Francesco Siliprandi
Scritti e memorie
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SCRITTI GIORNALISTICI

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SCRITTI GIORNALISTICI

ECO DELLA PROVINCIA

Marcaria, 11 luglio 1872.

Carissimo Paride,

onde corrispondere al desiderio di molti appartenenti a questa società operaia ed in aggiunta a quanto venne da me già pubblicato dalla Favilla del giorno 4 corrente al precipuo scopo di rendere una giusta idea di quanto contiene lo statuto della società medesima, ti prego di gentilmente pubblicare anche il programma che si stamperà in testa allo statuto suddetto, ed accolto da più che centosessanta promotori.

Voglio persuadermi che sarà agevole ad ognuno di comprendere a qual fine miri la società, e se, o meno, colla legge che si è fatta, abbia ottemperato ai principii del nostro tempo.

Sempre aff. tuo Gaetano Cecchi

OPERAI DI MARCARIA E SAN MICHELE IN BOSCO

L’avvenire della umanità riposa sulla più larga applicazione del principio d’Associazione, dal quale scaturisce quella mutualità benefica di vantaggi e di interessi che invano si vogliono riscontrare nei ricordi del passato.

È colla Associazione che il lavoro si eguaglia al capitale; è colla Associazione che il popolo diseredato si affranca dalla miseria e si emancipa dalla carità: è colla Associazione finalmente che si abbattono i privilegi e l’arbitrio.

Queste considerazioni insieme alla prevalente brama di unire con nodi d’affetto i nostri due paesi hanno determinato i sottoscritti a farsi promotori di una Società di Mutuo Soccorso fra gli operai, la quale dovrà avere per base l’unione e la fratellanza, e per obbiettivo il vicendevole soccorso, ed il comune miglioramento intellettuale e morale.

Operai!

Noi vi rivolgiamo il caldo invito di seguire le dottrine emancipatrici che dopo la caduta del dispotismo, il soffio potente del progresso ha diffuso fra noi, che formano la virtù dei popoli ed il genio dell’epoca.

Per operai non intendiamo solo quelli della gleba, o delle officine, ma tutti coloro che vivono lavorando onestamente colle arti, colle professioni, colle industrie, e colle produzioni del pensiero, fiduciosi che in tal modo il sodalizio che vi proponiamo sarà più forte e più duraturo perchè più ampio e proficuo.

All’uopo in Marcaria il giorno 28 aprile p. v. vi attendiamo numerosi ed animati dalle massime che vi abbiamo brevemente esposto, onde tradurre in atto quella Associazione che ragionevolmente fu chiamata, la pietra angolare su cui posa l’edificio dell’avvenire.

Marcaria, 25 marzo 1872.

(seguono le firme)

La Favilla, a. VII n. 140, Mantova 13 luglio 1872

ECO DELLA PROVINCIA

Alla risposta Cecchi sulla società operaia di Marcaria, Siliprandi replica:

Caro Gaetano,

ti prego di osservare che nella corrispondenza da Casatico 30 giugno io parlai dello Statuto sociale e non del discorso, e riguardo a quello torno a ripetere che è monco.

Se il fine che vi siete proposti è la completa emancipazione delle plebi, questa non può compiersi senza la libertà politica, senza l’istituzione di quel principio che solo gli può dar vita e forza. Il vostro Statuto, escludendo la parte principale e restringendosi al solo mutuo soccorso, cosa praticata anche dalle confraternite paolotte, è più che monco. Dissi che è tale come lo sono tutti quelli dettati dalla borghesia. Questa classe, emancipatasi per virtù propria, dalla servitù feudale, si collocò intermediaria fra i servi e gli antichi padroni, e salita per genio a potenza, e dotata di tutti i privilegi, oggi maneggia la cosa pubblica. Figlia della rivoluzione, non sapendo retrocedere progredire se non scemando di potenza, si è fatta conservatrice, e contrasta il risorgimento de’ suoi fratelli di lavoro. Vecchia rivoluzionaria, parla di progresso, di libertà, di fratellanza, di associazione, ma se i diseredati la prendono sul serio, tira fuori la legge, appunta le baionette, e ordina di caricare a fondo. Potente di mezzi materiali ed intellettuali, lavora indefessamente a falsare il principio, a spegnere il grande pensiero sociale, ad arrestarne il moto progressivo. E voi, che io credo che il voler vostro sia stato inspirato da un principio che dinota una vita nuova, timidi vi siete arrestati a mezza via, e incauti siete caduti nei lacci della vecchia rivoluzionaria; ma credo ancora che prima che avvenga la progettata consociazione avrete messo mano alla riforma del vostro Statuto, e frattanto abbiati un saluto fraterno.

Casatico, 6 luglio 1872.

Dall’amico tuo F. Siliprandi

La Favilla, a. VII n. 136, Mantova 9 luglio 1872

ECO DELLA PROVINCIA

Casatico - Società Operaia. Ci scrivono:

Casatico, 29 luglio.

Caro Paride

nel desiderio che tu ti faccia un criterio del progressivo sviluppo di questa società, ti trascrivo un’articolo dello statuto, cui da qualche tempo l’associazione aveva deliberato riformare, riconoscendo che non era in armonia colle sue aspirazioni, soddisfaceva ai suoi bisogni; e domenica i soci in Assemblea generale, dopo lunga discussione, ma calma ed ordinata vollero lo statuto riformato. Questo primo articolo è così concepito:

«L’associazione degli operai di Casatico ha per scopo l’emancipazione completa dei lavoratori, e il mutuo soccorso; e si propone di migliorare la loro condizione in modo che essi possano soddisfare ai loro bisogni reclamati dalla giustizia e dal progresso; e per conseguire il fine proposto riconosce come mezzi, l’associazione fraterna di tutti i lavoratori nazionali ed internazionali, la libertà politica, e l’istruzione progressiva intellettuale e morale».

Gli altri articoli sono puramente amministrativi, ma tutti armonizzano nel concetto generale, – liberare le plebi dalla schiavitù economica e politica. Fu anche proposto che la Società si costituisse in associazione cooperativa, ma si differì in attesa di circostanze migliori, e non passò pure l’esclusione del prete dalla società. La credenza di un essere superiore alla natura, di deità celesti, invisibili, prodotta dalla fantasia nell’infanzia della società, è così inveterata e profonda che un raggio di luce non basta per dissipare le tenebre che oscurano l’intelletto. Lo studio della natura e delle sue leggi e il ragionamento, sono operazioni mentali, faticose, e all’uomo assai più sorride la creazione fantastica dell’immaginare, spaziare per ragioni sconosciute, abbandonarsi all’ideale, piuttostochè attenersi al positivo e al reale; per le quali cose, il prete, benchè riconosciuto pianta venefica, nella fantasia dell’uomo rappresenta qualche cosa di quella divinità che la sua ignoranza ha in lui creata, ed è tollerato. Cadrà del tutto quando l’uomo, invece di invocare l’aiuto di Divinità immaginarie, studierà la natura, quando al posto della religione vi porrà l’umanità; allora solo scompariranno i sacerdoti dell’impostura, per dar luogo ai sacerdoti della scienza.

Furono bene intesi i mezzi per liberarsi dalla schiavitù dei ricchi. L’associazione in grande, cioè di tutti i lavoratori, n’è l’essenza, quindi la somma di tutte le forze e proprietà fisiche ed intellettuali di questo corpo che esiste ed opera, la libertà politica e l’istruzione ne sono i moventi. Senza libertà, nessuna, istruzione civile può avere vita e forza, ed è un dovere di ognuno, se gli fu tolta, di riacquistarla e conservarla. L’ignoranza fu una causa dei tanti mali che afflissero l’umanità, e che l’ha soggiogata alla tirannide religiosa e politica; l’educazione dissipa l’errore, ed è la forza motrice che spinge alla civiltà...

Tali sono i mezzi che l’associazione ha stabilito per conseguire il fine propostosi; e tutto fa credere che, se non d’un salto, gradatamente lo potrà raggiungere.

In una prossima ventura domenica si terrà un’altra adunanza generale, e se vi sarà qualche cosa che possa interessare le associazioni operaie te lo comunicherò.

Abbiati frattanto un saluto.

Dall’amico F. Siliprandi

La Favilla, a. VII n. 158, Mantova 3 agosto 1872

ECO DELLA PROVINCIA - La Reazione

Protesta contro la riforma propugnata nella seduta dell’Assemblea del 28 p. p. luglio 1872.

Nell’articolo della Favilla 3 agosto n. 158 segnato dal nome Siliprandi si vede che la Società Operaia di mutuo soccorso di Casatico, desiderava riformare il vecchio statuto col quale fu piantata la detta società, che si mantenne quieta, tranquilla e fiorente a tutt’oggi.

Non è vero che desiderasse riformare lo statuto perchè non è in armonia colle sue aspirazioni coi suoi bisogni. Protesto.

La società fu spinta a ciò dalla semplice mozione d’un socioSiliprandi – il quale con proposta in iscritto ne faceva nascere la discussione. La riforma del resto presentata contiene delle materie non convenienti ad una società che ami l’ordine e il vero progresso materiale e morale del paese: e lo provo.

1. Il fine dell’associazione degli operai di Casatico riconosce come mezzo l’associazione fraterna di tutti gli operai nazionali ed internazionali. Così dice la riforma. Ora è deviato e svisato lo scopo della società. Essa società desiderava non aver rapporti con altra società perchè ama la vera emancipazione, non la schiavitù non la dipendenza, il servaggio che le avrebbero certo imposti se si mettesse in unione alle altre società operaie. Del resto la nostra società vuole e non tollera i principii dell’internazionale cui forse è addetto il Siliprandi, perchè l’internazionale proclama altamente guerra a Dio, ai re, ed ai possidenti, adopera come mezzi lo sciopero e la rivoluzione, la prepotenza, il petrolio ed il sangue. La società di Casatico è composta di artieri, buoni, onesti e morigerati, che amano la propria famiglia, rispettano le autorità politiche, e professano una religione – che è la religione del vero martire della libertà – il Cristo.

2. L’articolo del Siliprandi mette a nudo le intenzionidichiarando di fortemente proclamare la società di Casatico una società politica. No: non sarà mai politica la nostra società. Essa ama e professa sentimenti umanitarii, essa desidera la pace, il lavoro, la moralità, quindi rifugge dal far guerra ai preti, alla religione, ai ricchi, ai possidenti, alla proprietà e al governo. Non vuole assolutamente con immischiarsi nelle società segrete, correre pericolo di essere sorvegliata dal governo e dalla polizia, e di vedersi minacciata la prigione e l’infamia, per lasciare ai proprii figli invece del pane, delle lagrime e delle lugubri rimembranze.

