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Carlo Alberto, che la storia colloca fra il volgo dei re18, aveva mosso la guerra non contro l’Austria, ma contro la rivoluzione e colla consegna della Lombardia e parte della Venezia, non era finita la sua missione. Gioberti, l’ex gesuita, dopo la guerra accanita fatta a Montanelli, banditore della Costituente, riuscito presidente del ministero sedicente democratico, ordina la spedizione di Lamarmora contro i repubblicani della Toscana, col progetto di rimettere il Granducato sul trono di questa ed è d’accordo col generale austriaco Haynau che assale nel tempo stesso la repubblica romana ed entra in Ferrara. L’opinione pubblica si solleva contro i turpi maneggi del ministro reazionario e l’ex gesuita Gioberti, dal ministero, fu cacciato ignominiosamente nel nulla.
Frattanto in Piemonte il partito della guerra si adoperava a rifare l’esercito e la camarilla col clero a disfarlo, attaccando la sua disciplina, dipingendo con neri colori i disagi della guerra passata ed insinuando che quella che si voleva fare era opera dei demagoghi per mettere a scompiglio il regno. I preti predicavano contro la guerra e la costituzione ed andavano sussurrando ai contadini che la causa d’Italia era quella del demonio. Spargevano biglietti e proclami fra l’esercito eccitando i soldati alla disubbidienza.
Era un lavoro di decomposizione e preparatorio di fughe vergognose e di violenze, praticato solamente dalle soldatesche corrotte e dalla monarchia.
Fu scelto a comandante supremo il generale polacco Chzarnowsky, chiaro per essere rimasto in Varsavia dopo l’entrata dei russi e dopo la ingiustificabile sconfitta e di avere colla stampa disonorato l’armata piemontese, coperto d’onori da Vittorio Emanuele diventato re. L’esercito piemontese ammontava a oltre 100 mila uomini, ma tolto circa 15 mila, che formavano le guarnigioni d’Alessandria, di Torino, Chambery e Genova, ne rimanevano in linea circa 85 mila. Chzarnowsky spiegò le sue forze lungo la linea del Ticino, da Stradella a Buffalora, cento miglia di linea. Denunziato l’armistizio, Radetzky prese l’offensiva e passò nella notte del 19 il Ticino a Pavia con 65 mila uomini. Il 20 di mattina Benedek si urtò colla divisione Ramorino, la quale senza combattere si ritirò sulla destra del Po. Radetzky continuò la sua marcia ed al 21 si trovava davanti a Mortara, ove era in prima linea la divisione Durando e la divisione del duca di Savoia. Benedek assale col suo reggimento quella linea di sera, carica vigorosamente alla baionetta, la brigata Regina fugge e Benedek con un battaglione entra in Mortara. In quel mentre che Benedek percorreva la città entravano dalla parte opposta tre battaglioni piemontesi ai quali fu intimata la resa. Alcuni ufficiali ordinarono la carica, ma i capi dei corpi imposero alle truppe di deporre le armi e Benedek ricevè prigioniero un nemico che lo circondava con forze triple e che gli poteva fare pagar caro la sua audacia19.
Tutto ciò avvenne in un’ora. La brigata Aosta non tirò un colpo, Lamarmora a caso s’incontra col nemico e dopo qualche colpo di cannone le truppe si disperdono per i campi. La brigata Cuneo e la brigata Guardie comandate dal duca di Savoia non si mossero. Occupato Mortara, Radetzky continuò la sua marcia mirando a Novara. Chzarnowsky nella sua situazione e mancante di qualunque concetto, si lasciò prevenire dal nemico e scelse la Bicocca come base del suo spiegamento, che divenne la chiave del campo di battaglia. Alle 4 pomeridiane, primo periodo della battaglia, l’armata piemontese era vittoriosa, ma in seguito ad un movimento inverso ordinato da Chzarnowsky ai generali Durando e Bes, la Bicocca fu presa dagli austriaci e la disfatta fu generale. Al far del giorno del 24 l’esercito piemontese era in piena rotta e si ritirava nel massimo disordine, dopo essersi disonorato con eccessive violenze contro i cittadini, saccheggiando ed uccidendo impunemente e barbaramente.
Lo storico Anelli narra che il re Carlo Alberto, abbandonatissimo d’animo e privo di vergogna della battaglia perduta e uditi i patti che il Maresciallo imponeva, venne alla presenza dei figliuoli, dei generali e del ministro Cadorna.
Quivi con parole interrotte disse aver fatto molto per l’indipendenza d’Italia; dura la pace e vergognosa. Poscia abbracciati gli astanti, domandò di restar solo; e indi a poco baciò, ma senza piangere, i figli, ed al re Vittorio, che pure voleva baciargli la mano, con austera severità, ritraendola disse: «Non fare, a te basta il trono; ordina piuttosto al cocchiere di sferzare i cavalli ed io mi partirò per l’esilio».
