spese, non potrebbe avere per essa un valore comparabile ai vantaggi assicuratile dalle buone intelligenze con la Monarchia austro-ungarica. Io ho la convinzione che S. M. il Re, al pari de' suoi consiglieri, si trovino in quest'ordine d'idee. E quindi non v'è ombra di rimprovero al loro indirizzo nelle osservazioni che precedono. Vi ho insistito unicamente per impegnarli a unirsi a noi nello scopo di combattere d'accordo i pericoli derivanti dalle agitazioni annessioniste per il mantenimento dei buoni rapporti tra i due paesi.

Noi siamo lontani dal chiedere garanzie contro siffatte agitazioni al Governo italiano: la nostra Monarchia trova nelle sue proprie forze il rimedio contro il male ch'esse potrebbero cagionare. E neppure pensiamo a imputare al Governo del Re il linguaggio della stampa indipendente: sappiamo per esperienza che sarebbe irragionevole prendersela con le autorità di un paese per tutte le aberrazioni dei giornali che vi si pubblicano.

Tutto quello che noi desideriamo è, che i ministri italiani, nella misura dell'influenza che sono in grado di esercitare su taluni organi, vogliano adoperarsi a far cessare le agitazioni di cui si tratta. Io penso che basterà  di richiamare la loro attenzione sulle considerazioni che ho segnalate, perchè provvedano ai mezzi d'imprimere allo spirito pubblico una direzione conforme alla nuova situazione

 

L'argomentazione del conte Andrássy non era senza valore dinanzi alle rivendicazioni più larghe dell'irredentismo, a quelle cioè che si estendono a tutti i paesi di lingua italiana dell'Impero; era, invece, poco efficace dinanzi al reclamo del confine che la natura stessa ha segnato all'Italia23. E Crispi riteneva che su questa base più limitata l'intransigenza di un tempo non esistesse più, e che fosse possibile alla diplomazia italiana di condurre l'Austria a una considerazione più equa del problema, gli eventi aiutando.

Ma se egli assegnava alla diplomazia cotesto compito, era ben convinto che le agitazioni popolari allontanavano la soluzione  desiderata, compromettendo interessi superiori. E combattè l'irredentismo irresponsabile, non soltanto nelle sue rumorose manifestazioni e nei suoi disegni segreti, ma anche negli eccitamenti che spesso, per reazione, venivano dall'Austria stessa, da una polizia politica irritante e poco accorta. Ispirando fiducia nella fermezza e nella lealtà del governo italiano, Crispi lavorava a realizzare l'obbiettivo di un illuminato patriottismo.

Nel 1889 il movimento irredentista, traendo pretesto da ogni incidente e impulso dagli atti di rigore o di arbitrio delle autorità austriache, dilagò in buona parte d'Italia. Centri dell'attiva propaganda erano Roma e Milano, e ad essa partecipavano i più noti del partito radicale; ma, taluni per amore all'idea di nazionalità, altri, francoflli a tutti i costi, per la speranza di creare tra l'Italia e l'Austria tali antipatie e dissensi che imponessero lo scioglimento della Triplice Alleanza.

In maggio e in giugno i deputati Imbriani e Cavallotti trovarono modo di fare per alcuni giorni dell'irredentismo dalla tribuna parlamentare a proposito della condotta tenuta dal Console generale a Trieste, Durando, verso un notaio italiano. Avendo l'on. Crispi ordinata un'inchiesta, sulla relazione di essa si discusse lungamente alla Camera nella tornata del 10 giugno, e poichè gli oratori d'opposizione avevano toccato abilmente la corda patriottica e l'assemblea ne era impressionata, Crispi credette opportuno che la discussione terminasse con un voto chiaro ed esplicito, il quale ebbe luogo su di una mozione di fiducia nella politica del governo, presentata dal venerando deputato Cavalletto. La prudenza dell'uomo di Stato e l'intimo sentimento di Crispi risaltano nei brani seguenti del discorso ch'egli pronunziò in quella occasione:24

 

«... Gli onorevoli autori della mozione comprenderanno dalla lettura di questa risposta del Piccoli, come cada interamente l'accusa che si faceva al Durando.

Essi sono dolenti dei risultati negativi. Avrebbero voluto, e non so con qual beneficio, che il Durando fosse apparso delatore, e che il Piccoli fosse appunto un irredentista.

La questione tra il Durando e il Piccoli non è questione  di fiscalità; e benissimo disse il Piccoli che neppure il Durando, in quel dissidio, era animato da venalità.

La questione, o signori, è questione giurisdizionale. Trattavasi di vedere se, rispetto ai nostri cittadini morti all'estero, debba reggere la legge italiana o la legge del luogo. Questa è la tesi e la vera tesi. (Commenti.)

Con la Convenzione del 15 maggio 1874, che i predecessori del Durando fecero male a non applicare, era stabilito ed è stabilito (del resto, uguali convenzioni consolari abbiamo con tutte le potenze del mondo) che quando un cittadino muore nell'Impero austro-ungarico, agli atti di apertura della successione e agli atti consecutivi debba essere presente il console, o chi lo sostituisca, e gli atti debbano farsi in concorrenza con lui, il quale ha la suprema tutela dei nostri concittadini.

Che cosa si voleva dalla parte opposta? Che la legge austriaca (e questo per fine di uguaglianza) debba imperare anche sui cittadini italiani. Bel sistema d'irredentismo, o signori, e proprio mi congratulo con coloro che difendono questa tesi! Ma per i principii generali di diritto, per il principio della dignità nazionale, in tutte le questioni in cui è impegnato lo stato personale, è la legge del paese di origine quella che impera. Civis romanus sum in qualunque parte del mondo che io sia, è la legge nazionale che deve essere rispettata, e il console Durando, in questo caso, difendeva l'Italia e le leggi sue. (Bene!)

.... Il corpo consolare ha, in parte, abitudini che non posso tutte lodare. Vi sono in esso dei valorosi, degli intelligenti, degli uomini i quali sentono la dignità nazionale e s'interessano, come ogni altro italiano, alle cose nostre. Ve ne sono di quelli che hanno abitudini antiche e antichi pregiudizi.

Il nostro corpo consolare, signori, nelle sue varie persone, discende in parte dagli antichi corpi consolari delle distrutte amministrazioni italiane, nelle quali ebbe un'educazione che non è la nostra. Quindi non v'è nulla di strano che vi sia in esso chi possa commettere, credendo di essere zelante, e di fare opera utile nei paesi dove sia accreditato, atti che offrano il fianco a qualche censura. (Commenti.)

Quante di queste false abitudini non ho trovato, che io ho fatto di tutto per distruggere!

Al Ministero degli Esteri non si parlava che francese prima che io vi arrivassi. Era francese il cifrario, francesi le corrispondenze. Cominciai per distruggere tutto ciò: il cifrario è ora italiano, le corrispondenze sono italiane: ed in questo io non faccio che seguire quello che fanno le altre potenze: gl'inglesi, i tedeschi, gli spagnuoli, tutti scrivono nella loro lingua; è giusto che noi scriviamo nella nostra.

I cifrari della Germania e delle altre potenze, sono nelle loro lingue rispettive, è regolare che anche il nostro sia nella lingua che possediamo.

Questo riguarda la forma, ma è una forma la quale tiene alla sostanza. La lingua nazionale è il gran fattore della nazionalità. L'obbligo di scriverla ricorda anche ai nostri rappresentanti la loro patria nella sua forma più nobile e più grande, che è quella della lingua. (Benissimo!) Vado un poco più in , o signori.

