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ANTECEDENTI FINO AL 1848
La reazione europea, soffocata che ebbe, la rivoluzione nel sangue, chiuse in una tomba la libertà e vi pose a guardia papi, re, gesuiti, dottrinari, moderati ed un esercito di sgherri. Ma non aveva spenta l’idea, non conquistato lo spirito nuovo, e la libertà rovesciò la pietra sepolcrale e sorse come l’aurora che precede il sole. Al suo apparire, austera e fulgida di nuova vita, i popoli si scossero dal lungo letargo, e dall’Alpi al mare si alza il grido di Viva l’Italia.
I primi albori, periodo di preparazione, come dice il Ferrari, apparirono nella gazzetta che intitolavasi il Conciliatore. Il vasto ingegno e la profondità delle dottrine degli scrittori Sismondi, Gioia, Romagnosi, Silvio Pellico, Confalonieri ed altri, ne valutavano la bontà e lo scopo; ma la polizia austriaca non assonnava, e il giornale fu sospeso. I liberali, giudicando dalle ire del governo impossibile la propaganda col mezzo della educazione, presero la via delle cospirazioni. Più ardenti erano i Carbonari, essi inclinavano per l’azione; dicevano: «Sia pur sfortunato il successo, ma perciò le nostre condizioni peggioreranno? No, per dio! che nè più abbattuti, nè avviliti noi possiamo essere. Se non che è da vigliacco temere sfortunati gli eventi con tante forze che può unire insieme l’Italia. Un’ira generosa, qualunque ne sia l’esito, non fu mai vergogna; del resto, leviamo l’armi e vinceremo».
Prime a sollevarsi furono le province napolitane. Il 2 luglio 1820 due ufficiali, Morelli e Silvati, a capo di pochi soldati e Carbonari gridavano: viva il re! viva Dio! Viva la Costituzione! La sommossa si fece generale ed il re, per natura codardo, impaurito accorda e giura la costituzione e si fregia degli emblemi della Carboneria. Ma nell’animo aveva fermo il tradimento, non credendo delitto lo spergiuro, perchè niuna forza, di dovere, a suo dire, lega i re verso i soggetti.
Ai moti delle provincie napolitane seguirono quelli del Piemonte, d’accordo coi cospiratori di Lombardia e dei Ducati. Essendo sorti fra i rivoluzionari consigli contrari sui mezzi e sul quando, Santa Rosa tolse a dire: «I mezzani partiti non sono da rivoluzione; se patteggi coi re non distruggi il dispotismo, perchè la loro fede non ha legge che dalla necessità; ardore e forza di braccio faranno per noi l’ufficio di duce; e la grandezza degli eventi farà animo ai valorosi, paura ai contrari. I rivolgimenti vogliono audacia di opere: sbatti d’un colpo i re e la rivoluzione è sicura». Vinse il dire di Santa Rosa e si consultò sui mezzi della guerra. Alcuni furono di pensiero di dare un capo alla rivoluzione e designavano il principe Carignano, altri s’opposero dicendo: lui essere ignorante, ma fino alle simulazioni, astuto e perciò da aversi in sospetto, l’indole non buona, l’animo gretto, gusti sempre plebei, talvolta feroci, dissipatore e lascivo. Prevalse il consiglio: il San Marzano, Santa Rosa, Collegno chiesero ed ottennero segreto abboccamento col Carignano. In quel colloquio lo additarono a campione di libertà e fondatore della nazione italiana; nè altro rimaneva che deliberare fra l’onore dell’impresa e l’infamia dell’abbandono. Era lusinghiero quel dire e Carlo Alberto promise e giurò fede.
Il dì seguente si bisbigliava che Carlo Alberto disdiceva l’impresa e rinnegava ogni promessa. A chiarire la cosa i cospiratori mandarono il Collegno per scoprire la mente del principe. Ed egli rispondendo con mentite parole, il Collegno, perduta la pazienza, lo schiaffeggiò, come avrebbe fatto a codardo fellone1.
