Francesco Siliprandi
Scritti e memorie
Lettura del testo

MEMORIE STORICHE E POLITICHE DEL CITTADINO FRANCESCO SILIPRANDI

INSURREZIONE LOMBARDO-VENETA

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

INSURREZIONE LOMBARDO-VENETA

L’Europa è in fiamme. La rivoluzione si propaga a Berlino, a Baden ed in altre città germaniche e Vienna stessa, il santuario della reazione, insorge.

Alla sera del 17 marzo erasi diffusa in Milano la voce che Vienna era insorta, che il governo aveva ceduto, e concesso l’abolizione della censura, la libertà di stampa ed altre riforme. Alla mattina del 18 fu un agitarsi insolito di popolani e poi si videro drappelli di giovani armati di pistole, di fucili e di bastoni percorrere le vie con bandiere a tre colori gridando: Viva Italia. Dalle dimostrazioni si passò alla via dei fatti, si barricarono le vie, furono disarmate le guardie di palazzo del governo ed alcune uccise. In quel primo conflitto Cernuschi si presenta al governatore, O’ Donnel e gli intima di firmare tre decreti, che egli stesso detta: armamento della guardia civica, abolita la polizia, ogni potere al Municipio; e lo conduce seco prigioniero. La lotta era cominciata; il rombo del cannone ed i colpi di fucile risuonavano da ogni parte; le campane suonavano a storno, la gentil Milano erasi trasformata in un campo di guerra. Il quartier generale d’insurrezione, dapprima scoperto, viene trasferito in casa Taverna e la stessa notte si asseragliarono le porte e la casa messa in stato di difesa. Il secondo e terzo giorno si combatte dalle barricate, dalle finestre, dai tetti, senz’altra direzione che quella inspirata dal genio rivoluzionario e dall’eroismo del popolo che vuole o libertà o morte.

Fin dal primo giorno Radetzky, il vecchio guerriero della Santa Alleanza, colonna dell’impero, era fuggito codardamente in castello e da quel baluardo della tirannide minacciava la città di saccheggio e di sterminio, se non fosse ritornata all’ubbidienza del suo imperatore. Ma un popolo giganteggia di eroismo e di virtù, se dominato da una grande idea e gli insorti risposero alle spavalderie del soldato imperiale col dare l’assalto al palazzo del genio ed ai posti principali, col caricare i battaglioni croati cacciandoli in fuga, sgombrando la cinta interna della città e aprendo comunicazioni con la campagna.

Mentre il popolo combatteva con tanto eroismo, il corpo municipale, vecchio servidorame di corte, pauroso della vittoria popolare, trattava col parlamentario, mandato da Radetzky, le condizioni di un armistizio. Il Casati lo avrebbe accettato se non si fosse opposto energicamente il Cattaneo; ed al Borromeo che insisteva per l’accettazione adducendo a motivo che il popolo mancava di vettovaglie, il Cattaneo rispose che quand’anche pur si dovesse mancare di pane, meglio era morir di fame che di forca.

Si pubblicò tosto il rifiuto della sospensione d’armi, senza far cenno delle insistenze del Casati e del Borromeo per risparmiarli allo sdegno del popolo col seguente manifesto:

«Cittadini! la bandiera italiana sventola a Porta Nuova.

«I cittadini vi si fortificano e fanno prodigi di valore.

«Le truppe non osano avvicinarsi. Costanti, saremo vincitori e liberi.

«Non vi stancate di far barricate lungo il corso di Porta Orientale e di Porta Nuova, siccome sono le posizioni che più premono ai tedeschi.

«Fra un giorno o due i nostri nemici lasceranno questa terra sacra ai buoni italiani.

«Ogni cittadino rimanga questa notte alle proprie barricate, le custodisca, le rinforzi, che Iddio protegga la nostra causa, ed in questo modo conserveremo i vantaggi.

«L’armistizio offerto dal nemico è stato rifiutato. Coraggio e perseveranza; la vittoria è immancabile.

Il Consiglio di Guerra: Cattaneo - Cernuschi - Tersaghi - Clerici».

Era necessario di dar notizia ai vicini della lotta coi nemici e chiedere soccorso; e si pensò di mandare in aria palloni che portassero i proclami. In uno di questi si diceva:

«Fratelli! La vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al castello ed ai bastioni. Accorrete; stringiamo una porta fra due fuochi e abbracciamoci.

Il Consiglio di Guerra

Si fabbricarono cannoni di legno cerchiati di ferro, si faceva polvere e cotone fulminante e lo si annunciava al popolo coi proclami seguenti:

«Cittadini! Si vanno fondendo bombe e cannoni. Rimanderemo alla tirannide straniera le sue palle con suvvi scritto: Libertà italiana».

E poco dopo:

«Prodi avanti! La città è nostra; il nemico si raccoglie sui bastioni per avviarsi alla ritirata. Fategli premura, tormentatelo senza riposo; questa notte tutte le porte devono essere bloccate. Ottomila uomini raccolti dalle campagne stanno per darvi la mano; le truppe straniere domandano tregua: non lasciate tempo a discorsi. Coraggio; finiamola per sempre.

Il Consiglio di Guerra

Mentre si spingeva la lotta ad oltranza e si teneva in pugno la vittoria, un lacchè di corte, il conte Martini, inviato dal re Carlo Alberto, proponeva che se si voleva far dedizione del paese a quel re, l’esercito suo verrebbe immediatamente in aiuto. Cattaneo, prendendo la parola, disse: «Signori, il giorno della politica non è questo; abbiamo trovato intempestivo ieri pronunciare la repubblica; non è meno intempestivo il pronunciare quest’oggi il principato. Dacchè Dio ci manda la libertà, teniamola almeno per qualche giorno. Vi è dunque così molesto d’essere, una volta in vita vostra, padroni di voi? Iniziate l’era novella col rispetto a tutti i diritti e a tutte le riunioni e col rispetto anche alle illusioni generali della gioventù, almeno fintanto che essa sta combattendo per voi. Quando l’avremo finita col nemico, quando la causa sarà vinta, allora potremo come nelli altri paesi liberi, dividerci in quante parti mai vorremo».

Il servidorame di corte tornò alla carica, insistendo sull’immediata dedizione a Carlo Alberto. E Cattaneo di nuovo: «Se con Carlo Alberto volete far patti, non è il momento; sareste come il povero alla porta dell’usuraio. Se voleste darvi senza patti, nessuna maggiore imprudenza. Come mai fidarsi ad un principe che vi ha già traditi un’altra volta e che in questo momento vi lascia qui, sotto la mitraglia?».

Mentre si discuteva, il Martini incalzava il Casati a dichiarare immantinente un governo provvisorio, che facesse la dedizione a Carlo Alberto. Il Casati ed il Borromeo non sapevano decidersi, ed allora il Martini si rivolse al Cattaneo sollecitandolo a comporre un governo provvisorio che facesse formale dedicazione, dal re Carlo Alberto desiderata ed aspettata. «Sa ella – disse il Martini – che non accade tutti i giorni di poter prestare servigi di questa fatta ad un re?». Ed il Cattaneo gli rispose che il far servigi ai re non era cosa di sua portata: e che del resto teneva fermo doversi invitare tutta la nazione al rifiuto.

La lotta nell’interno della città era ormai finita e la vittoria certa, e bisognava prendere una decisione. Tersaghi e Cernuschi, a loro volta, sollecitavano il Cattaneo a comporre un governo provvisorio che inspirasse fiducia e fosse meno servile che si potesse. Il Cattaneo rispose, che egli non poteva credere che un governo, il quale non fosse devoto alle cupidigie di Carlo Alberto potesse reggere al peso dell’occupazione militare; d’altronde conoscere egli quel principe, esercitato a sedurre ed a tradire, a lusingare e fucilare; e per di più i suoi faccendieri avrebbero in pochi empita ogni cosa di discordie e di rancori, non potere assumere l’incarico.

Da ogni parte il nemico era in ritirata e la notte del 22 uscì disordinatamente da Milano. Nella sera stessa la municipalità, dimenticando la maschera austriaca, si dichiarò governo provvisorio e si buttò in anima e corpo nelle auguste braccia del re sabaudo.

In questa lotta titanica le vittime ascendono a 300, senza numerare i fucilati e gli arsi vivi in castello e fuori. Dal registro mortuario risulta che dei morti per ferite non risulta nessun patrizio, ricco borghese, dei dimostranti da teatro; ma tutti popolani, ed il maggior numero operai. Le barricate e gli operai, dice Cattaneo, che fu il genio e la mente di quella epopea cittadina, vanno insieme ormai come cavallo e cavaliere. La nuova dottrina delle barricate è destinata a svergognare e conquistare gli eserciti stanziali, solo ostacolo alla libertà delle genti. Le barricate sono le ultime ragioni dei popoli. Il prezzo della vittoria fu pagato dai poveri; al popolo solo si deve gratitudine e gloria. Egli salvò le raccolte scientifiche, i dipinti, le carte, i denari e gli oggetti preziosi. Un certo Polli Pietro, operaio, consegnò al Comitato di Finanza un ragguardevole valore in oro da lui trovato in un circondario di Polizia. Il saccheggio, l’incendio, le rapine sono il retaggio delle armate stanziali.

Frattanto altre città lombarde si sollevarono e scossero l’aborrito giogo. Como, armato un buon numero di cittadini, correva in soccorso di Milano. Bergamo, Iseo e tutto il Bresciano tumultuavano in armi e se l’azione non corrispose al sentimento lo si deve ai capi che, per fiacchezza d’animo ed inveterato servilismo, tutto speravano in Carlo Alberto nulla nella rivoluzione. Lodi, incallita nel servaggio non si destò. A Cremona fu facile una capitolazione col presidio, composto di italiani. I forti di Pizzighettone, di Piacenza abbandonati, i presidi di Osopo e Palmanova disarmati.

Venezia dapprima tumultuò chiedendo la liberazione di Manin e di Tommaseo; ed il 18 divulgatasi la voce di una sommossa in Vienna, il popolo si sollevò e si innalzarono barricate in piazza S. Marco. Si cominciarono le fucilate ed un battaglione di croati fu messo in fuga. Gli insorti, imbaldanziti dalla vittoria e fatti più audaci, domandarono l’armamento della guardia civica e lo sgombro della città dai battaglioni croati. Il fermento cresceva ed il contegno del governo si mostrava tale che dava sospetto che tramasse un’insidia. Tutto faceva credere che senza effusioni di sangue non si potesse liberare Venezia. Gli arsenalotti erano inaspriti per la brutale tirannia del colonnello comandante Marinovik e minacciavano di vendicarsi. Il Marinovik, visto il pericolo, fugge; è inseguito e ferito da un giovinetto che gli perfora il ventre, cade; è ghermito per i piedi e trascinato giù per le scale, muore. Gli insorti, padroni dell’arsenale, se avessero continuato la lotta con pari ardore, lo sarebbero stati in breve della città. Manin, approfittando del momento, si pone alla testa di un nucleo di popolani e di guardie civiche, si presenta al vice ammiraglio De Martini e gli intima che se entro cinque minuti non gli consegna le chiavi dell’armeria grande sarebbe passato alla via dei fatti. Il Martini, impauritosi, cede. Cinquantamila fucili sono a disposizione dei cittadini e l’arsenale dato in custodia alla guardia cittadina. I soldati del reggimento Wimpffen ed il battaglione granatieri fraternizzano col popolo. Un distaccamento di soldati di marina, italiani, grida Viva Italia e finalmente la fanteria di marina con i suoi ufficiali alla testa entra nell’arsenale gridando viva la Repubblica - viva S. Marco.