3. Del resto la proposta di Siliprandi è subdola. E lo provo. Nella carta di riforma, non esisteva la proposizione, riconosce come mezzi l’associazione fraterna dei lavoratori nazionali ed internazionali, [che] si vuole mettere nella discussione, e far passare all’atto della seduta. Questa proposizione racchiude il veleno; il quale fu spiegato nell’articolo della Favilla. Del resto cos’è questo gettare onta e vilipendio contro i ministri di qualsiasi culto, dopo che vennero come onesti cittadini annessi essi pure a formare parte della società? Cos’è questo, infine, chiamare ignorante il paese, ignorante il suo popolo, perchè vuole la religione e rispetta il culto de’ suoi antenati? È una mancanza di galateo, è un disonorare e maltrattare quel paese e quel popolo, di cui il Siliprandi vuole erigersi a sacerdote della scienza dell’umanità e del progresso!!!

4. Le proposizioni di Siliprandi non meritano appoggio. E quindi pongo la questione per oggetto personale. Siliprandi, alcuni mesi fa, con altro articolo sulla Democrazia gettava vili infamazioni contro la presidenza della società di Casatico e contro l’amministrazione della medesima. Erano calunnie atroci che facevano torto all’intiera società, e quindi in base all’articolo n. 64, lettera G. linea seconda dello Statuto, provocò legalmente lo sfratto del Siliprandi dalla Società medesima. Se adunque il Siliprandi ci denigrò, ci infamò a mezzo della pubblica stampa, non merita dunque appoggio accettazione. Anzi alle sue proposte vivamente protesto.

Casatico, 16 agosto.

Il socio Ardenghi Giulio.

Non meritava la pena di rispondere al ridicolissimo scritto dell’Ardenghi Giulio, se non avessi scorto che dietro lui vi è il prete-motore della macchinetta. In prova poi della malignità e delle ridicole menzogne dell’Ardenghi pubblico i seguenti documenti.

Il primo documento è la proposta di riformare il regolamento presentato alla presidenza.

«Considerando, che l’associazione per essere efficacie non deve essere locale, ma nazionale ed internazionale, senza di che non potrà mai conseguire i diritti del cittadino, che sono, fra i principali, l’educazione mentale, il lavoro e l’equo riparto della produzione:

«Considerando, che l’isolamento dell’operaio è la sorgente della miseria sociale, dell’ignoranza e della schiavitù politica:

«Visto che il nostro patto sociale non corrisponde al conseguimento dei bisogni dell’operaio reclamato dal progresso e dalla giustizia;

«I sottoscritti domandano, che nella prossima adunanza generale sia sottoposto all’assemblea, per la sua deliberazione, la proposta di riformare lo statuto generale della società in questo senso.

Casatico, li 9 gennaio.

Eugenio Troletti, Segolini Efrem, Artoni Pietro, Mioralli Cirillo, Giuseppe Rovina, Monici Giovanni, Varini Perpetuo, Lamberti Ferdinando, Morselli Francesco, Pessini Sante, Biagi Gaetano, Giuseppe Zanotti, Morselli Rinaldo, Biagi Attilio, Pinoli Giuseppe, Tommasi Cipriano, Tavacca Archinto, Tavacca Corriolano, Francesco Siliprandi, Sbroffoni Pellegrino.

Assemblea generale 25 febbraio 1872.

Verbale

Invitati i soci a prendere determinazione intorno alla domanda di una riforma dello statuto generale della società firmata da diversi soci, l’Assemblea a mezzo di alzata e seduta adottò la seguente proposta:

Visto la domanda di una riforma dello statuto generale della società firmata da diversi soci, la presidenza propone che sia conservata l’autonomia dell’amministrazione, e che i firmatari costituiti in commissione presentino gli articoli che intendono aggiungere al regolamento, i quali in una prossima Assemblea generale straordinaria verranno discussi.

Si fa osservare che fra i nomi dei votanti figura anche quello di Ardenghi Giulio.

Il 19 maggio dalla commissione fu presentato alla presidenza il progetto di riforma.

Assemblea generale del 28 luglio 1872.

Verbale

«Fatto l’appello nominale, ed essendo il numero legale si dichiara aperta la seduta alle ore 9,¾ e l’Assemblea comincia a trattare sugli oggetti posti all’ordine del giorno.

«Aperta la discussione sul primo articolo proposto dalla commissione modificatrice del regolamento dopo essere stato sviluppato dal socio Francesco Siliprandi, il presidente lo mise a votazione col mezzo di alzata di mano e seduta, e venne approvato a maggioranza assoluta».

L’articolo è così espresso:

«L’associazione degli Operai di Casatico ha per scopo l’emancipazione completa dei lavoratori, e il mutuo soccorso, e si propone di migliorare la loro condizione in modo che essi possano soddisfare ai loro bisogni reclamati dal progresso e dalla giustizia; e per conseguire il fine proposto riconosce come mezzi, l’associazione fraterna di tutti i lavoratori nazionali ed internazionali, la libertà politica e l’istruzione progressiva intellettuale e morale».

Gli altri articoli puramente amministrativi furono accettati; salvo alcune modificazioni, e fu respinto quello che escludeva dalla società i ministri di qualsiasi culto.

Il 25 agosto il sig. Ardenghi Giulio presentava la sua proposta contro le votate riforme, e la presidenza la respingeva col seguente ordine del giorno.

«Unitasi la presidenza in numero legale per trattare sulla convenienza o meno di presentare nella prossima Assemblea che si terrà il giorno di settembre, una protesta del socio Ardenghi Giulio, dopo di averla letta e commentata, deliberò a mezzo di votazione segreta di respingerla al firmatario sig. Ardenghi Giulio non avendo trovato in questa altro che questioni personali che non s’addicono bene, e che riescirebbero dannose alla stessa società, avendo la medesima nell’Assemblea, tenuta il giorno 28 luglio p. p. accettato a maggioranza assoluta, toltone qualche modificazione, le proposte della Commissione».

Dall’esposto risulta che l’Ardenghi ha perduto il ben dell’intelletto negando che non era nel desiderio della società di riformare il regolamento. La proposta di riforma firmata da venti soci, e la deliberazione di due Assemblee provano il contrario, e l’Ardenghi non l’ignorava, è quindi mio convincimento che egli ha mentito sapendo di mentire. Da quanto pare, se pure ho capito quello scritto, la causa che ha eccitato i nervi dell’Ardenghi, e sviluppata l’idrofobia, fu l’articoletto pubblicato dalla Favilla il 3 (tre) agosto che toccava le parti più sensibili del suo individuo, il prete; e fu la respinta della proposta di escludere i ministri di qualsiasi culto religioso, che ha suggerito all’autore di quella corrispondenza l’osservazione, che il prete cadrà del tutto quando l’uomo invece d’invocare l’aiuto di divinità immaginarie studierà la natura, quando al posto della religione vi porrà l’umanità; allora solo scompariranno i sacerdoti dell’impostura, per dar luogo ai sacerdoti della scienza. Sembrami anche, che all’ardente fervore religioso dell’Ardenghi, non voglio malignare, si unisca pure quello, suo consanguineo, di pubblico denunziatore. Fra il ti vedo e il non ti vedo, a capire, che il Siliprandi appartiene a società segrete, a quelle società che fanno, così dice l’Ardenghi, guerra a Dio, ai re ed ai possidenti; e che adoperano come mezzi lo sciopero, la rivoluzione, la prepotenza, il petrolio, ed il sangue. Orrrrrore! (sic). E nel suo santo sdegno, non potendo altro, condanna il Siliprandi allo sfratto dalla società, e certo, e scommetterei, nella pia intenzione, cacciato l’Ateo, d’aprire le porte al pretino, che entrerebbe con cotta e stola.

In quanto poi alle villane ingiurie, risponderò dopo la risposta dell’Ardenghi che attendo.

Casatico, 30 settembre 1872.

Francesco Siliprandi

La Favilla, a. VII n. 183, Mantova 1 settembre 1872

UN’ALTRA LACRIMA

Il tributo che oggi si rende alla virtù di quei Grandi che fecero il sacrificio della loro vita per rivendicare la Patria a libertà, quanti affetti, quanti dolori, quante speranze ci ridesta. Sono tanti i fatti audaci, i generosi propositi e gli episodi, che la mente non regge, e il cuore si spezza a rammentarli. La diffusione di numerevoli stampati, di cedole di prestito provenienti dal Comitato repubblicano di Londra, il torchio per la stampa di notizie interne che passava di casa in casa, le armi nascoste nelle campagne, e che a poco a poco erano introdotte in città con tanta audacia da disgradare le più ardite imprese; erano fatti che accadevano giornalmente con quella sicurezza d’animo che viene dalla persuasione del buon esito dell’impresa, e con quella fede che si concepisce solo dal culto di un grande principio.

Il mio Grioli, che fu un leone e non un agnello come altri forse non sapendo ha potuto far supporre, nel momento del suo arresto teneva presso di , oltre una gran quantità di stampati, trenta pugnali, che furono più tardi introdotti in città da un giovine di bella persona, ardito e baldo, l’eroe di Brescia, Tito Speri. Mi si spezza il cuore...

Quante angoscie dopo i primi arresti, quanti artifizi per avere una notizia dell’amico! Come si esultava allorchè ci venivano riportate le sdegnose ed altiere risposte agli interrogatorii dei giudici-sgherri! Castellazzi, al medico che gli comunicò l’ordine di sottoporsi alla prova del bastone e gli chiedeva se voleva essere visitato per provare se era o meno abile, con geniale sorriso diede questa spartana risposta: Sono di bronzo.

Il giorno dopo subì la tortura!

Il sacrificio di quei generosi fu fecondo, e la Patria non è più serva dello straniero, ma quanti mali, quante ingiustizie l’aggravano ancora! Pure mi sorride la fede che non durino eterne.

Francesco Siliprandi.

La Favilla, a. VII n. 265, Mantova 7 dicembre 1872

LAVORO E SCIOPERO

Caro Paride,

la sessione autunnale del Consiglio Comunale di Marcaria è sul finire. Le prime adunanze furono tranquille, calme come le acque di uno stagno, quando in queste ultime un leggero venticello mosse quelle acque, e le alghe s’agitarono.

