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Capitolo
I
IL CONCETTO BIBLICO
DELLA FATICA
Nell’Antico Testamento il concetto del lavoro come pena e quello di lavoro come dignità propria all’uomo appaiono fusi. Chi oppone l’esaltazione zoroastriana1 alla condanna della Genesi non ha capito che nella Bibbia si riflette un’esperienza antinomica che non è soltanto storica ma bensì umana. Un’esperienza, cioè, che non è soltanto quella di un momento della storia sociale del popolo ebraico, bensì quella dell’uomo nella sua universalità e nella sua più vasta storia.
Il prof. Nicolai, nel suo interessantissimo saggio sul Desarollo del trabajo humano (Buenos Aires 1932) loda come razionalista la concezione biblica della fatica, che è intesa come concezione di castigo eterno, corrispondendo ad una realtà storica: l’origine coatta ed esterna del lavoro. Il quale fu necessità, ma fu anche sviluppo autonomo di quel che nel primitivo ozioso vi era dell’homo faber; cosa, questa, che mi pare che il Nicolai non abbia sufficientemente considerata.
L’interpretazione unilaterale del concetto biblico della fatica mi pare riscontrabile in vari autori valorosi. Ad esempio in Max Nordau, che nel suo libro, ricco d’idee geniali e di fecondi paradossi Il senso della storia osserva: «Una delle produzioni più antiche dell’immaginazione poetica umana, la Bibbia ebraica, rappresenta positivamente il lavoro come qualche cosa di estraneo alla natura umana primitiva, come una tribolazione ed un castigo per il peccato. L’osservazione è secolarmente profonda ma i rapporti tra gli errori e il lavoro sono rovesciati. Non è il lavoro che risulta dal peccato ma è il peccato la conseguenza del lavoro».
Il concetto biblico del lavoro è più vasto e più complesso di quello di pena derivante dal peccato e di quello di mezzo di espiazione e in esso mi pare sia contenuta la sintesi del lavoro come risultato del peccato e del peccato come risultato del lavoro.
Secondo Fourier, l’interpretazione razionale della Bibbia indicherebbe che il lavoro è una pena per lo schiavo o per il salariato, ma che invece, è una gioia per l’uomo libero anche quando si tratta di penose fatiche. Questa interpretazione, discutibile, rivela una comprensione del testo biblico non unilaterale. Il germe della razionale interpretazione proposta dal Fourier è contenuto nella lettera soltanto nello spirito della Bibbia? Facciamo un po’ di esegesi.
La fatica è una pena che accomuna l’uomo e la bestia (Ecclesiaste, III, 18), ma è la pena che nella fatica li accomuna e non la fatica come pena. L’uomo ansimante nello sforzo di mantenere l’aratro nel mezzo del solco ed il bove che traina faticosamente l’aratro sono accomunati nella pena della fatica; ma l’uomo non si imbestia nel lavoro il più penoso e il più abbrutente fino a cessare di essere uomo. Egli è fatto a somiglianza di Dio ed è uscito dall’Eden. Non uno dei tanti animali, bensì egli è un angelo decaduto. Nel suo peccato e nella pena che ne consegue è uomo.
La fatica è una pena ma è anche una grazia: «Io vidi l’afflizione che Dio impose ai figli degli uomini affinchè si distraggano» (Ecclesiaste III, 10). Il lavoro può essere una grazia perché «l’uomo è nato per il lavoro come l’uccello per il volo» (Giobbe V, 7). La fatica non è per l’uomo quello che è per la bestia, poiché se il cibo è scopo comune ai due, nell’uomo la fatica non sazia l’anima (Ecclesiaste VI, 7). Pena relativa e grazia relativa poiché l’uomo è naturalmente lavoratore e poiché nell’uomo nessuna fatica annulla il dolore del cuore né soddisfa interamente il desiderio.
Il peccato non è nel lavoro, fatto naturale e mezzo di espiazione, bensì nell’insaziabilità di beni materiali. La Bibbia non ammonisce l’homo faber bensì l’uomo essenzialmente economico. È al secondo che essa dice: «Sei polvere, e polvere tornerai», «come nudo uscisti così nudo ritornerai alla terra, poiché come sei venuto così te ne vai»; «a che giovano tante fatiche gittate al vento?» (Giobbe I, 21; Timoteo VI, 7; Ecclesiaste V, 14-15; Genesi IV, 19). La fatica, di per se stessa, è meritoria, sì che l’uomo: «Iddio ha veduto il mio affanno e le mie fatiche» (Genesi XXXI, 42). L’ozio è peccato, punito della povertà e della fame, (Ecclesiastico XXXI, 4; XXXIII, 29; Proverbi X, 4; XX, 13) ed è peccato in quanto corrompe, mentre il lavoro distrae l’uomo e lo allontana dalla bestialità.
I due estremi sono indicati: nell’ozio, che conduce alla miseria e al peccato, e nell’eccessivo lavoro che ha per mira l’arricchimento (Proverbi XXIII, 4). L’uomo - ammonisce la Bibbia - non dev’essere né ricco né misero, né bestia da soma.
Se il lavoro è un dovere, lo è anche il riposo. Non è necessario agitarsi notte e giorno, senza chiuder occhio (Ecclesiaste V, II; VIII, 16). «È vano per voi alzarvi prima che sorga il giorno; levatevi dopo aver riposato, o voi che mangiate il pane del dolore, levatevi dopo che Iddio abbia concesso il sonno ai suoi figli» (Salmo CXXVI, 3,4). L’uomo non deve vivere in meschinità e in tristezza quotidiane, ma mangiare e bere e godere il frutto delle fatiche (Ecclesiaste III, 2; V, 16, 17). Il sabato ebraico è la celebrazione del riposo: «Sei giorni lavorerai affinchè tu faccia tutte le cose tue, ma il settimo giorno è il riposo per il Signore Iddio tuo. Non fare in esso fatica alcuna tu, né il tuo figliolo, né la tua figliola, né il tuo servo, né il tuo bue, né l’asino, o altro animale e nemmeno il forestiero che albergasse fra le tue porte, affinchè il tuo servo o la tua serva possano respirare e si riposino come te, ed abbiano requie il bue e l’asino» (Esodo XX, 9, 10; XXIII, 12; Deutoronomio V, 13, 14).
Spezzato il ferreo cerchio del lavoro dall’umana legge del riposo, l’uomo eleva la condanna divina a necessaria fatica e a dignità propria. Riposandosi al settimo giorno, come il Dio della Genesi, egli si riconosce creatore. Il sabato significa riposo; la domenica è il dies domini. Il primo è giorno sacro al lavoro e al lavoratore, la seconda è giorno padronale e sacerdotale. Il primo è una grazia di Dio all’Uomo, la seconda è un tributo a Dio e al sacerdote. Si legga, o si rilegga, la celebrazione della domenica di Proudhon: il grande proletario che commentò la Bibbia.