Mentre il popolo così abilmente condotto si impadroniva di tutti i mezzi di offesa, il cittadino Avezzana, alla testa di una deputazione di cittadini, si presentava al governatore Zichy e chiedeva che fossero consegnati ai cittadini tutti i mezzi di difesa e la città. Il Governatore finì per cedere: si stipulò la convenzione e Venezia fu libera.

Il 23 Manin, seguito dalla guardia cittadina e da numeroso popolo festante, si trasse in piazza S. Marco e, arringato il popolo, proclama la Repubblica al grido di viva S. Marco; e fu innalzato il vetusto e glorioso vessillo della Repubblica Veneta.

Il 24 marzo il vessillo nazionale sventolava in tutte le città Lombardo-Venete ad eccezione delle quattro piazze di Verona, Peschiera, Legnago e Mantova.

Mantova, come le altre città d’Italia, si era manifestata altamente patriottica. Già da tempo un nucleo di cittadini, uniti fra loro in tacita lega, colla parola e con l’esempio tenevano vivo il sentimento nazionale e l’odio allo straniero. Frattanto gli avvenimenti incalzavano e urgeva prendere concerti in caso di una sommossa, che tutto faceva credere vicina ed inevitabile; ed alcuni cittadini, fra i più frementi, convennero di tenere a tale scopo un’adunanza segreta. Il convegno fu stabilito a Ceretta, piccolo villaggio nel comune di Volta e successivamente presso patrioti di ben meritata popolarità.

Le dimostrazioni ostili si facevano più frequenti e palesi, sia coll’astenersi dal fumare il sigaro, sia col far mostra in pubblico di emblemi rivoluzionari, i quali fatti davano origine a risse ed alterchi ed arresti da parte della polizia. Gli animi erano in effervescenza, inquieti e bramosi di venire alle mani.

Il 17 marzo numerose lettere provenienti da Trieste e da Vienna annunciavano la rivoluzione scoppiata in Vienna il 14 e la concessione di una Costituzione in tutti gli Stati dell’Impero.

Alla mattina del 18 si conferma la notizia del giorno precedente ed in un baleno tutto il popolo è in fermento. Primo a fregiarsi in pubblico della coccarda a tre colori fu il cittadino Bondurri Giovanni, che seguito da numeroso popolo festante, percorse le vie principali della città al grido di Viva l’Italia, Viva Pio IX. Mentre il popolo, senza distinzioni di classi, si affratellava in un comune pensiero, un gruppo di patrioti, riuniti al caffè della Partenope, luogo di loro convegno, costituirono un comitato provvisorio, allo scopo di dare una direzione al moto, preludio di una sollevazione generale. I nomi dei cittadini componenti il Comitato vennero tosto proclamati a voce in tutte le vie; ed in questo frattempo si diffuse per la città, in manoscritto, il seguente manifesto:

Italiani! Cittadini di Mantova!

Un’era novella di libertà sorge alfine anche per noi Lombardo-Veneti; il dispotismo è caduto trascinando seco tutti gli ostacoli che ci separavano dagli altri nostri fratelli italiani.

Mostriamoci degni di questo nuovo battesimo che ci porta alla tanto desiata nazionalità, nostro naturale diritto; ora che quel sacro sentimento italiano già palpitante nei nostri cuori, può irrompere con gioia e liberamente. Sia il nostro contegno nobile, grande e moderato, come santo e sublime è il sentimento che lo inspira. Nelle circostanze presenti è dovere di ogni buon cittadino vegliare, affinchè nemmeno l’ombra di disordine venga a macchiare giornifausti; dobbiamo attendere con dignitosa calma ora sempre uniti e concordi quanto in breve verrà deciso dagli altri fratelli di Lombardia.

Cittadini di Mantova! Non più discordie fra noi: siamo tutti d’una sola famiglia e stretti da un sol patto; nostra comune madre si è questa cara terra d’Italia. Sian palladio di libertà i nostri petti ardenti, e le braccia sempre pronti e concordi nell’ora del pericolo; e sia sinceramente in tutti i cuori scolpito e da tutte le bocche esca unanime e tremendo il grido Viva l’Italia - Viva l’unione italiana - Viva il sommo Pio.

Il manifesto non portava firma, ma è facile immaginare che sortiva dalla setta dei dottrinari, timorosi che si svegliasse l’ora del popolo, vittima della tirannide straniera e della classe privilegiata.

Sul finir del giorno il Vescovo Monsignor Corti invitava la popolazione a recarsi secolui in Duomo per cantare il Tedeum in ringraziamento della sovrana clemenza per le concesse guarentigie costituzionali.

Alla sera la borghesia in teatro organizzò una dimostrazione di coccarde e bandiere a tre colori e si udirono alcuni evviva all’autorità locale. Si cantò l’inno di Pio IX, si unirono i fazzoletti e le sciarpe delle signore nei palchi e si formò una specie di ghirlanda raffigurante l’unione e la concordia. Un gran bandierone a tre colori, che dicevasi essere uno di quelli della Repubblica Cisalpina, e conservato dal cittadino Pinelli Antonio fece il giro di tutti gli ordini di palchi; e si distribuirono coccarde a tutti.

Il giorno successivo si sparge la notizia che Milano era insorta. Questo nuovo avvenimento eccita il popolo a clamorosa dimostrazione e domanda l’istituzione e l’armamento della guardia cittadina. Il popolo aveva compreso che, colle coccarde, colle dimostrazioni teatrali, colla calma dignitosa non si sarebbe cacciato fuori i barbari; chiese le armi. Il governo militare, allo scopo di intimidire la cittadinanza e frenare l’audacia dei facinorosi, fece uscire le truppe dai quartieri e pattugliare la città. Questo atto di manifesta ostilità ed il contegno spavaldo e provocatore delle soldatesche produssero un effetto contrario, indignarono anche i tiepidi e con maggiore insistenza si chiese l’istituzione e l’armamento della guardia civica.

La Congregazione municipale, composta di uomini del passato, devoti al potere, schiavi della legalità, fiacchi ed avversi ad ogni manifestazione popolare, ritenendo che l’armamento dei cittadini potesse costituire un atto di ribellione, deliberò di unirsi all’I. R. Delegato, al Vescovo, ed al commissario di Polizia, ed in corpo presentarsi a S. E. il Governatore della città e fortezza per ottenere il permesso di istituire pattuglie di cittadini veglianti all’ordine pubblico. Dopo replicate istanze, il Governatore concesse che venissero provvisoriamente formate pattuglie composte e dirette da cittadini onde mantenere l’ordine pubblico e privato. Tale concessione venne pubblicata a voce dal poggio del palazzo del Governatore e successivamente dalla Congregazione municipale col seguente manifesto:

Congregazione Municipale
della Città di Mantova

Col contegno tranquillo da voi ieri manifestato, anche nell’ebbrezza della più giusta e più sentita gioia assecondaste i nostri voti e ve ne attestiamo la nostra viva riconoscenza.

Cittadini! La vostra magistratura sta organizzando pattuglie che dirette da onesti ed integerrimi cittadini vegliano a tutela della pubblica e privata sicurezza.

Mantova, 19 marzo 1848.

Il podestà: D’Arco

Gli assessori municipali: Pernetti - Bosio - Nievo

Galeotti, Segretario

Tanta bassezza d’animo non poteva essere tollerata dagli uomini di forti propositi; e si deliberò di costituire un Comitato provvisorio onde spingere il moto popolare ad un definitivo risultato. E nello stesso giorno la Congregazione municipale annunciava di aver associato a un Comitato provvisorio di individui che avevano tutti riunito sopra di il voto pubblico e composto dai cittadini seguenti:

Arrivabene ing. Giovanni, Arrivabene Giuseppe, Braghi Giovanni, Benintendi Livio, Bondurri Luigi, Cesari dr. Pietro, Fano Moisè, Gatti Giuseppe, Marchi Carlo, Martinelli ing. Jacopo, Mori ing. Attilio, Mambrini avv. Eugenio; Orlandini dr. Carlo, Predaval avv. Giovanni, Rossetti avv. Giovanni, Strambio canonico prof. Antonio, Salarini dr. Cesare, Viterbi Davide.

Questo Comitato, troppo numeroso per esercitare il potere esecutivo e troppo scarso come corpo deliberante, composto di elementi eterogenei ed attaccato ad una magistratura retrograda non poteva, come mente direttrice, che essere funesto in un moto popolare, ove esigeva ferrea volontà ed audacia nell’azione. Non era di tal natura da comprendere che i fatti magnanimi non si compiono colla legalità, ma sempre contro o fuori dalla legge, che la libertà non si acquista che col sangue, che fra l’oppresso e l’oppressore non v’ha altro patto che la morte. Primo suo atto fu quello di domandare al Governatore la concessione di istituire la guardia civica in luogo delle pattuglie cittadine. Il Governatore, non potendo opporre per il momento che una resistenza passiva, fingendo cedere, accordò in pendenza di superiori decisioni, in via provvisoria l’istituzione di una guardia cittadina. La Congregazione municipale annunzia la concessione col seguente manifesto:

Cittadini! Nell’urgenza delle circostanze attuali, le autorità locali accedendo alle istanze di questa nostra Rappresentanza, hanno accordato la provvisoria istituzione di una Guardia cittadina.

Questa si sta organizzando. Intanto la vostra Rappresentanza vi raccomanda la maggiore tranquillità e vieta a chiunque di munirsi di armi senz’essere a ciò abilitato dal Comune.

Si confida che Voi, Cittadini, col mantenere il buon ordine e la pubblica quiete, saprete dimostrare quanto vi sta a cuore l’utilità di tale istituzione.

Mantova, 20 marzo 1848.

Il podestà: D’Arco

La Rappresentanza Municipale preoccupata a mantenere l’ordine e la quiete ed allontanare ogni pericolo di sommossa, d’accordo col Comitato ordinò di attivare alcuni lavori all’Anconetta, raccomandando calma, tranquillità ed obbedienza alle disposizioni dei Superiori, e che l’avvenire, pieno di speranze e di felicità, deve essere salutato con un contegno ilare sì, ma modesto e dignitoso.

Pervenuta la notizia che l’Arciduca Vicerè era giunto a Verona, fu tosto a lui spedito dal Comitato il deputato provinciale ing. Salarini per ottenere la conferma dell’istituita guardia cittadina e la concessione delle armi occorrenti per l’armamento della stessa. Il giorno successivo il Salarini consegnò al Governatore il rescritto di S. A. il Vicerè col quale concedeva che venissero portati a trecento il numero degli individui che dovevano comporre la guardia cittadina. La Congregazione Municipale s’affretta di portare a pubblica notizia che S. A. il Vicerè si è degnata di concedere la formazione anche in Mantova di una Guardia cittadina composta di trecento individui. E ricorda che resta intanto vietato a chiunque di portare armi senza essere legalmente autorizzato. Nello stesso giorno la Delegazione provinciale pubblicava la Sovrana patente colla quale avvisava che era stata accordata la libertà della stampa, la soppressione della censura, una guardia nazionale, da attivarsi sulle basi della possidenza e dell’intelligenza; e date le necessarie disposizioni per la convocazione di deputati di tutti gli stati provinciali e delle loro congregazioni centrali del regno Lombardo-Veneto nel più breve termine possibile allo scopo della Costituzione della Patria del governo di S. M. stabilita.

Contemporaneamente alla pubblicazione di questi manifesti venne fatto uno spiegamento di tutte le forze del presidio, che in quei giorni consistevano in due battaglioni del reggimento Haugwitz, del battaglione di guarnigione italiano, due squadroni di cavalleggeri reggimento Windisgratz ed un piccolo reparto di artiglieria. Uno dei battaglioni del reggimento Haugwitz, quello che aveva maggior numero di ufficiali italiani, dava manifesti segni di ammutinamento e si può ritenere per certo che, incominciata seriamente la lotta, avrebbe prevalso il sentimento nazionale ai rigori della disciplina del dispotismo militare e si sarebbe schierato coi loro concittadini. La sera avvenne altrimenti, i maggiorenti non avevano in animo che di spegnere ogni sentimento generoso, di incadaverire gli animi e quei generosi, adescati dalle seduzioni del loro comandante, il colonnello Pergen; e minacciati dai rigori di una barbara disciplina, colle lagrime dell’ira tornarono all’obbedienza.

