Francesco Siliprandi
Scritti e memorie
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MEMORIE STORICHE E POLITICHE DEL CITTADINO FRANCESCO SILIPRANDI

ASSEDIO DI ROMA E DI VENEZIA

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ASSEDIO DI ROMA E DI VENEZIA

In Italia, le monarchie, istituzioni di origine barbara, non hanno mai avuto gloria, non tradizioni, furono sempre apportatrici di schiavitù, di ignoranza, di miseria e di sventura; per contrario risplende in ogni sua pagina il regime repubblicano per virtù, gloria, potenza, moralità, libertà e benessere. Le due giovani repubbliche, Roma e Venezia, rivendicarono l’onore italiano e lavarono col sangue l’onta sofferta dalle vergognose sconfitte regie.

Spento da mano ignota il sofista Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX, il Papa sbalordito dall’accaduto, si affrettò di comporre un gabinetto di resistenza alla rivoluzione ed apparentemente liberale ed incaricava Montanari, Minghetti e Pasolini di reggere provvisoriamente la cosa pubblica e di scegliere un nuovo ministero. Il popolo era stanco di queste mene e di doppiezze; si recò numeroso al Quirinale e domandò la convocazione della Costituente ed un Ministero democratico. Il papa si trovò nell’alternativa di reagire o cedere ai voleri della rivoluzione. Il tempo delle doppiezze era passato, si levò la maschera e fece annunziare dal Galletti che egli non piegava, avrebbe piegato mai a scendere a patti coi ribelli. L’annunzio della risoluzione del papa è accolto dal popolo con urla e fischi. Gli svizzeri spaventati da questo insolito pronunciarsi del popolo prendono un atteggiamento ostile. Il popolo grida all’armi. Alcuni colpi partiti dal Quirinale fu il segnale della lotta.

L’irritazione contro gli svizzeri giunge al colmo. Il popolo appicca il fuoco ad una porta del Quirinale. I cittadini salgono sui tetti, sui campanili, dietro ai muri, dietro ai monumenti e rispondono al fuoco dei soldati del papa. Fu in quella circostanza che monsignor Palma, affacciatosi alla finestra ricevette una palla nel petto e cadde morto21.

La rivoluzione incalzava ed il papa, affettando di cedere, mentre disponeva ogni cosa per reagire, concedette un nuovo ministero. Il giorno 20 adunavasi il Consiglio ed i deputati di Bologna, per mezzo del Minghetti che il popolo aveva in odio come retrogrado e papista, annunziava al Parlamento che si sarebbero dimessi se non si fosse fatta giustizia del Rossi e protestavano contro le proposte dei democratici.

Fra questo agitarsi il papa, apparentemente calmo, ordiva la cospirazione e la fuga. La notte dal 24 al 25 novembre Pio IX fuggiva da Roma pigliando le veste di un pretocolo, con un paio di occhiali verdi sul naso con la contessa Spaur vecchia cortigiana e si gettava in braccio al Borbone, il più feroce nemico.

Il papa, fuggendo clandestinamente, aveva violato la costituzione e mentre un tal fatto doveva risolvere ministero e parlamento a provvedimenti energici di salute pubblica e dichiarare decaduto il papato, nominarono una deputazione incaricata d’andare a Gaeta a supplicare Sua Santità di ritornare nei suoi stati. Sua Santità sdegnò di riceverla e per di più si aggiunse l’insulto facendogli significare da un ispettore di polizia il rifiuto ad ogni ricevimento. Ed a quegli animi servili ed insensibili ad ogni ingiuria fu meritato quel sanguinoso insulto.

Frattanto la reazione europea preparava un intervento cattolico armato. Il generale Cavaignac, il massacratore del popolo di Parigi nella giornata del 14 giugno, significava alla Assemblea nazionale nella seduta del 28 novembre che aveva per via telegrafica comandato s’imbarcassero immediatamente 3500 uomini e si dirigessero verso Civitavecchia con l’intenzione di assicurare la persona del Santo Padre, la sua libertà ed il rispetto dovuto. Nelle istruzioni poi date al comandante la spedizione De Corcelles, avvertiva di non intervenire in alcuna delle quistioni politiche; spettare solamente alla assemblea nazionale il determinare la parte che vorrà far prendere alla repubblica i provvedimenti dai quali procederà la restaurazione di uno stato regolare di cose nei dominii della Chiesa.

Il governo romano protestò solennemente contro le intenzioni fratricide del generale Cavaignac e dichiarò che avrebbe impedita l’entrata e la violazione del territorio nazionale da una invasione francese.

In questo frattempo tutte le provincie delle Romagne manifestarono a mezzo delle loro associazioni e della stampa, di voler sortire dal provvisorio e di risolvere la questione nazionale, facendo un appello solenne al paese. La Commissione provvisoria di governo accolse favorevolmente quelle manifestazioni e l’Armellini, ministro dell’interno, ne fece relazione al Consiglio dei deputati, che fu accolta con fragorosi applausi. Nel giorno stesso, 29 dicembre, fu pubblicato il decreto che convocava in Roma un’Assemblea nazionale per il 5 febbraio 1949.

In questo intervallo si diede mano a ricostruire lo Stato, riformando sapientemente le parti più importanti della legislazione civile e riordinando l’amministrazione. Mazzini, da Marsiglia, scriveva ai romani che si levassero una buona volta, che prendessero per insegna Dio e il popolo, e che come erano in repubblica la promulgassero di diritto. Ed a Saffi gli tracciava la via da tenersi. Bisogna, egli diceva, che la Costituzione romana, proclamando il principio repubblicano per lo Stato, proclami il principio della Costituente italiana, come ultima soluzione della questione nazionale.

Che senza affrettarsi a coniare una istituzione repubblicana, che localizzerebbe la vita e la quistione, si contenti di proclamare il principio, come serie di massime generali da seguirsi ed un governo; poi rinunzi ad una assemblea legislativa la cura di fare la costituzione.

Tutte le cure dovranno rivolgersi alla guerra. La guerra è inevitabile; anzi è decisa dall’Austria. È necessario, quando non si voglia retrocedere, vedere tutta intera la via da percorrersi e calcarla tutta senza la menoma esitanza. Tentennando non si salva lo stato romano e non si fa cosa alcuna per l’Italia. In Roma ha da essere l’iniziativa della rivoluzione italiana. Consigliava per ultimo il provvedere armi da guerra e fortificare Bologna e Foligno.

Il 5 febbraio in piazza del Campidoglio tra trofei ed emblemi erano inscritti in tavole inghirlandate i nomi dei deputati eletti alla Costituente. Il popolo romano, memore dell’antica civiltà e dell’antica gloria, ritornava a nuova vita. Partivano dal Campidoglio i deputati, diretti al palazzo designato all’Assemblea costituente seguiti da numeroso popolo festante con bande musicali e bandiere, fra le quali quella degli esuli di Lombardia, e Venezia e Napoli velate a lutto che parea implorare salute da Roma, madre della patria. Era uno spettacolo sublime.