In alcuni luoghi i nostri consoli, i nostri rappresentanti, danno educazione non italiana ai loro figli, li mandano in collegi stranieri, e capirete benissimo come, dopo ciò, difficilmente possano avere sentimenti italiani.

.... La pace dell'Europa ha base nei trattati. Noi, da uomini onesti, rispetteremo questi trattati, e, se avvenga che qualcuno li violi, sapremo fare il nostro dovere.

L'illustre Marco Minghetti, sedendo su questi banchi, in una discussione politica alla quale ei fu chiamato e nella quale seppe rispondere con fulgore di parola e con quella chiarezza d'idee che gli erano particolari, disse che per la questione della nazionalità bisogna scegliere tempi ed anche momenti opportuni, ma che, se mai questa questione risorgesse, se mai le guerre portassero a modificare la carta geografica di Europa, non sarebbe l'Italia quella che dovrebbe temere, perchè noi nulla abbiamo a dare, molto potremmo avere a raccogliere. (Bene! Bravo!)

Ma, se questi sono i principii che devono animare ogni patriota, segga a quei banchi [accenna ai banchi dei deputati] od a questi [accenna a quelli dei ministri], la virtù principale, e degli Stati, e degli uomini politici, è la prudenza. (Bene! Bravo! a Destra e al Centro.)

Marselli: - E la fede.

Crispi, presidente del Consiglio: - La virtù della prudenza è quella che ci condusse a Roma; (Bene! Bravo! a Destra e al Centro) la virtù della prudenza è quella che valse a costituire questa grande unità che tutti invidiano, e non tutti oggi ancora rispettano. Noi abbiamo molti nemici che insidiano la nostra posizione; e ne abbiamo uno più operoso di tutti, che è nel seno stesso della patria nostra, e che sarebbe lieto se, con le arti sue, potesse giungere a rompere quel fascio delle tre potenze che mantiene la pace del mondo. È un lavoro continuo, è una insidia implacabile che ci viene da quel lato; e, sventuratamente, talora, ha le lusinghe, e talora gli aiuti di qualche potenza. (Commenti, interruzioni).

Aspettiamo dunque gli eventi, e, aspettandoli, rispettiamo i trattati, che sono la base della pace del mondo. Questo è il nostro primo dovere: lo abbiamo adempiuto e lo adempiremo. (Bravo! Bene! Vive approvazioni.25

 

Altra discussione fu fatta alla Camera nella tornata dell'8 luglio, su interpellanza del Cavallotti. Questi si occupò specialmente di due fatti: del divieto posto dalle autorità austriache di Riva di Trento allo sbarco di una comitiva di gitanti italiani, e dell'arresto prolungato di un giornalista, certo Ulmann. Al discorso violento del Cavallotti il presidente del Consiglio rispose calmo, conciso. Non aveva notizie esatte sull'Ulmann, che affermò essere suddito austriaco, mentre aveva ottenuto la cittadinanza italiana; giustificò il divieto opposto allo sbarco dei gitanti perchè, secondo un telegramma dell'ambasciatore Nigra, una comitiva di essi, sbarcata a Riva il 23 giugno, non aveva rispettato le leggi del luogo gridando per le vie della città «Viva la repubblica. Viva Trento e Trieste irredente». Ma mentre pubblicamente scagionava la condotta del governo austriaco dalle accuse, comunque esagerate, che gli si muovevano, e affermava il dovere della dignità e della prudenza ricordando che l'on. Cavallotti aveva «cantato in versi e in prosa, prima e dopo il 1875 l'alleanza con la Germania, e nel 9 aprile 1878 aveva consigliato al conte Corti un'alleanza con l'Austria», l'on. Crispi non rinunziava a compiere il suo dovere patriottico presso il governo austriaco:

 

«2 luglio 1889

 

Ambasciata Italiana

 

Vienna.

 

(Riservato). I giornali pubblicano essere stato proibito lo sbarco a Riva di Trento ad una comitiva di regnicoli, organizzata a scopo di gita di piacere. Questo fatto essendo contemporaneo a quello della sospensione delle corse dei vapori tra Venezia e Trieste preoccupa sfavorevolmente la pubblica opinione in Italia e non è certo l'Austria che ci guadagna; mette inoltre il Governo del Re in una difficile posizione, tanto più se verrà portato innanzi alla Camera. Voglia dunque chiedere schiarimenti intorno al medesimo, e qualora i relativi ordini sieno stati dati da Vienna, voglia fare i passi opportuni perchè la proibizione sia revocata. Sono atti di polizia che ricordano tempi che io credeva per sempre tramontati. Il Governo del Re ha lasciato correre atti ben altrimenti importanti, come le manifestazioni a favore del papa-re.

Gradirò una pronta risposta.

 

Crispi

 

«Vienna, 13 luglio 1889

 

(Personale). Ho chiesto a Kálnoky di procurare informazioni sull'andamento del processo Ulmann. Egli mi ha promesso domandarle al Ministero di Grazia e Giustizia e di comunicarmele, ma mi ha fatto osservare che i consoli, all'infuori del levante, non hanno diritto di chiedere alle autorità giudiziarie comunicazioni di processi criminali pendenti. Quanto alle ragioni svolte nel telegramma di V. E., io le esposi amichevolmente al conte Kálnoky, il quale si rende perfettamente conto della situazione e apprezza gli sforzi da Lei fatti per fare cessare agitazioni irredentistiche, ma d'altra parte egli mi disse che sarebbe ingiusto e di pessimo esempio risparmiare i rei unicamente perchè protetti dal partito ostile all'alleanza.

 

Nigra».

 

Il 17 luglio il Comitato irredentista radicale per Trento e Trieste diramò il seguente manifesto firmato da Giovanni Bovio, Matteo Imbriani, Antonio Fratti e da altri:

 

«Italiani!

 

Quando governi e parlamenti - obbliano i diritti ed i doveri della Nazione - dalla grande anima del popolo sorge una voce, che i diritti ed i doveri tutti del presente raccoglie e compendia in un motto: Trieste e Trento.

È l'istinto dell'ente collettivo, è la coscienza nazionale, che proclama alto questi nomi, nel momento storico necessario.

E il pericolo è grave, immediato.

Patti che non conosciamo ci vincolano. Sappiamo solamente che una odiosa alleanza ci lega ai nemici nostri.

L'Italia è minacciata da una guerra che dovrebbe sostenere per interessi di altri - contro i proprî - e dalla quale, vinta o vincitrice, uscirebbe mancipio dello straniero.

E frattanto mancipii viviamo, quasi fossimo condannati a servire sempre.

Ma dei fatti nostri noi soli siamo arbitri.

Avvaliamoci di tutti i mezzi che ci vengono consentiti; l'opinione pubblica può impedire grandi sciagure - la volontà determinata del popolo s'imporrà a tutti.

Scongiuriamo i pericoli sovrastanti; stringiamoci in un patto nei sacri nomi di Trieste e Trento. - Questo motto e grido che scuote - è squillo che unisce - è monito che avverte.

 

Roma, 17 luglio 1889.

 

Avvertenze.

 

Le associazioni operaie, patriottiche e politiche, le Società dei Veterani e reduci dalle patrie battaglie, Circoli popolari e quanti fra i patrioti curanti la causa nazionale aderiscono al presente appello, sono vivamente pregati d'inviare sollecita dichiarazione e di costituire immediatamente nelle rispettive località Comitati e nuclei con identico programma, mettendosi tutti in diretta comunicazione con questo Comitato di Roma, per le opportuna intelligenze sul lavoro da compiersi in comune.