In questo stato di cose, il Comitato in seduta permanente, dispose che drappelli di guardie cittadine pattugliassero giorno e notte, spedì messi nelle circonvicine città e paesi per raccogliere notizie, nonchè degli esploratori sui stradali principali. Ordinò che forti drappelli di guardie fossero permanenti alle porte d’ingresso e di scortare al Municipio tutti i forestieri che entrassero in città, non esclusi i militari e quante altre disposizioni di pubblica vigilanza voluta dalle circostanze.

Il popolo era inquieto e la calca davanti al palazzo comunale chiedeva con insistenza l’armamento della guardia cittadina. Il cittadino Marchi, approfittando di quel fermento, sventolando dal poggio del palazzo comunale lo storico bandierone della Repubblica Cisalpina, lo eccitava con parole di fuoco a rivendicare i diritti usurpati, a riconquistare l’indipendenza per avere una Patria e farla libera e forte. E finiva, strano a dirsi, comandando l’ordine e la moderazione.

Altri oratori arringato il popolo sulle pubbliche vie con parole infuocate, accendevano negli animi magnanimi sentimenti. Il cittadino ing. Bini Enrico ricorda le gesta e le virtù degli avi; che l’Italia fu la terra creatrice di eroi ed ora tomba di gloria; che più splendono le antiche gesta, più si rende abbietta la nostra schiavitù; che i barbari calpestano le tombe di quei grandi che furono dominatori di imperi. E conchiudeva che il segreto per redimere la Patria dalla schiavitù del barbaro dominio sta nella potenza e nell’unità delle nostre forze, nella nostra concordia. Applaudiva il popolo a quelle magnanime idee, a quei forti propositi; ma l’alito mortifero dei moderati paralizzava la forza ad ogni generoso impulso.

Verso le otto di sera il Comitato fu avvertito che transitava da Mantova procedendo dal Modenese, un personaggio con famiglia e seguito, annunciandosi per il conte Mollen, parente del duca di Modena. Fu tosto inviato un drappello della guardia cittadina per accertarsene, giacchè si supponeva che poteva essere lo stesso duca di Modena. I viaggiatori furono raggiunti all’ufficio della Posta, allorchè erano già cambiati i cavalli ed i postiglioni in sella pronti a partire. Il comandante del drappello, prestando fede alle dichiarazioni del viaggiatore sconosciuto, che esso fosse veramente il conte Mollen, parente del duca di Modena, lo lasciò liberamente partire. Il Governatore militare lasciava fare e sembrava che non si desse pensiero alcuno di quell’agitarsi convulsivo della popolazione, nonchè delle disposizioni del Comitato.

Alla mattina del 22 tutte le truppe del presidio erano schierate sulla via Pradella, piazza S. Pietro, ora Sordello, ed in altri luoghi della città. Al Carmelino stavano pronti alcuni pezzi di artiglieria, che al primo ordine dovevano portarsi a S. Barnaba, alla Fiera ed in altri punti designati dal comando militare. L’agitazione era al colmo. Il popolo correva fremente per le strade chiedendo armi. Erano barricate tutte le vie entro la cinta interna della città, gli sbocchi fermati con grossissime catene, barricate le vie che conducono alla cittadella e difese da un numeroso corpo di guardie cittadine. Le case asseragliate e munite di ogni attrezzo di guerra. Dai balconi e dai tetti stavano i cittadini di ogni classe, pronti a scagliare sugli assalitori sassi, tegole, travi, acqua bollente e triboli in ferro per impedire il passo alla cavalleria. Alcuni ragazzi avevano ammucchiato nelle case cenere e sabbia per lanciarla contro il nemico e, come dicevano essi, per inorbir i todesch. Donne fiere negli atti e nelle sembianze concitavano gli uomini, imprecando contro i barbari. Tutta la guardia cittadina era sotto le armi. Tutto un popolo fremente stava attendendo che fosse dato il segnale della lotta col tocco della campana maggiore.

Alle ore 10 tutte le autorità civili ed il Vescovo si recano dal Governatore militare per ottenere il ritiro delle truppe. In questo frattempo un colpo di fucile, sfuggito a caso, fece avanzare le truppe da Pradella verso la piazza del Purgo. Di mano in mano che essi avanzavano verso il centro, percorrendo la stretta e fiancheggiata dai portici via Sogliari e scorgendo dalle finestre l’apparato minaccioso dei cittadini, rallentavano il passo, procedendo incerte, timorose; e giunte di fronte alla guardia cittadina, fecero alto. Il comandante l’avanguardia, il tenente Zanella di Mantova, ubbidendo agli ordini ricevuti, comandò il fertig (pronti). In quel momento il caporale Bonduri Filippo, appartenente alla stessa compagnia del reggimento Haugwitz, sorte dai ranghi, si slancia davanti alla fronte della compagnia, e colle parole e coi gesti esorta i soldati a non far fuoco quand’anche l’ufficiale lo comandasse. Dopo ciò, eccita i compagni a sortire dai ranghi e con quanti lo seguono si reca fra le file del corpo di guardia cittadina davanti alla chiesa di S. Andrea e si dispone a prendere parte al combattimento che pareva inevitabile. Sulla gradinata del tempio di S. Andrea, a circa 50 passi dalla fronte delle truppe nemiche, stava schierata una compagnia di guardie cittadine di oltre 150 uomini, comandata dai fratelli Strambio, fiera, minacciosa e colle armi al pronti. Da una finestra di fianco della detta chiesa di S. Andrea che guarda di prospettiva la piazzetta del Purgo, il cittadino Galli teneva appuntata una grossa colubrina contro le soldatesche austriache. Unitamente al Galli vi erano altri militi addetti al detto corpo di guardia, armati di fucili, cosicchè il tutto insieme costituiva una forza capace di respingere qualunque attacco e sostenere un fuoco micidiale e continuo. Nell’interno del fabbricato, un nucleo di popolani, armato di alabarde e di armi diverse di punta e taglio stavano pronti a gettarsi nella mischia. Il momento era terribile e sublime. Non occorreva un Balilla, primo a lanciare il sasso, bastava un tocco di campana, una fucilata, un grido e le soldatesche nemiche sarebbero state fulminate di fronte e di fianco e schiacciate sotto ogni sorta di proiettili, lanciati dai balconi e dai tetti; e Mantova avrebbe avuto la sua giornata gloriosa.

Il destino fu avverso. In quell’istante comparve sulla piazzetta di S. Andrea come uscita di sottoterra, una figura nera, un demone sotto forma di angelo di pace; era il vescovo, il quale con le braccia quadre e gli occhi infiammati, gridava: fermi, non fate fuoco; son nostri fratelli; moderazione, moderazione. a fianco alcuni membri del Comitato, Benintendi Livio, Bodurri Luigi ed altri, con la sciarpa bianca ad armacollo, pregavano, scongiuravano di desistere da ogni atto violento, promettendo, giurando che si sarebbe ottenuta la liberazione della Patria senza spargimento di sangue; e come ossessi gridavano: moderazione, moderazione. Un’orrenda bestemmia proruppe dal petto di quei generosi popolani ed abbassarono le armi. Le truppe dietro ordine del Governatore, il quale trovavasi sul luogo, si ritirarono, ritornando ai loro quartieri.

Verso le tre pomeridiane transitava da Mantova la duchessa di Modena, accompagnata dalla sua famiglia e fu scortata con tutto il suo seguito al Municipio dalla guardia cittadina, per quelle disposizioni volute dalle circostanze. Avvertito il Governatore militare dal conte Carlo Arrivabene ed il Delegato da un membro del Comitato, si portarono tosto al Municipio per ossequiare la famiglia ducale e per far opera che non si frapponessero ostacoli al proseguimento del loro viaggio. Tutte le autorità civili e militari ed il vescovo si trovarono riuniti in Municipio in quel momento e tutti furono d’unanime accordo che l’I. R. famiglia ducale proseguisse il suo viaggio. Piacque al conte Carlo Arrivabene di offrire la sua protezione alla duchessa; ma S. A. ducale rigettò la proposta con queste parole: «Una dama tedesca non conosce paura».

Frattanto che il Comitato, le autorità civili e militari, ed il Vescovo disponevano per la partenza del convoglio ducale e togliere ogni ostacolo che si potesse frapporre al libero passaggio, il popolo tumultuava, la guardia cittadina di posto a S. Andrea si opponeva energicamente che il convoglio ducale partisse ed insisteva che fossero tenuti tutti in ostaggio. Il Comitato avvertito delle disposizioni ostili del popolo e della guardia cittadina al libero passaggio del convoglio mandò in apposito legno tre individui del proprio corpo, i più popolari: Benintendi, Marchi e Mori, aventi a battistrada Carlo Arrivabene con l’ordine espresso di lasciar libero il passo alla famiglia ducale. La guardia cittadina si oppone appuntando i fucili. Il cittadino Mazzarella Amilcare, professore di storia in Liceo, arringa il popolo per persuaderlo di non lasciar partire quelle carrozze e gridava: «Non intendete che un Arciduca d’Austria prigioniero, oggi vale più d’una batteria di cannoni. Bisogna tenerli tutti in ostaggio». Altri popolani, fra i quali ricordiamo il calzolaio Sala Antonio, con energica insistenza volevano che non solo la duchessa, ma tutte le autorità civili e militari, compreso il Governatore, che trovavansi in quel momento in Municipio, fossero tenuti in ostaggio, fino a tanto che fosse stata consegnata la fortezza e licenziata la guarnigione. All’opposto i membri del Comitato gridavano che il far violenza contro quei pacifici personaggi era atto disonorevole, che il volere tenere in ostaggio il Delegato, il Governatore, il Vescovo ed il Commissario di polizia, che assecondavano i desideri dei cittadini e si mostravano tanto benevoli, era atto di manifesta ingratitudine, atto indegno di un popolo civile che aspira alla propria indipendenza e libertà. A queste patetiche esortazioni si associò anche il canonico Strambio, altri dei componenti il Comitato, perorando acciò non si usasse la violenza. Il canonico Strambio, di statura alta, magro, smilzo, senza capelli, semiscamiciato, con brache corte, calze rosse e colla sciarpa bianca ad armicollo alle focose parole accompagnava gli atti; ed a quei popolani che, guidati dal buon senso, insistevano di voler staccare i cavalli dalle carrozze, volgendosi a destra a sinistra, giocava di calci e di pugni. Al buon senso del popolo, prevalsero le arti dei moderati; e sempre generoso e credulo, si rassegnò di permettere il passo libero al convoglio ducale, che prese la via di Verona, scortato da un drappello di guardie cittadine fino alla porta della città. Il Governatore ritornò solo alla propria abitazione, passando in mezzo al popolo armato ed irritato. La Congregazione Municipale felice di essere riuscita d’avere impedito un conflitto fra i cittadini e l’I. R. armata, manifestava la sua soddisfazione col seguente manifesto:

La Congregazione Municipale
e Comitato associato

Avviso

Allo scopo di tranquillare sempre più lo stato degli animi ed evitare inutili e dannose collisioni, la Congregazione ed il Comitato stesso, sopra proposta del venerando nostro Monsignor Vescovo e dell’ottimo consigliere I. R. Delegato hanno convenuto coll’autorità militare che le truppe tornino alle loro caserme, dietro assicurazione che siano levate le barricate e tolto ogni indizio di opposizione e di difesa al militare. All’oggetto di mantenere l’ordine tanto necessario e togliere anche per l’avvenire ogni occasione di collisione, sederà nel palazzo vescovile una Commissione permanente composta di rappresentanti la città ed il militare; il palazzo vescovile sarà guardato dalla milizia civica.