Adunatasi l’Assemblea, Armellini calmo ed austero sale sulla tribuna e con parole franche e leali delinea la situazione, accenna alle difficoltà da superarsi dal nuovo governo, numera le forze della reazione interna ed esterna, confida nel patriottismo del popolo romano e conchiude che la salute della patria è l’opera della rivoluzione. Il discorso è accolto da unanimi e fragorosi applausi. Una voce sonora e vibrante s’ode dalle tribune gridare: «Viva la repubblica!». Era Garibaldi. Quel magico grido è accolto con grida frenetiche e si sarebbe proclamata la repubblica in quello stesso giorno, se gli eterni uomini della legalità, degli equivoci, i sofisti non avessero con nioiosi discorsi prolungata la discussione nello scopo di perdurare nel provvisorio in attesa di eventi. L’assemblea annoiata da quelle sofisticherie, si decise di sortire dal provvisorio e ributtati i sofismi, i timori e le contraddizioni del papista Mamiani e compagni, decretava nella memoranda seduta del giorno 9, essere il papa decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale, che la forma del governo dello stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica romana.

In Toscana la rivoluzione procedeva fra gli equivoci e le titubanze del Guerrazzi avverso alla forma repubblicana e all’unione con Roma. Mazzini, deputato alla costituente toscana, si reca a Firenze, allo scopo di eccitare la proclamazione della repubblica e l’annessione immediata con Roma. Guerrazzi, sia per scetticismo che per ambizione personale, siccome disprezzatore degli uomini dei tempi attuali si dichiara contrario e consiglia Mazzini di abbandonare la Toscana. Il Guerrazzi, quantunque si mostrasse poco fidente nella rivoluzione, e fosse restio alla proclamazione della Repubblica ed all’immediata annessione di Roma avrebbe potuto volendo, trascinare seco il governo che sotto pretesto prorogava la convocazione della Costituente e con una procurata inerzia paralizzava ogni atto, ogni volontà. Era manifesto, che tutto, uomini e cose, precipitavano verso la reazione. Il 18 aprile una turba di cittadini invadono la città gridando furiosamente: morte ai deputati. Il Guerrazzi volle, bravando quella dimostrazione di pleble prezzolata, mostrarsi in pubblico e fu fischiato e colto leggermente da una pietra lanciata da un popolano. Uomini del Ministero, d’accordo con il Digny, Ubaldino Peruzzi ed altri reazionari, avevano convenuto di abbattere nottetempo ed in silenzio gli alberi della libertà. Il Municipio si ribella e proclama la ristorazione del principio costituzionale.

L’assemblea, già cadavere putrefatto, scompare ed il governo, nullo e screditato, è rovesciato, e sulle rovine di quell’informe edificio, sorge il nuovo potere, che assume il nome di Commissione governativa per la Toscana e si compone di reazionari della più bella specie. Il Guerrazzi rimane solo, nessuno si muove per lui e cade non lasciando che un triste ricordo. Pisacane parlando di lui, dice «Uomo dubbio ed ambizioso, s’isolò per conservare ed assorbire il potere senza dare allo Stato saldi ordinamenti. Cadde con ignominia».

L’intervento armato della reazione, elaborato a Gaeta, era stato deliberato di comune accordo da tutti i principi d’Italia e d’Europa; e la giovine repubblica senza denari, senz’armi ma fiera dell’alta missione, forte del suo diritto e memore dell’antica gloria, si preparava a sostenere una lotta a morte contro la coalizzata cattolica reazione. La gravità delle circostanze rendeva necessario di concentrare il governo in poche persone, conferendogli poteri illimitati per la guerra dell’indipendenza e la salvezza della repubblica; e l’assemblea istituiva un triumvirato cui affidava il governo della repubblica ed eleggeva a membri i cittadini Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi. Fu eletta una Commissione militare, preside Pisacane, per gli studi di un modo migliore di ordinamento per l’esercito e provvedere alla difesa ed offesa dello Stato.

Il programma del triumvirato e del ministero è umanitario ed inspirato dai più nobili sentimenti di moralità e di giustizia; ma in ordine alla questione principale, l’emancipazione del proletariato, lascia la questione intatta, e si abbandona alle utopie evangeliche, alle astrazioni platoniche. «Certo, dice il programma, quella libertà che non migliora e solleva le classi numerose è libertà bastarda, e noi tale libertà non vorremmo, contro cui si alzerebbero incessanti le grida di mille abbandonati. I poveri, quella serie interminata di fratelli nostri a cui la vecchia società preclude ogni agiatezza della vita, sarà da noi assiduamente curata; ed alleviarne i mali fisici ed a rigenerarli moralmente, vorremmo consacrate le nostre più religiose meditazioni».

«La proprietà sarà posta sotto la salvaguardia della repubblica nostra; l’intera amministrazione dello Stato verrà riformata; la repubblica nostra diverrà la provvidenza visibile del popolo; ed in queste tendenze stringendoci faremo in essa risiedere quella propaganda di idee e di virtù alla quale sola aspiriamo. La beneficenza si convertirà così in dovere e la carità in istituzione».

Come è manifesto, la quistione sociale non era intesa ed i nuovi amministratori non si preoccuparono di migliorare le condizioni del proletariato se non con quei mezzi che le circostanze gli fornirono; non osando spingere lo sguardo al di dei confini segnati dalla moderna civiltà, avanzo dell’antica barbarie. L’assemblea costituente aveva decretato che tutti i beni ecclesiastici dello Stato Romano erano venuti in proprietà della repubblica, che di questi beni si dovevano stabilire tante enfiteusi libere e perpetue, con l’onere di un canone redimibile ad ogni tempo dall’enfiteute, da pagarsi all’amministrazione demaniale, le quali enfiteusi si debbono concedere a vantaggio di quelle famiglie del popolo che sono sfornite di ogni altro mezzo di sussistenza; che ogni ritardo sarebbe stato dannoso alla classe agricola, che è tanto benemerita. Il Triunvirato decreta: Ogni famiglia composta da un numero almeno di tre individui avrà a coltivazione una quantità di terra capace ai lavori di un paio di buoi corrispondenti ad un rublo romano, pari a due ettari.

Furono pubblicati e messi in esecuzione altri decreti tutti informati sugli stessi principi e di miglioramento alle masse. Fu abolito l’appalto dei sali ed il prezzo di vendita ad un baiocco alla libbra romana. Si provvide a togliere i danni di abitazioni troppo ristrette ed insalubri, destinando ad abitazione gratuita delle povere famiglie i locali del Sant’Uffico ed altri pubblici stabilimenti. Si abolì il monopolio degli appalti sulle vendite pubbliche, l’appalto del dazio consumo, il macinato ed il lotto. Si abolì la giurisdizione del clero sulle università e sulle scuole secondarie, ogni ufficio di censura ed ogni privilegio ecclesiastico. Si svincolò l’amministrazione comunale dal monopolio e dalla influenza del privilegio e si allargò le basi delle elezioni ai 21 anni, esclusi gli interdetti, i falliti ed i condannati per delitti infamanti. Si dichiarò proprietà del comune tutti gli spedali dello Stato e toglieva a frati e preti l’amministrazione. Si riformarono le leggi civili e penali; insomma si cancellarono tutte le vestigia delle iniquità del governo papale, putrefatto per vizi, infamie e delitti; si creò per quanto il tempo e le circostanze lo permettessero un nuovo ordine di cose modulato sui principi della più pura democrazia. Non bastava di riordinare da capo a fondo l’amministrazione dello Stato, occorreva d’urgenza armi e denari e le finanze era oberate e l’esercito bisognava crearlo. In tale emergenza e nonostante le difficoltà pressochè insuperabili, se vogliamo considerare i numerosi nemici esterni che minacciavano di invadere lo Stato in tutti i punti e gli interni suscitati dalla reazione papalina, quei repubblicani ancorchè nuovi a reggere la cosa pubblica, non si perdettero d’animo e provvidero a tutto. Nel periodo di tre mesi rifecero l’amministrazione, crearono un esercito, provvidero alla difesa del territorio erigendo opere fortilizie sui punti strategici, fabbricando cannoni colle requisizioni delle campane superflue alle chiese. Ristaurarono le finanze. Questi fatti dimostrarono abbastanza quali fossero gli intendimenti dei repubblicani, quali i loro principi. Furono grandi nelle idee, energici ed intemerati nei mezzi.