Tutte le comunicazioni dovranno essere inviate al seguente esclusivo indirizzo:

Comitato per Trieste e Trento

 

Roma

 

L'on. Crispi ordinò che s'impedisse l'affissione di questo manifesto e sciolse il Comitato, con grande sdegno del partito democratico che moltiplicò le proteste e votò anche una querela contro l'autorità di pubblica sicurezza, la cui redazione fu affidata ai 24 avvocati del Circolo radicale, tra i quali erano Barzilai, Gallini, Vendemini, Pellegrini.

Con circolare del 19 luglio Crispi proibì i Comizii che la Commissione esecutiva segreta del Comitato irredentista aveva predisposti dovunque. L'agitazione, tuttavia, promossa dai Comitati «pro Trento e Trieste» sorti dai fianchi delle Associazioni radicali, era vivace, e i tentativi di dimostrazioni contro l'Austria continui. Crispi era risoluto a prevenirle e a reprimerle. Al prefetto di Ravenna telegrafava il 22 luglio dolendosi che a Conselice non fossero state deferite all'autorità giudiziaria grida sediziose emesse in una dimostrazione irredentista, perchè «questo nuoceva al prestigio del governo e accresceva l'audacia dei perturbatori dell'ordine pubblico»

Dopo quest'atto di rigore, l'on. Crispi telegrafava a Berlino:

 

«Roma, 29-7-89.

 

Ambasciata Italiana

 

Berlino.

 

(Riservato). Nel suo telegramma del 25 luglio V. E. accenna che costì fece buona impressione il decreto di scioglimento del Comitato per Trento e Trieste. Ho fatto quello che era mio dovere. Ma non posso celare il mio pensiero, che nel regolarsi cogli italiani dell'Impero le autorità austriache non sono sapienti prudenti. Sevizie e processi a nulla giovano, ed inaspriscono gli animi. Desidero quindi che V. E. preghi il Principe Cancelliere a nome mio di far giungere a Vienna consigli di prudenza e di temperanza. Il Governo austriaco comportandosi paternamente verso gli italiani della Monarchia renderebbe più facile il mio compito verso gli irredentisti.

 

Crispi

 

Il principe di Bismarck non ricusò il suo intervento:

 

«Berlino, 7 agosto 1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 (Riservato). Cancelliere, cui venne riferito sul messaggio contenuto nel telegramma di V. E. 29 luglio, volendo per quanto è possibile tener conto del desiderio da Lei espresso fece trasmettere al Principe Reuss istruzioni confidenziali di parlare in tempo opportuno ed in via privata al conte Kálnoky sull'argomento delicato riguardo contegno prudente e moderato da osservare dalle Autorità austriache verso Italiani dell'Impero. Quell'Ambasciatore dovrà dunque nei suoi colloquii evitare perfino apparenza d'intervento ufficiale come dal dare appiglio a sospetto qualunque che il Gabinetto di Berlino miri ad esercitare anche indirettamente una pressione sul Governo Austro-Ungarico, e ciò appunto per non correre rischio di ottenere risultati contrarii al compito di V. E. verso gli irredentisti.

 

Launay

 

Frattanto la causa dell'irredentismo, sostenuta dal partito radicale, continuava ad agitare il paese. Quale rapporto vi fosse tra cotesto movimento e l'ingerenza che segretamente il governo francese non ha mai cessato di esercitare in Italia, è difficile stabilire. Le autorità politiche delle maggiori città ritenevano che gl'irredentisti avessero accordi in Francia e probabilmente anche pecunia.

Il 9 e 12 agosto il prefetto di Napoli, senatore Codronchi, telegrafava al ministro dell'interno:

«Imbriani - d'accordo con Cavallotti - lavora per arruolare un numero di giovani, e tentare un'invasione nel territorio austriaco al solo scopo di turbare le relazioni fra lo Stato e l'Impero Austro-Ungarico. Si raccolgono armi

 

«In aggiunta miei precedenti telegrammi comunico che deputato Imbriani fu recentemente in Francia per prendere  accordi sugli arruolamenti clandestini che dovrebbero servire a gettare alcune bande sulla Dalmazia.... Tra Parigi e Milano è vivissimo lo scambio di corrispondenze e di visite

 

L'on. Crispi fece quanto era possibile per mandare a monte gli insensati progetti, dispose buona guardia al confine e convinse i capi del movimento della vanità dei loro sforzi.

Il 13 settembre un certo Enrico Caporali attentò alla vita di Crispi, colpendolo al viso con un grosso selce. Si disse che dall'istruttoria penale fosse risultato che il Caporali aveva frequentato le riunioni segrete tenute dall'Imbriani. Comunque, simili atti di violenza sono ordinariamente il frutto delle intense agitazioni politiche, e la campagna che da mesi si faceva contro Crispi a cagione del suo fermo governo verso gl'irredentisti, non fu di certo estranea all'attentato.

L'8 di ottobre in un banchetto offertogli a Firenze, Crispi fece dichiarazioni recise sull'irredentismo:

 

«Da qualche tempo, con parole seduttrici, una pericolosa tendenza cerca adescare l'animo delle popolazioni: quella che grida la rivendicazione delle terre italiane non unite al Regno. I nostri avversari vi cercan materia di agitazioni, ed è materia che può appassionare le menti, sia pur generose, ma deboli ed irriflessive.

Circondato, però, in apparenza, dalla calda poesia della Patria, l'Irredentismo non è meno oggi il più dannoso degli errori in Italia

 

E svolse questo tema dimostrando che il principio di nazionalità non poteva essere la norma esclusiva della politica italiana, - che disarmo e guerra, cui miravano gl'irredentisti, erano termini antitetici che avrebbero condotta l'Italia a perdere unità e libertà, - che l'alleanza con l'Austria, togliendoci dall'isolamento, ci garentì nel 1882 dall'Austria stessa e ci garentiva la pace; e invocando, infine, la fede ai trattati, accennò altresì alla «virtù del silenzio» imposta dalla politica che ci conveniva.

In Austria, mentre si apprezzava la politica ferma e leale di Crispi, non s'ignorava ch'egli, venuto dalla rivoluzione, era uomo d'idee tenaci, e che non avrebbe subordinato gl'interessi del suo paese al tornaconto austriaco. E lo stimavano e l'onoravano per la sua abilità, come pel suo patriottismo. In un telegramma del 14 agosto, l'ambasciatore de Launay facendo una relazione del soggiorno dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, riferiva di un colloquio col Segretario di Stato:

 

«Imperatore d'Austria dichiarò quanto sia soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo ministro di tanta vaglia. S. M. imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gl'Italiani dell'Impero

 

Il Fremdenblatt, giornale officioso della Cancelleria austriaca, scriveva il 18 settembre in occasione dell'attentato Caporali:

 

«Il criminoso attentato alla persona del ministro presidente italiano, del quale per fortuna le conseguenze non sono gravi, diede occasione ad un numero straordinariamente grande di dimostrazioni di simpatia per l'illustre uomo di Stato. Sovrani e ministri attestarono al mondo colle parole di loro condoglianza quanta stima egli possegga all'estero. Nell'Italia stessa le principali rappresentanze civiche, le società, e persone private diedero a conoscere con telegrammi e con indirizzi di saper apprezzare condegnamente l'alto valore d'un Crispi, seguendo in ciò l'esempio dello stesso Re, le cui affettuose e ripetute domande sulla salute del ministro, onorano in egual misura il monarca ed il ministro stesso. Il giovane che lanciò il sasso contro del Crispi per ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò provocato una corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce l'importanza del personaggio, ch'egli erasi prescelto a vittima. L'importanza di Crispi non è già riposta nelle sue eminenti doti politiche, o nella sua intelligenza, o nella presenza di spirito, o nella sua risolutezza ed infaticabile attività; no: essa è riposta in ciò, che egli tutte queste qualità le mise al servizio di una grande causa, che egli (e ciò appartiene senz'altro in prima linea al talento politico) è l'ardita guida su quella via, che egli stesso, uno fra i primi, riconobbe per la retta....

