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Capitolo VII LA DIGNITÀ DEL LAVORATORE | «» |
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Capitolo
VII
LA DIGNITÀ
DEL LAVORATORE
Nella mistica del lavoro, riflesso del prevalere dell’attività pratica su quella speculativa ed estetica, occorre distinguere due tendenze principali: l’una, liberale-borghese, esalta il progresso economico come opera dei «pionieri della industria», l’altra, socialista, esalta quel progresso come il frutto delle fatiche e dell’intelligenza dei lavoratori.
Il Manifesto dei Comunisti (1848) è sul crinale delle due tendenze. Marx ed Engels concedevano, infatti: «La borghesia, dopo il suo avvento appena secolare, ha creato delle forze produttive più numerose e più colossali di quelle create da tutte le generazioni passate prese insieme. La dominazione delle forze della natura, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi, il dissodamento di continenti interi, la canalizzazione dei fiumi, delle intere popolazioni uscenti dalla terra come per incanto, quale secolo anteriore avrebbe previsto che così grandi forze produttive dormissero in seno al lavoro sociale?».
Come più socialista è quella pagina di F. S. Merlino sulla gloria del lavoro, pagina che non posso esimermi dal citare interamente tanto mi pare luminosa di verità e calda di profondo spirito umanitario.
«L’accumulazione materiale dei mezzi universali di produzione, di capitali e della ricchezza, non è e non è mai stata un fatto del capitalista e del proprietario. Se noi volgiamo il nostro sguardo indietro nella storia, il mondo ci apparisce a un dato punto deserto: chi lo ha popolato, chi vi ha edificato, chi ha prodotto tutta questa congerie di mezzi di vita e di produzione ulteriore è il lavoro.
Qui la vanità dei governanti ha fatto costruire piramidi, anfiteatri, palagi; lì l’interesse della difesa ha comandato che si aprissero strade attraverso le foreste, si scavassero canali attraverso i territori, e si fabbricassero ponti e acquedotti, si erigessero cittadelle o posti avanzati e si fondassero colonie. E poi il lusso, appannaggio e decoro della dominazione, e l’ingordigia di accumulare ricchezze, e il bisogno sempre più vivo di investigare e di conoscere, e altri simili motivi hanno indotto l’uomo a creare o a far creare una quantità straordinaria di mezzi, di utilità, di aiuti al lavoro. Una parte, è vero, di queste utilità si è universalizzata, una certa rugiada di prosperità si spande sopra la società tutta quanta, ma la massima parte del risparmio del lavoro va a rifluire verso la proprietà individuale, centro d’attrazione d’ogni utilità.
Così queste macchine, che risparmiano tanto tempo al lavoratore e alla società tanto impiego di forza umana, che aumentano la capacità produttiva dell’operaio e la capacità di godimento del consumatore, che appianano le disuguaglianze, che resi valicabili i monti e navigabili i mari versano con facilità e comodità i prodotti di un paese in un altro, e coi prodotti i produttori, ed assimilano le varie specie di lavoro, hanno reso universale il dominio del monopolio ed equipesante su tutti i popoli e su tutti gli operai.
Ora chi ha operato tutto questo risparmio od accumulazione? Il lavoro. Chi ha costruito le mura delle città? Chi ha elevato i templi agli dei falsi e bugiardi? Chi è penetrato nelle viscere della terra per cavarne tesori? Chi ha eseguito le più grandi fatiche che sono rimaste nella storia come monumenti non si sa più se di gloria del lavoro o di infamia del dispotismo e della barbarie umana? Chi se non i sudra, i paria, gli iloti, gli schiavi di tutti i colori e di tutte le età?
Furono questi che gittarono le fondamenta delle città: furono essi che le fortificarono e difesero dai nemici. Furono essi che affrontarono i pericoli e gli stenti inseparabili dai primi tentativi di colonizzazione. Furono del loro sangue inzuppate le zolle di terreno, furono i loro cadaveri che si videro galleggiare sulle acque. I beni che noi abbiamo ereditato dai nostri padri sono sudori loro coagulati, cristallizzati.