La rotta di Novara equivale a quella di Villafranca. Fu ignoranza o perfidia in Chzarnowsky? Egli era venduto alla camarilla piemontese? Vittorio Emanuele era egli impaziente di regnare? Ramorino non eseguì gli ordini del generale in capo, avrebbe dovuto battendosi, ritirare, certo, dice Pisacane, tale combattimento non poteva a lungo durare, giacchè la manovra degli austriaci tendeva a circondare e distruggere i Lombardi se avessero di molto ritardato la loro ritirata. Ramorino, dice Ferrari, aveva ricevuto l’ordine di tagliare loro il ponte della ritirata. Egli ricusò di obbedire e dichiarò che egli aveva voluto salvarli. Tanto Pisacane quanto Ferrari sono d’accordo nell’ammettere che i Lombardi dovevano essere sacrificati e Ramorino per non avere eseguito gli ordini, fu passato per le armi. La guerra dell’indipendenza, continua Ferrari, non è stata che un torneo d’inganni fra due schiere di baionette imperiali e piemontesi.
Non bastava ancora. Il governo piemontese ha voluto darsi l’aria del cospiratore ed istituì sulle frontiere numerosi comitati insurrezionali, i quali comitati pretendevano che i popoli insorgessero ad un loro comando per conto ed a profitto dei signori. Il governo piemontese aveva promesso 90 mila fucili, 100 mila lire, un corpo di truppe regolari di 1500 uomini e dei commissari regi per legalizzare il moto popolare. Gabriele Camozzi aveva la missione di promuovere la insurrezione sotto la direzione del generale Solaroli. Il 20 marzo Camozzi partì da Arona per la Lombardia con 4500 o 5000 lire e pochi uomini. In questi giorni circolava il seguente bollettino stampato:
«Sgombrare le fortezze di Mantova e di Peschiera e tutta la Lombardia ed il Veneto, tranne Verona.
«Ritirarsi sulla sponda dell’Adige, ove parleremo (diceva Chzarnowsky).
«Non fermarsi per ogni città, provincia, comune, paesi più di 24 ore in otto giorni.
«Consegnare tutti i cannoni del più grosso calibro, come garanzia di non più molestare le popolazioni».
Il 30 giunsero in Brescia questi altri due bollettini stampati:
«Voi siete valorosi e degni figli d’Italia!
«Voi vedeste il nemico ed egli fu vinto. Ora ritornerete colle vostre mani a piantare il vessillo tricolore sull’Adige, lo vedrete, ve lo assicuro, sventolare sulle rive dell’Isonzo.
Il giorno 25 Radetzski proponeva un armistizio che fu rigettato dal valente Chzarnowsky. Il 25 due divisioni, 24 mila uomini, si avanzarono baldanzose sul ponte della Sesia inseguenti un piccolo corpo di piemontesi in finta ritirata. Appena una di queste divisioni ebbe passato il ponte, già prima minato balzò, dividendo così l’armata austriaca. La divisione ora trovasi al cospetto di 40 mila uomini comparsi quasi per incanto: s’impose la resa. La divisione rifiuta e le nostre artiglierie fulminano da ogni lato. I nostri soldati assalgono il nemico di fianco alla baionetta. I tedeschi si avvoltolano nella polvere lasciando nude le file. Radetzky vedendo irreparabile una sconfitta, innalza bandiera bianca intanto che la predetta divisione deponeva le armi; dopo breve ma franco parlamento, fu conchiuso l’armistizio in questi termini:
1. Radetzsky sgombrerà subito il Lombardo col restante dell’armata, ritirandosi in Veronetta, oltre l’Adige.
2. Il Lombardo verrà immediatamente occupato dalle truppe sarde.
3. Restituzione di tutti i prigionieri piemontesi in Lombardia.
4. Detenzione dei prigionieri in Piemonte.
5. Sicurtà delle vite e proprietà in ogni provincia lombarda.
6. Sull’Adige nuovi trattati riguardo al Veneto20.
Brescia era insorta. Il generale austriaco Haynau aveva intimato la resa entro due ore. Una deputazione si recò dal generale per fargli conoscere le notizie giunte in Brescia della vittoria degli italiani e dell’armistizio concluso. Il generale austriaco rispose: «Io so tutto, ma la città deve rendersi entro due ore, o sarà incendiata». Il popolo bresciano, ingannato quanto valoroso, accetta la sfida. Si combatte con valore, con rabbia in ogni luogo. A porta Torrelunga un manipolo di popolani guidato da Tito Speri, carica alla baionetta un battaglione di croati e lo mette in rotta. Sopraggiungono altri e la lotta si impegna corpo a corpo, ma sopraffatti dal numero ed attaccati da ogni parte, quei valorosi non possono contenersi e retrocedono orribilmente lacerati. Tito Speri non invilisce, raduna i compagni, li rianima, carica di nuovo i croati e di nuovo i croati fuggono. Per ultimo circondati da forze venti volte maggiori, sempre combattendo, e cedendo il terreno a palmo a palmo, ultimo Speri, si ritirano in città. Fu eroica la difesa, ma la città fulminata dalle artiglierie del castello e serrata al di fuori da un cerchio di baionette, fu presa d’assalto, saccheggiate, incendiate le case, bruciati vivi i cittadini, scannati donne e fanciulli.
Chi fu l’autore di questa infernale congiura? Certo si è che il cospiratore, che era il governo piemontese, mancò a tutte le promesse, a tutti gli impegni e fu complice di questo assassinio.