Si raccomanda quindi a tutti i buoni cittadini di concorrere dal loro lato nella cura dei propri rappresentanti mantenendo calma e tranquillità e tornando liberamente all’esercizio delle solite industrie e commercio.

Mantova, 22 marzo 1848.

Il podestà D’Arco

Galeotti segretario

L’atteggiamento degli insorti, risoluto e fermo, aveva impensierito anche il Governatore militare ed in seguito al manifesto della Congregazione Municipale pubblicava il seguente

Avviso

Avendo rimarcato che anche piccole operazioni o movimenti militari nel senso di pienamente tutelare l’ordine pubblico e l’interesse militare hanno prodotto delle apprensioni nei cittadini, il sottoscritto si fa premura di avvertire che esso nutre i sentimenti più pacifici verso la popolazione di Mantova e che fino a tanto che la popolazione stessa si manterrà tranquilla come fu per lo passato, continuerà egualmente ad essere trattata anche per l’avvenire con tutti i dovuti riguardi, giusta eziandio la conforme promessa reiteratamente datane al Vescovo di questa città, all’I. R. Delegato, al Podestà, alla Congregazione Municipale insieme agli onorevoli cittadini a questa associata.

Mantova, 22 marzo 1848.

Gorzkowsky

Nel mattino del 23 vi fu movimento militare come nei giorni antecedenti. Il Governatore aveva mandato nella notte antecedente una compagnia del reggimento Haugwitz ed un distaccamento di cavalleggeri al Po per assicurare il passaggio delle truppe provenienti da Modena, che egli attendeva impazientemente e queste entravano da porta Pradella circa la mezzanotte sebbene il Comitato assicurasse il contrario. Le truppe erano ungaresi, sotto il comando del colonnello Kasteliz. Nello stesso giorno fu pubblicato un altro avviso del Governatore Gorzkowsky col quale riconfermava l’assicurazione espressa nel suo avviso di ieri ed esortava a conservare quella calma che sola poteva risparmiare collisioni inutili e dannose, le quali non sarebbero mai provocate da parte del militare. Al manifesto del Governatore seguiva la seguente pastorale del Vescovo:

Mantovani miei figli dilettissimi.

Siamo nelle circostanze le più difficili. Ma la nostra sorte sta nelle nostre mani, dipende dal nostro contegno. Cari figli, tenetevi nell’ordine e nel santo timore del Signore e non date ascolto a chi volesse farvi traviare. È il vostro Vescovo che vi parla e vi benedice. Ascoltate le sue parole e sia prospera la sua benedizione.

Dal palazzo vescovile,

questo giorno 23 marzo 1848

Giovanni, vescovo

Notizie pervenute da Venezia avevano innalzato alquanto lo spirito del Comitato, dominato da una maggioranza fiacca, pusilla, e disposta a qualunque transazione collo straniero, purchè venisse soffocato ogni moto popolare. A togliere quelle esitanze ed infondere in quelle anime invilite da un lungo servaggio il venerando avvocato Predaval, per sapere e per onestà onore del foro mantovano, cercò con generose parole di infondere una scintilla di vita in quelle anime morte; disse che senza sangue non si caccia lo straniero si acquista libertà, che i popoli caduti nel sangue risorgono, che al contrario se si lasciano abbindolare, si adagiano nella fossa per non sorgere più mai e perorò per l’azione risoluta ed immediata. A quei magnanimi detti del venerando patriota che tentava richiamare in vita le virtù degli avi, i capi del Comitato sommessamente risposero che non si aveva armi, denari. A quelle codarde dichiarazioni s’alza impetuoso il cittadino Giovanni Paganini, devoto alla causa nazionale e che nei giorni precedenti aveva dato prova di patriottismo e di ardire, dicendo: «Signori, metto da questo momento trentamila lire a disposizione del Comitato». La discussione si fece animata, vivace; varie furono le proposte e per ultimo fu adottata quella della maggioranza del Comitato di incaricare i fratelli Bonduri di commettere a Crescenzio Paris di Brescia 30 fucili con baionetta e sciabola. Pervenuta la commissione al Paris, rispose che occorreva tempo e frattanto si servissero di quelle armi giacenti negli arsenali austriaci. Difatti nel magazzino del Carmelino vi erano migliaia di fucili ed ogni sorta d’armi e avrebbe bastato poche fucilate per mettere quelle armi in possesso del popolo.

In questo giorno fu pubblicato un manifesto del Municipio di Trento che manifestava il proprio desiderio di essere aggregato alle provincie Lombardo-Venete.

Nelle ore del mattino del 24 la città era tranquilla, quando una fucilata accidentalmente sfuggita ad una guardia cittadina di posto a S. Andrea, alla quale venne risposta altra fucilata per parte di un soldato che trovavasi in piazza di scorta ad un drappello di ungaresi venuti di recente, fece sì che in un lampo si ricostruirono alcune barricate e da molti cittadini furono prese le armi.

Riconosciuto falso l’allarme e cessata l’agitazione, si presentò dal Governatore una deputazione composta dalle autorità civili, giudiziarie ed ecclesiastiche, nonchè un ragguardevole numero di cittadini, per chiedergli tali concessioni che valessero a garantire la libertà dei cittadini. Il Governatore accolse freddamente la commissione e dichiarò che egli non aveva nessuna facoltà di concedere guarentigia, che S. M. gli aveva consegnata la fortezza e che tanto lui quanto i suoi dipendenti erano formalmente decisi di difenderla fino agli estremi; poteva soltanto concedere alquanti fucili alla guardia cittadina, permettere delle pattuglie miste ed una guardia al proprio palazzo.

L’insuccesso delle pratiche fatte presso il Governatore determinò il Comitato di rivolgersi direttamente a S. A. il Vicerè, la medesima deputazione partì alla volta di Verona. Intanto la Congregazione Municipale pubblicava il seguente avviso:

La Congregazione Municipale

Avvisa

Che S. E. il Governatore concorre alla regolare organizzazione della Guardia civica col dare un congruo numero di fucili e di quanto occorre, permette le pattuglie miste di civili e militari ed una guardia d’onore al proprio palazzo.

Monsignor Vescovo, il Presidente del Tribunale, l’aggiunto di delegazione, il Commissario superiore di Polizia; il conte Biondi, l’avvocato Rossetti e l’assessore Pernetti, sono partiti per Verona presso S. A. l’Arciduca Vicerè in deputazione per dimandare quelle maggiori guarentigie che superano le facoltà del Governatore.

Mantova, 24 marzo 1848.

Il Podestà D’Arco

Galeotti, segretario

Il 25 ritornò la deputazione che era andata a Verona senza avere ottenuto che il permesso della guardia civica ed una lettera suggellata da consegnarsi nelle mani del Governatore e l’incarico di raccomandare a tutti l’ordine, la quiete e la moderazione. Confermasi la notizia che Venezia si è costituita in governo repubblicano e che il generale Zucchi marcia con un corpo di volontari in soccorso dei Veneti. Nel giorno seguente il Comitato rinnova la domanda al Governatore della consegna della città e fortezza; alla quale domanda, S. E. in cattivo italiano, rispose: «Non do nulla, prendete, impadronitevi della fortezza ed allora le chiavi sono vostre e io prigioniero o cadavere, avendo coi miei deciso di difendermi sino all’ultima goccia di sangue». La risposta fiera e sdegnosa era meritata, giacchè spetta a chi, non potendo essere coraggiosi, pretende che altri siano ignominiosamente codardi. Nello stesso giorno il Governatore domanda all’Intendenza di Finanza che siano pagate 70 mila lire, le quali vengono ridotte, dietro rimostranza dell’Intendenza, a 10 mila. Il Comitato fa pratiche per la liberazione dell’avv. Giani arrestato pochi giorni prima dalle truppe austriache e tradotto in ostaggio a Verona.

Verso la sera del 27 arrivano da Verona altre cinque compagnie di ungaresi, le quali passando da Castiglione Mantovano, uccisero quell’arciprete, don Bertolasi, arrestarono il curato e dodici guardie civiche di quel comune, che tradussero in ostaggio a Cittadella, accusati di ribellione per essersi opposti al passaggio di quelle truppe. In città, all’entusiasmo dei giorni precedenti, era succeduto lo scoraggiamento. I cittadini si accorsero troppo tardi di essere stati ingannati ed impossibile il riprendere le ostilità.

Il giorno seguente giunge la notizia che i piemontesi erano entrati in Milano e che inseguivano il fuggente Maresciallo. La speranza, non del tutto infondata, che un qualche fatto d’armi decisivo costringesse il nemico a deporre le armi aveva rialzato gli animi. Ma quelle speranze si dileguarono tosto come fuoco fatuo, allorchè si seppe che i piemontesi che erano entrati in Milano il 26, l’avanguardia dell’armata, era stata alloggiata nel castello per ordine del Casati in attesa d’ordini superiori e l’armata era sempre in Piemonte. In questo stesso giorno Gorzkowski domandava altri denari e la Delegazione costituivasi in corpo collegiale colla Deputazione Municipale ed il Commissario superiore di Polizia. La Congregazione Municipale pubblicava in questo stesso il regolamento della guardia civica, firmato da Carlo Lanzini, comandante provvisorio, Eugenio Giani e Vita Bassano, aiutanti provvisori; ed invitava i cittadini ad arruolarsi, onde raggiungere il numero prescritto di novecento militi.

Pareva sedato lo spirito di rivolta, quando per un atto di prepotenza del Governatore militare, che per i ricevuti rinforzi aveva smessa la maschera e cresciuto l’ardire, riaccese gli animi sboglientiti, ordinando di ritirare dai corpi di guardia le truppe in servizio misto con la guardia cittadina, come dalla convenzione fatta nei giorni precedenti. Il capitano austriaco Mauler del reggimento Haugwitz si recò al corpo di guardia a S. Gervasio e senz’altro comandò in tedesco ai soldati che appartenevano al suo reggimento, di prendere le armi ed il loro bagaglio e di seguirlo. Il comandante del posto, il cittadino Borella Giuseppe, si oppone facendogli osservare che quei soldati egli li aveva avuti in consegna dal Comitato e per conseguenza egli non poteva rilasciarli se non dietro ordine dello stesso Comitato. Il capitano austriaco non vuole intender ragione e comanda di nuovo a quei soldati di seguirlo. Allora il Borella, che era fermo a non cedere e visto che le parole tornavano inutili, spiana la carabina e gli appunta la baionetta al ventre e, fiero in volto, gli dice: «Se comandi di nuovo a quei soldati, ti ammazzo». Il burbanzoso tedesco a quell’atto minaccioso e fiero, ammutolì, impallidì e le ginocchia gli si piegarono. La paura gli salvò la vita. Il Borella, deposta l’ira, lo prese per un braccio e gli comandò di seguirlo in Municipio.

Le cose erano arrivate al punto che Municipio e Comitato non si intendevano più, era un corpo in dissoluzione; poteva essere altrimenti atteso i contrari elementi che lo componevano e lo spirito animatore che gli dava il moto. Alcuni erano repubblicani platonici ed antirivoluzionari; i più erano infetti di moderatismo piemontese propagato dall’ex gesuita abate Gioberti, dal marchese D’Azeglio e compagni, altri di servilismo cronico ed alcuni per lucro austriacanti e spie dell’Austria. Ad aumentare vieppiù lo scoraggiamento e la diffidenza che già erasi manifestata su vasta scala in tutta la cittadinanza, s’aggiunse il fatto della scoperta di cartucce confezionate con polvere di carbone e sabbia in luogo di polvere da fucile.