La reazione era organizzata su vasta scala. Ascoli era il centro dei Sanfedisti e bande di assassini stipendiati dalla santa madre Chiesa scorazzando il paese commettevano impunemente ogni sorta di delitti a danno dei liberali. Preti e frati dal pulpito, dal confessionale, dalle piazze predicavano la ribellione delle plebi contro il governo repubblicano. Una circolare del Santo Padre, giunta di recente da Gaeta, eccita i fedeli ad un massacro generale di tutti i liberali, una seconda edizione della strage degli Ugonotti. La circolare cominciava con queste parole: «Iddio della misericordia, prima di concedere ai suoi fedeli le glorie del paradiso, ama che essi guadagnino la palma del paradiso. I liberali, i giacobini, i carbonari, i repubblicani non sono che sinonimi. Essi vogliono disperdere la religione ed i suoi ministri. Noi dobbiamo invece disperdere sin le ceneri della loro razza. Coltivate codesti religiosi e gli abitanti di codesta campagna. Dite loro che al suono della campana non manchino al santo convegno ove ognuno dovrà vibrare senza pietà le sue armi nel petto dei profanatori della nostra santa religione. Procurate insomma, terminava quel monitorio, che quando noi manderemo il grido di reazione, ognuno di voi senza timore l’inciti. Si è già pensato a distinguervi». Si intercettarono molte altre circolari provenienti da Gaeta in cui si davano istruzioni, si eccitava il fanatismo religioso, si comandava l’esterminio delle guardie nazionali e di tutti i patrioti.

Questi fatti venuti a cognizione del popolo, s’accesero d’ira contro il clero; e cardinali, prelati, e gesuiti sarebbero stati vittime della vendetta popolare se il governo non si fosse interposto per salvarli, come salvò le chiese ed i conventi dalla distruzione, scrivendo sulle loro porte: Proprietà della repubblica. Il popolo fra gli applausi arse confessionali, pulpiti ed altri arnesi delle imposture sacerdotali e sarebbe andato oltre se il governo moderatore non fosse intervenuto personalmente a frenarne l’impeto.

Decretava il triunvirato la demolizione del Santo Ufficio, salvo i locali che dovevano diventare abitazione delle povere famiglie popolane e la creazione di una colonna infame nel luogo. I delegati della repubblica a prendere possesso del luogo trovarono un frate che giocava alle carte con una prostituta. Scoprirono donne volgari instupidite da un lungo carcere. Monache colpevoli d’amore condannate a lenta morte in quei santi luoghi. Da un andito stretto fra le due scale, estrassero un livornese reo di bestemmie, rinchiusovi da 18 amni; da una segreta levarono un vescovo che Leone XII aveva condannato a perpetua reclusione e che non camminava più. Molti altri erano imputati di eresia e d’insulto al cattolicesimo. Parecchie celle erano fornite di letti; per ogni dove sudiciume e disordine. Qua e cuscini, talvolta coperte logore e sedie e tavolacce e vestimenta sparse di prigioniere che da anni per morte avevano disertato il carcere.

In una celletta si rinvennero indizi tutti di terribili arcani, con frammenti di fazzoletti da donna, in altra celletta un cappellino appartenente a fanciulla. In altra cella si rinvennero quattro sandali e vari cordoni da monaca e calzette non terminate con ancora i ferri appuntati e con carrozzini da bimbi. Sventurate che espiarono coi loro figli il delitto dei loro affetti!

Le pareti di ogni celletta sono coperte da pietosi iscrizioni: alcune dettate da disperato dolore, altre significavano una rassegnazione. Alle loro volte pendono ancora le anella di ferro. In un lato delle cantine, nel profondo, in quelle carceri i condannati venivano seppelliti vivi; messi in quella terra mista di calce fino alle spalle. Gli strumenti di tortura, gli scheletri murati negli angoli delle prigioni, l’ossario immenso che si scopriva sotto strati di calce viva destava tale scena di orrore da far credere non essere opera umana. Vedevasi qua e sparse sul suolo ossa imbiancate presso alcuni strumenti di torture e scheletri di donne ornati di capelli neri. Ordigni da tormentare erano appesi a corte catenuzze di ferro aspro e rognoso. Penzolavano flagelli con palle di bronzo a punte acute, uncini, raffi, tanaglioni ed un incastro da strettolar le ossa, lesine da cavar gli occhi, puntelli da ficcar fra le ugne, macinelle da strettolar le dita, seghe, scure, mannaie e coltellacci. Tormenti che pendon dall’alto, altri lasciati per terra, in modo che il popolo poteva maneggiarli, sentirne le punte, provarne i tagli, vedere il sangue cagiato, che li aveva in altri tempi cosparsi ed inzuppati. A quel tremendo spettacolo il popolo s’accese talmente di ira, che se non fosse intervenuto il governo colla forza, avrebbe distrutto quell’antro di delitti, che raccolse tante lacrime e tanti dolori, che inghiottì tante vittime; che fu l’ammazzatoio di feroci vendette sacerdotali.

Come abbiamo accennato, l’intervento armato era stato convenuto fra tutti gli stati reazionari d’Europa, e la Francia a mezzo del suo generale Cavaignac aveva manifestato il desiderio d’essere l’avanguardia dell’armata papale a difesa dei diritti della Chiesa e del Santo Ufficio. L’assemblea, eletta dal suffragio universale, era composta per due terzi da principi, duchi, marchesi, conti, vescovi ed arcivescovi, il fiore della reazione francese aveva aderito alla domanda fatta nel 1849 dal ministro Odillon Barrat all’assemblea di occupare un punto dello stato italiano ed il giorno 20 aprile Oudinot da Reggio prendeva il comando della spedizione. Giunta la notizia a Roma dello sbarco dei francesi a Civitavecchia, delle frodi per ingannare il popolo e la dabbenaggine e codardia del preside Manucci, l’assemblea romana a mezzanotte del 24 adottava la seguente proposta:

«L’assemblea romana, commossa della minaccia di invasione, non provocata dalla condotta della repubblica verso l’estero, non preceduta da comunicazione alcuna da parte del governo francese, eccitatrice di anarchia in un paese che tranquillo e ordinato riposa sulla coscienza dei propri diritti e sulla concordia dei cittadini, viola ad un tempo il diritto delle genti, gli obblighi assunti dalla nazione francese sulla sua costituzione ed i vincoli di fratellanza che dovrebbero annodare le due repubbliche; e protesta in nome di Dio e del popolo contro la inattesa invasione e dichiara il suo fermo proposito di resistere e rende mallevadore la Francia di tutte le conseguenze».