Un’idea matta, un’utopia, così chiamata dai gaudenti, comincia ad interessare, se ne parla di sfuggita, sottovoce, come chi per tema di destare parla basso, e la Gazzetta di Mantova, non è molto, sosteneva seriamente che non esistono quistioni sociali, che ricchi e poveri sono tutti contenti e felici. Alle astruserie della Gazzetta, gli operai rispondevano chiedendo un aumento di salario ed una diminuzione di ore di lavoro, e alla negativa fecero sciopero. Le esigenze dei lavoratori allarmarono le turbe dei gaudenti, e come il prete di Roma alla voce di Lutero e dei riformatori scagliava i suoi fulmini, mandava frati a predicare contro le eretiche dottrine, ed innalzava roghi per punire gli empj, i gaudenti incarcerarono, processarono gli operai riformatori, e avrebbero fatto e farebbero quanto il prete di Roma, se i tempi e le circostanze lo permettessero. L’eresia continua, valgono i sermoni frateschi dei consorti, le spavalderie dei pretoriani; e agli operai della materia si uniscono quelli di altre classi, gli impiegati comunali; e nel Comune di Marcaria il primo ad innalzare la bandiera della ribellione fu il carceriere. La petizione presentata dall’impiegato al Consiglio colla quale domandava un aumento di salario, fu accolta sdegnosamente, poi a poco a poco gli animi fatti calmi e riflessivi, e considerato che il carceriere oggi copre una carica di primo ordine, che è colui che costudisce i malviventi e la canaglia, a grande maggioranza accordarono. Questa concessione ha fatto chiasso, produsse un grave scandalo, e l’eresia contagiosa si propagò in tutti i salariati, e dietro al carceriere venne un impiegato di stato civile, e subito dopo il Dirigente e il Vice-Segretario; vengono in seguito i maestri e le maestre, le levatrici, i cursori e per ultimo i becchini. Prevedo però che la lotta pei maestri e le maestre sarà ostinata, accanita; l’oscurantismo vinse un’altra volta; egli riflettè che se con diciotto milioni di analfabeti si deride l’autorità del Vicario di Dio, ed ogni altra consimile, e si vuole emancipare i lavoratori ed abolire la miseria, che sarà quando tutte saranno istruite?

Intanto si è che la quistione economica preoccupa tutti gli spiriti, e perfino il Ministro dei Lavori Pubblici raccomanda ai Prefetti di adoperarsi presso i Comuni onde questi provvedano di lavoro le classi agricole e così scongiurare la crisi che minaccia. Ma il lavoro non è desso un diritto? Il prodotto del lavoro non è desso di spettanza del produttore?

Vogliono che sia un’eresia. Per me la ritengo una verità rilevata dal progresso, e che il progresso saprà attuare.

Abbimi sempre

L’amico tuo Francesco Siliprandi.

Casatico, 15 ottobre 1873

La Favilla, a. VIII n. 177, Mantova 16 ottobre 1873

IL PROBLEMA DELLE CAMPAGNE

Caro Paride,

ho letto che alcuni muratori e manuali, rappresentati da una commissione da loro eletta, chiesero, a mezzo del sindaco, ai loro padroni un aumento di salario. Una domanda subordinata, isolata e spinta dalla forza del caro dei viveri, e della crescente miseria, più che dal diritto, è ben poca e miserabil cosa. Quanto siamo lontani dalla grande e vera questione, dallo stabilire i rapporti tra il lavoro e il capitale, e dall’abolizione del salario. Frattanto contentiamoci di questo poco, come dei primi vagiti di un bambino in culla.

Qui nulla di interessante, se non che la campagna è magnifica, la natura è in tutta la sua vaghezza primaverile, l’aria fresca e pura, e i fiori dei campi diffondono le più grate fragranze. Ma se la natura sorride, la società campagnola è melanconica, triste. Il contadino soffre orribilmente, lo affligge la miseria. E come provvedere? Io ho sempre creduto che il Comune fosse un’associazione di famiglie legate fra loro da vincoli d’interesse, di parentele, e di affetto; che come indipendente e libero nella sfera delle sue azioni, e specialmente nell’applicazione di principii economici, avesse il dovere di promuovere con tutti i suoi mezzi il bene generale, che fosse un governo di famiglia, da buon massaio. Sta altrimenti. Il Comune oggi non rappresenta che una casta privilegiata, che per sua natura è esurpatrice e tiranna. Ora ti dirò che al Consiglio comunale di Marcaria è stata presentata una domanda di proprietari per l’istituzione di una squadriglia di guardie campestri. Una simile domanda è stata presentata altre volte, ed altrettante è stata respinta; ma ora che ritiensi che la fazione retrograda siasi rinforzata, si ritentò la prova. La borghesia nel suo slancio reazionario vorrebbe richiamare a novella vita alcuni avanzi dell’imputridito feudalismo; e aspira a capitanare la cavalcada contro i terribili devastatori della campagna. I poveri sono considerati da costoro come bestie feroci, lupi divoratori contro i quali bisogna armarsi fino ai denti per difendersi. E mentre si grida da tutti che le imposte rovinano la nazione, costoro non esitano ad aggravare i Comunisti di una enorme spesa, che può ascendere, per una squadriglia di questi difensori della proprietà contro le orde barbariche dei poveri, a circa otto mila lire annue: e si potrebbe anche assicurare che queste ottomila lire verranno ripartite sui proprietari non proprietari di campi, ricchi e poveri. Tali sono le conseguenze delle dottrine economiche della borghesia. Ma parmi che tu mi domandi: e l’istruzione? Questo è un altro paio di maniche. L’istruzione popolarizzata è contraria agli interessi della casta borghese, e deve essere un privilegio tutto suo; e già i borghesi dicono che si spende anche di troppo. E al povero che corse giulivo a combattere per redimere la Patria, e per acquistare la libertà, e che lavora per arricchire gli oziosi, e le fatiche e le sofferenze lo invecchiano ancora giovine, qual ricompensa lo aspetta?... La fame e la galera...!

Ti notificherò l’esito della votazione, e i nomi degli onorevoli che avranno votato pro e contro. Una stretta di mano dall’amico tuo:

Francesco Siliprandi

La Favilla, a. IX n. 31, Mantova 16 aprile 1874

LA BORGHESIA

La borghesia colla potenza dell’intelletto, coll’attività e coll’audacia demolì parte del mondo feudale, umiliò clero e nobiltà, e sola s’assise dominatrice del mondo moderno: e credendo finita la sua missione s’arrestò, non curandosi che dietro lei stava un popolo schiavo, che aveva i medesimi diritti, e le stesse aspirazioni. Questa parte di popolo ancora schiavo, è il lavoratore non censito, è il proletario. La borghesia non progredì timorosa di perdere i privilegi acquistati, e condividere la sovranità; ma non può retrocedere perchè il passato l’ucciderebbe, e frattanto lotta contro il mondo vecchio che l’assale da tergo, e il nuovo che la spinge avanti. E quale potenza può esserle d’aiuto per sostenere una lotta tanto gigantesca? La forza? Non la possiede, e la forza ancora è impotente nelle cose dello spirito. Non gli resta che continuare l’opera incominciata, condurre a termine la rivoluzione che l’intrigo, la paura, e l’egoismo hanno arrestato nel suo corso.

La rivoluzione, nell’ordine morale, proclamò la libertà di coscienza, e la tolleranza, e si arrestò timida davanti al cattolicismo, l’ostacolo più formidabile per rigenerare l’umanità dalle vecchie credenze, e dalle superstizioni del medio-evo. E conservando le cerimonie, i culti, i dogmi e fingendo di credere ciò che non credeva fu ipocrita, e lasciò il prete padrone delle coscienze, e la chiesa dominatrice dello spirito. Provocò, assalì il nemico, e umile si prostrò ai suoi piedi; onde l’ordine morale resta nell’equivoco, e ancora si dibatte fra le vecchie credenze del medioevo, e la filosofia razionale; fece nascere due caste, l’una delle tenebre, l’altra della luce, l’una dell’ignoranza, l’altra della scienza. Nell’ordine politico sociale abolì i privilegi feudali, e stabilì l’uguaglianza davanti alla legge; ma limitò il diritto di sovranità escludendo il non censito, e così venne a dichiarare che il non possessore di beni materiali è una cosa, un ente passivo; e conservò il monopolio delle ricchezze e la schiavitù del salario; e fu ingiusta ed egoista. La borghesia poi per conservare il dominio acquisito, si circondò di arti insidiose, di inganni e di frodi. Ingannare, dissimulare, corrompere fu il sistema da lei inaugurato, uccidere la libertà colla libertà, e renderla odiosa per spingere la nazione ai piedi del despota.

La corruzione conduce alla servitù, e la borghesia organizzò una stampa venale, conservando le apparenze dell’indipendenza, per falsare fatti e principii, nascondere la verità, prostituire l’intelligenza, e travolgere l’opinione pubblica nell’anarchia, e così inviluppata la nazione in una vasta rete di menzogne e di frodi ridurla un cadavere semovente.

Ripudiare questo sistema di menzogne, di frodi e di corruzioni dovrebbe essere il compito della borghesia, e continuare lealmente e francamente la via intrapresa, conquistando col concorso di tutti e per tutti la libertà intera, e aprire al proletariato la via verso il suo miglioramento materiale, somministrargli i mezzi, sorreggerlo nello scabroso cammino, affratellarsi, e costituire una sola casta, una sola famiglia, il popolo, l’umanità. Ma se la borghesia rinuncia alla sua missione, e cocciuta resta stazionaria, la rivoluzione prenderà forzatamente altro indirizzo, avrà altra direzione, e sarà per volontà vostra la rivoluzione dei poveri.

La Favilla, a. IX n. 39, Mantova 5 maggio 1874

L’ASSOCIAZIONE

La causa di tutte le perturbazioni sociali, e delle guerre civili fu ognora la divisione della società in classi privilegiate, ricche e oziose, e in diseredate, lavoratrici e povere; e ogni qualvolta queste prostestarono contro così mostruosa ingiustizia, si oppose la forza, la repressione violenta, e allorquando si riconobbe che con simili mezzi era impossibile di arrestare il moto, e volendo conservare sempre il monopolio delle ricchezze e del potere, si ricorse alle insidie.

E la stampa pagata ad hoc, elegantemente mascherata, ha la missione di diffondere dottrine economiche ripiene di sofismi e tendenti a falsare i principii, glorificare l’egoismo, mutilare il pensiero, travolgere l’intelletto dell’operaio, traviarlo, sedurlo, ingannarlo; e oggi più che mai si tenta di spegnere ogni moto di vita nuova, e per riescire si pratica ogni mezzo quale che sia.

