Camillo Berneri
Il cristianesimo e il lavoro
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Capitolo V IL RINASCIMENTO E IL LAVORO

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Capitolo V
IL RINASCIMENTO
E IL LAVORO

L’umanesimo condusse ad una distante ma parallela concezione, richiamando nelle Ateni italiche l’ideale sociale della più piena civiltà greca. Questo ideale capitalistico-ellenico del Rinascimento è così indicato, con grande precisione, mi pare, dal Burckhardt: «un mondo in cui la cultura intellettuale e la ricchezza sono già ovunque la misura del valore sociale, ma in cui l’influenza della ricchezza non è riconosciuta che in quanto permette di consacrare la vita alla cultura ed a servirla in grande».

La Riforma ha per tipo ideale di ricco un Ford cristiano; il Rinascimento italiano ha per tipo ideale di signore un mecenate magnifico.

Lo spirito del Rinascimento appare nettamente attivistico. L’uomo è celebrato come homo faber, la vita è considerata come volontà di potenza, il mondo è guardato come teatro della storia umana.

Giordano Bruno (1548-1600) celebra il lavoro come attività, in netta opposizione all’ozio accidioso e alla contemplazione sterile. Nello Spaccio, è l’Ozio che vanta la fortunata infanzia del genere umano, quando questi non aveva bisogno di lavorare ed era libero dagli affanni e dagli inquieti desideri. A lui Giove risponde che l’uomo ha le mani e il pensiero per usarli, che è suo dovere creare una seconda natura. L’età dell’oro è l’età della oziosa stupidità, essendo la necessità e le difficoltà un bene poiché ad esse sono dovuti i successivi sviluppi intellettuali e morali dello uomo. Bruno è lungi da Ovidio ed anticipa il sogno modesto del Faust goethiano. Egli afferma che la dignità di Dio sulla terra è rappresentata dal lavoro e che mediante le industrie e le arti l’uomo si allontana dall’animale e si avvicina a Dio. La profonda religiosità di Bruno riconduce alla antica fusione del concetto di lavoro come pena e del concetto di lavoro come grazia e mezzo di redenzione.

Bruno, tra Marta e Maria, sceglie Marta; e dice con Matteo: «l’uomo renderà conto persino di ogni parola oziosa».

L’attivismo del '500 supera la concezione aristocratica della scienza. Il disprezzo ellenico per le applicazioni pratiche della speculazione scientifica è superato. Archimede, che, a quanto dice Plutarco, non volle mai scrivere nulla che riguardasse le sue macchine, fatte per desiderio del re di Siracusa, considerando la meccanica e in generale ogni arte esercitata per bisogno come vile, è sconfessato da Leonardo da Vinci e da Galilei. Negli spiriti colti il disprezzo per il lavoro manuale era sparito perché l’industria era entrata nel mondo italico con imponenza di sviluppo.

Harold Höffding, scrivendo degli italiani di quei tempi, osservava che: «L’utilizzamento pratico delle energie della natura accrebbe la conoscenza dei loro modi di azione e risvegliò il desiderio di trovarne le leggi» e che «l’apparire di un Leonardo o di un Galilei può soltanto comprendersi se si riconnette con l’industria italiana», ma ancora l’importante è il fatto che «al fine di procurarsi i mezzi per il potere e per la magnificenza i signori dovettero proteggere le arti e l’industria, e d’altra parte i cittadini si misero decisamente con tutta l’energia sulla via di una sapiente e fervida attività nel campo del lavoro e delle invenzioni industriali».

Già Leon Battista Alberti (1404-1472) interrogava assiduamente i lavoratori manuali sui loro rispettivi mestieri e il Rabelais (1483-1553) mandava Gargantua a visitare fabbriche e cantieri. Il lavoro industriale era entrato nella sfera della cultura e la più aderente conferma alle sopracitate osservazioni dell’Höffding ce la fornisce Galileo Galilei (1564-1642) che incomincia i suoi Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze con questa osservazione del Salviati, il principale personaggio del dialogo: «Largo campo di filosofare agli intelletti speculativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi, signori veneziani, ed in particolare di quella parte che meccanica si domanda; atteso che quivi ogni sorta di strumento o di macchina vien continuamente posta in opera da numero grandi di artifici...». Al che risponde Sagredo: «Vostra Signoria non s’inganna. Ed io, come per natura curioso, frequento per mio diporto la visita di questo luogo e la pratica di questi che noi, per certa preminenza che tengono sopra il resto della maestranza, domandiamo proti; la conferenza dei quali mi ha più volte aiutato all’investigazione della ragione di effetti non solo meravigliosi, ma reconditi ancora e quasi inopinati».