Il ministro degli Esteri Rusconi ed il deputato Pescantini furono incaricati di recare ad Oudinot la protesta dell’assemblea. L’Oudinot rispose press’a poco in questi termini: «Che la spedizione non aveva altro scopo che quello di mantenere l’influenza della Francia in Italia e di impedire che l’Austria intervenga negli stati del Santo Padre e di Napoli».

Dichiarò per ben tre volte e solennemente «non essere intenzione della Francia la ristorazione del sommo pontefice di influire in alcun modo nell’ordinamento interno della repubblica». E finiva dicendo: «Non vi domandiamo ospitalità, accoglieteci come amici e amici vostri»22.

L’assemblea pendeva incerta se dovesse accettarli come amici o respingerli con la forza. Quando Mazzini entra nell’aula e riferisce le dichiarazioni del colonnello Leblanc, l’assemblea, sdegnata per le promesse fallaci e subdole, per l’occupazione di Civitavecchia con simulata invidia, ed il disarmo delle milizie repubblicane, fra il plauso della tribuna, emette il presente decreto:

«L’assemblea, dopo la comunicazione avuta dal triumvirato, e dopo libera e matura discussione, ha deliberato all’unanimità che debba il triumvirato salvare la repubblica, respingendo la forza colla forza».

Ed il triumvirato partecipa al popolo la suprema determinazione dell’assemblea, che la repubblica sarebbe salva e che alla forza opporrebbe la forza.

Contemporaneamente l’Oudinot pubblicava, colle solite girandole, un proclama agli abitanti degli Stati romani, col quale dichiarava di non essere intenzione della Francia di imporre un governo contrario ai liberi voti manifestati dai cittadini. Pregava di essere accolti come fratelli, promettendo di rispettare le persone e la proprietà e di pagare a contanti tutte le spese. Ma tosto che conobbe la decisione dell’assemblea, depose la maschera e tenne un linguaggio spavaldo, insolente e provocatore.

La Repubblica romana da questo momento sortiva dal periodo di rivoluzione ed entrava in quello della guerra.

In seguito alla deliberazione dell’assemblea, il triumvirato diede ordine a tutte le truppe sparse sulle frontiere napoletane di partire immediatamente per Roma. Garibaldi partì primo colla sua legione, da prima composta dai bersaglieri mantovani, i quali licenziati a Torino nell’ottobre, si riorganizzarono a Genova e si posero sotto gli ordini di Garibaldi, che accettò riconoscente l’offerta.

In tutta Italia la reazione continuava con la massima energia l’opera sua, la controrivoluzione, incominciava coi tradimenti di tutti i principi; ed il Piemonte a Genova scioglieva i circoli patrioti e e la ricomposta legione mantovana. In questo frattempo in Toscana era fuggito il Granduca e proclamata la Costituente e Garibaldi, nella lusinga di avere l’appoggio del nuovo governo, scrive a Mambrini comandante la legione, di recarsi a Pontremoli, dove avrebbe da quel governo armi, vesti e denaro. La legione, giunta a Pontremoli fu accolta come nemica e da un delegato di polizia le fu ingiunto di partire entro ventiquattr’ore. Il Mambrini non si lasciò intimidire da quel poliziotto, ma ciò che lo accorava era che la legione era mancante di tutto. In attesa pertanto del promesso sussidio del governo di Toscana, il Mambrini spedì un legionario a Parma, domandando un sussidio a quel Comitato e dal conte Giuseppe Arrivabene, già capitano del disciolto battaglione e membro del comitato parmigiano, gli fu consegnata la somma di lire mille.

Dopo qualche giorno presentavasi quale incaricato del generale Garibaldi, l’avvocato Guiglioni, il quale recava l’ordine al capitano Mambrini di partire con la colonna per Ravenna, seguendo la strada di Massa, Lucca, Pisa e Firenze. L’accoglienza a Firenze fu pressochè ostile e da quel ministero che si diceva democratico non potè ottenere che circa 50 cappotti e da un tale che si disse incaricato dal generale, un centinaio di fucili con poche munizioni che furono consegnati prima della partenza. Attraversando gli Appennini a Pianoro, gli fu ingiunto da un ufficiale dei dragoni del papa, il quale si dichiarò inviato dal generale Zucchi, che la colonna si dovesse fermare in Pianoro in attesa di nuovi ordini. Il Mambrini, benchè si fosse accorto della trappola tesa dal generale del papa, non volle assumere la responsabilità e chiamò a consiglio gli ufficiali e, chiesto il loro parere, questi ad unanimità dichiararono che la colonna dovesse proseguire la marcia fino alla sua destinazione, che essa era direttamente agli ordini del generale Garibaldi e non riceveva ordini che da lui solo. Ciò deliberato si suonarono le trombe e la colonna si pose in marcia. A Ravenna fu ricevuta da Garibaldi e da tutta la popolazione ravennese con dimostrazioni di affetto. Unitasi ai valorosi di Montevideo ed ai cavalieri capitanati dal bravo Masina di Bologna, formò quel primo nucleo che creava la prima legione italiana.

Roma era l’obiettivo di Garibaldi e malgrado il contegno ostile del governo pontificio che lo faceva sorvegliare dagli svizzeri, si incamminò coi legionari scalzi, scamiciati ed in parte senz’armi verso le Romagne. Lasciava a Ferrara il capitano Mambrini con incarico di raccogliere quei giovani che colpiti dalla coscrizione austriaca si rifugiavano in terra italiana. In questo frattempo la rivoluzione era sortita vittoriosa dalle insidie dei reazionari e dei moderati ed erasi proclamata la Repubblica romana. Da Rieti in data del 3 aprile, Garibaldi scriveva a Mazzini queste brevi ed eloquenti parole:

«Fratello Mazzini,

questa mia non ha altro oggetto che di mandarvi un saluto e scrivervi di mio pugno. Sorreggavi la provvidenza nella brillante, ma ardua carriera e possiate fare tutto ciò che sente l’anima vostra a beneficio del nostro paese. Ricordatevi che in Rieti esistono i vostri amici di credenze ed immutabili.

Vostro G. Garibaldi».

In Anagni, Garibaldi ricevette l’ordine di partire immediatamente per Roma, ove vi giunse sul cader del giorno 24 coi suoi legionari stanchi, bagnati per la molta pioggia caduta, affamati dopo una lunga marcia da Valmontone a Roma. Entrati, furono accolti con dimostrazioni di affetto, e fu loro destinato di quartiere il monastero di S. Silvestro. Le monache, prese alla sprovvista, non ebbero tempo di sbarazzarsi delle cose familiari e si rinvennero cassette piene di fasce di bambini e di lettere amorose di preti e di cardinali dirette alle monache consacrate in voto alla castità; eranvi altresì arnesi turpi, che la decenza vieta ricordare, i quali furono dai soldati esposti davanti alle finestre del convento, a cui strapparono le inferriate23. Su di che devesi considerare come le monache almeno talune colpevoli, fossero non già scellerate, imperocchè le fasce facessero testimonianza che non avevano disperso i mal concetti parti.