È questa l'epoca d'un'Italia veramente indipendente, vincolata a nessun patronato, che da vera grande potenza entra libera di se in una lega di grandi potenze. Il nome di Crispi è strettamente congiunto a questa evoluzione; più strettamente che quello d'alcun altro. Egli è il rappresentante dell'Italia novissima, e la sua posizione fra i personaggi politici d'Europa segna qual posto tenga l'Italia in Europa

 

Dal Diario di Crispi:

 

«1890 - 13 ottobre.

 

Verso le 11 ant. è venuto il barone de Bruck di ritorno in Roma dopo la villeggiatura.

Dichiarò aver visto due volte l'Imperatore Francesco Giuseppe, in luglio ed in questo mese prima della sua partenza per l'Italia.

L'Imperatore gli manifestò il desiderio di poter vedere spesso il nostro Re. Se il nostro Re lo invitasse alle manovre militari, l'Imperatore vi andrebbe volentieri. Queste visite potrebbero essere annuali, e ricambiarsi anche, andando il nostro Re alle manovre militari in Austria.

I Sovrani dovendo essere accompagnati dai rispettivi ministri, ne verrebbe che tra questi si renderebbero facili le comunicazioni e lo scambio delle idee. Grande sarebbe il beneficio che si otterrebbe da ciò e per le relazioni che diverrebbero cordiali fra i due monarchi e per la intimità che si costituirebbe fra i due ministri.

Venendo l'Imperatore alle manovre non intenderebbe aver soddisfatto all'obbligo della restituzione della visita al Re, dovuta dopo il viaggio di S. M. a Vienna nel 1881.

La restituzione della visita, lo comprende l'Imperatore, dovrebbe farsi a Roma. Egli non può farla nella posizione in cui si trova col Vaticano. S. M. I. e Reale se venisse in Roma non sarebbe ricevuto dal Papa; e il Monarca austriaco non potrebbe subire questo affronto: dovrebbe rompere col capo della Chiesa ed egli deve evitare un avvenimento di tanta importanza.

Francesco Giuseppe parlò di me al de Bruck con parole lusinghiere. Disse che il mio contegno, tenendo saldi i vincoli di alleanza fra i due Stati, assicura la pace e garantisce il benessere dei due popoli. L'Imperatore incaricò il de Bruck di portarmi i suoi saluti e le sue speciali felicitazioni.

Alle 7 di sera il de Bruck ritornò da me per darmi lettura di un dispaccio di Kálnoky, ricevuto nel pomeriggio. Il ministro si felicita del mio discorso di Firenze, dandone il più lusinghiero giudizio

 

Il testo del telegramma del conte Kálnoky è questo:

 

«Io prego Vostra Eccellenza di esprimere al signor Crispi le mie più fervide congratulazioni per il suo discorso di Firenze e di dirgli che egli, colla sua geniale e logicamente inconfutabile esposizione degli interessi politici d'Italia, ha dimostrato al suo Paese non solo, ma a tutta Europa la rettitudine [die Richtigkeit] della sua politica. La qual cosa giova all'Italia e alla sua situazione internazionale.

Il suo linguaggio coraggioso e da vero uomo di Stato può, dagli alleati d'Italia che hanno iscritto sulle loro bandiere il rispetto ai trattati ed ai principii monarchici, essere considerato come una nuova prova che la Triplice alleanza così necessaria alla pace d'Europa, poggia sopra una solida base e possiede nella prudente ed energica personalità del Crispi un custode fedele preparato ad ogni eventualità

 

La corrispondenza che segue dimostra l'interessamento che Crispi metteva nell'eliminare le cause di dissenso tra l'Italia e l'Austria, e il buon volere del conte Kàlnoky, e anche della Cancelleria germanica, nel secondarlo:

 

«Roma 3-9-1889.

 

Ambasciata Italiana

 

 

(Riservato). Prego Vostra Eccellenza far pratiche, adoperando tutta sua influenza personale, perchè il Governo Imperiale solleciti per quanto sta in lui l'azione della giustizia nell'affare Ulmann. Comunque debba essere la sentenza, è interesse politico dei due paesi che si termini presto un processo che rimane causa permanente di disagio, e che ad un dato momento potrebbe provocare nuovi serii imbarazzi. Vorrei Ella ottenesse prima di partire un impegno formale. Pregola telegrafarmi.

 

Crispi

 

«Vienna, 3-9-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Riservato). Appena ricevuto il telegramma di V. E. mi recai da Kálnoky e gli rinnovai l'istanza anche a nome di V. E. perchè facesse tutto ciò che dipendeva da lui per sollecitare esito del processo Ulmann. Feci notare a S. E. esser di grande interesse politico per i due Stati il tôr di mezzo questa causa permanente d'imbarazzo per ambedue. Kálnoky mi promise di fare passi solleciti presso il Ministero della Giustizia nel senso desiderato e di farmi conoscere l'esito che non mancherò di telegrafare.

 

Nigra

 

«Vienna, 10-9-1859.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Riservato). Kálnoky mi ha detto che la istruzione relativa ad Ulmann è finita, e che il giudizio è ora deferito alla Magistratura ed al Giurì d'Innsbruck. Egli crede che il processo sarà terminato prima della riunione del nostro Parlamento e mi ha promesso che farà tutto ciò che dipende da lui per accelerarlo attivamente. Ho preso atto della sua promessa.

 

Nigra

 

«Vienna, 2-10-89,

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Segreto). Attenendomi istruzioni impartitemi dall'E. V. col telegramma di ieri, ho toccato oggi al conte Kálnoky colla dovuta prudenza e nel modo che ho creduto più confacente allo scopo, la questione dei recenti provvedimenti presi contro sudditi italiani a Trieste. Ricordando poscia a S. E. le promesse da esso fatte all'ambasciatore di S. M. l'ho pregato caldamente di volersi adoperare perchè il processo Ulmann fosse terminato al più presto possibile.

Il conte Kálnoky mi ha risposto che ignorava i particolari dei fatti a cui io avevo fatto allusione, e che avrebbe assunto presso il conte Taaffe le necessarie informazioni, ma mi ha soggiunto che da quanto aveva potuto apprendere dai giornali, quei provvedimenti riguardavano sudditi italiani che avrebbero preso parte al getto di petardi di cui si avrebbero le prove, e che tali provvedimenti non avevano certamente nulla di rigoroso. Osservai al conte Kálnoky che nell'interesse di tutti e due i paesi sarebbe però necessario di evitare ogni misura che potesse servire di pretesto a qualsiasi agitazione, ma S. E. mi replicò che detti provvedimenti non avevano un carattere vessatorio e che non costituivano altro che una semplice misura di sicurezza pubblica che incombe ad ogni Stato di prendere. In quanto al processo Ulmann il conte Kálnoky mi ripetè quanto aveva già fatto conoscere all'ambasciatore di S. M. e disse che esso aveva fatto tutto il possibile per accelerarne la soluzione e che era a tale proposito in trattative con il conte Taaffe. Avendo io accennato alla urgenza che tale processo fosse terminato prima di novembre, cioè prima della riunione del Parlamento italiano, S. E. mi rispose che non dubitava che esso sarebbe già terminato per quella data e che il ritardo attuale proveniva dalla solita procedura giudiziaria indispensabile.