E a questo punto mi arresto, per aprire il primo libro della Metafisica di Aristotele e leggervi questo passo: «Chi conosce l’arte è considerato come più «sapiente» dell’uomo semplicemente sperimentato. E ciò perché il primo conosce le cause e il secondo no. Gli uomini di esperienza sanno spesso quello che avviene, non perché avvenga; chi invece conosce l’arte conosce anche il perché, cioè la causa. Per questa ragione, per esempio, i direttori dei lavori sono considerati come più sapienti degli operai, in quanto conoscono le cause di ciò che questi fanno, mentre gli operai, come se fossero cose inanimate, agiscono senza sapere quello che fanno, allo stesso modo, per esempio, il fuoco brucia. La sola differenza fra i due casi è questa che, mentre le cose inanimate agiscono per proprietà ad esse insite, gli operai agiscono per abitudine. Chi li guida è ritenuto più sapiente non tanto perché sappia fare più di loro, ma perché conosce le ragioni o le cause di ciò che essi fanno».

L’operaio di Aristotele è un semiautoma, l’operaio che conversa con lo scienziato del '500 è già sulla via della conoscenza delle cause. L’industria ha già creato un nuovo tipo di operaio: il meccanico. Mentre l’Alberti e Maffeo Vegio (1407-1457) si limitarono a consigliare ai giovani benestanti di apprendere un mestiere per premunirsi contro eventuali rovesci di fortuna, il pedagogista Silvio Antoniano (1540-1603) illustra l’importanza dell’istruzione professionale; e del perfezionamento della tecnica industriale è notevole cultore, primo o tra i primi di questa scienza nuova, Orazio Lombardelli (1540-1608).

Bruno, poi, ci stupisce con la modernità dell’associazione, informativa e formativa, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, associazione che soltanto nella seconda metà del secolo XVIII doveva trovare, nel filantropismo tedesco, esponenti chiari e vigorosi. Così parla Giove alla Sollecitudine:

«Non voglio che possi dividerti; perché se ti smembrerai, parte occupandoti all’opre de la mente, e parte a l’oprazioni del corpo, verrai ad essere defettuosa a l’una e l’altra parte; e se più addonarai a l’uno, meno prevalerai ne l’altro verso: se tutta inclinerai a cose materiali, nulla vegni ad essere in cose intellettuali, e per l’incontro» : «ha determinato la provvidenza, che (l’uomo) vegni occupato ne l’azione per le mani, e contemplazione per l’intelletto; de maniera che non contemple senza azione, e non opre senza contemplazione».

Bruno giunge perfino a concepire la possibilità di un lavoro manuale spiritualizzato e piacevole, precorrendo Fourier di ben due secoli. Nello Spaccio è il commento ingegnoso ed acuto dell’antica parola toscana: fatica senza fatica, che la costituzione della Reggenza del Carnaro volle inscritta nella «santa lampa » ardente nel santuario civico a rappresentanza della decima corporazione, riservata al popolo «in travaglio e in ascendimento». Il labor sine labore bruniano è del tutto espresso dove Giove, assegnando alla «Diligenza, over Sollecitudine; la qual ha ed è avuta per compagna de fatica» il seggio lasciato vacante in cielo dal domator di mostri Perseo, così la esorta: «Infervora tanto l’affetto tuo, che non solo resisti e vinci te stessa, ma, ed oltre, non abbi senso della tua difficoltade, non abbi sentimento del tuo essere fatica; perché cossi la fatica non deve essere fatica a sé, come a se medesimo nessun grave è grave. Però non sarai degna fatica, se talmente non vinci te stessa, che non ti stimi essere quel che sei, fatica... La somma perfezione è non sentir fatica e dolore, quando si comporta fatica e dolore... Ma tu, fatica, circa l’opere egregie sii voluttà e non fatica a te stessa; vegni, dico, ad essere una medesima cosa con quella, la quale fuor di quelle opre e atti virtuosi sia se stessa non voluttà, ma fatica intollerabile».