Il 19 aprile le forze della repubblica di Roma non ascendevano che a nove mila uomini e contro i francesi non furono impiegati più di sette mila. Alla sera tutti i corpi erano al loro posto di combattimento. La città era illuminata e presentava un aspetto marziale ed entusiasta. Al mattino del 30 le campane suonavano a stormo. I cittadini validi alle armi erano sugli spalti delle mura per vincere o morire. Verso le nove il generale francese Oudinot si presentava a vista di Roma con circa 10 mila uomini di fanteria, tre batterie e mezzo squadrone di cavalleria e verso mezzogiorno spiegava le sue truppe in ordine di attacco. Il punto di direzione era il Vaticano e le due ali, con un movimento circondante, miravano le due porte, Cavalleggeri ed Angelica. Il piano era di occupare porta Angelica, impadronirsi di quella de’ Cavalleggeri, incalzare i difensori colla massima energia, caricarli alle reni, entrare in Roma e ricongiungere le sue truppe sulla piazza S. Pietro, punto obiettivo. Il piano era già molto difettoso e fu anche pessimamente eseguito.

I difensori del papa si avanzavano baldanzosi ritenendo che gli italiani non si battessero e che la reazione clericale gli aprisse le porte, li ricevesse a braccia aperte il popolo plaudente e venissero accompagnati processionalmente al Vaticano. Alle ore 11 e mezza i francesi occupano alcune case presso porta Cavalleggeri e principia il fuoco. Una batteria collocata sul bastione, comandata dal bravo colonnello Calandrelli ed un fuoco micidiale sulle mura ne scompiglia le file, costringendo gli assalitori a sbandarsi, a riparare dietro gli archi dell’acquedotto dell’acqua Paola, a sparpagliarsi nei vigneti. Il combattimento si estese su tutta la linea. Verso mezzogiorno si avanza l’esercito verso porta Cavalleggeri con bandiera rossa, e Garibaldi sortendo da porta S. Pancrazio lo attacca su vari punti e di fianco. A villa Panfili, il combattimento è accanito e verso le due i francesi sono in ritirata. Da quattro ore durava la lotta micidiale da porta Portese a porta Angelica, quando verso le quattro Garibaldi, col nerbo delle sue forze sorte da S. Pancrazio e riprendendo l’offensiva assale i francesi di fianco, che sopraffatti e laceri si ritirano e si spinge fino alla villa Panfili che prende alla baionetta. I francesi dappertutto sono in rotta ed un battaglione, comandato dal maggiore Picard, costretto a cedere le armi, è condotto prigioniero a Roma. I francesi battuti ed umiliati nel loro orgoglio volgevano le calcagna a Roma, lasciando sul campo mille uomini fra morti e feriti e quattrocento prigionieri. I difensori della repubblica ebbero trecento uomini fuori combattimento. I francesi delusi nelle loro speranze e ostinati di volere entrare in Roma a viva forza, volendo mantenere la vecchia fama di prodi; e nei nostri il furore di rivendicare l’onore italiano offeso dall’ingiuria lanciata dal nemico e per le sofferte sconfitte nella guerra regia, si combatteva da ambo le parti con accanimento feroce.

Intanto per tutta la città regnava il massimo ordine, e le brave trasteverine ai colpi del nemico rispondevano: viva la Repubblica. Quando un grido risponde per tutta Roma: vittoria, vittoria! I francesi sono fuggiti lasciando morti, feriti e prigionieri. La città è in festa. Le bande musicali percorrono le vie principali. I prigionieri sono accolti come fratelli. Cantano la Carmagnola e gridano vive l’Italie, vive la Repubblique romaine. Il popolo risponde con altrettanti evviva. I cittadini armati tornano in città e sono ricevuti con applausi frenetici.

I triumviri, soli, a piedi, senza distintivo di sorta, passeggiano in mezzo al popolo, che li acclama freneticamente.

All’alba del maggio, Garibaldi aveva avuto ordine di molestare i francesi nei loro accampamenti e precorrendo Oudinot a Castel di Guido, era agevole tagliargli la ritirata a Civitavecchia. Mentre si disponeva a tal movimento e dal ministero della guerra si chiedevano rinforzi, un ufficiale francese si presentava a Garibaldi qual parlamentario mandato dal generale Oudinot al governo della repubblica per trattare di un armistizio. Contemporaneamente un ordine del ministero della guerra ingiungeva a Garibaldi di retrocedere e la legione rifaceva la strada di Roma conducendo seco il parlamentario.

Rusconi, ministro degli esteri, recatosi a Castel di Guido per trattare la tregua invocata, trovava il generale francese stravolto, irato, minaccioso e recriminante; per quel contegno e per la grettezza delle trattative da parte dei francesi, il triunvirato, sdegnato, emanò il seguente decreto:

«Considerando che tra il popolo francese e Roma non è, può essere stato di guerra, che Roma difende per diritto e dovere la propria inviolabilità, ma deprecando, siccome colpa contro la comune credenza, ogni offesa tra le due repubbliche, che il popolo romano non rende mallevadore dei fatti di un governo ingannatore i soldati che combattendo ubbidirono;

Il Triumvirato decreta

Art. 1 - I Francesi fatti prigionieri nella giornata del 4 aprile sono liberi e verranno inviati al campo francese.

Art. 2 - Il popolo romano saluterà di plauso e manifestazione fraterna a mezzogiorno, i bravi soldati delle repubbliche sorelle».

Non soltanto si volle essere generosi, rinviandoli senza patti, liberi e armati, ma furono convitati a pubblica mensa e poscia, i romani con bandiere francesi ed i francesi con bandiere romane, furono accompagnati oltre porta Cavalleggeri. Fu somma la fede dei romani, somma la perfidia dei francesi.

Taluni hanno censurato Mazzini ed i suoi colleghi di avere impedito a Garibaldi di inseguire i francesi e di conseguire una vittoria completa. A costoro rispose il Mazzini e noi riproduciamo le sue parole: «Roma era non in condizioni di guerra con la Francia, ma di pura difesa. E l’ordine di desistere dall’inseguire i francesi mi fu apposto come errore da chi non guardò che al fatto isolato. Ma che importava di fronte al concetto accennato qualche centinaio di francesi morti o prigionieri? E quel concetto trionfava, se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà verso l’inviato Lesseps e gli uomini degli appunti non dovrebbero dimostrarlo».

Non erano ancora parate le armi vincitrici a difesa della repubblica che il re di Napoli ne invadeva il territorio ed il generale Cordova, capo della spedizione spagnuola, dalle acque di Fiumicino bandiva un appello al popolo per la restaurazione del Papa. Il 4 maggio fu ordinato a Garibaldi di marciare contro il nemico che si era inoltrato fino ad Albano, di girare la sua destra minacciandogli la sua linea di operazione. Garibaldi marciò su Palestrina, manovrò con tanta arte, che con duemila e cinquecento uomini, ricacciò il nemico forte di oltre seimila combattenti dalle sue posizioni. Il giorno 11 fu richiamato dal ministero e partì per Roma.