 

Avarna

 

«Berlino, 3-10-89.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Riservato). Il Sottosegretario di Stato scrisse ieri al principe Reuss di parlare al conte Kálnoky nel senso del telegramma di V. E. del ottobre riguardo al contegno delle autorità austro-ungariche a Trieste. Non occorre notare che condizione essenziale di riuscita di tale entratura sia di osservare segreto il più assoluto sull'istruzione trasmessa dal Governo imperiale al suo rappresentante a Vienna.

 

Launay

 

«Vienna, 22-10-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

Nel ricevimento ebdomadario di oggi ho fatto presso S. E. il conte Kálnoky nuove insistenze nel senso delle istruzioni impartitemi dall'E. V. con telegramma del 12 relativamente processo Ulmann. Egli ha detto che s'era anche recentemente occupato di questo affare, che ne aveva parlato col Ministro della Giustizia, perchè si adoperasse per sollecitare al più presto la soluzione del medesimo, e che sperava sempre che avrebbe potuto essere terminato prima della fine del mese. Nel caso contrario, egli ha aggiunto che si sarebbe provveduto perchè si riunisse per questo processo una sessione straordinaria.

 

Avarna

 

«Vienna, 27-10-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

Kálnoky mi ha pregato oggi di recarmi da lui per parlarmi del telegramma di V. E. da me comunicato ieri a Szögyeny relativo al processo Ulmann. Egli ha detto che, malgrado desiderio che qui si ha di corrispondere ai desideri di Lei, non era possibile accordare al R. Console la facoltà di assistere, nella sua qualità ufficiale, a quel processo, giacchè la concessione di tale facoltà, che non venne mai data ad alcun console estero, era contraria alla legislazione austriaca. Se questa fosse ora accordata al R. Console, il Governo sarebbe costretto concederla pure ai consoli degli altri Stati, ciò che non potrebbe ammettere. Feci nuovamente osservare a Kálnoky, che simile facoltà era però accordata ai consoli esteri in Italia e che sarebbe stato opportuno per i legami d'amicizia esistenti fra i due governi, essa fosse concessa ai RR. Consoli in Austria-Ungheria; ma il Ministro rispose che ignorava essa fosse stata accordata ai consoli austro-ungarici in Italia e da quanto a lui risultava essi non ne avevano almeno fatto mai uso. Del resto, egli aggiunse che il Ministro di Grazia e Giustizia austriaco erasi già pronunziato contrariamente a questa concessione nel progetto di dichiarazione (di cui mi diede lettura e che verrà in seguito comunicato alla R. Ambasciata) da esso preparato in contrapposto a quello del R. Governo relativamente all'interpretazione dell'articolo 16 della Convenzione consolare del 1874. Kálnoky mi pregò infine d'esprimere a V. E. suo rammarico che la legislazione austriaca impedisse al Governo Imperiale di soddisfare in questa occasione la di Lei domanda.

 

Avarna

 

«Berlino, 7-11-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Riservato). Prima di ricevere telegramma di V. E. del 5 corr. avevo domandato per ben due volte a questa Cancelleria imperiale quale fosse il risultato delle istruzioni trasmesse al principe di Reuss in conseguenza del desiderio espresso nel telegramma di V. E. del 1.° ottobre. Mi fu risposto che era in corso a Trieste una inchiesta la quale avrebbe già messo in rilievo seri gravami contro Ulmann ed altri imputati politici di quella città: mi fu d'altronde assicurato che verso l'epoca della gita dell'Imperatore Guglielmo a Monza, furono da noi esposti gli inconvenienti che il giudizio non avesse luogo prima della riunione del nostro Parlamento. Supponeva che di ciò fosse stata fatta menzione nei colloqui di V. E. col conte di Bismarck. Mi feci premura di parlare colla voluta prudenza al sotto-segretario di Stato e d'insistere nel senso del telegramma giuntomi ieri sera; egli ne riferirà a Friedrichsruhe, il Principe Cancelliere non essendo aspettato a Berlino che verso metà di questo mese. Intanto il S. S. di Stato non taceva quanto riuscirebbe malagevole di tornare con Kálnoky sopra argomento così delicato e che sta fuori della sua competenza. Il Gabinetto di Berlino per quanto gli spetta evita di sporgere querela sia in Austria-Ungheria che in Russia per certe amministrazioni che sicuramente non procedono coi dovuti riguardi per gli interessi dei tedeschi nei due Imperi.

 

Launay

 

«Vienna, 7-11-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

Kálnoky non dovendo tornare a Vienna che domani, ho comunicato stamane a Szögyeny telegramma di V. E. in data di ieri, relativo processo Ulmann. Ho insistito presso lui sugli inconvenienti risultanti dal ritardo frapposto nel terminare quel processo, specialmente in vista della prossima riunione del Parlamento italiano. Egli mi ha risposto che avrebbe riferito a Kálnoky, appena fosse tornato, la mia comunicazione, e che oggi stesso avrebbe parlato a Taaffe perchè si adoperasse altrimenti per fare dare un pronto compimento al giudizio, che egli disse non essere infatti ancora cominciato, malgrado le promesse state fatte al Ministero Imperiale e Reale. Szögyeny ha aggiunto che si rendeva perfettamente conto degli inconvenienti da me accennati, e che per ciò qui si metteva ogni impegno per accelerare la soluzione del processo, che sperava avrebbe potuto essere terminato prima della riunione del nostro Parlamento.

Appena avrò potuto vedere Kálnoky, non mancherò di far nuove insistenze nel senso delle istruzioni di Lei.

 

Avarna

 

«Vienna, 10-11-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

Ho profittato dell'udienza datami oggi da Kálnoky per insistere nuovamente presso di lui perchè il processo Ulmann fosse terminato prima della riunione del Parlamento italiano. Egli mi ha risposto che, subito dopo il suo ritorno da Friedrichsruhe, aveva in questo senso adoperato tutta la sua influenza personale presso il Ministro di Giustizia, il quale però avevagli rappresentato le difficoltà che tuttora si opponevano a che il processo potesse essere terminato nel termine desiderato, giacchè era necessario procedere alla traduzione dall'italiano al tedesco di tutti gli atti voluminosi del processo. In tale stato di cose Kálnoky mi ha pregato di annunziare all'E. V. che egli per far cosa gradita e per togliere di mezzo questa causa d'imbarazzi tra i due Governi aveva proposto che non si desse più seguito al processo Ulmann e che questi fosse rinviato in Italia. Egli sperava che l'Imperatore avrebbe acconsentito a tale sua proposta.

 

Avarna

 

«Vienna, 16-11-1889.

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

(Personale). Kálnoky mi annunziò oggi che fedele alla promessa fattami e tenendo conto speciale delle istanze di V. E. di abbandonare il processo contro Ulmann e di espellerlo in Italia, S. M. diede il suo consenso e l'ordine relativo è stato impartito. Ho ringraziato in di Lei nome il Conte Kálnoky di questo provvedimento che fa testimonianza di moderazione governo imperiale e di deferenza verso il governo del Re.

 

Nigra

 

«Come fulmine a ciel sereno - annunziava il 19 luglio 1890 il giornale slavo Narodni List di Zara - è scoppiata la notizia che il governo ha sciolto la Società Pro Patria la quale aveva la sua sede a Trento e diramazioni in tutte le terre «irredente» della nazione italiana in Austria.... Si racconta che nell'ultimo Congresso tenuto a Trento, inter-pocula se ne intesero tante e tante che obbligarono il governo allo scioglimento della Società. Benedetto vino che compromise Noè....»