Ciò non pertanto i cospiratori non si perdettero d’animo e spinsero il popolo a tumulto e a gridare: Viva la Costituzione. Il re e la regina si tenevano perduti e mandarono il principe Carlo Alberto a trattare coi ribelli. Carlo Alberto presentatosi ai rivoltosi chiese loro d’onde quel procedere. Gli fu risposto: «Giuri il re la costituzione e noi poseremo l’armi». Di ritorno, per via fu apostrofato con queste parole: vè il traditore. L’ira gli infiammò nel petto, dissimulò e rientrato fra le squadre di cavalleria, con accento feroce ordinò: caricate, accennando col dito, quella canaglia. I soldati, devoti al loro mestiere, ammazzarono uomini, donne e fanciulli.
La rivoluzione incalzava ed il re Vittorio comprese che aveva di fronte gravi pericoli e, d’animo timido, risolse d’abdicare ed offrì la reggenza al principe Carlo Alberto. Il principe non aveva nè il senno, nè la potenza di domare gli eventi e s’apprese al partito di stare in attesa, se gli convenisse di tenere coi liberali o gettarsi in braccio all’Austria. Mentre con artifici e bugiarde parole tentava ingannare i liberali ed il popolo che tumultuava, si presentano alcuni del Corpo Municipale e gli dicono: «Principe, non siete più libero di concedere o di negare: masse giù in armi v’impongono la costituzione ed esse sono più potenti di voi; assentite ai desideri comuni e subito cadranno gli sdegni e l’armi».
Il popolo stava affollato intorno al palazzo impaziente e con animo deciso, quando compare Carlo Alberto ed annunzia data la Costituzione. Frattanto i liberali in Alessandria preparano ogni cosa alla guerra e, venuti in sospetto che Carlo Alberto nutrisse neri propositi, mossero alla volta di Torino; ma il principe negò di riceverli e, per coprire il tradimento nomina a ministro Santa Rosa e nella stessa notte fugge, tradisce e ripara in Austria. Da Milano, fieramente beffeggiato dagli austriaci, passò a Modena e non ricevuto dal duca nè dal re Carlo Felice, si rifugiò a Firenze cercando con pratiche religiose occultare le lascivie notturne. Non bastava l’ipocrisia per amicarsi i re, emigra in Ispagna e s’intruppa nell’armata rivoluzionaria.
La rivoluzione era agonizzante. Da Milano Confalonieri annunciava che gli austriaci erano fortissimi, gioventù e popolo intimoriti dai rigori della polizia. Il re Carlo Felice aveva sete di sangue, ma prima di passare alla violenza usò gli inganni, trattò cogli insorti, promise clemenza ed una monarchia temperata. In questo frattempo gli austriaci passano il Ticino ed occupano Novara, spingendosi fino a Casale. I liberali non si sgomentano, ma sopraffatti da forze maggiori si ritirano sopra Alessandria centro delle loro forze. Al primo scontro sono vittoriosi, ma un drappello di cavalleria, nuovo alle armi, fugge dal campo, si dà qua e là e narrando cose false, spargendo il terrore e gettando lo sgomento nelle schiere, l’armata dei liberali in un baleno si discioglie. Rimaneva ancora Genova, ma mancò l’ardore ed ai capi della sommossa, dolorosa necessità, non restava che l’esilio. I più passarono in Ispagna a combattere per la libertà; Santa Rosa, cacciato da ogni Stato, passò per ultimo in Grecia dove morì combattendo per la libertà.
Subito dopo seguirono le carneficine, le carcerazioni e le condanne in Piemonte e Lombardia. Di Milano, Confalonieri, Silvio Pellico, Pallavicini e moltissimi altri. Di Mantova, Ferrari Giuseppe, Moro Gaetano, Arrivabene Giovanni, Baguzzi Baldassare, condannati in contumacia; Magotti Antonio e Bartarrini Giovanni a tre anni di carcere, Manfredini Luigi e Albertini Cesare a 20 anni.
Sotto le ceneri del ’21 proruppero faville e i moti furono incessanti. Nel ’31 le Romagne scossero il giogo papale; ma la sommossa caduta in balìa ai dottrinari ed ai moderati pusilli ed inetti, che persuadevano il popolo alla quiete, fallì; e quelle provincie furono invase dagli austriaci, Francesco IV di Modena tradisce i congiurati e consegna Menotti al boja austriaco. Dopo questi fatti cadde la benda delle illusioni, l’alleanza coi principi e le teorie dei dottrinari, e sorse la Giovine Italia.