Giunta in Francia la notizia della sconfitta del 30 aprile, venne presentata dai ministri all’assemblea con le solite menzogne. Il Parlamento, questo arringodice il Guerrazziaperto a tutte le mediocrità invereconde e maligne; questo mercato dove ogni cupido viene per far roba, ed ogni spiantato per trovare refrigerio ai debiti che lo flagellano, confermò il deliberato antecedente; cioè che l’armata francese non entrasse in Roma che in caso di manifesta anarchia, e da sua parte il governo confermò il proposito di spegnere ad ogni modo la Repubblica; e per ingannare gli uni e gli altri usò degli intrighi della diplomazia ed incaricò Lesseps di trattare col governo romano un armistizio.

Il governo repubblicano, approfittando dell’armistizio pattuito con la Francia a mezzo dell’inviato Lesseps aveva concepito il disegno, per primo di rivolgersi contro i Napoletani e scacciarli dai confini e, rassicurata la pace con la Francia, marciare contro gli austriaci. Al quale effetto si pensò di sostituire ad Avezzana, che disimpegnava le funzioni di ministro e di generale in capo, un altro in questo secondo ufficio, e fu promosso a generale comandante in capo l’esercito Pietro Roselli e Garibaldi a generale di divisione. Risoluto l’attacco contro i Napolitani, l’armata repubblicana forte di 14 mila uomini con 12 pezzi di artiglieria, sortiva la sera del 16 maggio da porta S. Giovanni, lasciando Roma sotto la custodia del popolo. Le truppe del Borbone ascendevano a 16 mila combattenti con 52 pezzi d’artiglieria e duemila cavalieri.

Il piano di guerra era: occupare Palestrina, marciare su Cisterna, tagliare le comunicazioni del nemico con Napoli. E l’ordine di marcia era il più semplice possibile.

Generale in capo Roselli.

Avanguardia, colonnello Marchetti. Corpo di Battaglia generale Garibaldi. Cavalleria generale Bertolucci. Capo dello Stato Maggiore generale, il colonnello Pisacane.

La mattina del 17 le truppe repubblicane accamparono a Zagarolo ed il 18 sotto Valmontone. Il Borbone non smentendo la sua tradizionale vigliaccheria, tosto seppe che le truppe repubblicane si avanzarono per attaccarlo decise per la ritirata. Il 19, saputosi il concentramento dei regi a Velletri, fu deciso una ricognizione sotto le mura di quella città. Garibaldi, per un malinteso ardore, non consapevole il Roselli, assumendo il comando dell’avanguardia, si diresse su Velletri. I regi sortirono dalla città ed al primo urto furono respinti; ma un vigoroso attacco della loro cavalleria mette il disordine nelle file repubblicane ed in fuga i lancieri. Lo stesso Masina, loro comandante, corre in grave pericolo per un fendente menatogli dal colonnello comandante la cavalleria nemica, ma riparatolo a tempo e con un coraggio a tutta prova, abbandona le redini del cavallo, assale il suo avversario e d’un colpo lo rovescia a terra e l’uccide. Garibaldi che si era posto di fianco a traverso la strada per arrestare i fuggiaschi, fu rovesciato a terra e sul punto d’essere trafitto dal maggiore borbonico Colonna. «Una compagnia di ragazzi, scrive Garibaldi stesso, che si trovava alla mia destra, vista la mia caduta, si scagliò sui napolitani con tal furore da far stupire: io credo doversi la mia salvezza a codesti prodi giovinotti, poichè essendomi passati parecchi cavalli sul corpo ne rimasi contuso in modo che a fatica poteva rialzarmi e rialzato mi toccava le membra per vedere se non vi era nulla di rotto».

In questo frattempo e quasi al passo di corsa giunse il resto dell’esercito ed il combattimento ripigliava vigore. I regi dapprima esitarono, colti da sgomento poi si diedero a precipitosa fuga, abbandonando feriti, cavalli, armi e vesti. L’armata repubblicana accampava sotto la città, pronta al domani di dare l’assalto. All’alba del giorno 20, una forte ricognizione giunta su Velletri vi entrava e la trovava sgombra. Col favor della notte il re, vinto dalla paura, credette del caso di ritirarsi e la città fu occupata dalle truppe repubblicane, spingendo la cavalleria sulle tracce del nemico fino a Cisterna.

Guerrazzi nell’Assedio di Roma narra il seguente aneddoto. Garibaldi a Velletri prese stanza nel medesimo palazzo dove albergò il re Ferdinando, colà adagiato sul letto mandò pel medico, perchè gli visitasse l’affranta persona: il medico venne e gli ordinò un salasso, ma egli non volle saperne, allora un bagno, e a questo aderì; mentre pertanto ei se ne stava immerso nell’acqua fu udito nella contigua stanza dare in iscoppio di riso, onde il trombetta Colonna, che lo serviva da cameriere gli domando: «Che c’è da ridere, generale?». Ed egli «Rido perchè mi è caduta la camicia nell’acqua, ed io l’ho figlia unica di madre vedova». «Aspetta un minuto», replicava il trombetta, «vedremo di rimediare». Ed uscì fuori interrogando i presenti se potessero prestargli una camicia; ma quanti udì si trovarono nei medesimi piedi del generale. Messo alle strette il giovine Colonna si accosta al dottor Ripari e gli dice: «Io ce lo avrei il ripiego, ma non mi attento». Il dottore di rimando: «Parla franco». Allora il trombetta: «Oh! la senta, nel convento degli Agostiniani, a Palestrina nella camera di un frate, mi saltarono, sto per dire, da nelle mani parecchie camicie, ed io per non fare il superbo con la provvidenza me le riposi nel zaino, dove a tutto oggi si trovano; però se le paresse cara io ne darei una al generale». «Certo che la mi pare cosa da farsi », rispose il dottore. A quel modo Garibaldi potè adagiarsi nel letto di un re con la camicia di un frate!

Garibaldi inseguiva i Napolitani: ma l’ordine di retrocedere immediatamente per soccorrere Ancona minacciata dagli Austriaci, troncò il disegno.

Lo scopo della spedizione era raggiunto, ma non si aveva ottenuto il successo in tutte quelle proporzioni che si poteva ricavare, poichè non era difficile tagliar la ritirata al nemico, far prigioniero lo stesso re ed invadere il regno di Napoli. Furono diversi i giudizi, e ne nacque uno screzio fra il Roselli ed il Garibaldi. Il Roselli circospetto e attaccato alle regole dell’arte, il Garibaldi quasi sempre inspirato, e mirabile il giudizio subitaneo e quasi sempre infallibile, come da prove replicate e continue. A giudizio di molti, il triumvirato fra due partiti, di spingere tutte le forze contro Napoli o richiamarle tutte, si attenne al peggiore, quello di richiamare il Roselli a Roma e ordinare a Garibaldi di inseguire con poche forze i Napoletani.

La Francia reazionaria aveva deciso di spegnere la Repubblica e colla Repubblica la rivoluzione e usò tutte le perfidie della vecchia diplomazia.

L’inviato De-Lesseps per trattare una conciliazione, non aveva altro scopo che di ingannare. Era intento della Francia che i Romani reclamassero la protezione della Francia, e l’armata francese fosse ricevuta come armata amica. In sostanza la Francia voleva il suicidio della Repubblica, l’occupazione di Roma, la restaurazione del papato plaudente il popolo, e la Francia acclamata la nazione civilizzatrice.

Il Triumvirato gli rispose per le rime.