L’associazione è il punto d’appoggio della leva per innalzare il lavoratore alla dignità di uomo, e per emanciparlo dalla tirannide del capitale, e contiene in il germe di tutta una trasformazione sociale. L’associazione fu pensiero dei liberali riformatori progressisti, e fu combattuta dai conservatori della schiavitù, che poi costretti, finsero accettarla, e col mantello della beneficienza e con altri artifizi la mutilarono, la limitarono al mutuo soccorso nei casi di estrema necessità mediante il risparmio, e col falsare il principio, tentarono di spegnere il grande pensiero. Coi tuoi risparmi, dicono i conservatori della schiavitù all’operaio, e colla tua previdenza puoi crearti una posizione pari a quella del ceto più ricco, puoi innalzarti a qualunque grado della gerarchia sociale, perchè nessuno te lo impedisce. Il lavoratore non guadagna tanto da sfamarsi, e vogliono che faccia dei risparmi; non ha un soldo, e vogliono che faccia concorrenza al ricco. Sfacciata ironia!

L’associazione, perchè abbia tutto il suo sviluppo, deve avere un fine determinato, ed essere generale, deve raccogliere in i tre fattori principali della ricchezza sociale, l’intelligenza, il capitale e il lavoro; e i tre fattori avere la missione di fissare la retribuzione a ciascheduno, sia in natura, sia in danaro, in ragione del valore prodotto. Per determinare poi con giusto criterio il valore del prodotto da ciascheduno, e quindi stabilire un equilibrio, il valore prodotto dai singoli deve essere regolato in ragione di tutti i valori di produzione in modo che l’equilibrio sia un tutto che armonizzi. I tre fattori rappresentati in assemblee nazionali confederate, da deputati eletti a suffragio universale, le loro deliberazioni avrebbero forza di legge. Le assemblee convocate a periodi fissi, e straordinariamente in caso di bisogno, avrebbero anche l’incarico di provvedere il lavoro a chi mancasse.

E concludendo, l’associazione può, quando generale e organizzata, se non togliere, diminuire la differenza delle classi, e le ingiustizie sociali, migliorare le condizioni della classe lavoratrice povera, assicurandole il lavoro, e provvedendola del necessario alla sua esistenza materiale e morale.

La Favilla, a. IX n. 44, Mantova 21 maggio 1874

UN COMIZIO IN CAMPAGNA

Nel villaggio in Casatico, in aperta campagna, fra una popolazione contadinesca calda d’amor patrio e di libertà, ieri l’altro ebbe luogo un banchetto fra operai per commemorare il 15° anniversario di fondazione della società, e vi intervennero ben oltre a 200 soci. La festa era rallegrata dalla banda musicale di giovanetti dilettanti del paese, e tutto il villaggio era abbellito da numerose bandiere. Ovunque vi spirava una semplicità democratica, e sul volto di tutti traspariva una gioia sincera, liberale, affettuosa.

Il Presidente sig. Zanotti inaugurò il banchetto con parole di fraterno affetto; disse, essere la riunione di tante rappresentanze di buon augurio per l’avvenire, e stringendosi vieppiù i vincoli di fratellanza e di solidarietà fra le famiglie dei lavoratori, si raggiungerà il fine prefisso dalla legge dell’umanità, la completa emancipazione dell’operaio.

Il socio Francesco Siliprandi disse: Le società operaie furono i primi fiori sorti nella primavera della libertà; ma non crebbero, non fiorirono, un soffio di vento gelido, secco, ne arrestò il corso della vita, e piegarono languidi sullo stelo. Una setta malefica, discendente da Lojola, la setta dei moderati, scaltra, maligna, ruffianeggiante le accostò, le blandì, le sedusse, e non potendo corromperle le immobilizzò.

Le società operaie aggirate dalla setta, abbandonarono l’idea creatrice, e presero la forma di una materiale aggregazione di individui, e limitarono la loro azione al puro interesse del mutuo soccorso. Mancanti di una idea, di un ente morale che loro additasse la via dei doveri e dei diritti, rimasero inerti e senza vita. Come una forza fisica, invisibile, ignota, move gli astri nello spazio infinito dell’universo, così una forza morale, una idea move gli uomini verso il progressivo loro perfezionamento. Tolta codesta forza morale, questo motore, questa scintilla rimangono materia morta. La setta dei liberali soffocò ai primi vagiti di vita libera questa potenza morale, spinse l’idea creatrice e avvelenò l’istituzione sostituendo all’ente motore Patria e Libertà, il materialismo dell’interesse individuale, il mutuo soccorso. E gli ingenui operai ingannati dalla ingannatrice setta si adagiarono, e accettarono nei loro statuti il patto imposto dai moderati, il divieto di occuparsi di politica e di religione; e così bevettero il veleno presentato dai borghigiani settarii, firmarono il decreto di loro morte, consumarono il sacrificio della società.

Se le società di mutuo soccorso fossero anche associazioni politiche, se il popolo si occupasse anche di libertà, dei suoi diritti civili-sociali, non sarebbe schiavo, abietto, misero ed affamato. La povertà non sarebbe un delitto punito col divieto dei diritti politici. Non vi sarebbero tasse sul lavoro, sulla miseria e sulla fame. Non vi sarebbe una comitiva di ladroni che impunemente rubano il denaro pubblico. Non si getterebbe a piene mani il denaro estorto al lavoro e al povero ai ruffiani del potere, alle prostitute dei consorti, a salariare un esercito di vecchie e di nuove spie, di giornalisti venduti per falsare la verità, calunniare e tenere coperte le rapine dei consorti. Se il popolo si occupasse dei suoi diritti e dei suoi doveri, non vi sarebbero cittadini attivi e passivi, ma tutti senza distinzioni sarebbero elettori ed eleggibili, il popolo sarebbe sovrano.

Ad unanimità e fra entusiastici applausi fu acclamata la seguente proposta: La Società di Casatico e rappresentanze affermano il diritto del suffragio universale, e fanno voti per l’abolizione del macinato.

Il Siliprandi riprese: Ora beviamo tutti alla salute del povero operaio, del popolo sovrano, alla salute della Patria, e facciamo un evviva alla memoria di quel grande apostolo di libertà e di amore, Giuseppe Mazzini; mandiamo un affettuoso saluto al padre della Patria Garibaldi ed un altro al nostro ottimo amico deputato Pianciani.

Il cittadino Cantoni rappresentante della società di Bozzolo disse queste parole: Porgo alla società operaia di Casatico ed alle consorelle qui riunite il fraterno saluto della società operaia e della contadina di Bozzolo.

Ogni anniversario di società popolari è novella pietra portata all’edificio della rigenerazione sociale. Fate adunque o amici con me un brindisi alla prosperità delle nostre istituzioni, alla fratellanza e solidarietà del popolo operaio.

Presa la parola il sarto Segolini disse: essere l’associazione e il lavoro i soli mezzi di difesa contro il ricco feudatario, contro la tirannide del capitale e contro la miseria. Doversi aquistare la libertà senza la quale non vi è vita sociale, la schiavitù è la morte. La sovranità risiedere solo nel popolo. Acclama il diritto del suffragio universale, e fa voti per l’abolizione delle imposte sul lavoro e sulla miseria. Vivi applausi.

Il cittadino Felice Beduschi disse queste parole: Compagni, all’erta.

Unione, lavoro e provvidenza, sta scritto sulla bandiera della società operaia Sanmartinese. Camminando per queste tre vie, si va al benessere sociale e materiale delle nazioni. Camminando per altre, all’apparenza più belle, si corre, o nel petrolio, o nell’acqua santa.

Compagni, sciegliete! All’erta.

Salute e fratellanza al popolo lavoratore.

Il cittadino Favalli rappresentante la Società di Piubega, rammentò che il popolo italiano nei tempi della repubblica romana e delle repubbliche del medio-evo fu il primo popolo del mondo, che le società operaie sorsero in quegli ultimi tempi, e giunsero a tanta potenza di civiltà che la direzione della cosa pubblica stava nelle mani del popolo lavoratore, e nessuno poteva esercitare diritti politici, aspirare alla magistratura se non era inscritto nei libri degli operai. Parla della lega lombarda, l’aurora del risorgimento italiano, e fa voti che le città tutte d’Italia rinnovino la lega per conseguire la completa sovranità nazionale e la libertà del pensiero. Il prete, così conchiude, non rappresenta il principio religioso, ma una setta nemica della Patria e dell’umanità.

Il cittadino Tondini, rappresentante la Fratellanza di Mantova, premette che tutti nascemmo liberi ed eguali, ed ora la moltitudine è schiava e misera. Che fu il pensiero e il lavoro che investigando la natura e le sue leggi portarono all’umanità tanto benessere; ma che i loro benefici furono sfruttati da un pugno di oziosi gaudenti, e per soprappiù diventarono gli oppressori.

Alla lega di questi oppressori che sfruttano i benefici del pensiero e del lavoro, opponiamo o fratelli operai altra lega la quale abbia per principio: il diritto al lavoro, il credito, la solidarietà e l’eguaglianza politica. Frattanto v’invito a fare un brindisi alla fratellanza universale, e a quei grandi che la propugnarono, Mazzini e Garibaldi.

Il cittadino Nizzoli, altro rappresentante della Fratellanza, dopo aver a nome della sua Società fatto un ringraziamento alla Società di Casatico, ed un fraterno saluto alle altre Società colà riunite, disse alcune parole sulla questione sociale; paragonò la Società ad un alveare il quale è abitato da una maggioranza infinita di piccole mosche infaticabili lavoratrici, che dalle erbe, dalle piante, dai fiori raccolgono il succo e la polvere, e così si provvedono di cibo e d’abitazione; ma nello stesso alveare abita una minoranza di altre mosche grosse, brutte nella forma, pigre, neghittose le quali mangiano il miele elaborato dalle altre, e abitano la casa dalle altre costrutta. Le mosche piccole si chiamano Api, le grosse Fuchi; cambiati i nomi di Api e Fuchi in quelli di lavoratori e privilegiati, abbiamo la Società umana attuale; disse che quest’ordine di cose deve aver termine, ma per ciò ottenere fa di bisogno che tutti i diseredati si uniscano moralmente e materialmente, e così compatti per votare i propri diritti, ed emanciparsi dalla schiavitù del capitale, e siccome l’umanità si è liberata di ben altre miserande schiavitù si libererà anche da questa ultima. Raccomandò ancora di svincolarsi dalle pastoie del prete, causa precipua dei mali, che affliggono l’umanità; e conchiude appoggiando quanto avevano detto gli oratori che lo precedettero.

Parlarono altri ancora e tutti pressochè nello stesso senso.

Prima di sciogliere l’adunanza fu deliberato di spedire un telegramma al generale Garibaldi ed un altro al deputato Pianciani così concepiti:

Illustre e venerato Generale.