Falliti i moti nel centro d’Italia, Mazzini, già affiliato alla Carboneria, veduti i difetti di quella Società, concepì nelle carceri di Savona, il pensiero di creare una nuova associazione di giovani militanti col pensiero e con l’azione e sul principio del ’32 fondò la Giovine Italia. Scopo dell’associazione era di costituire l’Italia nazione, una, indipendente, sovrana. Suoi mezzi, la guerra d’insurrezione per bande, la rivoluzione dopo la vittoria, e per ultimo fine la fratellanza e la libertà di tutti i popoli.
L’associazione era repubblicana ed unitaria.
Le dottrine della Giovine Italia si possono riassumere in questi precetti:
Ogni privilegio è violazione dell’uguaglianza.
Ogni arbitrio è violazione della libertà.
Ogni atto di egoismo è violazione della fratellanza.
Mazzini, dirigendosi ai giovani, dava loro questi ammaestramenti: «La vostra gloria sta nel grido che i vostri padri bandivano al mondo: guerra ai re e pace ai popoli! Oggi non vi è slancio possibile se non si rinnovano gli uomini, i sistemi e le cose: se non si commuove il popolo con una vasta idea d’incremento e d’utile; che diritti e doveri siano riconosciuti uniformi, che ogni uomo partecipi, in ragione del suo lavoro, al godimento dei prodotti risultato di tutte le forze sociali poste in attività.
Era dovere di ogni affiliato di diffondere questi principii, svolgerli con gli scritti e provvedere ai mezzi per preparare l’azione.
La propaganda dell’idea rigeneratrice si diffuse rapidamente in tutta Italia. Furono stabiliti comitati in ogni provincia e col mezzo di commessi viaggiatori si teneva viva la corrispondenza e diramavansi fra gli affiliati, il popolo e l’esercito istruzioni ed i fascicoli del giornale la Giovine Italia.
Questi scritti eloquenti, dettati da un’anima ardente, passionata, ispirata da un santo amore di patria, elettrizzarono la gioventù; raccolsero in un fascio le forze vive, ispirarono l’audacia nell’azione, l’eroismo nella lotta e la virtù nel sacrificio.
Mazzini, impaziente d’azione, si recò a Lione, ove si facevano apparecchi di guerra contro l’Austria dai repubblicani francesi e dai fuorusciti italiani e polacchi. Ma ad un tratto il re della borghesia Luigi Filippo, deposta la maschera di re rivoluzionario, imprigionò e cacciò in esilio i cospiratori e fece quanto avevano fatto i principi d’Italia, il Borbone, Carlo Alberto e Francesco IV di Modena. Gli esuli si raccolsero a Ginevra e formarono il piano della spedizione della Savoja ed elessero a comandante il generale Ramorino. L’indugio frapposto dal Ramorino e per ultimo il tradimento (spia di Luigi Filippo) fecero fallire quella spedizione preparata con tanta cura e tanti sacrifici. I governi, spaventati da tanta audacia, inferocirono ed i cospiratori rivoluzionari furono perseguitati e colpiti di bando. Mazzini si rifugiò a Londra e cospirando cogli scritti e colle opere, tenne ancora viva la sacra fiamma della libertà in attesa del momento opportuno dell’azione.