Durante queste menzognere trattative, il governo francese ordinava al generale Oudinot d’entrare in Roma a viva forza e spediva il materiale necessario per un assedio, e il generale occupava proditoriamente Monte Mario, e violava perfidamente l’armistizio.

Il Monitore del 3 giugno pubblicava il seguente manifesto:

«Romani!

«Alla colpa d’assalire, con truppe guidate da una bandiera repubblicana, una repubblica amica, il generale Oudinot aggiunge l’infamia del tradimento. Egli viola la promessa scritta che è in nostre mani di non assalire prima di lunedì.

«Su, Romani! alle mura, alle porte, alle barricate! Proviamo al nemico che neppure col tradimento si vince Roma!

«La città eterna si levi tutta nell’energia d’un pensiero! Ogni uomo combatta! Ogni uomo abbia fede nella vittoria! Ogni uomo ricordi i nostri padri e sia grande!

«Trionfi il diritto e vergogna perenne all’alleato dell’Austria.

«Viva la repubblica!

«Roma, dalla Residenza del Triumvirato 1849.

Armellini - Mazzini - Saffi».

Nella notte del 2 giugno, il generale Oudinot, lacerando la convenzione firmata da Lesseps e violando l’armistizio, a tradimento s’impadronì delle ville Panfili, Corsini e Valentini.

Garibaldi, cui era stata affidata la difesa della destra del Tevere, alla impensata notizia accorreva per riconquistare le perdute posizioni. A furia di baionetta furono cacciati dalle posizioni e volti più volte in fuga precipitosa. Non meno di otto volte furono e ripresi e perduti i posti; si combattè per 16 ore continue.

Non è nostro compito di registrare tutti gli atti di eroismo e le belle morti avvenute in questa sanguinosa e gloriosa giornata per le giovani armi repubblicane. Furono posti fuori combattimento da parte nostra oltre a mille e duecento uomini, ed altrettanti da parte nemica.

Alla sera i triumviri bandirono il seguente manifesto:

«Romani!

«Voi avete sostenuto oggi l’onore di Roma e l’onore d’Italia. Avete combattuto per oltre 16 ore come vecchi soldati. Avete sorpresi, colti all’impensata dal tradimento, da una violazione di promessa formale e segnata, conteso palmo a palmo il terreno, riconquistato posizioni per un istante perdute, respinte le più valorose milizie d’Europa, salutata la morte con un sorriso.

«Romani! Questa è una giornata d’eroi; una pagina storica. Noi vi dicemmo ieri siate grandi. Oggi voi siete grandi.

«Durate tali, siate costanti. Al popolo di Roma, alla guardia nazionale romana, alla gioventù d’ogni classe noi diciamo con piena fiducia! Roma è inviolabile; custoditene questa notte le mura, dentro le vostre mura sta raccolto l’avvenire della nazione.

«Vegliate, mentre i combattenti di 16 ore riposeranno, alle porte, alle barricate. Veglia con voi l’angelo della patria. E l’angelo della patria è fratello dell’angelo della vittoria.

«Viva la repubblica

Armellini - Mazzini - Saffi».

I giorni successivi fu un battagliare di artiglierie, da una parte si lavorava in opere d’approcci, dall’altra di difesa. Il giorno 12 Garibaldi fece attaccare di fronte i lavori nemici, ma quei valorosi accolti a bruciapelo, furono costretti a ritirarsi.

Lo stesso giorno il generale francese mandò una intimazione di resa: essa venne rifiutata ripetendo un’antica risposta: «Roma non commette viltà!». Ed il Cernuschi e componenti la commissione delle barricate, ai quali si propose un modo scenico di resa, risposero «che col ridicolo si ammazzano i popoli, caduti nel sangue risorgono».

La mattina del 13 il nemico smascherò sei batterie. La lotta durò il 14 ed il 15, e l’assediante continuava i suoi lavori d’approcci, e gli assediati la costruzione di trinceramenti interni.

Il 22, scrive Pisacane, il generale in capo Roselli, decise di attaccare l’assediante sulla breccia con forti e profonde colonne. La campana chiamò il popolo alle armi, ma Garibaldi contramandò l’ordine e fece attaccare i lavori nemici da mezza compagnia, la quale occupò valorosamente una casa vicina la breccia; ed assalita da forze superiori venne respinta e quasi distrutta a colpi di baionetta. Questa condotta di Garibaldi fu fortemente biasimata. Egli non era che generale di divisione, e suo dovere era quello di ubbidire agli ordini del generale in capo, o dimettersi, e suscitò vivi dissapori. Ma nell’animo dei generosi non dura l’ira, e Garibaldi scriveva queste righe a Mazzini:

«Abbiamo ripreso le posizioni fuori porta S. Pancrazio. Il generale mi mandi l’ordine, ora non è tempo di cambi.

Garibaldi».

Scriveva ai triumviri ed al ministro della guerra proponendo una sortita per la sera del 26. Ma l’incessante fuoco delle batterie nemiche distolse il governo e Garibaldi di riprendere l’offensiva, e di attendere, caso che lo si potesse ancora.

Ormai non si combatteva più per vincere, ma per morire salvando l’onore italiano. Abbandonate che ebbero i difensori le prime linee di difesa, si ripararono dietro la seconda. La notte dal 23 al 24 i francesi tirarono a bombe su Roma, il 27 cominciarono il fuoco con 50 cannoni. Il casino detto il Vascello era un ostacolo per gli assedianti, e decisi ad impadronirsi a qualunque costo, a centocinquanta passi appostarono una batteria di grosso calibro, e non cessò il fuoco se non quando fu ridotto un mucchio di macerie. I pochi superstiti non si perdettero d’animo, e si disposero a sostenere l’assalto. Non tardarono i francesi ad attaccare quel mucchio di rovine da ogni lato. Durò il fuoco tre ore e gli assalitori, dovettero come sempre, ritirarsi con grave perdita. Il 29 il fuoco delle batterie romane era quasi spento. Nella stessa notte venne dato l’ordine dal generale Garibaldi di abbandonare il Vascello; il nemico era a pochi passi dalla porta di S. Pancrazio. Alle due si batte la generale, per ogni via un gridare: alle mura, alle mura! I francesi si precipitavano all’assalto dell’ottavo bastione, difeso da un manipolo di lombardi comandati dal giovinetto Emilio Morosini. La lotta è accanita, rabbiosa, si combatte a corpo a corpo ad arma bianca. Quei valorosi sopraffatti dal numero muoiono da eroi, e il giovane Morosini è colpito da una palla nel ventre e da una baionettata nel petto. A villa Spada, quartiere generale di Garibaldi, posizione difese da Manara, i francesi andarono due volte all’assalto e due volte furono respinti. Per due ore, scrive il Beghelli, si combatteva disperatamente – e Garibaldi stesso snuda la spada e intonata una canzone di guerra si getta primo nella mischia e semina la morte fra le file dei francesi. Sette volte fu presa e ripresa la barricata che chiudeva l’ingresso di villa Spada, e alla fine i francesi voltarono le spalle.

