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Capitolo
III
IL CATTOLICISMO
E IL LAVORO
II cristianesimo evangelico non si pose che sommariamente i problemi della vita sociale, ma dovette porseli e risolverli su piani di concretezza la nuova società cristiana, con il tardare della fine del mondo e con il formarsi della Chiesa.
Il cattolicismo antico, ponendosi il problema del lavoro, lo risolve: confermando che esso è imposto da Dio all’uomo come conseguenza e come pena del peccato originale; confermando che esso è mezzo per fare la carità e per sostenere la Chiesa; confermando che esso è necessario come igiene del corpo e dello spirito, che nell’ozio diverrebbero preda dei cattivi istinti e dei cattivi pensieri.
Il Cattolicismo antico nobilita il lavoro come espiazione; come strumento di carità e di fede; come disciplina ascetica. Il disprezzo ellenico delle classi aristocratiche per quelle lavoratrici è del tutto superato. Nei monasteri il lavoro si accoppia alla preghiera; ma il nobile fatto monaco si umilia nel lavoro come nel suo andare scalzo.
Il lavoro è ancora onorato di per sè solo ed è considerato come degno soltanto il lavoro religioso-intellettuale (lettura, copiatura di manoscritti, ecc.) o quello manuale limitato al guadagno di quanto basta all’esistenza. Il lavoro veramente onorato dal Cattolicismo antico è quello del chiostro: a quello laico si guarda con simpatia e carità, ma non gli si tributa onore, poiché esso appare come eminentemente utilitario e come sorgente di attaccamento ai beni terreni.
Un grande passo avanti fa il Cattolicismo medioevale, nella valutazione del lavoro, sul cattolicismo antico.
Le regole monastiche sono particolarmente significative. Quelle formulate da S. Benedetto, nel 520, e che furono adottate da tutte le comunità monastiche dell’Europa occidentale, hanno come carattere distintivo l’insistenza con cui proclamano la necessità del lavoro manuale, considerato come il miglior mezzo per allontanarne i molti mali provocati dall’ozio e dalla solitudine della vita conventuale. Il riconoscimento del valore educativo del lavoro manuale non è certamente quello moderno, ma il lavoro è considerato soltanto come mezzo di espiazione e di disciplina e viene limitato a sette ore giornaliere, venendo così a riconoscere che oltre un certo limite la fatica manuale invece che nobilitante diviene abbrutente.
Una sistematica valutazione cattolica del lavoro la troviamo nella filosofia morale di Tommaso d’Aquino (1225-1274); il doctor angelicus che fu il più influente ed il più grande degli scolastici ed è ancora oggi il più autorevole tra i teologi cattolici.
Nella sua Somma teologica, Tommaso d’Aquino considera il lavoro una necessità naturale; come tale esso non è soltanto un dovere ma anche un diritto. Il lavoro è, con l’eredità, la sola fonte legittima della proprietà e del guadagno. Il lavoro deve essere rimunerato dal giusto prezzo, che è il salario che assicura al lavoratore e alla sua famiglia il minimo di mezzi di esistenza. La fissazione del giusto prezzo è affidata alla suprema autorità politica, che sottrae quella fissazione alle vicende della libera concorrenza. È sul lavoro che si fonda la divisione della società in stati e corporazioni. Il singolo deve rimanere nel proprio stato e nel proprio ordine, continuando il lavoro ereditato dai propri genitori, né gli deve essere concesso di passare da un ordine all’altro per mezzo del suo lavoro.
La teoria sopra esposta non è che la teorizzazione della pratica sociale dei comuni borghesi del tempo ed è teoria medioevale.
La teoria cattolica del lavoro è rimasta sostanzialmente quella formulata da Tommaso d’Aquino (le variazioni apportate sono secondarie): teoria autoritaria, paternalistica e borghese.
Per accedere alle visuali moderne bisogna attendere la Riforma.