 

La notizia che con gioia non dissimulata dava l'organo dei croati, era vera. I motivi del decreto di scioglimento erano questi che trascriviamo testualmente:

 

«La Società non politica Pro Patria la quale, a mezzo di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al Litorale ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dr. Dordi e fra vivi applausi ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via telegrafica alla Società Dante Alighieri in Roma, nonchè al presidente della stessa, Bonghi, la piena adesione e le più sincere felicitazioni;

Essendo notorio che la Società Dante Alighieri in Roma osserva un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche, portate a generale conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato austriaco, la Società Pro Patria, col summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea, mira anche ad altri scopi e precisamente a scopi politici, i quali secondo le circostanze potrebbero cozzare con le disposizioni del codice penale;

Questa tendenza sleale ed anti-patriottica della Società Pro Patria si è palesata anche in modo indiretto col fatto, che il comitato, costituito per l'organizzazione di festività in occasione del Congresso generale della Società Pro Patria in Trento, a capo del quale era il presidente del gruppo locale di Trento, l'avvocato Carlo Dr. Dordi, tralasciò di imbandierare la città, come era progettato ed anche notificato all'Autorità, in seguito al decreto di quell'i. r. Commissario di polizia, a tenore del quale l'imbandieramento non venne concesso che a condizione che contemporaneamente venisse pure inalberata in posizione distinta una bandiera dai colori dell'impero austriaco....»

 

Lo scioglimento della Pro Patria di una associazione cioè che si proponeva fini non politici, ma di cultura, era stato da parecchi mesi deciso, da quando, in aprile, l'idea di un monumento a Dante in Trento veniva accolta e suffragata in Italia da numerose sottoscrizioni come affermazione d'italianità. La pubblica sottoscrizione per l'erezione della statua era stata permessa in Austria dall'Imperatore; in Italia, quando ad essa vollero partecipare Consigli Comunali e provinciali con esplicite deliberazioni politiche, fu vietata da Crispi. Ma ciò non bastò al governo austriaco, il quale credette opportuno di colpire il sentimento italiano, come se questo potesse mortificarsi o distruggersi  con una misura di polizia. Il pretesto non era neppure ben scelto, poichè non era vero che nell'incriminato e non trasmesso telegramma alla società Dante Alighieri, allora costituitasi, il congresso della Pro Patria avesse fatto «piena adesione», mentre invece aveva soltanto espresso «la propria soddisfazione per la costituzione» di quella Società. Ed era anche infondato che la Dante Alighieri «osservasse un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica» e che le aspirazioni di essa fossero «rivolte direttamente contro lo Stato austriaco». Il secondo motivo del decreto era anch'esso insussistente, perchè a Trento, in occasione del congresso, non era stata esclusa la bandiera dell'impero essendosi dal Comitato locale - che nulla poi aveva da fare con la presidenza della Società Pro Patria - rinunziato all'imbandieramento della città.

La Dante Alighieri, chiamata in causa nel decreto dell'i. r. Ministero dell'interno, protestò con la seguente lettera diretta a Crispi, quale Presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri:

 

«Eccellenza,

 

Nel decreto di scioglimento della Società Pro Patria, dal Governo austriaco è dato a prova della condotta sleale e antipatriottica di essa - così dice - il seguente principale motivo:

«La Società non politica Pro Patria, la quale, a mezzo di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al litorale ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dott. Dordi e fra vivi applausi, ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via telegrafica alla Società Dante Alighieri in Roma, nonchè al presidente della stessa. Bonghi, la piena adesione e le più sincere felicitazioni;

«Essendo notorio che la Società Dante Alighieri in Roma osserva un contegno ostile alla monarchia austroungarica, ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche portate a generale conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato austriaco, la Società Pro Patria col summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea, mira anche ad altri scopi, e precisamente a scopi politici, i quali, secondo le circostanze, potrebbero cozzare con le disposizioni del codice penale».

Il Consiglio centrale della Società Dante Alighieri non può scegliere migliore testimone della erroneità patente di tali asserzioni che il Presidente dei ministri del Regno d'Italia.

La Società Dante Alighieri non si è tenuta segreta; ha operato e discorso alla luce del giorno; ha comunicati i suoi intendimenti al Governo e dal Governo ha ricevuto conforto e aiuto.

Ciò basta a provare che nessuno dei fini che le attribuisce il decreto austriaco le si può legittimamente attribuire; ed è obbligo, non diciamo soltanto nostro, ma del nostro stesso Governo, di protestare contro asserzioni che impugnano la lealtà nostra e la sua.

La Società Dante Alighieri non si è proposta di esercitare altre influenze in ogni paese dove vivano italiani, se non quelle che Società della stessa natura esercitano dappertutto, senza nessun sospetto di adoperarsi ad altro che a mantenere vivaci e fecondi alcuni vincoli intellettuali, morali e storici.

In Austria stessa i Tedeschi e gli Slavi fuori dei suoi confini le esercitano rispetto a' Tedeschi e agli Slavi dentro i suoi confini. Perchè solo agli Italiani, che non sono retti dal Governo austriaco, dovrebbe esser vietato di esercitarle rispetto a quelli che sono retti da esso? Gioverebbe al Governo austriaco stesso mostrare al mondo che solo gli Italiani considera come nemici, e dove per gli altri popoli il Governo austro-ungarico è monarchia, solo per essi non schiva di parere tirannide?

Noi non entriamo a giudicare l'atto altamente rincrescevole per il quale è stata sciolta la Società Pro Patria, che aveva comuni i fini con noi, fini supremamente civili, razionali e degni di osservanza e rispetto. Noi sappiamo che non potremmo dirigerci al nostro Governo se intendessimo chiedergli che esso comunicasse all'austriaco un nostro giudizio e suo. La libertà e l'autonomia dei governi, o bene o male usate, sono un principio supremo di condotta per tutti.

Questo soltanto ci preme di accertare: che cotesto atto di scioglimento di una Società tanto benemerita, fin dove presume di avere avuto motivo dalle sue relazioni colla nostra, da telegrammi supposti che non abbiamo mai ricevuti, da giornali italiani dei quali nessuno è organo nostro, e da simili altre accuse in tutto fantastiche, non ha in realtà motivo di sorta o almeno nessun motivo che si confessi apertamente.

Sicuri che Ella vorrà tener conto di questa nostra protesta e usarne nei modi che Ella creda meglio opportuni, le attestiamo il nostro ossequio.

Dell'Eccellenza Vostra

 

Dev.mi

 

I Membri presenti in Roma del Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri: Ruggero Bonghi, deputato al Parlamento, presidente - G. Solimbergo, deputato al Parlamento, vicepresidente - Giulio Bianchi, deputato al Parlamento - Ferdinando Martini, deputato al Parlamento - Avvocato Pietro Pietri - Dottor Gaetano Vitali, segretario

 

L'azione diplomatica che in quella circostanza spiegò l'onorevole Crispi risulta dai seguenti documenti:

 

«[Telegramma]

 

Conte Nigra ambasciatore d'Italia

 

Vienna.

 

Roma, 22 luglio 1890.

 

(Riservato-personale). Che il conte Taaffe abbia sciolto il Pro Patria, nulla ho da obbiettare, perchè trattasi di un atto interno di governo. Quello che dovrò osservare a V. E. è che il ministro austriaco ha commesso due gravissimi errori nella sua ordinanza: il primo nell'aver asserito esser stato spedito dal presidente del Congresso un telegramma alla Società Dante Alighieri, il che non fu; il secondo, nell'aver detto che questa abbia scopi politici ed irredentisti.

