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Introduzione alla 1a edizione
Le varie concezioni del lavoro, che si sono presentate alla mente umana durante il trascorrere dei secoli, sono messe in luce in questo, apparentemente breve, saggio (dico «apparentemente» perché l’indagine che prende inizio dal concetto biblico del lavoro giunge fino all’età moderna), condotto con «il lungo studio e il grande amore» necessari al compimento dell’opera e degni di essa.
Opera suggestiva nella sua rapida sintesi, la quale, appunto per questo, stimola ad un ulteriore sviluppo di ogni singolo argomento, ed offre lo spunto per proseguire lo studio anche riguardo al periodo dal 1932 ai giorni nostri, periodo così ricco di mutamenti ed in perenne rapida evoluzione.
Il lavoro, importante complesso problema umano, non rimane a se stante: intorno ad esso si accentrano tanti assillanti problemi, che vanno dalla religione alla morale, dall’economia alla politica, dal progresso della civiltà alla psicologia.
Già nel mondo giudaico-cristiano si rivela, seguendo la ricca documentazione del nostro opuscolo, come il lavoro sia oggetto di profonde antilogie.
Da un lato viene considerato conseguenza diretta della caduta dell’uomo e, perciò condanna ad una pena, tuttavia accettata perché mezzo di espiazione; dall’altro viene presentato come inerente alla natura umana e raccomandato come necessario fattore di vita civile, al quale però si deve accompagnare, inseparabile, l’esigenza doverosa del riposo. Naturalmente secondo le varie epoche storiche, si ha il prevalere di una valutazione anziché dell’altra: talora si trova l’esaltazione della vita contemplativa, che suona biasimo e disprezzo per il lavoro, in quanto distrae l’uomo dalle mete essenziali dello spirito, tal’altra, invece, l’incoraggiamento all’opera fattiva e la condanna dell’ozio: atteggiamenti che, del resto, giungono ad una conciliazione nell’orate et laborate di S. Benedetto da Norcia.
Ma la condanna del lavoro, implicita nell’esortazione alla vita contemplativa propone già altri problemi morali e sociali: l’eccesso del lavoro, che logora la vita fisica e soffoca la vita dello spirito; la brama di ricchezze, per conquistare le quali ogni colpa è considerata lecita; l’ozio conseguente all’accumulo delle ricchezze, delle quali l’uomo può diventare moralmente schiavo, e che annullano l’individuo, - come risulta dalla quotidiana esperienza confermante l’affermazione evangelica, - ancor più della fatica; lo sfruttamento del lavoro altrui, problema sempre attuale e scottante.
Nel mondo moderno, sotto l’influenza della Riforma protestante e della sua lotta assidua contro l’ascetismo monastico, il lavoro fu rivalutato; la vita attiva fu considerata superiore alla vita contemplativa; venne incoraggiato lo sviluppo dell’industria sulla quale si fonda la potenza dello Stato moderno; si posero le basi del capitalismo con tutte le sue conseguenze. La magnificenza del nostro Risorgimento è tutta un fervore di attività, - arte, industria, scienza, meccanica, - nelle quali si uniscono, in modo inscindibile, lavoro intellettuale e lavoro manuale, la cui interdipendenza è, del resto, inconfutabilmente dimostrata dalle arti plastiche (pittura, scultura, incisione e simili), e da certi rami della scienza, quali chirurgia, ortopedia e altri ancora. E quanto lavoro intellettuale e lavoro manuale si integrino a vicenda è anche messo in luce dal fatto che spesso il riposo è costituito proprio dal mutamento del lavoro, metodo questo vivamente raccomandato da igenisti e da psicologi: chi ha trascorso le sue giornate chiuso in un ufficio ama dedicare il tempo libero al giardinaggio, al lavoro domestico, ad opere di artigianato, mentre chi ha faticato nei campi o nelle officine trova il riposo nella lettura, nella musica, nella conversazione ecc. Dal giorno in cui l’uomo primitivo non si accontentò più di ricercare soltanto il ricovero e l’alimentazione - come l’animale - ma cominciò a costruire con le sue mani utensili ed oggetti d’ornamento, a rivestire le pareti delle sue caverne di graffiti e di pitture murali, da quel giorno ebbe inizio lo sviluppo della civiltà e l’uomo, mediante il suo lavoro, cominciò a diventare uomo nel vero senso della parola.