La società operaia di Casatico e consorelle qui riunite in fraterno banchetto vi mandano uno affettuoso saluto, acclamano al suffragio universale e fanno voto per l’abolizione del macinato.

Vivete sano e felice

firmato: La Presidenza

Illustre cittadino,

la società operaia di Casatico e le consorelle del collegio di Bozzolo e Fratellanza di Mantova qui unite in fraterno banchetto, vi mandano un’affettuoso saluto. Acclamano al suffragio universale, domandano l’abolizione della tassa sul macinato, e vi incaricano propugnare questo loro voto in Parlamento.

firmato: La Presidenza

Quindi il banchetto fu sciolto, e fra il suono della Marsigliese e alle grida generali, Viva il suffragio universale, abbasso le imposte sui poveri, le società sfilarono colle loro bandiere e percorsero le vie del paese.

Per ultimo due parole d’encomio e di ringraziamento alla rappresentanza della Società di Casatico per l’ordine ammirabile, la cordialità e la fraterna accoglienza.

La Favilla, a. X n. 86, Mantova 2 maggio 1876

GUERRA AL MONOPOLIO

In tempi dell’assolutismo il monopolio era nelle arti, nei mestieri, e perfino nel lavoro. Non si accordava un esercizio, un mestiere se non a prezzo d’oro, e se non dopo di avere superato innumerevoli ostacoli e perdite di tempo e di denaro. Il figlio del padrone di un negozio andava esente da ogni aggravio, solo il povero c’era soggetto; così per questi ostacoli l’industria era un previlegio, e pressochè interdetta al povero. Il clero, i nobili e i privilegiati per impiego regio, per un titolo, per acquisto di esenzione dalla taglia, o per concessione del re, dei ministeri, d’una favorita, o di un grande del regno, erano in gran parte esenti dalle imposte. Le gabelle, i sussidi, le tratte, il tabacco ed il sale colpivano il suo popolo, e ai poveri per sopracarico le corvate, lavoro senza compenso. Il sale lo si vendeva dodici volte più del costo, ed era obbligatorio. Guai a chi si fosse trovato una libbra di sale di contrabbando; confische, prigionia, galera. La carne, il vino, il pane ed ogni altro genere di prima necessità erano per le gravose imposte delle gabelle a tanto prezzo che era impossibile al povero di provvedersi. Questa era la condizione del popolo di quei tempi di dispotismo assoluto. Il clero lo voleva ignorante, superstizioso e devoto: il governo servo ed ubbidiente: il fisco che pagasse. Il prete, il boia e l’esattore erano i tre cardini dello stato.

Oggi il governo non è più dispotico, è temperato, il re regna e non governa, clero e nobili non hanno più privilegi, governa il terzo stato, la borghesia. Fu abolita l’austerità ardente e superstiziosa delle tradizioni; fu abolito il privilegio per nascita o per concessione; fu inaugurato il regno della libertà. Libertà a ciascuno di fare ciò che vuole, ciascuno per . Ciascheduno è libero di intraprendere, esercitare quell’industria, quel mestiere. Questo è il principio sul quale è basato il sistema del liberalismo della borghesia. Ma questa libertà illimitata e per tutti trova nella sua applicazione un ostacolo insormontabile da superare. Per intraprendere od esercitare una industria, un mestiere occorre il capitale, ovvero gli stromenti di lavoro, e il capitale è in mano di pochi, è un privilegio; per il qual fatto, per il povero che non possiede, che ha nulla, che manca di tutto, il diritto di tanta libertà è un’amara ironia, è tale come se si dicesse a un infermo, tu hai diritto di essere libero, sorgi e cammina. La libertà di commercio giova al capitalista, il povero subisce la legge del ricco. La libera concorrenza a forze pari eccita la gara, a forze disuguali è l’oppressione del ricco sul povero.

La libertà abolì gli antichi privilegi sulle imposte, clero, nobili e i grandi dignitari della corona non godono più esenzioni, la libertà del sistema borghese colpì tutti, anche coloro che hanno nulla, e lasciò ai ricchi aperta la via della frode col deludere la legge a danno dei poveri. Il proprietario di mille ettari di terreno con un immenso capitale di bestiame, di scorte, di attrezzi e stromenti di ogni sorta non paga come il fittabile di pochi ettari e che non possiede che un miserabile capitale in attrezzi di lavoro e qualche capo di bestiame magro. Il ricco epulone, che va da casa al teatro o al caffè in carrozza con sei livree, ozioso, ingolfato nei vizii, nelle orgie, e nelle più brutali lascivie non paga un centesimo di ricchezza mobile, paga l’industria, pagano i miseri travetti, paga il lavoro, paga il povero. Il capitalista con cento mila lire di rendita non paga un soldo di ricchezza mobile, paga il paziente che fa il carrozzino. I Luoghi Pii, che dovrebbero essere pii fanno pagare il sei per cento e la ricchezza mobile. Pagano gli alimenti di prima necessità, che sono sacri quanto la vita e non pagano gli oggetti di lusso, le carrozze, le livree, i doviziosi giardini. Il sistema degli appalti vige ancora con tutte le sue nefandezze, e gli appaltatori sono sempre quei vampiri che assorbono le risorse del regno e succhiano il sangue dei poveri.

Il monopolio, sotto la maschera di una libertà menzognera, vive in tutta la sua forza. Monopolio nel sistema delle imposte il quale tende a mantenere un privilegio di ricchezza nel capitalista, aggravando le classi povere. Monopolio nei diritti politici e legislativi, rendendoli inaccessibili ai poveri. Monopolio nelle elezioni, gli inetti e gli intriganti portati in prima linea. Monopolio negli impieghi e nelle cariche. Monopolio e camorra in tutto.

Questo è il prodotto del liberalismo borghese, dell’orribile formola ciascuno per . La libertà consiste non nel diritto, ma nel potere esercitare e sviluppare le sue facoltà sotto l’impero della giustizia. Alla formola dell’io conviene sostituire quella della fratellanza, uno per tutti, tutti per uno. Bisogna propugnare i diritti del proletario. Bisogna rifare il palco dell’infamia con una forma omogenea di governo.

E frattanto guerra al monopolio.

La Favilla, a. X n. 106, Mantova 6 luglio 1876

LA CLASSE CONTADINA

Guerra ai castelli fu il primo grido rivoluzionario nel medio-evo. I conti, i marchesi, i baroni cacciati dalla borghesia, dalle città, rifugiarono nelle campagne, e chiusi nei loro castelli tiranneggiavano il contado da barbari. Il castellano era il re della campagna; egli si arrogava la padronanza degli averi e delle vite dei contadini, e perfino quella, la più oltraggiosa di tutte, di godere le primizie delle vergini che andavano a marito. «Gli animi dice un cronista, erano talmente sdegnati, che senza ritegno alcuno di pietà, di compassione o di timore si fecero leciti ogni vendetta. Così essi d’un medesimo animo uniti, al suono delle campana crudelmente ammazzarono tutti i suddetti conti, gettarono a terra i castelli e tutte le case, e fabbricarono una terra comune».

La guerra ai castelli si propagò a tutta Europa, e nella Svizzera creò un popolo libero. La leggenda di Tell non è altro che un popolo armato che insorge contro i castellani, e Gesler ne è il capo. Il giuramento solenne sul Grutli non è che il seguito del giuramento di Pontida e la battaglia di Motgarden, il seguito di quella di Legnano, il prologo della rivoluzione politica-sociale. Dopo cinque secoli in Francia si innalzò il grido non meno tremendo, fuoco ai castelli.

I paesani, per le crudeltà, ingiustizie, angarie e vizii brutali della nobiltà e dei signorotti, avevano in orrore i castelli, siccome il luogo ove si consumavano orrendi delitti sotto i propri occhi. Avevano in orrore i castelli per le orrende vessazioni dei castellani e sgherri del barone, gli odiavano perchè la coscienza e la ragione gli suggerivano essere costoro i loro primi e più terribili nemici, perchè l’oppressione genera l’odio. E l’odio era giunto a tal grado, e tanta la sete di vendetta che in molti luoghi si innalzarono delle forche sopra le quali si leggeva: Qui sarà impiccato il primo abitante che porterà la rendita al signore. Qui sarà impiccato il signore stesso che le riceve.

L’odio regnava feroce negli animi dei paesani, e l’aurora della rivoluzione venne ad irradiare quegli uomini abbruttiti dalla miseria e dalla oppressione, e il primo atto fu l’astenersi di pagare le tasse, e i castellani, quantunque l’assemblea nazionale avesse abolito tutti gli antichi privilegi e il feudalismo, insistevano a mantenerli. Da ciò nacquero i movimenti popolari, le dimostrazioni, ed infine il tremendo grido, fuoco ai castelli. Quelle fiamme illuminarono i funerali del feudalismo.

I castelli bruciarono, furono cacciati i signori, i privilegi feudali aboliti, inaugurata un’era di libertà e di fratellanza. E non è scorso ancora un secolo che i paesani protestano contro la classe ricca, la quale se non tiranneggia colla violenza dei baroni e dei feudatari, è in gran parte restia al loro progressivo sviluppo, al loro benessere, è avara ed egoista.

Il progresso, questo ente supremo che spinge l’umanità verso il suo perfezionamento, ha incivilito questa classe, e in modo che sente la dignità di uomo, che acquistò la coscienza dei suoi doveri e dei suoi diritti, che segue l’impulso del moto ascendente; ma piuttostochè venire a guerra fratricida, sacrifica i proprii affetti, abbandona i luoghi natii, e la patria, emigra al di dell’Oceano. Sublime sacrificio!

E l’Italia, il giardino dell’Europa, la terra del genio diventerà una landa, e i suoi figli anderanno a popolare i deserti dell’America? Ci pensa il governo: ci pensano i signori.

La Favilla, a. X n. 113, Mantova 30 luglio 1876

LE SOCIETÀ OPERAIE

Se molte società sono colpevoli di mancare all’appello di fraterni banchetti, non si può imputare a loro colpa se non la dabbenaggine di lasciarsi gabbare dai loro nemici, i preti e i moderati, i quali sanno avvinchiarle in modo da non lasciar loro che uno spiro di vita sociale. Scopo dell’associazione è l’emancipazione completa dell’operaio. La morale coll’educazione, l’intellettuale coll’istruzione, la materiale colla cooperazione, e raggiunto questo grado, aristocrazia, privilegio, monopolio e miseria spariscono come le tenebre alla luce. L’interesse quindi della classe privilegiata, della classe oziosa, gaudente e sfruttatrice del lavoro, si è di impedire all’operaio questo sviluppo, abbrutirlo colla ignoranza, colla miseria, e tenerlo servo e schiavo.

