Camillo Berneri
Il cristianesimo e il lavoro
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Capitolo II IL CONCETTO CRISTIANO DEL LAVORO

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Capitolo II
IL CONCETTO CRISTIANO
DEL LAVORO

Il concetto evangelico-cristiano del lavoro è giudaico biblico. Non vedo, per parte mia, alcuna soluzione di continuità.

Adriano Tilgher2 affermava in un suo articolo che «definire il concetto che Gesù Cristo si era fatto del lavoro è uno dei compiti più difficili e delicati della critica storica».

Chi non ha considerato quel concetto, correlativamente a quello biblico, è stato condotto a quella unilateralità di interpretazione che faceva, al Sorel definire il Vangelo «un libro dei mendicanti e non dei produttori».

Mi pare arbitrario porre come problema di critica storica quello del pensiero sociale di Gesù. Anche prescindendo dalla questione della sua esistenza non mi pare serio tentare una ricostruzione che non potrebbe avere per base centrale che i Vangeli, posteriori alla sua esistenza, reale o supposta, e trasformati successivamente da correzioni e da interpolazioni.

Tutte le ricostruzioni che ci mostrano un Gesù Montagnard e Saint-simonien (Renan); comunista (Barbusse), individualista (Han Ryner) ecc. non sono che ricostruzioni arbitrarie.

A proposito di esse, lo storiografo Charles Vaudet, nel suo recente libro Le procés du Christianisme, dice che Gesù era ebreo e niente altro che ebreo. «Quanto a definire la sua dottrina, è dubbio che egli ne abbia mai avuta una. Forse non la conosceva neppur lui. Predicando a torto e attraverso, declamando contro quello che esisteva, senza immaginare quello che bisognasse mettere al suo posto. Ben logicamente, del resto, non se ne occupava affatto poiché, secondo lui, il mondo dovendo finire prossimamente, era superfluo occuparsi della sua organizzazione. Gli individui non avevano più che incrociare le braccia, pregare ed attendere il giudizio al quale, lui, Gesù, doveva presiedere».

Che lo spirito ebraico fosse dominato da quel senso apocalittico che ispira i profeti biblici, è un giusto rilievo esaurientemente svolto dal Renan nel suo L’Antechrist, ma sostenere che un pensiero sociale cristiano manchi completamente, o non sia afferrabile, è un errore. Il concetto del lavoro dei Vangeli non si riduce a quello di un’oziosa aspettativa del giudizio del regno di Dio. Il Vangelo non è un libro di mendicanti mistici bensì è il libro di artigiani ebrei.

I re Magi che si prosternano nella stalla al futuro falegname: ecco un mito che in Grecia non poteva sorgere. Il lavoro ha, nel Vangelo, una dignità e una morale.

La predicazione di Gesù sembra, a prima vista, inculcare il disprezzo del lavoro, il fiducioso abbandono alla divina assistenza.

In alcune sette e nel monachismo orientale si determinò una corrente che considerava l’ozio contemplativo come una pratica imposta dal Vangelo, ma non mancarono gli scrittori cristiani che rilevarono che nel Vangelo vi fosse la espressione di un ascetismo più alto. Non è possibile rievocare quelle controversie3 e mi limito a richiamare i passi più significativi dei Vangeli.

Gli uccelli non seminano, non mietono, non hanno granai, eppure Dio li nutre. I gigli non filano e non tessono, eppure Salomone fu vestito al pari di loro. (Malico VI, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31). L’uomo non vale, agli occhi di Dio, più di un passero e di un giglio? Perché temere per il domani? Ad ogni giorno basta la sua fatica, che il pane quotidiano. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Matteo, VI, 11; Luca XI, 3) significa: dacci quel tanto di pane che serve per la vita del giorno. Quello che è condannato è il lavoro mirante alla ricchezza. 4 Lavorare per accumulare ricchezza non si deve (Tessaloni IV, 11). La ruggine e le tignole divorano i tesori accumulati e i ladri se li portano via (Matteo, VI, 19). La ricchezza distoglie l’uomo da Dio, poichè non si possono servire due padroni. Occorre scegliere: o Dio o Mammona (Matteo XIII, 22; VI, 24). La ricchezza non è condannata per se stessa, bensì come nemica della vita spirituale. Gesù ordina agli apostoli di non prendere nulla per il viaggio se non un bastone (Marco VI, 8, 9), ordina al ricco neofita di rinunciare alla ricchezza e proclama che è più facile che un cammello passi per una cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Matteo XIX, 23; Marco X, 23; Luca XVIII, 24-25) perché egli pone un radicale antagonismo tra l’attaccamento ai beni materiali e le aspirazioni spirituali. (Analogamente, non condanna la famiglia ma afferma l’antagonismo tra l’attaccamento familiare e l’apostolato). L’episodio della purificazione del tempio non è tanto la rivolta contro la «spelonca di ladri» quanto contro la profanazione della «casa di adorazione» (Matteo XI, 12, 13; Marco XI, 15, 16; Luca XIX, 15, 16).