Il lavoro adunque ha prodotto e risparmiato tutto ciò che vi è di umano al mondo: il Guerriero, il Sacerdote, il Capitalista non han fatto che inghiottirne i frutti e i risparmi. Tutte le strade, gli edifizi, le grandi opere, le scoperte stesse sono opera dell’instancabile lavoratore, il quale le ha prodotte lui, e spesso a prezzo della vita. Invocare il risparmio a favore del capitalista, è insultare alle fatiche, alla miseria ed ai martiri degli operai».
Lo sforzo massimo e centrale del pensiero socialista e la sua nota caratteristica è in questo condurre il proletariato in primo piano e in piena luce. Da Coubert a Pellizza da Volpedo nella pittura, da Meunier a Van Biesbroeck nella scultura, da Whitman a Rapisardi nella poesia, da Zola a Verga nel romanzo, da Pisacane a Kropotkine e a Wells nella storiografia: è tutto un inno al proletariato, raffigurato nella potenza ciclopica dei muscoli incordati o nella livida e scarna pietà di Ecce Homo; esaltato come alacre Atlante della civiltà e come Ercole infrangente troni ed altari descritto nel fragore dell’officina e nell’affocata vastità dei campi, nell’ombra infernale dalla miniera e nell’alta ariosità dell’impalcatura edilizia, nell’angustia dell’abitazione e nella corrotta atmosfera della bettola, nella quotidiana fatica e nella rivolta, nelle sue ira feroci e nelle sue epiche generosità, nelle sue bassezze servili e nelle sue dignità preannuncianti l’avvenire.
L’operaio specializzato si impone all’attenzione degli economisti, e Carlo Cattaneo può scrivere che «le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fili alle umili fatiche dell’officina, elevandole ad insolita dignità». Se ai primi del '700 il Ramazzini era, con il suo classico trattato De Morbis Artificum, solitario precursore della patologia del lavoro, fin dalla prima metà dell’800 già ampia e poderosa era la letteratura trattante delle malattie proprie ai proletari. Dalla patologia del lavoro, dall’enorme sviluppo della fisiologia del sistema nervoso, dagli studi sulla secrezione interna doveva Angelo Mosso trarre, dimostrando una la forza motrice e uno il processo catabolico, l’equivalenza fisiologica e chimica della fatica manuale e di quella intellettuale, equivalenza già intuita dal Lavoisier e confermata nelle sue più ampie deduzioni egualitarie dai più moderni fisiologi.
La pedagogia è venuta anch’essa, sulle orme della fisiologia e della psicologia sperimentale, a riconoscere l’intellettualità del lavoro manuale. Mentre ancora nel secolo XVIII (eccezione fatta per Basedow, per Herbart e per Froebel) il lavoro manuale era considerato soltanto in rapporto all’utilità sociale, ossia era considerato come problema di istruzione professionale, nel secolo XIX si diffuse, ed acquistò un preciso valore pedagogico, il lavoro manuale educativo, che costituisce una delle caratteristiche principali della didattica contemporanea.
Questo andare della letteratura, delle belle arti e della scienza verso il proletariato fu, essenzialmente, dovuto ad un moto di pietà. Fu il volto terreo dei vuotatori di latrine di Modena e dei vetrai di Murano che spinse il Ramazzini ad occuparsi delle malattie proletarie, fu la pietà per i servi della gleba siciliani che fece del Rapisardi l’aedo della rivoluzione sociale, fu da un profondo interessamento per i minatori che nacque Germinal.
Nel secolo XIX il proletariato è la persona dramatis per quasi tutta la cultura europea ed americana. Il socialismo, fenomeno borghese, aristocratico e piccolo borghese come dottrina, nacque come populismo. Filantropico ed illuminista, il socialismo richiamò il proletariato su se stesso.
Nelle raffigurazioni artistiche, nel romanzo sociale, nelle statistiche e nelle descrizioni della miseria proletaria, la classe lavoratrice trasse maggiore coscienza della propria schiavitù. Si acuì in essa il senso della propria inferiorità sociale. Il lavoro apparve al lavoratore come una dignità ma anche e soprattutto come una pena enorme.
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