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Capitolo
IV
LA RIFORMA E IL LAVORO
Il protestantesimo operò nel concetto di lavoro una profonda rivoluzione spirituale.
Un primo e gigantesco passo in avanti è fatto da Lutero (1483-1546), che fu avverso a rivendicazioni economiche e che, figlio di un minatore, fece da paladino agli interessi dei latifondisti e dei principi. L’uomo Lutero non era avverso al popolo; fu l’amore della Riforma che tradì le ragioni del suo cuore di uomo moderno.
Per lui, come per il cattolicismo medioevale, il lavoro è remedium peccati e naturale necessità, mezzo ascetico. Ma da quelle tradizionali premesse egli deduce che tutti quelli che possono debbono lavorare, che l’ozio, la mendicità, il monachismo contemplativo sono contro natura e che la carità va fatta soltanto agli impotenti al lavoro. Sul lavoro poggia la società; esso è il fondamento della proprietà; è mediante esso che si attua principalmente la divisione degli uomini in classi sociali. Come Tommaso d’Aquino, Lutero considera contrario alla legge di Dio il tentare di passare col lavoro da una professione nella quale si è nati ad un’altra, il cercare di sfuggire ai confini del proprio ordine sociale, ma egli proclama che, nei limiti della propria professione, il lavoro è servizio divino. Chiunque esegue nel miglior modo possibile il proprio lavoro serve Dio e ama il prossimo meglio di colui che pratica la carità.
Già distante dalla valutazione ascetica-monastica e superando il concetto cattolico medioevale di lavoro, Lutero è sulla soglia della modernità. Traducendo in tedesco la Bibbia egli la pose nelle mani del popolo. Il libro della fede divenne la magna charta della rinascita economica europea. Jean Jaurés (L’Armée nouvelle) ha compresa la fecondità di speranze, la suggestione di rivolta, i suggerimenti di autonomia individuale che la Bibbia conteneva per la gente del popolo, oppressa e sfruttata, sì che egli ha scritto, con la sua consueta eloquenza: «È nella lettura della Bibbia, tradotta ovunque in lingua volgare, che i popoli apprenderanno a pensare; nella Bibbia battagliera ed aspra, tutta piena di mormorii, di grida, di rivolte di un popolo indocile il cui Dio, anche quando lo castiga o lo schiaccia, sembra amare la fierezza; in questa Bibbia dove bisogna che gli stessi capi predestinati, persuadano incessantemente gli uomini e conquistino, a forza di servizi, il diritto di comandare; in questo libro stranamente rivoluzionario in cui il dialogo tra Giobbe e Dio si protrae in tale modo che è Dio che ha l’aria di essere l’accusato di non potersi difendere contro il grido di rivolta del giusto che mediante il grossolano fracasso del suo tuono, in quella Bibbia in cui i profeti hanno lanciato i loro appelli all’avvenire, i loro anatemi contro i ricchi usurpatori, il loro sogno messianico di universale fraternità, tutto il loro fervore di collera e di speranza, il fuoco di tutti i carboni ardenti che bruciarono le loro labbra. È questo libro fiero che la borghesia industriale ha messo nelle mani degli uomini, dei poveri lavoratori delle città e dei villaggi, di quegli stessi che erano suoi operai o stavano per divenirli che ha detto loro: «Guardate voi-stessi, ascoltate voi-stessi. Non vi abbandonate agli intermediari. Tra Dio e voi la comunicazione dev’essere immediata. Sono i vostri occhi che devono vedere la luce, è il vostro spirito che deve intendere la sua parola».
Che la Bibbia fu un lievito per la coscienza popolare lo dimostra la storia delle correnti cristiano-comuniste che si determinarono in seno al protestantesimo là dove esso penetrò in larghi strati proletari.
La rivoluzione spirituale che si espresse in Lutero fu condotta a mutazione da Calvino (1509-1564), che proclamerà che non l’ozio contemplativo è segno dell’elezione, bensì l’azione; che le opere non salvano, ma danno la ratio cognoscendi dell’elezione. Se Calvino supera il concetto di lavoro come remedium peccati è perché egli sta su di un gradino più alto nella scala storica, a petto al cattolicismo medioevale e a Lutero. Il concetto calvinista del lavoro (la cui modernità è stata ampiamente illustrata da Bernstein, da Max Weber e da Ernest Troeltsch) è, in gran parte, la teorizzazione di un bisogno collettivo. La esaltazione industriale del calvinismo non è che il riflesso dell’ascesa capitalista e della condizione oggettiva dei protestanti.
A ragione il Sombart, nel suo Capitalismo moderno, ha indicato nell’eterodossia religiosa la grande scuola dell’impresa capitalistica. Esclusi gli eretici (ebrei e protestanti) dalla vita pubblica, l’attività economica non poteva non polarizzare i loro sforzi.
All’epoca della rievocazione dell’editto di Nantes gli Ugonotti francesi dominavano, a Sedan, l’industria del ferro, nell’Auvergne e a Bordeaux l’industria della carta, in Bretagna e in Normandia quasi tutta la tessitura del lino, e prevalevano nell’industria serica di Tours e di Lione, nell’industria laniera della Linguadoca, della Provenza, della Champagne, del Delfinato e dei dintorni di Parigi. Controllavano l’industria delle trine e quella enologica e detenevano esclusivamente il commercio del vino nella Guyenne e le piazze commerciali di Alencon, Metz, Rouen, Caen, ecc.
I profughi della diaspora protestante fecondarono industrialmente grande parte dell’Europa, dell’America del Nord e dell’Australia. Il protestante emigra, il protestante dissoda, il protestante fonda industrie. Sono gli esuli protestanti di Lucca e di Locarno che creano le fiorenti industrie tessili di Zurigo e di San Gallo. Il telaio diviene uno strumento di conquista più potente della spada del Crociato. Il tempio protestante sorge là dove risuonano le officine impiantate da protestanti. L’emigrazione, la ricchezza è difesa, il lavoro è tutt’uno con la seminagione religiosa.
Nella teoria calvinista il lavoro oltre che un riflesso di questo attivismo industriale e commerciale dei protestanti è anche un riflesso, come accennammo, della formazione dello spirito capitalista. Lavorare si deve - insegna Calvino - non per godere dei risultati edonistici delle proprie fatiche ma per instaurare il Regno di Dio. I frutti del lavoro vanno investiti in nuovo lavoro e non sterilmente conservati in inerte risparmio od accresciuti mediante usura. Si può essere dediti al guadagno ma si deve anche essere instancabili nel lavoro e parchi nell’uso dei frutti che ne derivano. L’acquistata ricchezza deve essere considerata un mezzo sociale, per lenire miserie ed aumentare la profusione. La ricchezza, insomma, è, per Calvino, simbolo e mezzo del lavoro.
Il lavoro divino non è, per lui, un lavoro qualsiasi, occasionale, saltuario, trascurato. Non si deve lavorare per lavorare, bensì lavorare metodicamente, razionalmente. E si deve scegliere la professione che renda di più, sia a noi che alla società. I Puritani, giudaizzanti, disprezzeranno il lusso, ma esalteranno i beni materiali come simbolo della produzione.
L’etica calvinistica del lavoro è così profondamente connessa con lo spirito capitalista (che non è, bene inteso, lo spirito dei capitalisti), che Ford teorizzante è prossimo a Calvino.