Lo sciagurato autore del delitto fu scoperto ed arrestato ed avrebbe subìto la pena dei traditori se gli avvenimenti non gli fossero stati favorevoli. La vita gli fu una punizione, un oggetto di obbrobrio e morì portando sotto terra il segreto del tradimento.

Il giorno seguente il Governatore domanda imperiosamente e con qualche minaccia che gli siano pagate 75 mila lire e l’Intendenza di Finanza versa nello stesso giorno nella cassa del comando la somma richiesta. Nel mattino del 31 entrano in città circa 6 mila uomini fra ungaresi, cacciatori, ulani e di diversi corpi fuggiti dalle città insorte, tutti laceri, stanchi ed affamati; essi furono in parte collocati in S. Andrea.

Allo scoraggiamento successe il panico. Il Comitato si scioglie ed i ricchi abbandonano la città alla sordina.

Il giorno 2 aprile il Governatore militare pubblica il seguente manifesto:

«Per ordine di S. E. l’I. R. generale in capo, maresciallo Radetzky, viene la fortezza di Mantova dichiarata in istato di assedio, dal momento della presente pubblicazione.

Tutti quelli che possiedono armi di qualsiasi specie, come fucili, armi da taglio o di punta, dovranno consegnarle entro 24 ore da questo momento all’apposita commissione ricevente, radunata all’arsenale di S. Francesco.

Scaduto che sia il termine suddetto delle 24 ore, l’individuo presso cui si trovano ancora delle armi, sottosterà alla pena di morte.

Chi fosse colto a staccare il presente avviso sarà gravemente punito.

Mantova, 2 aprile 1848.

Gorzkowski».

La Congregazione municipale incontra un mutuo di 30 mila lire per far fronte alle spese eventuali e l’avvocato Sartorelli Luigi, che dopo la proclamazione dello stato d’assedio aveva assunto la carica di assessore, prende parte in questo affare e lo conduce a buon termine. Il comando della fortezza chiede che entro 24 ore sieno versato nella cassa di guerra altre seicento mila lire con minaccia, in caso di ritardo alla consegna, che procederebbe tosto a dare il sacco al Ghetto ed in seguito a tutte la città.

La Congregazione Municipale in questa emergenza invita tutti i cittadini ancora presenti ed i rappresentanti degli assenti a voler disporre a favore del Comune quella somma maggiore che si trovassero in grado di offrire. Dichiara che il Comune assume le guarentigia della restituzione verso i singoli sovventori, siano essi privati cittadini o stabilimenti particolari di città.

Fa riflettere quanto importa in questi stringenti circostanze obbedire alla legge della necessità, onde ovviare, come vuolsi avere speranza, alle calamitose conseguenze che altrimenti minaccerebbero la città ed in particolar modo i riconosciuti facoltosi. Con un altro avviso la Congregazione Municipale prega, scongiura i cittadini e specialmente i facoltosi a versare nella cassa di guerra la somma richiesta, avendo S. E. il Governatore dichiarato di non desistere assolutamente dal pretendere la somma richiesta, onde salvare se stessi e le loro proprietà da quelle misure a cui potrebbe per avventura determinarsi l’I. R. comando della fortezza.

Alle intimazioni feroci del generale austriaco, la Congregazione municipale non rispose: non abbiamo armi, denari, come ha fatto nella giornata precedente, allorchè ardenti patrioti la eccitavano all’azione per liberare la patria dai barbari; ma spiegò per viltà tutta la sua servile energia per cavare dalle tasche dei cittadini quel denaro che doveva servire al nemico per ricondurre servitù la città ribelle.

Spenta ogni speranza di cacciare il nemico dalla fortezza, non rimaneva che abbandonare la città tradita, raccogliersi fuori, impugnare le armi e combattere in campo aperto. Erasi in quei giorni riunito in Gazzuolo un buon numero di giovani provenienti da Revere, da Gonzaga e dai paesi limitrofi condotti dall’ottimo patriota Mambrini Napoleone, allo scopo d’accordare con alcuni del partito d’azione del Comitato della città, di correre in aiuto alla città insorta, tosto che si fosse impegnata la lotta colle truppe austriache di presidio. Per siffatto concerto, Gazzuolo fu il luogo di riunione di tutti i patrioti ardenti di combattere l’aborrito straniero. Da Mantova vi accorsero primi Arrivabene conte Giuseppe ed il figlio Rinaldo, i fratelli Pietro e Luigi Strambio, Fernelli Domenico, Sorella Giuseppe, Zanucchi Omero, Frattini Pietro, Bondurri Filippo, Bronzetti Narciso, Tassoni Dario, Vivanti Anselmo, Bignami Bassano e tanti altri che per brevità omettiamo, ma che avremo occasione di parlarne altrove, e si organizzò sotto la direzione del Mambrini e dell’Arrivabene, un corpo forte di 300 uomini, al quale venne dato il nome di Colonna Mantovana.

In omaggio al vero notiamo che i componenti la detta Colonna erano stati in parte processati per reati politici, in parte compromessi e sotto sorveglianza della polizia ed i giovani pressochè tutti educati alle idee della Giovine Italia. Il conte Arrivabene Giuseppe era stato compromesso nei moti del ’21 e del ’31 e complicato nella congiura Menotti. Sfuggito alle ricerche della polizia, tentò con altri compagni di liberare il Menotti a viva forza assalendo il convoglio, mentre doveva passare sullo stradale di Moglia una notte. Ma era falsa la notizia. Se potè salvarsi in allora dalla prigionia austriaca, lo deve alla onoratezza dei carcerati suoi compagni che tacquero il suo nome. Ma non andò guari che a sua volta fu arrestato e tradotto nelle carceri di Porta Nuova a Milano e dopo un processo che durò quattro anni, fu condannato a 20 anni di carcere duro da espiarsi allo Spielberg. Portato il processo dinanzi al Ministero della Giustizia, venne giudicato non potere l’Austria condannare per fatti estranei al proprio stato. Ciò non di meno, il governo austriaco, instigato dal duca di Modena, che si trovava allora in Vienna, lo condannò che fosse, in linea politica, relegato in Venezia, ove stette fino alla proclamazione dell’amnistia. Bondurri e Bronzetti erano militari sotto l’Austria e ambidue disertarono, il primo da Mantova ed il secondo in aperta campagna sfidando le fucilate dei cacciatori tirolesi di cui egli faceva parte.

La Colonna imprese tosto a guerrigliare sulla destra dell’Oglio fra Gazzuolo e Marcaria e molestare il nemico nei dintorni della fortezza. Volendo poi dare alla stessa una formale organizzazione militare, venne chiesto al Quartiere generale di Carlo Alberto in Cremona che volesse affidare ad un ufficiale del corpo dei bersaglieri il comando e la relativa istruzione militare.

A tale scopo venne nominato il distinto capitano Longoni Ambrogio, il quale giunto in Gazzuolo ai primi di aprile, compì l’organizzazione dividendo la Colonna in due compagnie comandate dai due capitani Mambrini Napoleone ed Arrivabene Giuseppe, ritenendo per il comando della legione, la istruì alla scuola dei bersaglieri e la diresse a Goito, ribattezzata col nome di Bersaglieri Mantovani Carlo Alberto.

Destinata ad agire come corpo franco, era sua tattica di molestare alle spalle e manovrare sui fianchi del nemico, attaccare i piccoli corpi, intercettare le comunicazioni, assalire i convogli, essere presente dappertutto, combattere e sparire. Allo scopo prefisso di esercitare la giovine legione alla piccola guerra, il comandante Longoni la spingeva fino agli spalti della fortezza e prendendo di mira le sentinelle avanzate spargeva l’allarme nel campo nemico. Fermavasi alcuni giorni a pattugliare fra Castiglione Mantovano e Santa Lucia del marchese Di Bagno. In questa circostanza si aggregarono alla legione alcuni giovani della Colonna Genovese comandata dal generale Torres, che trovavasi in quelle località e che fu costretta a sciogliersi per mancanza di mezzi di sussistenza. Dei legionari genovesi aggregati ricorderemo l’ardito e focoso Nino Bixio ed il cantore dell’italico risorgimento, il poeta e soldato Goffredo Mameli.

Da Castiglione Mantovano la legione si recò a Governolo che trovò occupato da un battaglione di linea, mezza batteria, quattro pezzi, una sezione del genio ed un mezzo squadrone di cavalleria della truppa regolare del Duca, comandante il maggiore Fontana ed un corpo di volontari modenesi e reggiani.

Sulla metà d’aprile il comandante della legione, avuto avviso che gli austriaci facevano delle scorrerie nei dintorni di Castellaro e Due Castelli, recando gravi danni a quelle popolazioni, dispose per un attacco dirigendosi a Castellaro. Nella notte dal 15 al 16 mosse da Governolo e giunto a Castellaro vi lasciò una parte della legione in osservazione e con l’altra si diresse verso i Due Castelli nella lusinga di sorprendere il nemico. Come erasi preveduto, gli austriaci comparvero di buon mattino alla sordina ed i legionari, che avevano preso posizione, lasciatili inoltrarti a portata di fucile, li accolsero con vivo fuoco di pelottone. Gli austriaci non ressero e dopo alcune fucilate di rimando, voltarono le spalle ed in fretta ritornarono in fortezza.

Contemporaneamente a questo scontro la frazione della legione lasciata in osservazione a Castellaro veniva attaccata dal corpo maggiore austriaco con l’artiglieria contro il paese e la barricata di difesa. I legionari animati dal bravo Bronzetti, fecero un’ostinata resistenza, ma sopraffatti dal numero si ripiegarono in buon ordine sopra Governolo. In questo scontro moriva, colpito da una palla nel petto sulla barricata, il popolano Spezia di Viadana e si ebbero alcuni feriti.

Questi attacchi contemporanei in punti diversi ed a insaputa delle parti guerreggiate, diede luogo ad uno di quei qui pro quo soliti in guerra. Dopo la scaramuccia dei Due Castelli, i legionari se ne ritornarono a Castellaro e gli austriaci avuto avviso che i legionari si erano diretti ai Due Castelli e che a Governolo eravi un corpo forte di Volontari non osarono spingersi avanti e temendo di essere presi fra due fuochi si ritirarono in fortezza, non prima però di avere incendiato alcune case e compiuti atti di barbarie verso quelle popolazioni. I legionari, dopo aver preso cura dei feriti, proseguirono il loro cammino verso Governolo, punto di riunione.

Tornando di grave danno agli austriaci che un punto di grave importanza come Governolo fosse occupato dagli insorti, nella notte del 17 aprile sortirono dalla fortezza con un battaglione di linea, due compagnie di cacciatori, uno squadrone di cavalleria ed una batteria di sei pezzi di campagna. All’alba diedero il segnale dell’attacco con un vivo fuoco d’artiglieria e malgrado l’energica resistenza dei bersaglieri mantovani e volontari modenesi e reggiani, la fanteria austriaca, marciando sulla banchina dell’argine di sinistra e quindi al coperto dei tiratori di destra del fiume, avanzava sempre e dava il segnale dell’attacco.

Fu in quel momento che i due pezzi d’artiglieria modenese, posti sull’argine di sinistra cominciarono il fuoco a fulminare la fanteria nemica. Il combattimento si fece accanito più che mai ed il fuoco sostenuto con intrepidezza e valore dai volontari mantovani, modenesi e reggiani costrinse gli austriaci a ripiegare e verso le 10 erano in piena rotta, lasciando morti e feriti sul campo, un carro di munizioni di guerra ed il bottino fatto alla Garolda di salame, lardo e candele.