Un tempo si adoperava come mezzo la santa madre chiesa, e guai a quell’operaio, a quel dipendente se non frequentava la chiesa, se non andava alla santa messa, se non aveva il biglietto pasquale, era licenziato, o privato del salario, o del lavoro e denunziato alla polizia come malvivente. Lo si voleva bigotto, ubbidiente, umile e laborioso; in una parola tutte le specialità del somaro. Oggi ancora, quella classe, prete e moderati vuole la stessa cosa, ma ha capito che come mezzo quelle ciurmerie religiose non hanno più valore, e ricorse ad altre. Da prima colla calunnia, colle insinuazioni, le più maligne, con ogni mezzo loiolesco tenta di impedire la fondazione delle associazioni operaie, predicate ed iniziate dai repubblicani, e riescito inutile ogni tentativo, la scaltra e maligna setta brogliò per mettersi a capo, ed impadronirsi dell’istituzione con qualche elargizione, allo scopo di spegnere l’idea creatrice, di immobilizzarla, di corromperla.

Primo pensiero fu quello del divieto negli statuti di occuparsi di politica e di religione, per conservarli bigotti, superstiziosi, servi e schiavi; indi l’isolamento, e cioè il divieto di fraternizzare colle altre associazioni, e la minaccia, iniqua quanto può dirsi, se disobbidienti, negli interessi più vitali, come sarebbe a dire, di non andar più al loro negozio, di negare ad essi il lavoro, di cacciarli dal servizio, insomma ripudiarli come un tempo ripudiava e perseguitava santamente la madre chiesa coloro che non erano ubbidienti e divoti, che non gli portavano l’obolo o che volevano rubargli il patrimonio.

La setta pretina-moderata con l’arte e con un po’ di denaro ha sviato le associazioni operaie dal loro principio, ha spenta l’idea, la scintilla animatrice, le hanno galvanizzate. Il divieto alle società di occuparsi di politica, come nella Società di mutuo soccorso di Mantova e tante altre, tende a convertirle in congreghe fratesche, in reggimenti militari istupiditi dalla disciplina.

Le associazioni operaie accettando quei patti nei loro statuti, col farsi ubbidienti alle discipline imposte da un’autorità giopina, rinunciano come cittadini ai loro diritti politici, come uomini alla loro dignità, si rendono ridicoli e schiavi abietti. Dunque bisogna rompere quei patti, disfarci da quegli uomini che intendono farla da padroni, e con un... emanciparsi moralmente e materialmente. E se la setta, se i signorotti minacciassero di non venire più al negozio, di non più servirsi dell’opera vostra, di togliervi il lavoro, di diminuire il salario, di cacciarvi dai suoi tetti, oh allora! Allora si faccia quello che sta bene di fare.

La Favilla, a. X n. 114, Mantova 3 agosto 1876

MOVIMENTO DEI CONTADINI

Chi ha veduto il commovente spettacolo di questi giorni, e non ha pianto, non era un uomo. Partiva il convoglio, e centinaia di voci di donne, di vecchi, di fanciulli singhiozzando salutavano l’Italia e Mantova. «Addio Italia, addio Mantova» agitando i fazzoletti e le mani gridava con effusione di cuore quella gente abbronzita dal sole, e magra dalle fatiche e dal digiuno; e migliaia di voci di popolo affollato sui bastioni la salutava piangendo. Il popolo ama, ed il popolo ha affetti, il popolo sente, ed ha comuni i dolori e le speranze. Ma chi divide questo popolo, chi lo caccia dai patri lari, chi lo costringe ad abbandonare il luogo natio, la terra che lo nutrì, chi lo distacca dai suoi amici, dai suoi parenti, dai suoi fratelli?

Il governo dei ricchi! E furono i figli di questo popolo che festosi cantando «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta» corsero sui campi a combattere lo straniero, a versare il loro sangue per la libertà della patria, pel bene di tutti – e le madri orbate dei figli, la fidanzata dell’amante, i figli del padre non piansero, tanto era in loro l’amor di patria e di libertà. Ma ahi troppo fidenti credettero alle insinuazioni dei nemici che loro susurravano all’orecchio «lasciate fare a chi tocca». E fecero leggi che gli affamarono, e della libertà un traffico. Ed ora dove vanno? La miseria li disperde, li caccia oltre i mari, in un mondo nuovo. Il popolo che ha combattuto e vinto, è punito del suo patriottismo, e della propria vittoria.

Si credette ancora che gli uomini saliti al potere, ritenuti amici del popolo, avrebbero riparato alle loro sciagure, e non sono che ambiziosi, vaghi di onorificenze cortigianesche, di fasti teatrali, ma non si degnano entrare nei tuguri e nelle capanne del povero. Parlano di riforme, e quali? Di sostituire il pesatore al contatore, di sostituire alla forca la ghigliottina. Anche l’ironia! Ma oltre non si va, i vecchi ordinamenti sono logori, crollano da ogni parte, sono in dissoluzione, bisogna metterli a nuovo.

Il movimento viene dal fondo e sconvolge anche la superficie stagnante. E non si può fare un San Bartolomeo di proletari; la forza sta della materia che si move, i pretoriani piumati e gallonati non sarebbero che trastullo. Si dia mano dunque a riforme sincere e radicali e tornerem fratelli.

La Favilla, a. X n. 123, Mantova 3 settembre 1876

[EDITORIALE]

In Italia più d’ogni altro luogo, il lavoratore non guadagna tanto da nutrirsi, o quanto basta per non morir di fame. Il contadino è schiavo del capitale, dell’ignoranza e della miseria. In alcune provincie egli è al disotto delle bestie da lavoro, e da per tutto soffre tutte le privazioni e i patimenti, e lo si vuole ignorante d’ogni idea di civiltà e di progresso.

L’Associazione generale dei lavoratori si è diffusa rapidamente nelle campagne; e i contadini formano la grande maggioranza. Essi vanno grado grado acquistando la coscienza dei proprii diritti e dei loro doveri; essi sentono tutti i bisogni del viver civile, e non possono più oltre tollerare di essere tenuti schiavi, che il lavoro sia una punizione, e abbia per compenso il disprezzo e la miseria, l’interdizione di ogni diritto civile e sociale. Questi uomini dell’aratro e della vanga non mandano oggi il grido selvaggio di altre epoche, guerra ai castelli; non è il furore della distruzione, un cieco fanatismo verso un ideale ministico e fantastico che li muovono, è il risveglio della coscienza dei loro diritti. Essi vogliono la fine dell’oppressione e della ingiustizia; essi vogliano il lavoro per l’uomo, e l’istruzione pel fanciullo; il pane per tutti, la libertà e l’eguaglianza civile. Essi vogliono vivere lavorando, ma migliorare la loro condizione, in modo che il lavoro abbia un compenso in armonia dei prodotti e delle condizioni economiche sociali. E questi diritti li vogliano conquistare con quei mezzi che gli additano la civiltà, il progresso e la giustizia.

Questo movimento che viene dagli ultimi strati è tale da non indietreggiare. Lo stato attuale delle società è troppo disordinato perchè esso possa durare. Una minoranza introduttiva, parassita e oziosa si è imposta alla immensa maggioranza; si è impossessata del capitale introduttivo, e assorbe tutto il prodotto del lavoro. Questa usurpazione data da tempo, e tutti i tentativi per rivendicare i diritti degli oppressi furono soffocati nel fango. Ultimamente in Francia, in Germania, in Spagna, in Italia la borghesia fece massacrare centinaia di migliaia di uomini, di donne e di fanciulli che chiedevano pane e lavoro. Quelle vittorie borghesi furono facili perchè agli affamati insorti mancava loro l’unità del concetto e dell’azione perchè il proletariato difettava di organizzazione e di solidarietà.

La rivoluzione sociale era ancora nel secondo periodo.

Quei tentativi falliti furono le risultanze di quelle dottrine astratte, mercè le quali oggi la rivoluzione cammina verso il terzo stadio, quello della scienza sperimentale, la quale ha per principio l’unione e la organizzazione di tutte le forze operaie produttive. L’odierno movimento sociale ha un obbiettivo ben determinato, e il proletariato entrerà in campagna organizzato e disciplinato. E noi facciamo appello a tutti onde la nuova riorganizzazione sociale avvenga calma e tranquilla, abbia per guida la scienza, e per base la giustizia e la morale.

Bollettino dell’Associazione Generale dei lavoratori in Mantova, a. I n. 1, Mantova 8 aprile 1877

[EDITORIALE]

La terra è la sorgente principale delle ricchezze, e l’agricoltura è l’arte di far produrre i campi, e le braccia e i capitali sono gli strumenti necessari per la coltivazione. L’agricoltura segnò in Italia la sua decadenza da quando sottomessa dai Romani col ferro e sparso torrenti di sangue, i patrizi s’impossessarono del terreno, e abbandonarono la coltivazione dei campi agli schiavi sotto la direzione di speciali ispettori. Gli schiavi essendo tenuti non come persone, ma strumenti di lavoro, maltrattati e senza alcun interesse a far prosperare quei latifondi, la produzione agraria si era ridotta a così meschine proporzioni, che Roma doveva ricorrere alla Sardegna, alla Sicilia, all’Africa per sfamare la sua plebe. La crescente miseria, e le campagne spopolate e deserte indussero il governo imperiale a fare alcune concessioni. I lavoratori della terra furono divisi in schiavi e servi della gleba. Questi ultimi potevano prendere moglie, e partecipavano ai prodotti del fondo. Era una condizione intermedia tra i liberi e gli schiavi.

I Longobardi trasformarono il diritto di proprietà, e crearono tre classi di lavoratori: i massari che coltivavano il proprio fondo libero ed allodiale; gli aldii specie di colono romano; e i servi che andavano sempre diminuendo atteso il poco utile che se ne otteneva. I Franchi importarono il sistema feudale, e la proprietà subì una nuova trasformazione, e le campagne furono tutte sottoposte al feroce dispotismo feudale.

Sorsero le repubbliche dei Comuni, e l’aura feconda della libertà vivificò il mondo. La libertà è come il Sole, dovunque vi penetra un raggio vi porta la vita: la schiavitù è la morte. I lavoratori dei campi resi liberi, l’agricoltura fiorì, la produzione aumentò, e nell’alta Lombardia il sapiente sistema dell’irrigazione fu la meraviglia del mondo civile, ed ancora oggi vi si ammira la più ricca vegetazione d’Europa. Sopravvenne una seconda invasione di barbari, e la monarchia Spagnola con le sue tasse, le sue leggi fiscali e spogliatrici, le prepotenze dei signori, le manimorte, i fedecomessi, fu la causa del nuovo decadimento dell’agricoltura, dell’abbrutimento e della miseria della classe agricola.