Beati i poveri di spirito! - dice il Vangelo (Matteo V, 3) e questo vuol dire: Beati coloro che sono spiritualmente distaccati dai beni della terra. Povero in spirito può essere, il ricco che vive tra i suoi tesori distaccato spiritualmente da essi, mentre può essere assimilabile al ricco il povero che agogna alla ricchezza e che è attaccato alle poche cose che possiede.

L’attitudine di Gesù verso il lavoro è indicata chiaramente dall’episodio di Marta e di Maria. L’una è buona, cortese, servizievole, attiva; mentre l’altra è languida e dotata di spirito speculativo. Maria, seduta ai piedi di Gesù, dimenticava, nell’ascoltarlo, i doveri della vita reale. La sorella, alla quale restavano tutte le faccende domestiche, se ne lamentava. «Marta. Marta! - le diceva Gesù - tu ti curi e ti affanni di molte cose, ma una sola è necessaria, Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta» (Luca X, 38-42; Giovanni XII, 2; XI, 20; Luca X, 38 e seguenti).

Il Nuovo Testamento è animato da uno spirito essenzialmente mistico e nettamente anticapitalista, ma il lavoro non vi è condannato affatto. Anzi vediamo gli apostoli nobilitare la propria missione evangelica, praticando il precetto: «Lavorate con le vostre mani» (Tessalonici IV, 11, 12), nelle fatiche del lavoro. «Voi vi ricordate fratelli della nostra stanchezza e fatica, quando si lavora giorno e notte per non essere d’incomodo a nessuno. Né si mangiò gratis il pane di qualcuno, ma con la fatica, ed a stento lavorammo giorno e notte per non essere di aggravio ad alcuno di voi». (Tessalonici II, 9-22; III, 8, 11, 12).

Questa unione tra la predicazione del lavoro manuale era una tradizione della cultura ebraica. 5

Mentre la frase evangelica: «L’uomo renderà conto persino di ogni parola oziosa» (Matteo VII, 38) si riferisce alla attività generale dello spirito; quella: «Guardatevi dai cani e dai cattivi operai» (Filippesi III, 2) si riferisce al lavoro, riallacciandosi strettamente alla biblica condanna dell’ozio.

Va qui richiamato quello che dicemmo del sabato. Gesù dice che «il sabato è fatto per l’uomo e non già l’uomo per il sabato» (Marco II, 27; Matteo XII, 12; Luca V, 5; XIV, 3) insorge contro il formalismo della legge. L’episodio delle spighe è centrale. «Ed avvenne, in un giorno di sabato, che egli camminava per li seminati, e i suoi discepoli presero a svellere delle spighe, camminando. E i farisei gli dissero: Vedi, perché fanno essi ciò che non è lecito il giorno di sabato?» (Marco II, 23-24). Un egesta cattolico ci avverte: che era allora l’epoca di Pasqua, e uno dei più importanti riti di quella festa consisteva nell’offerta a Dio delle primizie dei cereali. Che l’infrazione alla regola potesse essere aggravata da quella circostanza è possibile, ma i farisei dissero, secondo Marco: «Perché fanno essi ciò che non è lecito in giorno di sabato». Svellere delle spighe è analogo a falciare il grano e allo spigolarlo: è, quindi, quell’azione un attentato al riposo (Sabato), che deve essere concesso, in quel giorno, anche al bue e all’asino, anch’essi lavoratori. Affermare, come Gesù, che è lecito fare del bene in quel giorno anche se tale bene richieda qualche fatica, vale superare il formalismo religioso. Ma se i lavoratori potevano concedere fosse lecito, di sabato, guarire un malato, non potevano non vedere, nello svellere le spighe, un attentato al giorno loro: quello del riposo. L’assolutezza formalista dei farisei faceva appello alla naturale difesa contro l’abuso padronale che poteva innestarsi nell’eccezione alla regola. Gesù e gli apostoli, mentre affermavano il significato profondamente umano del sabato, ne minacciavano l’esistenza.





2 Adriano Tilgher (Resìna, 1887Roma, 1941) è stato un filosofo e saggista italiano [nde]



3 Nel secolo IV dell’era volgare si manifestò l’eresia dei Messaliani, detti anche Euchiti e Entusiasti. Costoro, che rifuggivano da qualsiasi lavoro manuale come non confacente al cristiano e indecoroso per esso, consumavano il tempo pregando e dormendo. (Theodoret; Eccl. hist., IV, II; Haeret. fab., IV, II; D. Jan. Damasc; De tiaeresibus; D. August; De haeres, 57) Agostino (Retract, II, 21) segnala questa stessa tendenza nei monasteri di Cartagine e la combatte nel suo libro De opere monachorun (23. 27).



4 Sant’Anselmo (Enarrationes in Evangelium Matthei, C. VI) e San Giovanni Crisostomo (Hom. XXI in c. Matth. VI) danno questa nostra interpretazione.



5 Sotto il patriarcato di R. Jehuda (260-270) Jannai fondò, ad Àhberi, un’accademia fondata sul principio di accoppiare il lavoro intellettuale a quello manuale. Tutti quegli studiosi lavoravano, nelle ore libere dallo studio, nei vasti possedimenti campestri del maestro.



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