La scintilla, alimentata dal grande agitatore, infiammava i liberi e forti animi apparecchiati alla morte o alla vittoria e l’Italia non patì più la quiete del sepolcro. Il fermento cresceva ed insorsero, nel ’27 Catania, gli Abruzzi e le Calabrie nel ’40, Cosenza nel ’42. I fratelli Bandiera, precursori di Pisacane e di Garibaldi, sbarcarono con venti altri compagni in Calabria; traditi dalla guida Bocheciampe, sono circondati dalla truppa regia e fatti prigionieri, ed il 25 [25 luglio ’44 ] furono fucilati a Cosenza. Seguirono altri moti, altre carneficine, finchè quei moti, tutti rivolti alla liberazione della patria, eccitando gli animi a forti propositi ed il pensiero trasformandosi in azione, presero forma reale, prelusero al movimento generale del ’48. Lo spirito nuovo erasi diffuso in tutta Europa ed il mostruoso edificio alzato con tanta arte e tanto sangue dalla santa alleanza era scosso e screpolava da ogni parte. Si entrava nel periodo di rivoluzione. In questo stato di cose moriva Gregorio XVI e le provincie dello Stato pontificio sorsero a tumulto e chiesero riforme. Nel breve termine di tre giorni che i cardinali erano a conclave fu eletto, a preferenza dell’astuto Lambruschini, il cardinale Mastai-Ferretti, che assumeva il nome di Pio IX. La rivoluzione incalzava e minacciava Roma e i principi e il nuovo pontefice, stretto dagli eventi, promulgò l’amnistia, chiamò gli esuli in patria e aperse le prigioni ai condannati politici, e suo malgrado fu travolto nel torrente rivoluzionario. Parve che sorgesse un’era di pace, che si riconciliassero il Papato e l’Italia, la religione e la libertà, dimenticati i delitti dei papi. Era inganno.
Frattanto la corte di Torino brigava coll’aristocrazia lombarda, la quale vedendo addensarsi la bufera, e cercando un rimedio, si era rivolta al re sabaudo, all’uomo del ’21 e del ’34, come quello che la poteva salvare dalla rivoluzione. Nobili, ricchi e dottrinari si strinsero attorno al re Carlo Alberto e, dapprima derisi, ottennero poi vaghe promesse a patto di rispettare la Chiesa. L’abate Gioberti voleva emancipare l’Italia colla teologia e fondare la nazionalità sul papato. Balbo, D’Azeglio, Durando e tutta la setta dei dottrinari andavano predicando che il tempo delle insurrezioni e delle rivoluzioni era passato e che l’indipendenza della patria si sarebbe ottenuta senza battaglie e senza sangue; che si fidasse nel senno e nel braccio di Carlo Alberto, il cui animo era altamente occupato della italiana redenzione e raccomandavano l’ordine e la quiete.
Prevalsero per un momento le imposture giobertiane e dei dottrinari, ma la rivoluzione segue il suo genio e sfugge l’inganno. Domenico Romeo di Calabria, uomo di mente e d’azione, aveva ordita una vasta congiura ed il 29 agosto del ’47 iniziò il moto col grido di viva Italia. Il 30 settembre Messina risponde al moto delle Calabrie. I palermitani reclamarono la loro costituzione e minacciano di sollevarsi il 12 gennaio se non venivano esauditi i loro voleri; ed all’alba del giorno 12 presero le armi, combatterono e vinsero. Al generale borbonico Majo che domandava quali fossero i desideri del popolo, il Comitato rispose: «Il popolo non deporrà le armi, nè cesserà le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in parlamento, in generale parlamento adatterà ai tempi la costituzione che da molti secoli ha posseduto, che fu riformata nel 1815 e col decreto dell’11 dicembre 1816 fu confermata». Contemporaneamente insorsero le città di Messina, Catania e Trapani; e la gioventù di Napoli, fregiata dei colori nazionali, percorreva la via di Toledo al grido di Viva la Costituzione. Palermo aveva cacciati i regi e proclamavasi indipendente. A Roma il popolo chiedeva le riforme e l’armamento della guardia civica e le continue dimostrazioni e le grida di avanti, avanti allarmarono la corte romana che risolse di chiedere l’intervento austriaco e l’occupazione di Ferrara; ed il Sanfedismo congiura e prepara nelle tenebre la controrivoluzione. Il popolo vegliava. Ciceruacchio, che gli eventi avevano fatto capo-popolo e ordinatore di dimostrazioni a favore di Pio IX, concepì sospetti e scoprì la congiura dei Sanfedisti. Rivelato il complotto al popolo questi, tumultuante ed indignato, chiede la