Liberatasi l’Italia dalla dominazione spagnuola, e abolito dalla rivoluzione il sistema feudale, la proprietà fondiaria fu resa accessibile a tutti, e i coltivatori divenuti liberi, l’agricoltura risorse e la produzione accrebbe. Progredendo sempre le scienze si associarono all’agricoltura, e la chimica insegnò quali sostanze meglio convengono alla materia in ciascun lavoro, e giovarsi di quello che senza alcuna spesa, senza alcuna fatica tanto contribuiscono alla produzione vegetale e animale. La meccanica applicata, quando non si trasforma in flagello dei poveri, e la macchina non sia che uno strumento di guadagno in potere degli speculatori, economizza il tempo e il lavoro dell’uomo.

Ma perchè la produzione aumenti non basta che la proprietà sia accessibile a tutti, che il lavoratore dei campi sia emancipato dal proprietario e cointeressato; bisogna che abbia un tale compenso da soddisfare ai suoi bisogni.

L’economia sociale non deve solo procurare l’aumento della produzione, ma un’equa distribuzione, e che la crescente ricchezza proceda di pari passo col crescente benessere dei lavoratori dei campi.

L’odierno sistema economico d’agricoltura è in fondo, salvo alcune modificazioni, lo stesso di quello praticato dai romani e nei tempi di mezzo. Se oggi non è vendibile la persona sui pubblici mercati, se sono abolite le corvate, si specula con usura sulla vita. Il lavoratore è maltrattato, mal vestito, misero, disprezzato e tenuto ignorante, è lo schiavo bianco. Perchè aumenti la produzione del suolo e le ricchezze bisogna abolire la schiavitù. Il contadino è il principale elemento sociale, il nerbo della società, e tornerà vacua e di nessun effetto qualunque rivoluzione, se il contadino rimarrà schiavo, ignorante e misero!

Il Lavoratore, a. I n. 1, Mantova 27 maggio 1877

I CONTADINI

Il suolo d’Italia ancora che fosse tutto coltivabile non produrrebbe cereali a sufficenza da nutrire i suoi abitanti, produce quanto dovrebbe dare, perchè una data quantità di terreno non è coltivato, perchè regge in generale ancora il sistema delle grandi proprietà, della coltivazione in grande per mezzo dei salariati, e dura tutt’ora la schiavitù del lavoratore.

La provincia di Mantova ha coltivabile ettari di terreno 205.580 con 288.000 abitanti, dei quali 50.000 sono lavoratori contadini. In media produce ettolitri 759.060 di cereali, circa cinque staja per biolca e dieci per individuo, i quali non bastano per nutrire il contadino lavoratore. Cambiando sistema si potrebbe ottenere una produzione assai maggiore. Un piccolo campicello lavorato con la vanga ovvero coll’aratro dal contadino cointeressato produce due, tre volte di più di un latifondo a grande coltivazione. Ma il sistema della piccola agricoltura, censurata solo per essere povera, si oppone quello della vasta coltivazione, indicato dagli economisti inglesi come il più conforme alla agricoltura scientifica, ed ammettendo come un errore, una vera calamità il sistema della piccola agricoltura abbandonata all’esercizio di gente ignorante e povera. I vantaggi che fanno spiccare dalla coltivazione in grande consisterebbero in una amministrazione meno fastidiosa pel proprietario, che vuol godersi i doni della provvidenza, e menar una vita meno faticosa del lavoratore, affidando ad un capo intelligente l’azienda del latifondo e il governo dei salariati, e per la ricchezza dei capitali applicare le scienze all’arte, e per mezzo delle macchine speculare sul lavoro dell’uomo.

Ma avendo altri dimostrato luminosamente che il sistema della coltivazione in grande per mezzo dei salariati non potrà mai ricavare dal suolo il massimo prodotto possibile, essendo scopo del salariato il risparmiare più fatica che può lavorando per interesse del padrone, e provato i grandi vantaggi della piccola agricoltura cointeressata, ci allontaniamo da questo terreno per seguire quelle aspirazioni che mirano al miglioramento della classe lavoratrice.

Terra e lavoro sono le sorgenti delle ricchezze, il vero capitale produttivo. Il denaro, il bestiame, le macchine ed altro non sono che gli ausiliari delle forze produttive. Il lavoro è l’ente supremo della produzione. Ma non basta aumentare il prodotto, bisogna ripartirlo equamente fra lavoro e capitale, se questi due Enti non formano un tutto armonico, e posseduti collettivamente.

Lo stato attuale delle cose non permettendo di progredire che per riforme graduali, le più urgenti di queste sono: l’emancipazione del lavoratore, la socializzazione del lavoro, e la compartecipazione degli utili. Gli economisti devono abbandonare le vecchie teorie conservatrici del privilegio e della schiavitù, e le egoistiche e feroci della scuola inglese, e rivolgere tutti i loro studi e le loro cure ed aumentare la produzione delle ricchezze e ripartirle equamente.

L’economia politica è una scienza sociale, e tutte le scienze sono progressive, e se il progresso abolì la schiavitù personale, il servaggio, le corvate, non potrà egli abolire il salario? Frattanto facciamo voto che vengano praticate tali riforme da aumentare nel maggior modo possibile la produzione agricola conciliando il maggior benessere dei contadini.

Il Lavoratore, a. I n. 3, Mantova 10 giugno 1877

IL PROLETARIATO

Misero proletariato! Che la bruma biancheggi malinconicamente le campagne, o che d’erbe e fiori ne vadino (sic) vestite, tu, prevenendo sempre d’assai i raggi mattutini, al tuo posto ti trovi curvato sull’aratro, oppure sulla zappa, o sulla tua falce come una macchina vivente condannata dalla necessità a formare, colle tue immani fatiche, le delizie di qualche poltrone che, allor allora su morbide piume dorme in dolce oblio. Strana comparazione! A questi i sontuosi palazzi, le laute mense, le passeggiate amene, le cariche, gli onori e il disonorare impunemente le tue donne... a te una catapicchia, tutti gli eccessi delle stagioni, la fame, la sete, le luride malattie, l’inopia del tutto ed infine l’ospedale che ti toglie alle cure dell’affettuosa consorte. Tutto devi sopportare se vuoi procacciarti un pane ammucidito e insufficiente a ristorarti le lasse membra e l’esauste forze!... ciò è un’impellente necessità pel bene di costoro. Oh perchè l’astro del progresso non illumina pure la tua povera capanna che innallora riconosceresti la tua gran forza perchè in te sta l’immensa maggioranza!... mentre aggiecchito de’ tuoi pregiudizii lavori e soffri... e se talfiata ti lagni della tua sorte, o imprechi alle tue calamità il prete, questo precipuo ostacolo all’unione sociale, quest’essere ibrido nutrito sol che di infinta teologia, senza patria famiglia, questo ostiario d’un mondo fantastico t’inculca l’amore alla povertà, alla rassegnazione, all’annegazione e, per rimerito ti promette un cielo ch’ei stesso non sa ove sia; e tu confortato a tanta scuola d’immorale egoismo ripieghi il groppone e, paziente come un bue, riprendi quel lavoro che forma pure l’oziosa beatitudine di lui che preferisce a quel cielo che t’addita e, intanto come Prometeo, incatenato alla tua misera sorte, pel diritto della tua stessa conservazione sei trascinato in deplorevoli conseguenze che ti aprono le carceri nelle quali i tuoi padroni non incorrono mai o per callidità volpina, o per possanza. In tal guisa avvinto al loro giogo e tutto atrofisato (sic) nelle tue facoltà come per irrisione ti dicono libero cittadino... popolo sovrano, e, intanto una congerie d’obblighi a soddisfare t’impongono; diritti a sostenere mai!!! A te l’imposta del sangue onde abbeverare le monarchie; a te la sommissione; a te il pagare persino l’aria che respiri... ma la rappresentanza; l’elettorato...? Ah tu non ne sei degno...! Ciò non è tuo còmpito essendo la tua povertà e la tua cecità mentale tali colpe che la legge ti esclude come la prostituta e il galeotto. Ecco ove t’hanno condotto le massime di chi è interessato a mantenerti all’ostracismo dell’intelletto!

In oggi una gran crisi mentale sta svolgendosi nel consorzio umano; crisi la cui soluzione certamente sarà la comune prosperità aspirando tutti al riacquisto della loro naturale autonomia. Ma come farai tu povero paria a parteciparvi, seguirne le fasi e dedurne gli effetti se le massime «sommissione e pregiudizio» te l’hanno indossato come una camicia di Nesso? Come, se t’hanno ammaestrato ad animoversare coloro che cercano addottrinarti all’emancipazione insegnandoti che, lavoro cooperativo, morale, istruzione sono le tre grandi basi su cui s’appoggia la felicità dell’uman genere, e che sommissione e pregiudizio ti terranno sempre schiavo del capitale e dell’astuzia? Coltivando la terra non devi obbliare di coltivarti la mente e il cuore a quegli ammaestramenti adatti ad innalzarti alla dignità umana, ch’è il reale cittadino; perchè devi ben bene stabilirti nella memoria che gli uomini sono tutti eguali fra di loro. Il lustro dei blasoni e il fasto delle ricchezze senza virtù che vorrebbero abblimarti, non hanno alcun diritto al merito alla stima altrui: anzi non sono che splendori fatui non meritevoli di considerazione. Ecco il tuo certo avvenire o amico, se ami redimerti ed esser utile a te, alla società ed alla Patria.

Il Lavoratore, a. I n. 6, Mantova 1 luglio 1877

SULL’ASTENSIONE DALLE ELEZIONI

Quella miscellanea che costituisce un gruppo di partito moderato, specie di centro parlamentare, che ottenne poco fa una facile vittoria, lusingando il popolo con promesse di riforme, fra queste, il suffragio universale, tronfio del successo, pretende di signoreggiare coll’equivoco. Ma di natura ibrido, fu tosto disprezzato, e oggi tenta di rialzarsi ricorrendo a quelle arti lojolesche che usano sempre coloro che stanno per scendere nella fossa, e invoca la concordia e l’unione di tutte le gradazioni liberali per difendere la Patria in pericolo, contro le mene del clericume. Miserabile artificio! Coloro che vogliono la religione cattolica, necessaria per tenere ubbidiente la canaglia; che vogliono il Santo Padre regnante in Roma, e gli confermarono uno stipendio principesco; che gli accordarono ogni franchigia per potere liberamente esercitare tutte le sue funzioni come capo della Chiesa, che proteggono i pellegrini del sacro cuore; che vogliono il prete nelle scuole, e il catechismo per testo. Costoro far la guerra al prete!...