Ma il cammino della civiltà non conosce sosta: ha bisogno di ogni genere di lavoro, richiede l’opera di tutti. E magia laica si può chiamare questo sforzo immenso del lavoro per impadronirsi, a vantaggio dell’umanità, degli elementi della natura, per piegarli alla sua conquista.
L’appassionata ed interessante indagine del nostro autore passa poi, dall’esame delle varie concezioni del lavoro, attraverso i tempi e gli autori che hanno prestato attenzione al problema, alla «persona» del lavoratore, la cui dignità non trova ancora sufficiente riconoscimento e i cui problemi attendono ancora una risoluzione adeguata.
A questo punto mi sembra non inutile porre in rilievo anche il significato psicologico del lavoro, il quale soltanto ha il potere di liberare l’uomo dall’angoscia della solitudine, dalla tristezza della «separazione», che ha inizio con la nascita ed accompagna l’individuo fino all’ultimo respiro, in quanto lo inserisce nella comunità umana, dove trova il suo posto, che lo collega agli altri e dà valore alla sua esistenza. Infatti spesso assistiamo allo spettacolo di persone che, collocate a riposo per limite di età, a meno che non riescano a trovare occupazioni di altro genere o a svolgere attività personali, declinano all’improvviso fisicamente e moralmente. Si dà perfino il caso che il crollo sia tale da portarle alla morte. È il trauma dell’uomo che si sente avulso dall’umanità, stralciato dalla vita operante, frustrato in uno dei suoi bisogni fondamentali: quello di «rendersi utile» a qualcuno o a qualche cosa. La socialità si fonda e si mantiene soltanto sul lavoro e nel lavoro. Chi vive nell’ozio rimane isolato ed ha già in sè il suo castigo.
Naturalmente mi rendo conto benissimo che in questa nostra società così mal costituita il singolo può talvolta giungere ad odiare il suo lavoro: perché eccessivo e logorante, perché sfruttato e mal retribuito; perché lo costringe ad azioni che la sua coscienza disapprova; perché viene imposto dalle circostanze senza alcun riguardo alle sue attitudini ed in contrasto con «il fondamento che natura pone» in ogni individuo, il rispetto del quale è condizione essenziale per un lavoro sereno. Già uno scienziato geniale come il Mantegazza aveva posto in rilievo quanto sia massacrante il lavoro sgradito, e come invece il lavoro amato permetta di reintegrare rapidamente le energie sfruttate. A questo proposito bisogna tener presente come l’eccessiva specializzazione, sia nel lavoro manuale, sia in quello intellettuale, caratteristica dell’età nostra, offra il rischio di mortificare la personalità del lavoratore, riducendo il lavoro a puro mezzo di guadagno, privo di uno dei suoi essenziali significati: l’espressione di se stessi, che costituisce la base necessaria perché l’uomo possa produrre e lavorare nella gioia.
Nel nostro opuscolo viene citato un passo di E. Zola, rispondente alla moderna concezione del lavoro inneggiante, con un entusiasmo che chiamerei quasi religioso, alla grandezza del lavoro, posto ormai sul piano decisamente laico. In queste pagine è quasi presentito il moderno sistema dell’ergoterapia, cioè della cura mediante il lavoro, che, in questi ultimi anni, è stata adottata in tutte le cliniche per le malattie nervose e mentali, ed ha dimostrato la sua piena efficacia. Ed è anche adombrata l’idea del lavoro come mezzo per superare i contrasti fra gli uomini, come fattore di pace tra i popoli: concetto espresso, sia pure in forma paradossale, dalle parole di Saint-Exupéry, che, probabilmente, anche Camillo Berneri avrebbe fatto sue: «Sono fratelli soltanto gli uomini che collaborano: sforzali a costruire insieme una torre e li trasformerai in fratelli».