La Dante Alighieri è un'associazione meramente letteraria, e basta conoscere i nomi del suo Presidente e dei suoi socii per convincersi come essi sian di opinioni temperate e come nulla farebbero che potesse suscitare al Governo italiano imbarazzi internazionali.

Non posso intanto nasconderle che l'ordinanza austriaca ha prodotto una dolorosa impressione negli elementi più moderati del nostro paese, i quali si domandano se questo sia il modo col quale si possa mantenere tra l'Italia e l'impero vicino quell'alleanza che tanto ci è necessaria.

Qui tutti sospettano che il Taaffe, devoto al partito cattolico, sia contrario alla triplice alleanza e che vedrebbe di buon occhio lo scioglimento della medesima.

Voglia tener per queste informazioni e se ne serva col conte Kálnoky qualora lo crederà opportuno.

 

Crispi

 

«S. E. Conte Nigra

 

Vienna.

 

Roma, 24 luglio 1890.

 

Signor Ambasciatore,

 

La Luogotenenza di Trento ha sciolto la Società Pro Patria. Il Governo del Re nulla ha da dire circa un atto di amministrazione interna che in stesso sfugge al suo giudizio, ciascuno Stato essendo padrone di governarsi con i criteri che gli sembrano più opportuni.

Debbo però affermare nell'interesse dei rapporti internazionali, che la notizia del fatto ha prodotto nel Regno la più penosa impressione, sovratutto per i motivi che dicesi abbiano ispirato il decreto di scioglimento.

In questo, difatti, si dichiara che due sarebbero le ragioni dell'atto luogotenenziale. La prima è che il Presidente del Congresso tenutosi a Trento il 29 giugno avrebbe inviato alla Società italiana Dante Alighieri, per mezzo del telegrafo, la sua piena adesione e le più sincere felicitazioni per l'opera della Società medesima. La seconda sarebbe, che la Società Dante Alighieri osserverebbe un contegno ostile alla Monarchia Austro-Ungarica e che le aspirazioni di detta società sarebbero rivolte direttamente contro gli interessi dell'Impero.

Or mi permetto di osservare, Signor Ambasciatore. che codeste considerazioni sono prive di fondamento. Anzitutto la Società Dante Alighieri presieduta dall'Onorevole Ruggero Bonghi, non ricevette alcun telegramma dal Congresso Trentino e per conseguenza la Luogotenenza imperiale e reale è stata male informata. È deplorevole che per un atto di tanta importanza s'invochino a motivo due notizie false.

Passo a ciò che più giova conoscere e che interessa un'associazione nazionale, quale è la Società Dante Alighieri.

La Società Dante Alighieri non ha scopi politici. I soci che la compongono appartengono al partito moderato e non vanno confusi - sarebbero i primi a sdegnarsene - con coloro i quali fanno professione d'irredentismo. La Società Dante Alighieri si propone il culto della lingua italiana in tutte le regioni in cui questa è parlata e non oserebbe far cosa che potesse influire sulla politica internazionale del Governo o pregiudicare l'azione di questo all'estero. Le relazioni della Società Dante Alighieri col Governo sono tali e così notorie che ritengo come un'offesa fatta a noi ogni imputazione che le si possa fare di tendenze faziose, o di atti che in qualunque modo o misura potessero ledere le buone relazioni che l'Italia mantiene coll'Impero vicino.

Voglio sperare che il Conte Taaffe, presa notizia delle cose come realmente sono avvenute, saprà correggere l'opera della imperiale e reale Luogotenenza di Trento. Non intendiamo con ciò influire sugli atti amministrativi del governo austriaco, ma solamente osservare che a nessuno è dato, ancorchè pubblico funzionario, offendere gratuitamente con ingiustificate imputazioni un governo amico. Il contegno del Luogotenente non è certamente di tal natura da mantenere quell'accordo che noi cerchiamo e ci sforziamo di tener saldo, a costo anche della nostra popolarità.

Allorchè io seppi che a Trento volevasi innalzare una statua a Dante e che il Governo austriaco aveva permesso non solo questo omaggio all'altissimo poeta, ma anche l'istituzione di una Società che tende a favorire il culto della lingua italiana, me ne compiacqui e rallegrai, vedendo in quell'atto di buona politica un fatto reale che alla nazionalità italiana guarentiva nel poliglotta Impero gli stessi diritti che sono guarentiti ai Tedeschi, agli Slavi, agli Ungheresi, ai Boemi, ai Rumeni ed a tutti gli altri popoli che fanno parte dell'Impero.

Ora sono dolentissimo di dover constatare le condizioni difficili che vengono fatte al Ministero Italiano in questa occasione. Finchè la fiaccola dell'Irredentismo si trovava accesa dai radicali, io non li temevo. Ma l'atto ultimo, il quale ravviva la memoria di altri atti non pochi che ogni tanto rivelano l'intolleranza di codesto governo, basterà, temo assai, a turbare o per lo meno a raffreddare la gente moderata e tranquilla, sul cui appoggio il governo sapeva di potere sino ad ora contare.

Non so se Ella riuscirà a far comprendere tutto ciò al Governo austro-ungarico e se il Conte Kálnoky dispone di sufficiente autorità per richiamare il suo Collega dell'Interno a migliori consigli. Dirò soltanto a Vostra Eccellenza come l'alleanza con l'Austria, che solo io potevo difendere, avrebbe contro di un maggior numero di nemici, e che non so se al 1892 o il mio successore od io avremmo la forza necessaria a rinnovarla.

Comprendo che il Conte Taaffe, che è cattolico convinto, potrebbe venire dalle ispirazioni del Vaticano indotto ad atti che lo obbligassero a combattere l'alleanza delle potenze centrali. Però al di sopra di lui sta S. M. l'Imperatore e Re, che si distingue per tanto buon senso e per tanta esperienza di governo, ed all'Augusto Sovrano non può sfuggire la considerazione che l'opera nostra, la quale è utile alla Monarchia, è resa oltremodo difficile se il suo Ministro non agisce d'accordo con noi per raggiungere lo scopo cui tutti miriamo.

Con ciò fo seguito al mio telegramma dei 22 sera. Le accludo copia della protesta direttami il 21 luglio dalla Società Dante Alighieri, e desidero che Ella si ispiri alle considerazioni che sono contenute in questa lettera per discorrere del delicato argomento con quelle riserve ed in quei modi che crederà più opportuni, avvertendo sempre che è mio intendimento evitare ogni causa di dissapori col Governo Imperiale e Reale.

Gradisca, signor Conte, gli atti della mia alta considerazione.

 

Crispi

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

 

Vienna, 27 luglio 1890,

 

Signor Presidente,

 

Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della Società Pro Patria la quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri.

Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:

(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi rispetto alla Soc. Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della Società Pro Patria a Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nella Neue Freie Presse annunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».

V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:

 

«Roma, 26 luglio 1890.

 

(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il Decreto Pro Patria ed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento del Pro Patria e del contegno e degli scopi dell'associazione italiana Dante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».

Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della Società Pro Patria e delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della Società Pro Patria con quella della Dante Alighieri di Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri in Roma.

Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della Società Pro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.

Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.

 

Nigra

 

«S. E. Conte Nigra

 

Vienna.

 

Roma, 31 luglio 1890.

 

Signor Conte,

 

(Personale). Ho la sua del 27.

Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento del Pro Patria ritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.

Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.

Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.

Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.

L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.

Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.

L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.

L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.

Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.

Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.

Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.

Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.

Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.

 

Dev.mo suo

F. Crispi

 

S. E. Crispi

 

Roma.

 

 

Vienna, 7 agosto 1890.

 

Signor Presidente,

 

(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della Società Pro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva  impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.

Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.

Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la Società Pro Patria spinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.

E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.

Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro il Pro Patria si debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti dove proprio non ci sono.

Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, da chiedere, da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.

Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.

Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.

Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:

O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.

Mi creda, signor Presidente

 

Suo devotissimo

Nigra

 

«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi

Roma.

 

Trieste, 3 agosto 1890.

 

Signor Ministro,

 

Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.

L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione del Pro Patria è stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.

Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.

Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.

Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.

Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.

I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in del dovere, e non colle dimostrazioni con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente.

A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.

Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.

In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.

 

Malmusi

 

L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare tutta la sua autorità ed energia per frenarla.

Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:

 

«Commendator Basile Prefetto

Milano.

 

26-7.

 

(Riservato). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:

Il decreto per lo scioglimento del Pro Patria è un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.

Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.

La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.

Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.

 

Crispi

 

«Commendatore Basile Prefetto

Milano.

 

31 luglio 1890.

 

(Personale). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento del Pro Patria sarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.

I soci del Pro Patria affermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.

Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che il Pro Patria era realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.

Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.

Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.

 

Crispi

 

Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto 22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni diverse di enti che si proponevano scopi identici) intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.

Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro:

 

 

«A S. M. il Re

 

Montechiari.

 

25 agosto 1890.

 

Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolati Barsanti ed Oberdank.

I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.

In Roma furon trovate delle bombe.

Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.

Sempre agli ordini di V. M.

 

Il devotissimo servo

F. Crispi

 

 

«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri

 

Montechiari, 28 agosto 1890.

 

Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.

I provvedimenti presi per lo scioglimento dei Circoli Oberdank e Barsanti sono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.

Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.

Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.

Con sentimenti di viva amicizia

 

aff.mo

Umberto

 

«A S. M. il Re

 

Montechiari.

 

28 agosto 1890.

 

L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.

Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.

Sempre agli ordini di V. M.

 

Il devotissimo servo

F. Crispi

 

Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.

In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e ricordando che nel 1848

 

«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento

 

L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.

Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.

 

«Rimanendo indifferenti - soggiungeva - avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica

 

L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.

La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271 , contro 10 no e 16 astenuti.

La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento del Pro Patria fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione di Lega Nazionale. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.

L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:

 

«Ambasciata Italiana,

 

Vienna.

 

Roma, 26 ottobre 1890.

 

(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi società Dante Alighieri innanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il Pro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione del Pro Patria citato la Dante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè il Fremdenblatt non continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.

 

Crispi

 

«S. E. Crispi,

Roma.

 

Vienna, 26 ottobre 1890.

 

(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera nota Fremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.

Avarna

 

«S. E. Crispi.

 

Vienna, 27 ottobre 1890.

 

(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.

La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.

Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.

Il principale capo di accusa contro il Pro Patria è.....(?) di essa con la Dante Alighieri.

Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente la Dante Alighieri e l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.

I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dal Pro Patria di essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.

Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.

Avarna

 

«Ambasciata Italiana,

Vienna.

 

Roma, 27 ottobre 1890.

 

(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la Dante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.

 

Crispi

 

«S. E. Crispi,

Roma.

 

Vienna, 28 ottobre 1890.

 

Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi alla Dante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra la Dante Alighieri e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.

 

Avarna

 

Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:

 

«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.

L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.

Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente  che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma

E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:

 

«5 febbraio 1891.

 

Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.

Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.

 

Kálnoky

 

E l'organo della Cancelleria, il Fremdenblatt, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:

 

«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante

 

In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:

 

«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale

 

L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».

Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:

 

«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.

Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.

Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»

 

Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:

 

«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,

Berlino.

 

Roma, 5 novembre 1894.

 

La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.

L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.

La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.

Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.

Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.

 

Crispi

 

L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse tepidezza:

 

«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.

In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.

Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna

 

Crispi replicò:

 

«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.

Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante

 

A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza dell'alleanza.

Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi:

 

«S. E. Lanza,

Berlino.

 

Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.

 

Crispi

 

«S. E. Crispi,

Roma.

 

Berlino, 8 novembre 1894.

 

Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.

Segue lettera particolare.

 

Lanza

 

«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,

Berlino.

 

Roma, 8 novembre 1894.

 

Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.

 

Crispi

 

«S. E. Crispi,

Roma.

 

Berlino, 11 novembre 1894.

 

(Riservato). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:

«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.

 

Lanza»

 

«Conte Lanza Ambasciata Italiana,

Berlino.

 

Roma, 12 novembre 1894.

 

La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.

Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.

 

Crispi

 

È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:

 

«S. E. Crispi,

Roma.

 

Vienna, 18 maggio 1895.

 

Caro signor Presidente,

 

Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».

Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.

Voglia credermi, come le sono di cuore,

 

Dev.mo amico

Nigra

 

 

 





23 Giova osservare, circa la unità geografico-storica del paese oggidì denominato «Tirolo», che questa unità non ha mai esistito. Ben altra è l'unità politica, la quale data appena dal 1802, quando si fece la grande razzia dei principati ecclesiastici e fu interrotta dal 1808 al 1815, durante gli anni nei quali il Trentino fu annesso al napoleonico regno d'Italia, sotto la denominazione di «Dipartimento dell'Alto Adige». Nel 1180 la casa bavarese dei Wittelsbach teneva il Tirolo tedesco, cioè il Tirolo propriamente detto, ed esercitava l'avvocatura, quindi non la sovranità, pei principi vescovi di Trento e di Bressanone. Nel 1363 il Tirolo tedesco passava ad Alberto III d'Absburgo e suoi fratelli per successione di Margherita Maultache; nel 1395 al duca Federico IV del ramo di Stiria; nel 1496 all'imperatore Massimiliano I, finchè chiamata all'impero la linea Stiria-Tirolo (1619), nel 1665 restò definitivamente all'imperatore Leopoldo I. In tutti questi passaggi di dominazione non havvi mai parola del Trentino, come parte integrante, come dipendenza del Tirolo, al quale paese fu annesso, come s'è detto, appena nel 1802 nella ricordata soppressione dei principati ecclesiastici. È opportuno avvertire che nel medesimo incontro l'Austria acquistava anche il principato arcivescovile di Salisburgo, ma invece di incorporarlo al finitimo arciducato d'Austria, ne conservò il territorio, a differenza dei principati vescovili di Trento e Bressanone, come dominio o provincia autonoma, quale è tuttodì, con Dieta propria e propria amministrazione. Infine, a sempre più dimostrare che il Trentino non fu mai prima del 1802 considerato, geograficamente, politicamente, siccome parte integrante del Tirolo, è da aggiungersi che nell'art. 93 del Trattato finale di Vienna del 1815, enumerandosi le provincie e territori, dei quali si riconosceva la sovranità nell'imperatore d'Austria, suoi eredi e successori, sono citati separatamente e singolarmente, non già come un corpo solo, «i principati di Bressanone e Trento e la Contea del Tirolo».



24 Cfr. Atti parlamentari.



25 La mozione dell'on. Cavalletto era del seguente tenore:

«La Camera confida che il Governo, seguendo l'impulso già dato, provvederà a che i nostri rappresentanti ed agenti consolari all'estero, coltivando l'amicizia degli Stati presso i quali sono accreditati, esercitino incessantemente sui nostri connazionali quella efficace tutela e quella benefica e giusta influenza che li mantengano sempre fiduciosi e affezionati alla madre-patria



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