Questa piccola vittoria ottenuta dai soli volontari contro soldatesche agguerrite e disciplinate prova quanto sia superiore il cittadino che combatte per la Patria; per la libertà e per la rivendicazione dei suoi diritti in confronto di coloro che fatti schiavi del potere e abbruttiti dal dispotismo della disciplina ammazzano per mestiere e per conto di un despota qualunque.

Dopo questo fatto la legione venne incorporata nell’armata sotto gli ordini del generale Bava, comandante il secondo corpo d’armata e si distinse in molti altri fatti d’armi della sciagurata campagna di Lombardia e soprattutto nel glorioso quanto eroico assedio di Roma. Fu cara ed amata da Garibaldi. L’esito infelice della guerra, causa principale i tradimenti di tutti i principi e delle camarille di corte non invilì i superstiti e dagli eventi temperati a più forti propositi, sfidando la morte si fecero iniziatori di congiure contro la tirannide straniera e presero parte attiva a tutti gli avvenimenti dell’epoca del Risorgimento italiano.

LA GUERRA

Radetzky aveva perduta la battaglia; all’alba del 23 usciva da Milano trascinando verso Lodi un avanzo di esercito in disordine, avvilito, rotto di fatiche e di fame. A Marignano trovò il ponte sul Lambro rotto ed un drappello di giovani, dicesi che fossero quarantacinque, osò fargli fronte. Costretto a sfilare sopra una sola linea chiusa fra terre irrigue, palustri, ingombre di piante e di fossi, con una colonna lunga ventisette miglia, impacciato di carri, di carrozze, di donne e di ostaggi, un attacco di fianco avrebbe distrutto quell’ammasso informe di soldati e di attrezzi di guerra. E lo si avrebbe potuto se l’avanguardia dell’armata piemontese, giunta a Milano il 26, unendosi agli insorti che erano a Treviglio, si fosse portata sull’Oglio, contrastargli il passo, molestarlo ed agire secondo gli eventi2. Ma all’uomo del ’21 stava a cuore assai più di Radetzky, la rivoluzione.

Il 23 a sera Carlo Alberto seppe della ritirata degli austriaci da Milano ed indirizzò ai popoli della Lombardia e della Venezia il seguente manifesto:

«I destini d’Italia si mutarono; sorte più felice arride agli intrepidi difensori di conculcati diritti.

«Per amore di stirpe, per intelligenza dei tempi, per comunanza di voti, Noi ci associamo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.

«Popoli della Lombardia e della Venezia; le nostre armi che già si concentravano nella frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quello aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.

«Seconderemo i vostri giusti desideri, confidando nell’aiuto di quel Dio che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con così meravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di far da .

«E per viemeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’Unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana».

«Torino, 23 marzo 1949

Carlo Alberto»

Contemporaneamente il ministro Pareto scriveva al conte di Buol incaricato di affari dell’Austria: «I sottoscritti assicurano del loro desiderio di secondare tutto ciò che potrebbe assicurare le relazioni di amicizia e di buona vicinanza fra i due stati». Il re mosse le sue genti contro gli austriaci senza preventiva dichiarazione di guerra. A che avrebbe essa giovato? Non è una guerra che egli imprende, ma un atto di amistà; Pareto si spiega francamente a Lord Abercromby: «Non si può dissimulare, dice il ministro del re di Sardegna, che dopo gli avvenimenti di Francia non possa essere imminente il pericolo di vedere proclamata la repubblica in Lombardia. E nel fatto, dietro informazioni sicure, sarebbe certo che un gran numero di Svizzeri avrebbe efficacemente contribuito, con la loro presenza, alla sollevazione di Milano. Ora se la repubblica fosse ivi proclamata, un simile movimento scoppierebbe negli stati del re di Sardegna. Per questa ragione, S. M. il re di Sardegna si crede obbligato a provvidenze, le quali coll’impedire che l’attuale commozione lombarda conduca alla repubblica, risparmieranno al Piemonte e al rimanente dell’Italia le catastrofi che potrebbero accadere se una tal forma di reggimento fosse proclamata». Il 28 marzo lord Normanby scriveva a lord Palmerston «che la guerra intrapresa non è punto una guerra; S. M. non invade la Lombardia con l’intenzione di incominciare le ostilità contro una potenza amica, ma unicamente dietro domanda di coloro i quali, senza aiuti, erano riusciti a conquistare la libertà nell’intendimento di aiutarli a mantenere il buon ordine in un paese forzatamente abbandonato da quelli che prima l’avevano governato». Il ministro Pareto scrive al lord Abercromby il 29 marzo che «erasi spedito l’ordine a tutti i comandanti delle navi dello stato di lasciare liberamente andare tutti i legni mercantili di bandiera austriaca: i comandanti della regia marineria hanno pure ricevuto l’ordine di astenersi da ogni atto ostile contro i legni da guerra austriaci, tranne il caso di essere provocati»3. L’abate Gioberti prima della guerra tracciava il disegno della battaglia nel caso che in qualche parte d’Italia fosse proclamata la repubblica. Tre partiti si potrebbero prendere (dice l’abate) dai nostri governi: o lasciar fare e stare colle mani alla cintola a vedere; ovvero intervenire colle armi a distruggere il fatto con la forza; ovvero correre alle vie pratiche di una intercessione pacifica, o richiamare a buon senno gli sviati. Ora, di questi tre espedienti, il primo mi pare peggiore e l’ultimo migliore, anzi il solo opportuno a praticarsi».

Dunque la guerra regia era ordinata contro la rivoluzione e primo pensiero degli uomini del partito moderato era quello, se proclamavasi la repubblica, di soffocarla pacificamente o militarmente4. Il re mirava sempre fisso alla servitù della Lombardia, non alla libertà dell’Italia.

Ma se è riprovevole il contegno ed i maneggi dei cortigiani e dei servili, meritano biasimo i liberali, che lasciarono mettere sulla santa bandiera il polveroso ragnatello dei baroni di Savoia ed acconsentirono al patto che rimetteva la guerra del popolo in procura di una corte e dava in paga al mercenario la gemma della libertà5.

L’esercito regio sorpassava ai cinquantamila uomini. Carlo Alberto non aveva talento, esperienza di guerra, aveva in disistima i suoi generali, nuovi ed ignoranti in tutti i rami di servizio6, esperti solo nei maneggi di polizia, loro principalissima occupazione, generali d’anticamera e di confessionale. L’armata regia scese in campo senza carte: lo stato maggiore generale, scrive Bava, non aveva potuto provvedersi di carte geografiche e topografiche del teatro della guerra; ed a noi era stato impossibile il procurarsene, attesa la precipitosa partenza pel Ticino. E quale era lo stato maggiore, tale era l’intendenza dei viveri, il servizio sanitario ed ogni altro ramo militare. Lo stesso Bava deplora lo scoraggiamento nei corpi più valorosi i quali non si vergognarono di ritirarsi quasi senza combattere, davanti ad un nemico a loro inferiore e qualche volta immaginario. Erano divenuti, dice il Bava, così pusillanimi, temevano persino l’ombra del pericolo; più si reputavano in sicurtà se non quando trovavansi riuniti in grandi masse.

Ed i satelliti del re scrivevano nei loro bollettini:

«Officiali e soldati! Il vostro marziale entusiasmo, la vostra mirabile disciplina, il vostro eroismo e quello di chi vi guida alla vittoria, ci rallegrano e ci inorgogliscono. Poichè [vostre?] sono le glorie, come nostre sono le speranze e le vittorie di tutti i figli d’Italia. Noi ci studiamo di consolidare colla concordia, coll’unione, colle civili virtù l’opera dei vostri bracci gagliardi, delle formidabili spade! Sia lode immortale all’esercito d’Italia ed al suo gran capitano!».

Il 25 marzo l’esercito regio passava il Ticino ed entrava in Pavia, il 5 d’aprile era all’Oglio, l’8 al Mincio: furono 80 miglia in 15 giornate. Quando era a Lodi, il nemico era a Crema, lontano dieci miglia. Invece di passare l’Adda ed andare ad assalirlo, si volse a destra verso Piacenza7. E un ordine del giorno di Carlo Alberto lodava l’alacrità dell’esercito che seppe con marce precipitose costringere il nemico a passare il Mincio e riparare sull’Adige.

L’11 aprile l’esercito occupava tutta la linea del Mincio: il 15 investiva Peschiera dalla parte di destra del fiume. Dopo poche ore s’intimò la resa a cui venne risposto non avere esso ordine di rendere la piazza. «Trovando, scrive Bava, la guarnigione di Mantova mal provveduta di viveri, alcuni distaccamenti della medesima operavano frequenti sortite nello scopo di procacciarsene nei dintorni; cosicchè rapivano agli abitanti non solo i cereali e bestiame, pur anco tutto ciò che capitava loro nelle mani. Locchè era cagione di continui spaventi e di continue lagnanze, le quali determinarono S. M. ad operare una grande ricognizione sulla piazza; così per osservarla da vicino, come per tentare di fare prigionieri alcuni posti, segnatamente quelli di maggiore importanza stabiliti a Rivalta ed alle Grazie; non senza lusinga che un tal movimento potesse far risolvere a sollevarsi in massa contro il presidio. La ricognizione fece rientrare il nemico nel forte ed io ho potuto col mio stato maggiore osservarla per lunga pezza. Più volte il nemico tentò di operare qualche sortita, ma il fuoco dei nostri bersaglieri lo respinse ad ogni incontro con gravi perdite. Quando giunse S. M. percorse la linea di circonvallazione e si avanzò verso Mantova, in guisa di poter bene osservare la piazza. Ottenutosi lo scopo del nostro movimento, S. M. comandò di ritornare alli alloggiamenti».

«In questa spedizione, continua il Bava, ci toccò osservare come quelle popolazioni siano fredde e poco o nulla animate a favore della causa italiana, inclinando forse verso il tedesco che sempre per lo addietro cercò possibilmente di favoreggiarle. La nostra convinzione, tanto dolorosa quanto inaspettata, se non valeva a scemare menomamente il nostro ardore (sic) per la santa causa dell’indipendenza nazionale, ci faceva però accorti degli ostacoli che venuti ne sarebbero al conseguimento di quella finale vittoria che i disastri hanno potuto contendere alle nostre bandiere, ma che il genio d’Italia ci condurrà pur finalmente a conseguire».

Per giustificare quella vana dimostrazione, il generale Bava calunniò i mantovani di città e del contado. Egli, il generale, non doveva ignorare che Mantova e provincia fin dal 2 di aprile era stata posta sotto lo stato di assedio, proclamata la legge marziale e ritirate le armi; che la guarnigione della fortezza ascendeva ad oltre 10 mila uomini, che tutti i cittadini liberi erano sortiti, che si era formata una legione di volontari mantovani, dipendenti dai suoi ordini, e che questa aveva avuto diversi scontri col nemico e fu vincitrice ai Due Castelli ed a Governolo; che il piccolo villaggio delle Grazie, che numera non più di 300 abitanti, aveva mandato al campo 25 volontari armati e pagati da un cittadino del luogo che era sede di un comitato di provvedimento. In quanto poi alle depredazioni austriache, se quei predoni per necessità di guerra requisirono con forza agli abitanti di quelle località cereali e bestiame il governo austriaco, sebbene col denaro degli italiani seppe indennizzare equamente gli espropriati. Per lo contrario le requisizioni e le espropriazioni in genere ordinate dai generali del regio esercito liberatore, non furono pagate, si vogliono pagare dal governo nazionale, quantunque dal ministero della guerra siano state accertate e liquidate. E per di più ingiunse ai magistrati di rigettare ogni domanda giuridica davanti ai tribunali per debiti provenienti dalla guerra 1848-498. Ed una magistratura vile9 ha sentenziato che i creditori non hanno alcun diritto di rimborso dei loro crediti, occorrendo che l’azione del privato sia fondata sul diritto civile10. In altri termini che vi sia una legge che condanna il governo al rimborso e non sussistendo è tolto da farvi luogo. Per la qual cosa le perquisizioni ordinate e fatte eseguire dai generali del regio esercito sono ritenute, come devonsi ritenere, un brigantaggio. Oltre di ciò e come si dirà in appresso, il governo provvisorio della Lombardia, per la convenzione del 26 marzo, dovendo fornire i viveri all’esercito ed i commissari del re amministrarli, senza obbligo di rendiconto, ne avvenne che i soldati costarono al governo provvisorio il doppio e patirono la fame e la Lombardia pagò una quantità doppia, senza contare le immense somministrazioni fatte dai Comuni e dai privati.