Costituzione. Pio IX non può più retrocedere, nè resistere ed è costretto di ordinare l’armamento della guardia civica e promulgare le riforme. Alcune parole pronunciate in senso equivoco dal cardinale Ferretti, manipolatore delle riforme, sono tradotte dalla fazione antirivoluzionaria in quelle di fuori i barbari; e da quel giorno prevalse la teoria dell’indipendenza e Pio IX la spiega con queste parole: «Qual pericolo sovrasterà all’Italia se un vincolo di gratitudine e di fiducia, non corrotto da veruna violenza, congiunga insieme la forza dei popoli con la santità del diritto? Ma noi massimamente, noi capo e pontefice della santissima cattolica religione, forsechè non avremo a nostra difesa, quando fossimo ingiustamente assaliti, innumerevoli figliuoli che sosterrebbero come la casa del padre, il centro della cattolica unità? Gran dono del cielo è questo fra tanti doni con cui fu prediletta l’Italia, che tre milioni di sudditi nostri abbiano duecento milioni di fratelli d’ogni nazione, d’ogni linguaggio. Questo fu in altri tempi e nello scompiglio di tutto il mondo romano, la salute di Roma, questa sarà sempre la sua tutela finchè nel suo centro starà questa apostolica sede». In queste parole stava l’inganno. I duecento milioni di fratelli si invocavano per difendere il papato calpestando, occorrendo, l’Italia. Il popolo, educato a tutte le imposture che vengono dall’alto, applaudì, e Pio IX fu acclamato il salvatore mandato da Dio a redimere l’Italia. Gli avvenimenti incalzavano. Pio IX stimolato dal vicino, promulga uno statuto che era la negazione del diritto costituzionale e benedice l’Italia. Leopoldo di Toscana lo segue, ultimo re di Sardegna. Tutti i principi hanno ceduto agli imperiosi voleri del popolo.
Ad accendere maggiormente gli animi, il 24 febbraio la Francia rovesciava la monarchia e cacciava quel re come si caccia un servo infedele e promulgava la repubblica, democratica dapprima, reazionaria poi; dappoichè la rivoluzione fu annunciata, non fatta; attaccata la forma del dispotismo, non il dispotismo. Causa per cui la democrazia non fu rivoluzionaria, fu il principio di cui era imbevuta sulla natura e sugli effetti del progresso. Fu l’errore di sostituire un sistema ad un altro sistema, la ricerca dell’assoluto mentre solo i fatti hanno autorità. Rispettò l’autorità del papa, che è la negazione del pensiero ed il prete, come genio malefico sorto dalle viscere della terra benedice l’albero della libertà innalzato dai rivoluzionari sulle barricate del 24 febbraio. Sostituì alla forma monarchica altra forma e la chiamò repubblica, che altro non era che una monarchia senza re. Mantenne il governamentalismo e la centralizzazione, potenza assorbente, che spegne la libertà individuale. Nell’ordine economico seguì lo stesso errore, rimpiazzò le istituzioni demolite per altre istituzioni e gettò nelle masse l’idea di una nuova organizzazione del lavoro; mentre la perfezione economica risiede nell’indipendenza assoluta dell’individuo, come nell’ordine politico risiede l’indipendenza assoluta del cittadino.
Gli uomini del governo provvisorio della repubblica furono sinceri democratici, di una probità a tutta prova, pieni d’onore e di scrupoli, schiavi della legalità, ma non osarono spingere la rivoluzione sulla via diretta del vero progresso. La reazione dominante nell’assemblea legislativa, nell’armata, nella magistratura, in tutti i rami della pubblica amministrazione, si impadronì della situazione e nella giornata del 14 luglio mitragliò il popolo sovrano, che domandava il diritto al lavoro, ordinò la spedizione di Roma, sanzionò l’aggressione del 2 dicembre e l’assassinio della Repubblica.
La proclamazione della repubblica in Francia spaventò tutti i principi d’Italia, sconcertò tutti i piani dottrinari, dei moderati, dei ricchi e di tutto il servidorame di corte. Tutti costoro non intendevano che di cambiare di padrone e combattere la rivoluzione, contro la quale sentivano il bisogno di difendersi. Essi temevano che la rivoluzione alleandosi con la plebe, questa volesse riacquistare le patite usurpazioni e ricorsero alle insidie; e siccome manipolatori esperti, fra le tante di queste, crearono quella che l’Italia fa da sè e respinsero gli aiuti della Francia repubblicana.