Al mattino il casino villa Spada era in parte demolito e circondato, Manara vi si era rinchiuso e serragliato. Garibaldi fece suonare un ultimo assalto: tutti, continua il Beghelli, si slanciarono sul nemico; i nostri calata la baionetta, giunsero al petto dei francesi: a quel parossismo, a quella frenesia di coraggio si ritrassero spaventati, e lasciarono libera la via di ritirata. Manara cadeva trafitto da una palla nel petto mentre da una finestra del crollante casino animava i suoi ad una disperata difesa.

Dopo dodici ore di lotta eroica e di cento combattimenti, la giornata del 30 giugno finì per essere fatale a Roma, ma altrettanto gloriosa per l’Italia e pel mondo civile. Alle 10 antimeridiane Mazzini riunì al palazzo Corsini in Trastevere tutti i generali ed i capi dei corpi, e fece loro le seguenti proposte: capitolare - difendersi sulle barricate - sortire dalla città e continuare la guerra.

L’assemblea era in permanenza. Mazzini entra, sale alla tribuna e ripete le medesime proposte fatte pochi momenti prima ai generali al palazzo Corsini. Il generale Bartolucci ritiene impossibile la difesa anche a parere di Garibaldi. Si manda a chiamare Garibaldi, giunge; e richiesto del parere, risponde: «Roma potrebbe ancora difendersi se tutto il popolo di Trastevere passasse il fiume, e rompendo il ponte»; ma era necessaria una immediata risoluzione. Interrogato quanto tempo si sarebbe potuto durare, rispose: «Pochi giorni».

L’assemblea, udito Garibaldi, emanò il seguente decreto:

«In nome di Dio e del popolo!

«L’assemblea costituente romana cessa da una difesa resa impossibile, e resta al suo posto. Il Triunvirato è incaricato dell’esecuzione del presente decreto».

Garibaldi, accozzati tremila fanti e 400 cavalli, la sera del 2 luglio sortì da porta S. Giovanni e si diresse verso la Toscana, fidando di promuovere una insurrezione; ma in quelle popolazioni erasi affievolito il sentimento nazionale, e mancanti di un concetto rivoluzionario e senza guida, rimasero fredde e inerti. Arezzo chiuse le porte ai garibaldini. Il 31 luglio con quei pochi che gli erano rimasti, Garibaldi giunse a S. Marino. Gli austriaci stavano per violare il territorio della repubblica. Non v’era un istante da perdere e Garibaldi, licenziando i suoi compagni d’arme, rivolse loro queste parole:

«A coloro che vogliono seguirmi, offro nuovi dolori, i più grandi pericoli, forse anche la morte, ma patti collo straniero giammai».

I rimasti furono fatti prigionieri, parte fucilati, fra questi Ugo Bassi, Ciceruacchio padre e figlio, altri bastonati e trascinati nelle casematte del forte di Pietole in Mantova.

Quella gioventù balda, entusiasta che nell’ebrezza del sentimento patrio, era corsa festante sotto le armi a combattere per la libertà della Patria, fidando nell’aiuto di un re, e dopo il tradimento emigrava per l’Italia, cantando la mesta canzone dell’esule: «Torniamo dai campi lombardi, ed esuli andiamo pel patrio suol; che un re spergiuro fu sempre all’Italia, e ad un giogo più duro ci vuole lasciar», ritornava alla famiglia pensosa e fremente di rivendicare le patite sciagure patrie.

I difensori di Roma non arrivavano a venti mila e ne morirono tre mila e cinquecento, e sette mila furono i feriti. Gli atti di valore e di eroismo si contano a mille e mille. Nelle donne romane viveva latente il sangue delle madri dei Gracchi. Le trasteverine intrepide e sempre pronte ad incontrare qualunque pericolo, si slanciavano sulle bombe e gli toglievano la miccia accesa al grido di viva la repubblica. Egregie donne come la Monti, la Belgioioso, la Modena, la Galetti, la Malvezzi ed altre parecchie solerti ed indefesse, apprestavano le loro cure ai feriti. Nei romani si era ridestata tutta l’antica virtù. Ragazzi dell’età non maggiore di 15 anni, si strisciavano carponi fino alle parallele nemiche, e come folgori si slanciavano nelle fosse e massacravano i lavoratori. Un manipolo di questi ragazzi fece prigionieri diversi ufficiali e soldati francesi e li condussero in trionfo in Campidoglio. Uno di loro mentre portava una palla da 16 ad un vicino artigliere, fu ferito da una palla da cannone di rimbalzo, e continuò la sua via carico come era, senza prorompere in un che minimo lamento. Era una gara in quei fanciulli nelle imprese le più arrischiate, e talvolta si giocava a pari e dispari a chi favoriva la sorte di essere i primi. Continuare a combattere con un braccio rotto, il capo sanguinolente, caricare il fucile e far fuoco stando in ginocchio o coricato non potendo reggersi in piedi per le ferite, erano atti così frequenti che passavano inosservati.

A snidare il nemico dalla villa Corsini, a tradimento occupata dai francesi, durante l’armistizio, nell’impeto col quale s’avventarono i legionari di Garibaldi contro i francesi, che ebbero a darsi a fuga precipitosa, anco la Cavalleria, capitanata da Masina, si cacciò su per le scale a imperversare nelle camere e quanti francesi incontrava, tanti ne ammazzava. In questo stupendo fatto del 3 giugno, degno di essere celebrato fra i più memorabili dei tempi eroici, sopra gli altri furono valorosissimi Daverio, Sacchi, Marochetti, Masina, Bixio, Mellara, Dandolo. Dei Bersaglieri Manara, la compagnia comandata da Enrico Dandolo metà fu spenta, e ad un quinto assalto, di ventuno, guidati da Emilio Dandolo, fratello del defunto Enrico, ne ritornarono sei. Dei legionari di Garibaldi caddero cento ufficiali, fra cui Daverio, Mellara, Masina, Mameli e Dandolo. Son troppi i morti per ricordarli tutti. Era una continua lugubre processione di morti e di feriti. Nell’ospitale provvisorio addetto alla legione Garibaldi, posto nella chiesa e nel convento della Madonna dei sette Dolori, non si contavano meno in media di 20 morti e sessanta feriti al per tutto il giugno. Dei difensori del Vascello, la cui memoria durerà eterna, ne morirono oltre due terzi. Dei mantovani morti ricordiamo Montaldi, il cui cadavere fu trovato sul campo fra i morti vicino ad un capitano francese trapassati ambidue dalle loro spade, Bresciani, Bernardelli Quirino trovato sul campo lacero di ferite; aveva squarciato il petto ed il ventre da baionette, tagliuzzate le mani; prima che lo ammazzassero aveva lottato coi pugni. Il sedicenne Savoja Gaetano, Steiner, Finardi, Antolini, Bondurri Cesare e Borelli. Feriti: Bignami Bassano, Strambi Pietro, Grioli Giuseppe, Sacchi Achille, Frattini, Saludini, Moracchetti ed altri tanti.

Erano tutti giovani sacrati al culto della Patria e della Libertà, all’amor della scienza, alle muse, alle arti, e diedero il loro sangue per redimere Roma, madre della Patria, per difendere il diritto e l’onore.





21 G. Beghelli, La Repubblica romana del 1849, Lodi, Soc. Cooperativa Tipografica, 1874, voll. 2.



22 G. Beghelli, op. cit.



23 F. D. Guerrazzi, Lo Assedio di Roma, Milano 1870.



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