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Capitolo
VI
LA DIGNITÀ DEL LAVORO
Il concetto di lavoro diventò il concetto chiave del mondo moderno quando l’attività economica lo spinse al primo piano della vita sociale.
La curva di sviluppo di quel concetto è individuabile nettamente quando quel concetto si affranca delle premesse teologiche. Ma allora si apre un campo sconfinato, poiché poliedrico è l’aspetto della religione del lavoro per il lavoro. Tanto poliedrico che non possiamo che indicare alcune tappe principali del suo sviluppo e coglierne alcuni aspetti essenziali.
Con La favola delle api di Mandeville (1706) si sviluppa quella sintesi dialettica tra la virtù ed il vizio intesi asceticamente già raggiunte dallo Spinoza, nella sua Etica e nel suo Tractus politicus. Spinoza separa il misticismo dalla morale ascetica e preannuncia il pragmatismo. Mandeville laicizza il calvinismo proclamando che si deve sì lavorare per guadagnare e guadagnare per lavorare, ma non perché risplenda meglio la maestà divina, bensì perché sempre più prosperoso e rigoglioso sia il corpo sociale. Con Mandeville il lavoro diventa verbo a se stesso. L’uomo non si rende caro a Dio mediante il lavoro, ma diventa egli stesso divino nel lavoro.
La religione del lavoro ha, nel secolo XIX, il suo mistico razionalista: Proudhon. Per lui il lavoro è la più alta dignità dell’uomo, è un sacrificio in cui la vittima e il sacerdote sono fusi essendo fusi la necessità e il volere, la pena e la grazia.
«L’uomo è lavoratore, vale a dire creatore e poeta: egli emette delle idee, dei segni; pur rifacendo la natura, egli produce con il proprio fondo, egli vive della propria sostanza, ed è questo che significa la frase popolare “vivere del proprio lavoro”... Il lavoro è una emanazione dello spirito». Lavorare, è spendere la propria vita. Il lavoro è, per il Proudhon, inteso come missione, come forma di eroismo, come atto di devozione verso un principio eterno, come legge universale.
La dignità del lavoro come una corona di lauro sulla fronte dello schiavo dell’officina e del campo; e Proudhon, familiarizzato con la miseria, rimasto nel popolo con orgoglio, artigiano contento del proprio mestiere, moralista passionale e dialettico, esalta il lavoro con quel senso eroico che gli fece esaltare la guerra antica.
Con Proudhon, è Zola che svolge fino alla più ampia e moderna concezione la laicizzazione del lavoro. Così parla Luca, in Travail: «Il lavoro è la vita stessa, la vita è un continuo lavoro delle forze chimiche e meccaniche. Dopo che il primo atomo si è messo in moto per unirsi agli atomi vicini, la grande bisogna creatrice non ha cessato, e questa creazione che continua, che continuerà sempre, è come il compito stesso dell’eternità, l’opera universale alla quale veniamo tutti ad apportare la nostra pietra. L’universo non è esso un immenso atelier dove non vi è mai disoccupazione, dove gli infinitamente piccoli fanno ogni giorno un lavoro gigantesco, dove la materia agisce, fabbrica, partorisce senza tregua, dai semplici fermenti fino alle creature più perfette? I campi che si ricoprono di biade lavorano, le foreste nel loro lento accrescimento lavorano, i mari svolgenti i loro flutti da un continente all’altro lavorano, i mondi trasportati dal ritmo della gravitazione attraverso l’infinito lavorano. Non vi è un essere, non una cosa che possa immobilizzarsi nell’ozio, tutto si trova trascinato, messo all’opera; forzato a fare la sua parte dell’opera comune. Chiunque non lavora, sparisce per questo, è respinto come inutile ed ingombrante, deve cedere il posto al lavoratore necessario, indispensabile. Questa è l’unica legge della vita, che non è in fondo che materia operante, una forza in perpetua attività, il dio di tutte le religioni, per l’opera finale di felicità della quale portiamo in noi l’imperioso bisogno»...
