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L’orizzonte politico era fosco e nerastro. La Prussia voleva regnare sola in Germania e chiese il braccio dell’Italia contro l’Austria comune nemica. I ministri della monarchia avuto il consenso di Bonaparte, patteggiarono l’alleanza, e fu decisa la guerra. Occorreva alla Prussia di far presto, prima che le forze della confederazione s’unissero con quelle dell’Austria, e di colpire queste nel cuor dell’impero. A tal effetto Moltke per vie diverse e concertate incorporò i due eserciti, comandati dai principi reali, al punto e nel giorno fissato, e presentò battaglia al nemico sui campi di Sadowa. L’urto delle due armate fu terribile. I nuovi fucili decisero la battaglia a favore dei prussiani e l’Austria fu completamente sbaragliata. All’Italia era riserbato nuove vergogne per ignoranza dei suoi generali, e per l’anima piccina e servile dei suoi governanti. Allorchè fu decisa la guerra, e se ne discusse il piano, Moltke proponeva che l’esercito italiano facesse base d’operazione Bologna, Ferrara e Ancona, valicare il Po, spingersi su Padova e Vicenza, costringere l’armata nemica a rifugiarsi nelle provincie dell’impero, e riunirsi all’armata germanica sul Danubio; che il movimento fosse spalleggiato dall’armata navale, e Garibaldi si dirigesse verso l’Ungheria e sommuoverla. Il concetto non era nuovo. Pisacane lo aveva manifestato, con alcune varianti, nei suoi scritti militari, e Garibaldi progettato ai Comitati. I generali della monarchia sdegnarono per orgoglio e povertà di mente il consiglio del generale prussiano, e concordarono che Cialdini valicasse il Po, Lamarmora il Mincio e congiungersi a Padova e Vicenza, e frattanto Garibaldi girando il lago di Garda impedisse la ritirata al nemico dal Trentino. Il 25 giugno Cialdini con cento mila uomini fece le prime mosse per valicare il Po, e Lamarmora si spinse con quaranta mila sotto Mantova, e con altrettanti occupò i colli di Peschiera e di Verona, nell’intento di togliere ogni comunicazione al nemico. Era un rifritto della campagna del ’48. Il generale austriaco riunì tutte le forze, occupò celermente di notte tempo i colli di Sommacampagna. Si combattè dall’una e dall’altra parte con feroce furore. I generali Sirtori, Bignone e Cerale sostennero tutto l’urto dei nemici, ma non sostenuti si ripiegarono. Il Sirtori con solo otto mila uomini contro trenta mila austriaci mantenne l’onore delle armi, e tenne dubbia la vittoria, ma alla fine retrocedette e Custoza fu abbandonata. La sconfitta di Custoza scompigliò le menti asinine dei nostri Generali. Lamarmora levò in fretta gli alloggiamenti, ripassò il Mincio e si ritirò sulla destra dell’Oglio gridando come un’ergumeno a Garibaldi «coprite l’eroica Brescia» e Cialdini rinculò a Modena. L’inerzia dei generali della monarchia diede motivo a Bismarck di accusare apertamente Lamarmora di infedeltà. La disastrosa sconfitta di Sadowa indusse l’imperatore d’Austria a più miti consigli, e pregò l’imperatore di Francia ad intromettersi con l’Italia per l’accordo di un armistizio. Bonaparte cui davano ombra le vittorie della Prussia, e volendo pure maneggiare le cose d’Italia e disgiungerla dalla Prussia, accettò di buon grado, ed il 5 luglio il giornale ufficiale annunciò che l’Austria aveva ceduto alla Francia la Venezia, e come preliminari di pace erasi stabilito un armistizio di otto giorni, e nello stesso tempo si offriva mediatore per stabilire una tregua colla Prussia. Il ministro Ricasoli si finse offeso, e protestava che l’Italia non avrebbe giammai accettato una pace che la copriva di vergogna e d’ignominia, e indettò ai giornalisti al suo stipendio di gridare a squarciagola guerra ad oltranza.