Ed il lavoro che Bruno celebra è, come avverte Bertrando Spaventa, quel «processo per cui l’uomo attua la ricchezza di tutte le sue facoltà e nella varietà degli effetti che produce oprando liberamente e conforme alla legge, acquista la piena coscienza di se medesimo e si riconosce e si ritrova nella opera sua, è il lavoro in generale».

Dopo tanta modernità di vedute bruniane non ci meraviglieremo che nello Spaccio sia detto che l’ozio va considerato e goduto come necessaria antitesi del lavoro e che fatica e riposo dovrebbero formare un ritmo naturale.

Ma è nei romanzi comunistici della Rinascenza, nei quali, come bene osserva Arturo Labriola «il pensiero contemporaneo socialistico ritrova il punto di avviata delle sue nuove costruzioni ideologiche», che si delinea la moderna concezione del lavoro nella sua dignità e nei suoi diritti.

Tommaso Campanella (1568-1639), contemporaneo di Bruno, conduce l’attivistico spirito del Rinascimento alle sue conseguenze egualitarie. Se il lavoro è la suprema dignità dell’uomo, è sul lavoro che deve basarsi l’ordinamento sociale. Nella sua utopica Civitas solis non vi è posto per l’ozio né per il privilegio; in essa non vi è cleronobiltà. Gli abitanti della Città del Sole considerano ridicolo che gli operai non siano considerati una classe nobile quanto ogni altra.

Il lavoro è assegnato a seconda delle capacità ed ognuno riceve dal prodotto delle sue fatiche la parte adeguata al bisogno ed al merito. È abolita ogni proprietà privata ed il lavoro è ridotto al necessario, sì che tutti gli uomini possano elevare il proprio spirito.

«Nella città di Napoli vi sono ora 70.000 uomini; di essi appena da 10 a 15.000 lavorano e questi soccombono sotto il peso di un lavoro giornaliero e periscono (prematuramente), mentre il rimanente degli uomini si abbandona all’ozio o cade preda della stupidità, dell’avarizia, delle malattie, della voluttà e della sete di piacere. Ma nella Città del Sole, dove funzioni, arti, lavori ed occupazioni vengono ripartite fra tutti gli uomini, ognuno ha appena bisogno di lavorare quattro ore del giorno; egli può trar vantaggio del tempo che gli rimane per procurarsi nel modo che gli aggrada saggi e cognizioni, per discutere, leggere, discorrere, scrivere, o dedicarsi a dilettevoli esercizi dello spirito e del corpo».

Il lavoro appare, qui, non più una pena eterna ed un mezzo di espiazione, ma come una necessità ed una dignità compensate e completate dal riposo.

È l’affermazione del diritto al riposo più ancora di quella del diritto al lavoro quella che segna il sorgere del pensiero socialista.

Tommaso Moro, nella sua Utopia (Louvain 1546) ci mostra una società in cui tutti lavorano, in cui tutti hanno diritto a scegliere il proprio mestiere e in cui tutti lavorano sei ore al giorno: tre nella mattinata e tre nel pomeriggio, con l’intervallo di due ore di riposo. Gli abitanti di Utopia vanno al lavoro come ad una festa, ne ritornano al suono di strumenti musicali. Otto ore accordano al sonno, e nelle ore di riposo hanno sale di lettura, giardini, sale di musica e gioco per sfuggire alla noia.

Visioni che hanno i colori di un’alba serena. Splenda sul mondo redento e non sopra città ideali e sopra isole fiabesche quel giorno! Ancora più ampio orizzonte, più vasto cielo, più libere e più giuste città e più liete: così annunciano le Utopie, stelle che impallidiscono e pure palpebrano ancora.

Rinascimento: parola vasta e sonora. Non abbastanza vasta, forse, per indicare il parto di un nuovo mondo; ma vi è dentro un passo da gigante. Il lavoro cinta la corona di gloria, cominciava, infatti, a marciare verso il sole.


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