«E quale mirabile regolatore è il lavoro, quale ordine apporta, dovunque egli regna! Egli è la pace, la gioia, com’è la salute. Resto confuso, quando lo vedo disprezzato, avvilito, considerato come un fastidio ed un obbrobrio»...
«E quale ammirevole organizzatore egli è, come regola le facoltà intellettuali, il gioco dei muscoli, il compito di ogni gruppo nella moltitudine dei lavoratori! Egli sarebbe di per sé solo una costituzione politica, una polizia umana, una ragione d’essere sociale. Noi non nasciamo che per l’alveare, ognuno di noi non apporta che il proprio sforzo di un istante, noi non possiamo spiegare la necessità della nostra vita che per il bisogno che la natura ha di avere un operaio di più per compiere la propria opera. Qualsiasi altra spiegazione è orgogliosa e falsa. Le nostre vite individuali sembrano sacrificate all’universale vita dei mondi futuri. Non vi è felicità possibile, se noi non la riponiamo in questa felicità solidale dell’eterno lavoro comune. Ed è per questo che vorrei fosse finalmente fondata la religione del lavoro, l’osanna al lavoro creatore, la verità unica, la salute, la gioia, la pace sovrana».
È Zola che parla in Luca. La conclusione: «L’unica verità è nel lavoro, il mondo sarà un giorno quello che il lavoro l’avrà fatto» è uno degli aforismi centrali del pensiero sociale di Zola, uno dei temi predominanti della sua opera ciclopica.
L’idea del progresso, imprecisa o annebbiata ancora nel settecento, benché a svolgerla fossero pensatori come Vico e Pagano, come Turgot e Condorcet, come Herder e Lessing, come Kant, è nei pensatori dell’ottocento rettilinea e luminosa. Il progresso appare soprattutto come progresso morale, con i caratteri di una precisa attività: il lavoro.
Giovanni Vidari (Etica e Pedagogia), filosofo positivista dei tempi nostri, ci mostra il lavoro meritevole di aver condotto la filosofia dal suo cielo alla terra, del che fu lodato Socrate, che la tradizione ci presenta scultore, ossia artista-artigiano.
«Il lavoro largamente produttivo sotto l’azione e la direzione del pensiero scientifico, è il grande fatto sociale, che si svolge in forme sempre più grandiose nel secolo decimonono. Ed è per esso che l’uomo, applicando le leggi medesime della natura, riesce, in seguito a una doppia riflessione, a dominarla e a servirla sempre meglio a’ suoi crescenti bisogni: in seguito, dico, a una doppia riflessione, perché alla prima contrassegnata dalla scoperta della proprietà e dalle leggi naturali, segue quella onde esse vengono dominate e adoperate a beneficio umano. E il lavoro poi rappresenta come il terzo stadio a cui arriva questo processo di emancipazione e dominazione insieme della natura, e lo stadio per cui esso si fa più immediatamente sensibile. Onde sorge naturalmente il pensiero, per chi appena si ripieghi con l’attenzione ad abbracciare il processo nella sua interezza, che esso appaia, come veramente è, una conquista progressiva.