Ed in benemerenza di tanti sacrifici di sangue e di sostanze, i generali dell’esercito ed i cortigiani del re hanno bassamente, codardamente calunniate le popolazioni di Mantova e di Milano, cosicchè in compenso si ebbero il tradimento, le espropriazioni forzate e la miseria.

Carlo Alberto era avverso ai volontari, corpi franchi, avverso ai nostri soldati volontari. E fu suo primo pensiero di tener fuori dai suoi reggimenti i giovani generosi e colti, relegandoli in battaglioni separati, condannandoli all’inerzia delle caserme ad imparare la carica in 24 tempi. I generali non abbracciarono mai con la mente tutto il campo della guerra, si circoscrissero a quel breve arco che segue il corso del Mincio, dalle alture dello Stelvio alla sinistra del Po, facendo siepe innanzi alla Lombardia ed in quel modo che soleva farsi un secolo addietro. Carlo Alberto non aveva, poteva avere alleati, atteso la politica sleale, e li sacrificò nei momenti supremi.

Le guerriglie Manara, Arcioni, Torres, Tannberg, Griffini, ed alcune altre, circa oltre tremila uomini, sotto il comando del generale Allemandi, si unirono a Montichiari e si decise di intraprendere la spedizione del Tirolo. Arcioni marciava in testa e si spinse, cacciando innanzi a il nemico, fino alla valle del Sarca ed occupò Castel Toblino. In Tione, a Vezzano ed in altre località ergevasi l’albero della libertà col vessillo tricolore, plaudenti i cittadini, ardentemente desiderosi di unirsi alla madre patria. Attaccati da forza maggiore e sopra diversi punti, dopo un combattimento di quattro ore, i volontari si ripiegarono sopra Stenico. Il 16 ricevevano ordine dal generale Allemandi non doversi far nulla senza il soccorso dell’armata piemontese, e questo soccorso venir per ora rifiutato. L’Allemandi in sua lettera diretta e stampata da Cattaneo, scrive: «Ma per impadronirmi di Trento mi era necessario alcuni battaglioni di truppe regolari piemontesi per appoggiare i miei volontari, i quali mancavano d’organizzazione, d’armi, di vestiti e di viveri! Fu allora che io mi portai al quartier generale di Volta, ove era il re, per dimandargli con istanza questi soccorsi, esponendogli con calore tutta l’importanza che avrebbe per la nostra guerra la presa di Trento. Carlo Alberto, che da principio sembrava essere del mio avviso, mi fece rispondere dopo alcuni minuti dal gen. Franzini ministro della guerra, che egli non poteva mandarmi i quattro battaglioni di truppe che io aveva domandato, ch’egli attendeva ad una grande battaglia campale e che per conseguenza non poteva distaccare delle truppe pel Tirolo».

Il 20 giungeva in Tione l’ordine del giorno che annunciava lo scioglimento dei corpi franchi. L’intenzione del Governo di Milano era di non agire più oltre in Tirolo. I volontari fremendo e piangendo, uscirono il 21 da quella terra bagnata del loro sangue. Il 24 entrarono in Brescia, accolti non già come italiani, che erano stati a combattere per la libertà della patria, ma peggio che stranieri. Il giorno seguente si presentava il colonnello Cresia, con ufficiali tutti piemontesi per organizzarli, proponendo paga e disciplina di Carlo Alberto. All’ordine del giorno del col. Cresia che finiva col grido viva il re, i volontari risposero viva la repubblica italiana.

L’abbandono del Tirolo era il primo passo verso la catastrofe, complice la perfidia del governo provvisorio. Al generale Allemandi, dimissionario, venne nominato al comando dei corpi volontari, Giacomo Durando, che ebbe la missione di guardare la frontiera del Tirolo, tenuto come parte della confederazione germanica e di cui l’Austria si beffava dichiarandolo paese neutrale.

L’esercito austriaco di riserva, comandato dal generale Nugent era all’Isonzo ed ebbe ordine di guadagnare Verona al più presto possibile. Di fronte stava il generale Giovanni Durando, generale del papa, dipendente di Carlo Alberto e pagato dal governo della repubblica di Venezia, con 20 mila volontari romani, napoletani e veneti e i presidi delle piazze di Palmanova ed Osoppo. Nugent si impossessò il 23 di Udine ed il 27 passò il Tagliamento e si diresse verso Belluno. Il 29 Durando giunse a Treviso e prese le disposizioni a difendere il Piave. Frattanto Nugent continuava la sua marcia sopra Belluno, lasciando al generale Culoz la cura di sforzare il passo della Piave ed occupare Feltre. Il 7 Durando marciava verso Feltre ma trovandola occupata dal nemico contrammarciò su Primolano, per difendere la Brenta11. La sera del 9 l’avanguardia nemica attaccò gli avamposti del generale Ferrari. Questi partì con tremila uomini dirigendosi verso Cornuda e contemporaneamente avvertiva Durando della gravità delle circostanze. Il generale rispose: vengo correndo. La mattina Culoz attaccò Ferrari e Cornuda. I volontari sostennero i primi attacchi con bravura, ma sopraggiunta un’altra brigata nemica, ripiegarono indietro. Frattanto Durando non si muoveva, ed i volontari disperando del suo arrivo, e credendosi traditi, si diressero su Treviso. Nugent, sbarazzatosi del corpo dei volontari ed approfittando della incertezza e degli errori di Durando, marciò direttamente su Verona e si congiunse a Radetzky. «Durando, dice Cattaneo, indugiò prima a passare il Po, indugiò poscia a munire il passo del Piave, mancò all’intento della sua spedizione, cadde in sospetto: fu accusato a torto. Era solamente il servo del re, il tradimento era nell’armata regia».

Intanto Radetzky avendo riordinato e rinforzato il suo esercito, si preparava alla guerra. Il 27 maggio sortì da Verona dirigendosi su Mantova nell’intento, sfondando le linee dei volontari toscani, di attaccare l’esercito del re e liberare Peschiera che era agli estremi. Il 29 Radetzky sortì da Mantova con oltre 30 mila uomini e attaccò i trinceramenti di Curtatone e Montanara. Quei volontari, in numero non più di 5 mila, sostennero per tutta la giornata l’urto del nemico con impareggiabile valore, sempre aspettando il prossimo arrivo dell’infido amico. L’indugio salvò il re, che ebbe agio di riunire a Goito forze considerevoli e costringere il nemico a ritornare in Mantova. Peschiera era resa e l’ardita manovra di Radetzky gli poteva costar cara, se Carlo Alberto fosse stato semplice guerriero, e non re e gesuita; egli sarebbe stato in tempo di investire Verona, ove il nemico aveva lasciato poca gente: l’avrebbe fatta assalire a tergo dai romani e visentini e al di dentro dal popolo, acceso dal grido della sua vittoria. «Aussitòt apris la battaille, on aurait pu couper la raitraite aux Austrichiens et par le moyen d’emissaires instruire les abitans de Verone, ou Radetzky n’avait laissè qu’une faible guarnisons»12. L’operazione, dice Pisacane, la più semplice e dettata dall’arte, era quella di passare il Mincio e, prevenendo il nemico, costringerlo alla battaglia con una grande inferiorità di forze. Avvenne il contrario.

Premeva al Maresciallo il possesso del Veneto e assicurarsi una comunicazione diretta, e varcò l’Adige a Legnago e con 30 mila uomini assalì alle spalle Vicenza e costrinse Durando a capitolare. Pochi giorni dopo capitolava Palmanova, quantunque la piazza fosse fornita di viveri e di munizioni. Le operazioni del generale Durando, dice Pisacane, in questo caso sono riprovevoli, quanto quelle del primo periodo della sua campagna. La fortuna sorrideva ancora a Carlo Alberto e gli additava il cammino della gloria. Marciare, scrive il Pisacane, concentricamente all’Adige e passarlo fra Verona e Legnago; mascherare Verona con 15 o 20 mila uomini e mirare direttamente a Vicenza. Il re avrebbe potuto giungervi alla testa di 50 o 60 mila uomini, mentre Radetzky con soli 30 mila, divisi in due dal Bacchiglione, era impegnato sotto le mura di una città difesa da 10 mila uomini. La battaglia di Vicenza, vinta da Carlo Alberto, avrebbe assicurata l’indipendenza italiana. E per la prima volta la storia d’Italia avrebbe consacrato alla gloria il nome di un principe. Ma Carlo Alberto stette immobile al Mincio, aggirandosi da quell’eterna Peschiera a quell’eterno Goito, circolo magico segnato dalla politica del re. Tanto accecamento nel re e nei suoi generali non si poteva spiegare che nella lusinga che la guerra terminasse con un Campoformio. Così le città venete che avevano disertato l’antica madre Venezia per fondersi nel regno fortissimo, venivano sacrificate e consegnate allo straniero.

Carlo Alberto era riuscito a sbarazzarsi degli alleati, ributtandoli, e dei volontari abbandonandoli al momento supremo. Era rimasto libero di condurre la guerra a seconda della sua politica tenebrosa, ingannando i re come membro della Santa Alleanza; ingannando i popoli come campione della nazionalità e dell’indipendenza.

Tutto presagiva vicina una catastrofe. La metà del regno perduta, l’esercito sfiduciato, i volontari dispersi ed i pochi rimasti confinati sui manti in osservazione di un paese dichiarato neutro, scomparso il bellicoso entusiasmo delle popolazioni e cadute in una profonda inerzia. Arrogi, per effetto della fusione, i padroni erano tornati servi.

Il re allungò la sua destra fino al Po attorniando Mantova. Egli girava attorno alla fortezza come uno scorpione attorno al fuoco. L’esercito regio era disteso lungo una linea di oltre 40 miglia, a fronte dell’esercito imperiale concentrato a Verona ed ordinato in modo di tentare un colpo decisivo. Il 22 Radetzky investì Rivoli, per mascherare il suo disegno e distrarre l’attenzione del re. Il 23 attaccò e prese Sona, Sommacampagna e Custoza; ma nonostante gli ottenuti successi, si trovava in condizioni difficili. Il 25 si combattè su tutta la linea da Valeggio a Sommacampagna. La lotta fu accanita e gloriosa per le armi piemontesi e la giornata sarebbe stata decisiva, se De-Sonnaz fosse entrato in azione ed attaccato Valeggio e la mancanza dei viveri non fosse stata causa del ritardo all’attacco di Custoza. «Sul terreno, dice Cattaneo, pareva una vittoria, sulla carta era un precipizio».

