Primo Uccellini
Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
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APPENDICE.

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APPENDICE.

 

 

 

CINQUE MESI DI CARCERE

NEL FORTE DI BORMIDA

 

 

I padroni d'Italia, come quelli di Francia sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta scavarono fosse profonde, e nell'angolo piú oscuro di esse scrissero a caratteri di fango «Pei seguaci della Libertà».

 

Amico del Popolo, N. 180.

 

Sicut erat in principio et nunc....

 

Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la mia bibita - prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.

Ma l'uomo propone ed il destino dispone - quindi l'Arcangelo Gabriele che aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino - mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai, a lui mi rivolsi - già mi era alle calcagna - e gli dissi:

- In che posso favorirla?

- Abbia la compiacenza di venir meco.

- Sono ai suoi ordini.

Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al fianco - e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello della prigione.

Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del mio arresto.

Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io non sapeva concepirlo - come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché l'aveva piú volte percorsa.

Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo - che guarda ed esamina attentamente gli oggetti che tiene - che li sequestra, e li consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.

Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi sul tavolo d'ufficio - poi stesi le braccia in alto per agevolare al carceriere l'adempimento del suo incarico.

Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole - al numero otto - Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino - tirò fuori le chiavi del numero indicato - e datomi sulle spalle il sacco di paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo - e fatti alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio assegnatomi.

Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè angusto, basso, umido - gettai il sacco lungo il muro di facciata alla porta - diedi un'occhiata alla parte21 opposta, e dal lume della luna che penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci, il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio - e da ciò compresi che erano cavalli vecchi - è questo il nome che i carcerati si sono imposto. Per non restare dritto come un palo, spinsi il sacco contro il muro - lo schiacciai colle ginocchie per togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo - e mi vi distesi sopra cosí abbigliato com'era.

Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente - quello dei congiunti piú di ogni altro turbavami - ma seppi presto quietarlo, persuadendomi che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, se conosceva il motivo del mio arresto - e mi pentiva di non avergli risposto « che lo conosco - e sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio sforzo - sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio» - e m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:

- Oh! un nuovo cavallo.

Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi sensitivi dell'odorato - e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non tardai a chiudere gli occhi al sonno.

Suonavano le quattro quando mi destai - e il giorno era abbastanza avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro camerati - essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto - e potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida tempra.

Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar spazio - indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto - da ultimo infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del cappello - e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta. Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero - e nel vedermi installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi - forse a causa dei panni che mi coprivano - forse anche perché i modi e i lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro - e qui bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel giudicare dalle fisonomie.

Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si rinnova di tre in tre ore - si opera sempre in presenza del capo o del sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e netto - poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.

Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in due pagnotte - l'una si nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga - l'altra metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che per la sua pessima qualità ha il nome di sbobla. La seconda serve di cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di far tanto d'occhi per ingoiarla.

Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi - ecco un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.

Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di occuparmene io pure - poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che si recò la sbobla, la quale valse a distrarci alquanto - poi giunse il mio pranzo che in gran parte si divisero - e poco dopo fui trasferito nel numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può esimersi dall'osservare.

La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna sempre un perfetto comunismo.

La nuova camera era un paradiso in confronto della prima - grande, ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le quali trovai alcuno di mia conoscenza - perciò lo spirito, sbarazzatosi dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi mangiando soavemente a cena coi camerati - poi fumato uno zigaretto mi stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque del mattino:

- Si alzi - a momenti si parte.

- Per dove?

Niuno rispose.

Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna - e dovei chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.

Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:

- Scusate - mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.

- Non s'inganna punto - io sono addetto dappoi vari anni al loro consorzio.

- Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.

Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto - invece mi s'imbrogliarono maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla politica.

Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.

Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia - io me ne stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata - in ogni angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti - saggia precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si concentra - e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto, caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo sportello aperto.

A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del convoglio, nel passaggio della sala della stazione - e guardati a vista dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi dei curiosi - ed intesi queste parole:

- Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?

Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de' nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col latte - ed a me porse qualche denaro.

Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in Monte - poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra gente di galera e come essi trattati.

Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri nauseanti insetti. - Non si creda però che un tristo procedere ci sconcertasse - anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una coscienza senza macchia.

Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni, mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:

- Le allenti un poco se è possibile - vede bene che io sono vecchio....

Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.

- Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito - cosí va bene.

Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno imperativo d'imitarmi.

Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano, soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto crudele - mai vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.

Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati - ed ecco come.

Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al numero dei carcerati.

- Che importa? disse il brigadiere - che una cella serva per due, ed anche per tre se occorre.

E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a chiave.

Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile - e dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni verso.

- È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati - ho provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene infliggere - mai ne ho provato uno eguale.

Poco dopo s'intese a gridare:

- Brigadiere! fate fermare la vettura - uno de' nostri è caduto in grave svenimento - non piú segno di vita - aiuto per carità.

Sapete qual fu la risposta del brigadiere?

- Che crepino quanti sono - una ciurma di malfattori di meno.

Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi. Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida. - Quando egli discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.

Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani con due piccole ali ai fianchi - ogni piano conta undici cameroni - nello spazio di uno di essi havvi l'ingresso - ogni camerone può contenere sedici letti - ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata nell'interno da' cristalli - i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a volta - lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per deporvi panni, vasi ed altro - nell'estate sono altrettanti covaccioli di cimici - sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che in queste le sbarre sono di ferro - cosicché il carcerato resta sempre in vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse al Fisco - ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune guardie subalterne - quella di servizio non abbandona mai il corridoio. - La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di linea, comandata da un ufficiale.

Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che modo. - L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa dormendo - ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio, o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o aprendo e chiudendo con fracasso le porte. - Un altro rompitesta ci veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le sentinelle ripetevansi a vicenda - e perché ci colpissero bene le orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora di mandarle fuori.

Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale a quello che si somministra ai galeotti - . Le pagnotte erano sempre fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio, non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi - una lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo - né valsero reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.

Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato, doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia, specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali - ed in quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.

Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo - uno solo di entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore - egli cadde in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio. Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera, non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare un poco d'aria fresca - ma chi osava aprire la finestra di notte, ben sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?

Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione, constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla filantropica professione che esercitava - e ciò fu un tristo preludio alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna - anzi siffatte asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo fine di accusarlo d'imperizia - e per indurlo ad una seconda visita piú accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo - cosí erasi tra l'incudine ed il martello.

Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni sforzo per levar loro da dosso trista infezione - fra i mezzi adottati all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi per non incorrere mai in disgrazie.

Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero rispettati i retti dettami della Giustizia.

Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.

Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi attribuire al fatto un colore meramente politico - e allora dissi fra me:

- Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in trista faccenda.

E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone22 influenti del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei cittadini che la compongono - quindi consideravasi come un nido di sediziosi e come un continuo fomite di disturbi - e posso dire che chiari mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.

In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice insisteva a dirmi:

- Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze, ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso della parola miglioramento sociale, da me usata nel precedente esame - poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci.

A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49 - che non aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di pubblica ragione colla stampa - che la espressione miglioramento sociale spiegavasi da sé, né potendo denotare cambiamento non doveva essere di pregiudizio a chicchessia - e che la Società avendo sempre agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la costituivano.

In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio Berghinzoni - se apparteneva alla Unione democratica - e quali relazioni io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel processo con serii aggravi - anzi dallo spirito delle inchieste mi parve di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio accennato. - Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni - che era addetto alla ricordata Unione - che io non aveva con lui alcuna relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun grado - che di rado interveniva alle adunanze - e che stava perciò per essere rimosso dalla medesima - la qual cosa giovava ad escludere quegli eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa.

Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul mio - perciò mi astengo di darne contezza.

Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria, l'apostolo Giuseppe Mazzini.

- Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica - né di Mazzini, né di Mazzoni - io appartengo ad una Società che ha dei nomi che meglio si capiscono.

- E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di rinvenire qualche cosa che lo appaghi.

- È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione della Mercede.

- E quale è il suo programma?

- Eccolo - e trasse fuori un lungo rosario, oggetto insequestrabile - perciò gli era rimasto in tasca - e per spiegarsi piú chiaramente aggiunse che era una istituzione santa creata nello scopo di procurare la salute eterna dell'anima.

Con due brevi interrogatori a ciascuno diedesi compimento al processo - e sebbene si fosse cominciato tardi, in capo a due mesi potevasi benissimo sbrigare la nostra causa. Ma ne erano scorsi piú di quattro senza risultato. Alla fine poco dopo la metà di ottobre con tre spedizioni successive si sgombrò il Forte - la prima di dodici detenuti, fra i quali io era compreso, venne diretta alle carceri di Ravenna - le altre due in quelle di Lugo e Faenza.

Nel ritorno fummo trattati come nell'andata, cioè incassati nelle celle, stretti dalle manette, e gettati negli stabiali che chiamansi camere della corrispondenza. Si fece però nel retrocedere una fermata di piú, la quale ebbe luogo nelle prigioni di Castel Bolognese, ove pernottammo. La benevolenza degli amici di quel paesetto, dimostrataci con atti i piú cortesi, ci confortò di tutte le angosce sino allora sofferte.

Altra splendida prova di amore ci porsero i nostri cittadini nel giungere tra loro - essi vennero in folla ad assistere alla nostra discesa nella stazione della ferrovia, esprimendoci i sensi della piú sincera esultanza nel rivederci, e stringendoci la mano con inesprimibile tenerezza - cosí energicamente protestavasi contro le ingiurie usateci - cosí dimostravasi col fatto «che le prigionie arbitrarie sono, come dice Lamartine, corone civiche per gli uomini dabbene

Dalla stazione fummo condotti in omnibus alle carceri, ed ivi tenuti sino al 5 novembre, nel qual giorno ci fu concesso di rientrare nel seno delle nostre desolate famiglie.

Questa relazione scritta alla buona, senz'astio e senza offesa, è per coloro che decantano ancora le gioie del sistema che ci regge, affinché possano trarre dei fatti quelle verità che la passione loro occulta. Sappiano bene «che non v'è Nazione senza il rispetto alla libertà individuale - che essa è la base di tutte le libertà e di tutti i diritti - e se la base non è solida tutto si sfascia. E sventuratamente piú noi gridiamo, piú gli agenti dell'Autorità sembrano compiacersi nel calpestare questa libertà tanto necessaria

 

P. Uccellini.

 

 

 





21 Nell'originale "parta". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



22 Nell'originale "pergone". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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