Ma oltre questo aspetto interiore del lavoro, ve n’è anche uno esteriore, che è quello più comunemente osservato e che pure conduce al medesimo risultato di far germinare dal proprio seno la idea di progresso. Dal lavoro moderno infatti nascono quegli ampliamenti e miglioramenti della vita civile in tutte le sue forme, che per la loro stessa rapidità, estensione, intensità impongono per molte vie alle menti quel concetto; e il lavoro si svolge per forme di mutua dipendenza, di concatenazione e allacciamento delle parti e dei suoi momenti, per cui ogni passo compiuto in avanti sembra una vittoria acquistata in modo certo e definitivo; e il lavoro infine, rivolto com’è alla soddisfazione di sempre insorgenti bisogni, non si sente avvinto alla tradizione e al passato, ma lancia sempre avanti nel futuro lo sguardo. Quando poi a tutte queste considerazioni si aggiunga l’altra che, cioè, la rapidità degli avanzamenti distanzia facilmente le età anche più vicine, e tanto più la presente dalle remote in cui mancava il lavoro produttivo e organizzato; quando, dico, si raccolgono tutte le riflessioni suggerite dalle forme moderne del lavoro, si capirà come l’idea del progresso siasi così largamente diffusa e profondamente radicata nelle coscienze, tanto da costituire, non pure il motivo preferito delle predicazioni tribunizie, ma anche il centro e la spina dorsale di quasi tutte le moderne concezioni filosofiche della società e della storia, a cominciare da quella di A. Comte e di G. F. Hegel, e venendo a quelle di H. Spencer di C. Marx».
In un suo articolo, Adriano Tilgher rilevava la medesima influenza del lavoro sul pensiero contemporaneo e scriveva, tra l’altro: «L’applicazione della tecnica alle quotidiane occorrenze della vita e insieme lo svincolamento di essa dal piano della natura, il suo librarsi su un piano di pura astrazione inventiva, sono cose ignote all’anima antica, rifuggente dal mondo della materia, ma essenziali all’età moderna, operante sul mondo della materia. Da pura contemplazione teorica, da nuda passiva osservazione, la scienza diventa esperienza, dialogo tra lo spirito che interroga e la materia che è obbligata a rispondere, tortura inflitta spietatamente alla natura perché si pieghi alle esigenze dello spirito. La scienza sperimentale procede di pari passo con lo sviluppo del macchinismo: ne è la condizione e, insieme, la proiezione ideologica.
Il macchinismo è nell’ordine tecnico il riflesso che è il risparmio nell’ordine economico. Come qui la ricchezza è investita produttivamente a produrre nuova ricchezza a sua volta investita a produrre altra ricchezza, e così all’infinito, così la macchina è impiegata a produrre oggetti a loro volta impiegati a costruire macchine più perfette e potenti, che dominino meglio e più prontamente la materia. La macchina genera così se medesima. Nella macchina di oggi rivivono capitalizzate e pure come momenti ideali, negate nella loro indipendenza, ma assorbite come elementi, le macchine del passato. Si potrebbe raffigurare lo sviluppo della tecnica negli ultimi quattro secoli come un immenso processo di autogenerazione di un organismo di macchine, che, a differenza degli organismi materiali non ha confini, e virtualmente può estendersi all’universo, e ha per scopo di triturare la materia del mondo, di ridurla fluida e plastica violentabile in tutte le guise secondo gli scopi umani. L’uomo appare a se stesso artefice di capacità demiurgica illimitata. Da queste esperienze sgorga, e su di esse influisce intensificandole, l’ideologia del progresso illimitato per mezzo della scienza. Concetto, questo, affatto ignoto al mondo antico e medioevale: risparmio, macchinismo, progresso sono fenomeni culturali concomitanti e condizionantisi a vicenda. E nel primo fiammeggiare delle speranze l’uomo non concepisce limiti alla sua capacità demiurgica: non v’è cosa che egli non potrà conquistare, non v’è cosa che egli non potrà vincere, il tempo, lo spazio, la malattia, la povertà, la vecchiaia, la morte.
Sotto l’influsso di questa ideologia il concetto di lavoro da umile concetto subordinato diventa centrale e capitale. A poco a poco l’economia politica concepisce come lavoro ogni attività economica, dando così un’estensione universale al concetto di lavoro manifatturiero. Ma l’accento cade sempre di preferenza sul lavoro come teorica intesa a trasformare il mondo secondo i fini dell’uomo, sul lavoro industriale o industrializzato».
Si potrebbe citare molti altri filosofi contemporanei (Bergeson, ad es.) che hanno lumeggiato questa mistica del lavoro che caratterizza il concetto odierno di progresso.