Alla sera il re si ritirò a Villafranca, ma quella posizione non essendo temibile, all’alba del 26 cominciò la ritirata su Goito. In questa critica circostanza Bava diede sagge disposizioni, richiamando il resto dell’armata al blocco di Mantova ed ordinando a De-Sonnaz, che riteneva a Volta, di minacciare il fianco nemico, se questi tentasse di passare il Mincio, di concentrare tutte le forze sulla destra di questo fiume e tentare di nuovo la sorte della battaglia. Ma sventuratamente le disposizioni del Bava non vennero eseguite. De-Sonnaz aveva già abbandonato Volta per un ordine di cui nessuno si riconobbe autore13. Il re gli comandò di andare a riprendere quelle posizioni. De-Sonnaz vi giunse a notte, e trova la posizione occupata dai nemici. Si combattè corpo a corpo durante la notte ed il nemico fu cacciato di muro in muro, ma sopraggiunti altri battaglioni austriaci De-Sonnaz, inferiore di forze, dovette abbandonare alle due e mezza dopo la mezzanotte il contrastato acquisto. «Il 27 mattina si videro a Goito, scrive Bava, molti fuggiaschi delle brigate Savoja e Regina; si cercò rannodarli; ma senza frutto, perchè tutti protestavano il bisogno di nutrimenti e noi eravamo privi di viveri». Le brigate di Sommariva e di Ferrère, che erano le più intere e fresche, sia per ordini arcani, sia per turpe infedeltà, lasciarono le altre in faccia al nemico e se ne andarono all’opposta riva dell’Oglio14. L’esercito era in dissoluzione. Al mattino del 28 il re chiamò tutti i generali a consiglio, e quasi tutti convennero nel dichiarare esservi una decisiva stanchezza, un vero scoraggiamento e soprattutto continua mancanza di viveri, la qual cosa consigliava a chiedere una tregua dal nemico, fosse pure con qualche condizione onerosa15. La proposta venne adottata e si diede incarico ai generali Bess, Rossi e Lamarmora di aprire le trattative. Le condizioni furono respinte, ritenute troppo esorbitanti e si cominciò quella disastrosa ritirata che finì al Ticino e la consegna dell’eroica Milano a Radeztky.

Di nuovo si propose di ricorrere al popolo francese, ma il re che odiava più la repubblica che gli austriaci, finse di aderire, e mandò un suo faccendiere a Parigi per procrastinare ed impedire ogni risoluzione. Così si fece nel maggio, allorquando Lamarmora disse all’Italia: la Francia è pronta; e Carlo Alberto ed i moderati gli risposero per bocca di Pareto: l’Italia fa da ; e così il governo provvisorio, che respingeva l’aiuto di pochi volontari repubblicani francesi. La formale domanda fu fatta al Governo della Repubblica il giorno dopo che il re aveva consegnato Milano a Radetzky. Intanto si sparse la notizia della rotta del regio esercito e la ritirata su Milano. Il popolo non disperava ancora e chiese che fosse istituito un Comitato di difesa. Dopo alcune contrarietà dei faccendieri del re furono nominati il general Fanti, i cittadini Maestri e Restelli componenti il Comitato. In quel precipitare di disastri, il Comitato di difesa si mise all’opera e dimandò un prestito forzato di 14 milioni alle famiglie agiate (che non pagarono); chiamò sotto le armi tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni; mobilizzò cento uomini per ogni battaglione di guardia nazionale; ordinò opere fortilizie a difesa della campagna e della città e approvvigionò la città per altri tre mesi. In quanto alle munizioni di guerra, scrive Cattaneo, senza comprendere quello che l’esercito aveva seco e ciò che poteva avere tosto dalla vicina Alessandria e tutti i quartieri della guardia nazionale, erano sprovvisti a dovizia. Vi erano in Camposanto 135 barili di polvere, dodici casse di cartucce ed altrettante di capsule. Si erano distribuite 300 mila cartucce nel giorno 3; 300 mila nei giorni precedenti; 500 mila erano in corte, 400 mila al ministero della guerra, ed inoltre vi erano in altri luoghi nove migliaia di chilogrammi di polvere da cannone, 45 migliaia di polvere da fucile. Infine molti privati si erano provvisti largamente. Tutte le spezierie si erano converse in fabbriche da polvere e cotone fulminante; si apprestavano inoltre 350 mila cartucce al giorno. Oltredichè furono date disposizioni per mettere tutta la campagna circostante la città in istato di difesa, nonchè lo sbocco delle valli sulla pianura, da Peschiera a Como; in una parola si aveva disposto un armamento territoriale tale da rendere quasi impenetrabile al nemico anche la pianura e dopo tutto ciò v’era l’esercito. A Bergamo eravi Garibaldi e Mazzini con un forte corpo di volontari. I cittadini si erano preparati a difesa ed un migliaio di montanari erano pronti a scendere in Bergamo per sostituire i volontari che Garibaldi voleva condurre in soccorso di Milano.

Il giorno 2 agosto giunsero le truppe lacere, affamate, spaventate alle porte di Milano, che poi dovevano consegnarla al nemico e si accamparono in semicerchio e furono confortate con pane bianco, carne e sigari e si distribuirono 40 mila camicie nuove. Il giorno 3 si voleva rialzare le barricate, ma il generale Olivieri s’oppose dicendo «che era modo inopportuno di difesa ed impedimento anzichè aiuto ad un esercito». Alla mattina del 4 l’esercito liberatore era in piena rotta e giunto a Cremona il re Carlo Alberto, scrive il Cattaneo, si trattenne per due ore in una chiesa a cantare le litanie ed il tedeum in ringraziamento del buon successo.

Al mattino dello stesso giorno si udì tuonare il cannone ed il popolo fieramente ansioso dimandava di innalzare le barricate e suonare la campana a martello. Fanti e Restelli si recarono tosto dall’Olivieri per chiedere la licenza di costruire le barricate e suonare le campane a stormo. Il satellite del re rispose che erano indecorosi tali ingombri in una città difesa da un esercito di 50 mila uomini, ma tuttavia ne avrebbe parlato al re a mensa. Frattanto che i generali del re si adoperavano a sconcertare ogni mezzo di difesa, il nemico si mostrava impunemente sotto i bastioni. Si batte la generale, le campane suonano a stormo non odesi che il grido di all’armi, all’armi. Le guardie nazionali si raccolgono; i vecchi, le donne, i fanciulli accorrono a fare le barricate. A mezzanotte la città è irta di barricate, è un campo di battaglia. Rischiarava quella scena terribile e sublime di tutto un popolo che si preparava a morire o vincere, il fosco chiarore degli incendi ordinati dagli ufficiali del re. In quella medesima notte, in mezzo a quel popolo fatto gigante nella sventura, sfilavano come ombre, cupe e taciturne, le truppe regie, ed in mezzo a loro la truce e figura del re, su cui volto livido serpeggiava il tradimento.

All’alba del 5 la città era preparata ad ogni assalto. Verso le 9 furono chiamati in casa Crispi i municipali, il comitato di difesa, i capi della guardia nazionale, e fu loro comunicato come il re, per difetto di denari, viveri e munizioni, per salvare la città, avesse capitolato; che l’esercito si ritirerebbe al di del Ticino e prima di uscire consegnerebbe la città al nemico.

Il funesto avvenimento corse rapidamente per la città ed il povero popolo, muto, atterrito, vedeva, ascoltava e non intendeva più nulla. Alcuni proruppero furibondi e minacciarono di assalire il palazzo ove stava il re e già avevano rovesciato le carrozze preparate alla fuga. I generali che si affacciarono alla finestra per parlare furono accolti a fucilate e si vuole che alcune palle fischiassero attorno al capo del re. Allora si ricorse alla simulazione. Il re temeva l’ira del popolo, fece gridare dal Bava che egli, il re, era deliberato a combattere e morire seco loro coi propri figli. Il popolo chiese una promessa stampata ed il re ubbidì e fece pubblicare queste parole: «Il modo energico col quale l’intera popolazione si pronuncia contro qualsiasi idea di transazione col nemico, mi ha determinato di continuare nella lotta, per quanto le circostanze sembrino avverse. Io rimango fra voi coi miei figli».

E nello stesso tempo il re traditore si preparava alla fuga, dopo di aver consegnato la città al nemico. Verso alla mezzanotte, usciva per una casuccia laterale, travestito da gendarme e menando a mano un cavallo, e fuggiva come fugge un malfattore dopo aver consumato il delitto.

Lo spettacolo miserando che presentava il popolo milanese all’entrata dei croati per porta Romana nella eroica città, fu tale che non si riscontra in nessuna epoca della storia umana. Più di centomila abitanti si precipitarono fuori delle altre porte. Donne, infermi, bambini, famiglie povere che non erano mai stati lungi dalle mura native, si trascinavano fra la polvere delle strade e fra i campi senza sapere bene ove andare e di che sostenersi. Più di un centinaio impazzirono16.

Carlo Alberto non solo apportò indipendenza, libertà, ma disfatta, ignominia e tradimento, consegnò in persona al barbaro, Milano, tutte le città libere e l’esercito; tenne seco in Piemonte le munizioni, le artiglierie della guardia nazionale e quattro milioni in danaro, fuso con l’oro e con l’argento dei cittadini, dopo che per la convenzione del 26 marzo era stato messo a carico della Lombardia ogni sussistenza dell’esercito, del quale era affidata l’amministrazione ai commissari del re, senza obbligo di rendiconto e che ognuno dei soldati costò il doppio del necessario; non computando le requisizioni dei buoi, cereali, fieno, legna ed altro, requisiti ai comuni ed ai privati17.

bastava ancora, il re ordinava di consegnare i forti di Peschiera, di Osopo e di Rocca d’Anfo e la Venezia.

Durando, generale di sagristia, che a Bagolino in faccia al nemico marciava in fianco al baldacchino che copriva il prete che portava in processione la pisside con un torcione assai più lungo della sua spada, cantando le litanie, lasciò occupare senza contrasto, l’alta valle del Caffaro, per il qual fatto i volontari stettero per ammazzarlo; ma egli seppe con raffinata arte gesuitica, quietarli e condurli quasi come prigionieri a Torino. D’Apice e Griffini furono anch’essi ubbidienti al re e ricondussero i volontari in Piemonte, disviandoli dal continuare la guerra.

Solo Garibaldi tenne accesa la sacra fiamma e raccolti circa 700 uomini dei 5 mila che aveva a Monza, decise di fare un movimento offensivo contro l’armata austriaca. Il 12 agosto emanava un proclama col quale dichiarava Carlo Alberto traditore. Ad Arona catturò due battelli a vapore ed alcune barche e sbarcò a Luino. Attaccato dagli austriaci li respinse con gravi perdite. A Marazzone sciolse la legione e si ritirò in Svizzera. Mazzini tentò di rinnovellare la guerra con una disperata sollevazione sulle montagne; ma il popolo era ancora attonito e stupefatto dei tradimenti, aveva perduto la coscienza della propria forza virile. Giovane, forte, baldo e bello lo si aveva voluto sposare ad una deforme vecchia baldracca, la monarchia, e diventò impotente.

Il sacrificio era consumato in Lombardia: e fu colpa degli italiani, i quali invece di fare, avevano lasciato fare a capitani ignoranti, infidi, capitolanti traditori.





2 C. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra. Memorie, Lugano, 1859.



3 G. Ferrari, Opere filosofiche e politiche, voll. 2 (Capolago, Tip. Elvetica).



4 G. Ferrari, Opere filosofiche e politiche, cit.



5 C. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano, cit.



6 C. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano, cit.



7 C. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano, cit.



8 Corte di Cassazione di Roma.



9 Illustrazione italiana, 23 febbraio 1881.



10 Corte d’Appello di Brescia.



11 C. Pisacane, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849, Genova 1851.



12 Ferrero Gabriel Maximilien, Journal d’un officier de la brigade de Savoie sur la campagne de Lombardie, s.a.n.t.



13 Ferrero G. M., op. cit.



14 C. Cattaneo, op. cit.



15 E. Bava, Relazione sulle operazioni militari da lui dirette nel ’48, Torino, 1848.



16 C. Cattaneo, op. cit.



17 C. Cattaneo, op. cit.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License