In questo stato di cose gli animi erano fortemente concitati, ed un’ira generosa eccitava a riprendere le armi, e che la flotta rivendicasse l’onta di Custoza. L’ammiraglio Persano era acerbamente censurato per la ingiustificabile e vergognosa sua inerzia, e per quietare le ire popolari gli fu comandato di scendere in mare ad assaltar Lissa. Intanto che Persano era intento ad espugnar Lissa, la flotta austriaca si avanzava presentando battaglia. All’avvicinarsi del nemico, Persano si ordinò a battaglia, e distese con modi antichi le sue navi in lunga linea e a grandi intervalli, e mandò poche navi all’assalto. Tegetthoff, il condottiero della flotta austriaca, ardito quanto valoroso, e disposto a morire o vincere, si propone di correre sul nemico ed affondarlo. Ordina le sue navi serrate a modo di cuneo, e si slancia a gran corsa contro le nostre. Persano invilisce e abbandona col figlio codardamente la nave capitana e si rifugge sull’Affondatore. Il Re d’Italia, Palestro e S. Martino investiti furiosamente si difendono con bravura; ma il Re d’Italia è percosso così fieramente nel fianco, che il capitano vistosi perduto si dà la morte. Il momento è terribile, la lotta è feroce, e mentre il nemico s’avventa per rapire la bandiera, un valoroso, strappandola, se l’avvolge intorno al corpo, e non potendola salvare la porta seco negli abissi. Si combatteva con eroico valore, ma disordinatamente per mancanza d’ordini ed ignorando ove fosse il capo. Il solo Albini con quattrocento cannoni non spara un colpo, non si mosse. La battaglia non era perduta, e nonostante la perdita di due navi, potevasi convertirla in vittoria, se Persano fosse stato uomo di guerra e non di corte avvezzo alle lussurie, ai baccanali ed alle riverenze, invece di ritirarsi su Ancona, avesse inseguito la flotta nemica che tutta sconquassata cercava rifugio nel porto di san Giovanni.
Frattanto che Napoleone si maneggiava per condurre a fine le trattative di pace, nei consigli di guerra fu deciso di occupare Trento, e fu dato ordine a Garibaldi di entrare nel Trentino per la valle del Chiese, a Medici per quella della Brenta. Il 3 luglio Garibaldi attaccò e respinse gli austriaci da monte Suello, il 10 da Lodrone, e successivamente si impadronì di Riva e del forte d’Ampola, spingendosi a Lardaro. Medici mosse da Bassano ed il 24 occupava Pergine. Poche marce ancora e Trento era libero. Ma Napoleone insisteva sulla pace e ci minacciava, qualora fossimo disubbidienti ai suoi voleri. Non c’era via di mezzo, o accettare le vergognose condizioni proposte dall’Austria o continuare da soli la guerra, poichè la Prussia ci aveva abbandonati, firmando i preliminari di pace coll’Austria. Il governo italiano piegò la fronte alla prepotente volontà di Bonaparte, ed accettò l’armistizio alle condizioni volute dall’Austria; e fra queste lo sgombro immediato del Trentino. Fu dato tosto ordine a Medici e a Garibaldi di sgombrare le terre del Trentino, e Garibaldi fiammeggiante d’ira, rispose: «Obbedisco».
Stipulata la pace, il generale Lebeuf col fasto, coll’insolenza e colla ciarlataneria francese31 «venne a consegnarci il dono che il suo padrone ne faceva delle tanto sospirate provincie. Mantova, dopo tanti patimenti, tante angosce, e tanto sangue versato dai suoi cittadini per l’indipendenza e la libertà della patria, fu libera dal dominio dell’odiato straniero. I moderati esultarono e nella ebbrezza di tanto successo sparsero migliaia di bollettini colla scritta Vogliamo Vittorio Emanuele nostro re. Era necessario un nuovo culto, nuove forze, nuovo re per l’ignorante moltitudine, e il popolo dimentico della sofferta schiavitù, delle ingiustizie, dei patimenti passati e presenti, e dei precetti di Samuele dati al popolo d’Israele, gridò: Vogliamo Vittorio Emanuele nostro re. Al regno delle vergogne, della codardia, dei fatti borgiani, subentrò quello degli usurai, dei mafiosi e dei ladri, della miseria e della decadenza morale.