Questo gruppo vorrebbe, valendosi dell’appoggio degli onesti popolani continuando gl’inganni, tenere il paese nell’equivoco, e mascherato da liberale, impossessarsi del seggio. Ma il sistema ha compiuto la sua parabola. La monarchia feudale scomparve, e sorse la aristocratica, e a questa la borghese costituzionale, e il costituzionalismo, chiamasi conservatore o progressista, è sul tramonto, è coi piedi nella fossa. Già l’aurora illumina le vette dei nostri monti, e annunzia il nuovo . È il socialismo che sorge. E riteniamo che l’astensione del voto di domenica nella nostra città sia avvenuta in seguito di queste considerazioni. La lotta elettorale era sul terreno di interessi personali. Il popolo non era rappresentato, e gli eletti non rappresentano che il privilegio, e l’uno val l’altro. A che dunque arrabattarsi per conservare l’equivoco, per legittimare l’ingiustizia? Alcuni pretendono, e noi rispettiamo la loro opinione, che l’astensione sia un suicidio. Lo sarebbe se il diritto fosse esteso a tutti, ma essendo un privilegio, l’astensione è una protesta, è un dovere, nessuno o tutti. L’elettore privilegiato astenendosi conserva puro ed intatto il suo diritto pel giorno della giustizia. Il sistema ha compiuto la sua parabola, è sul tramonto. E noi accettiamo di buon grado il motteggio, che il nuovo sia in gestazione: sia, ma egli è per nascere, e il motteggiatore costituzionale progressista ha il rantolo.

La Direzione

Il Lavoratore, a. I n. 7, Mantova 7-8 luglio 1877

LE MACCHINE

Fintanto che l’uomo ha creduto che degli esseri immaginari dirigessero le cose del mondo, che le forze della natura fossero personificate in una o più divinità, rimase ignorante e superstizioso, e l’umanità restò immobile. Ma tosto che osservando i fatti, rilevò che questi non obbediscono che a legge fisiche, rivolse tutta la sua mente per scoprire queste leggi e trarle a suo vantaggio, e abbandonò tutte le deità fantastiche create dall’immaginazione. Le scienze hanno il compito di scoprire queste leggi o forze naturali, metterle a servizio dell’uomo ed emanciparlo da ogni schiavitù divina ed umana.

La meccanica si serve dell’elettrico e del vapore per imprimere un movimento alla materia; le macchine mosse da quegli elementi obbediscono alla volontà dell’uomo, il quale non agisce più come forza motrice, ma potenza pensante. Ma come della terra e dei suoi prodotti, e della luce e dell’aria se si avesse potuto, e di ogni beneficio della natura se ne impadronì una banda di ladroni armati, così di tutti i ritrovati delle scienze indagatrici delle leggi naturali, che dovrebbero essere a servigio dell’uomo per sollevarlo dalle grandi fatiche e dalle privazioni, se ne impossessò la casta posseditrice delle ricchezze, rivolgendoli a tutto suo vantaggio e a danno dell’umanità.

Avrebbero forse, Volta, Fulton, Watt, scoperto la potenza dell’elettrico e del vapore, ad esclusivo vantaggio di codesti vampiri?

I possessori delle ricchezze considerano l’uomo un capitale fruttifero, uno strumento da lavoro fino alla consumazione, e spremuto gettarlo sulla via. L’avidità del guadagno giunge a speculare fino sulle più minute cose a danno del lavoratore. La battitura del frumento era il carnevale dei contadini. Per una quindicina di giorni il contadino, oltre alla paga giornaliera, aveva buona minestra, pietanza e vino. Ora in 24 ore tutto è finito; agli obbligati che avevano il diritto delle cibarie per tutto quel tempo, quel diritto si è ridotto a un giorno. La speculazione sul lavoro del contadino è andata agli eccessi. Si appaltano tutti i lavori di campagna e il padrone strozza l’assuntore, e questi a sua volta strozza il contadino. tutto sta qui. Le macchine economizzano tempo e uomini, quindi mancanza di lavoro, concorrenza di lavoratori, diminuzione di salario, miseria crescente. Di più si aggiunge anche lo scherno: gli economisti borghesi dicono: se il lavoratore è rimosso dalle macchine è compensato come consumatore pel buon mercato della merce. E quali sono le mercanzie a buon mercato? Sono le stoffe, i velluti, e tutti gli oggetti di lusso.

Riassumendo, le macchine che dovrebbero emancipare il lavoratore dai lavori penosi e crudi, e recargli vantaggi economici, non servono che ad aumentare il lucro dei capitalisti a prezzo di una grande miseria. Le macchine si sono trasformate in flagello dei poveri; hanno ucciso il lavoro libero in famiglia, hanno militarizzato l’industria, e socialmente parlando, gli operai sono meno liberi di quello che erano nel passato.

Ma le scienze sociali scioglieranno il problema, e le macchine passando dalle mani dei capitalisti in quelle degli operai, diventando proprietà collettiva, i benefici oggi usurpati da ingordi speculatori, verranno ripartiti equamente su tutti. Il giorno non è lontano che il Socialismo spianerà la via alla giustizia.

Il Lavoratore, a. I n. 8, Mantova 14-15 luglio 1877

LA INTERNAZIONALE

Tutte le idee, le istituzioni nuove sono state ferocemente combattute dai retrivi e dai conservatori.

Il Cattolicesimo nacque dal Cristianesimo fondandosi sulle massime morali dell’Evangelo; ma la Chiesa ripudiò quelle massime, si imbrattò d’ogni scelleratezza, si coperse di delitti e di infamia – il mondo cattolico ne fu scosso, e minacciava rovina; quando uomini per santità di principi e di dottrine tentarono di richiamare la traviata ai precetti di Gesù; e la Chiesa accusò di eresia questi santi uomini, e li condannò ad essere bruciati vivi.

La Massoneria è una associazione che ha uno scopo umanitario, filantropico e liberale, la cui origine risale ai tempi mitici, e fu dalla Chiesa e dalla Monarchia calunniata e perseguitata a morte come società di malfattori e di sicari.

La Giovane Italia era una santa associazione della gioventù militante col pensiero e coll’azione affine di rendere l’Italia Una, Indipendente e Sovrana. La Giovane Italia era la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere; e fu dalla Chiesa, dalle Monarchie e da tutti i servitori di re calunniata e perseguitata come malfattori e omicidiRe Carlo Alberto padre del felicemente regnante re d’Italia, Una, Indipendente e Sovrana ha fatto fucilare gli affiliati come ribelli.

Ora è l’Internazionale la vittima dell’arbitrio, del dispotismo e dell’impostura; la calunniata, la perseguitata dalla Chiesa, dalla Monarchia e dalla Borghesia, da quella parte di popolo che fu antesignana della libertà; e che dal 1815 in poi non attende altro che a consolidare e perfezionare la sua dominazione, imbrancandosi colle scorie del feudalismo e calpestando i diritti del popolo.

Il primo pensiero di creare una Società che abbracciasse tutti gli operai di una nazione in un solo sodalizio, sorse a Firenze nel 1860 sotto il modesto nome di Fratellanza Artigiana. Il suo organamento era semplicissimo: il Comune, la Regione, Italia. Nel 5 agosto 1862 in Londra un gruppo di operai manovali gettarono, sulla base della Fratellanza Artigiana i fondamenti di una più vasta associazione, di affratellare tutti gli operai di ogni nazione in una sola famiglia e tutti solidali, e fu detta Internazionale, e più tardi a Ginevra si istituì la Lega universale delle corporazioni operaie.

La Internazionale abbraccia un’idea assai più vasta del concetto di che abbraccia tutta l’immensa famiglia dei diseredati è un mezzo per conseguirlo. L’associazione internazionale è l’organizzazione del proletariato che ha per scopo supremo l’abolizione delle classi, e la riorganizzazione della Società sulle basi del lavoro emancipato ed universalizzato; essa non è locale, è universale: abbraccia tutti i lavoratori schiavi del capitale. «La Internazionale, ha detto in parlamento il grande filosofo Ferrari, pensa dar vitto ai lavoratori che la libertà borghese lascia morir di fame».

La Internazionale abbraccia un’idea assai più vasta del concetto di Cristo: essa vuole la completa rigenerazione dell’uomo su questa terra, e lascia libera la via del Cielo.

Essa è universale quanto la Massoneria e più umanitaria, perchè intenta ad abolire le classi.

Essa è santa quanto la Giovane Italia nel pensiero e nell’azione di redimere la Patria d’ogni servitù; santa quanto il pensiero del suo fondatore di abolire il proletariato, emancipare i lavoratori dalla tirannide del capitale, ripartire i prodotti o i valori a seconda del lavoro compiuto, e di associare tutti gli operai senza distinzione di nazionalità, fondare la santa alleanza dei popoli.

Queste sono le dottrine e gli scopi dell’associazione internazionale, o dei lavoratori, e che i governi monarchici, e le caste privilegiate calunniano e perseguitano; che un ministro insulta e calunnia accusando di associazione di mafiosi, di saccheggiatori e di codardi, e quanto ha raccolto di osceno nelle bische e nei lupanari suoi abituali soggiorni. Ma quello che veramente affligge si è di sentire ripetere le stesse accuse, le stesse poliziesche calunnie da quella parte di borghesia sinceramente democratica, che, stizzita per la perduta iniziativa, piuttosto che accettare il movimento dal basso, tradisce la propria missione.

Nonostante le feroci persecuzioni dei governi e della classe privilegiata l’Internazionale conta milioni di affiliati, tiene congressi universali, e il trionfo del diritto e della giustizia è assicurato.

Il Lavoratore, a. I n. 13, Mantova 18-19 agosto 1877

LA MISERIA STABILE

È una verità di fatto che la miseria è generale, e ritienesi che le cause dirette siano: le spese inerenti alla monarchia, e quindi le spogliazioni incessanti dal governo; sieno i servi di Dio, alleati della monarchia, che estorcono coll’impostura l’ultimo obolo del povero; sieno i privilegiati che vivono a spese altrui; gli affaristi, gl’incettatari dei prodotti del suolo e dell’industria, gli speculatori sulla vita dell’uomo, l’usura, il furto, il monopolio legalizzato che assorbono e accumulano tutte le ricchezze in mano a pochi, in generale i parassiti e gli sfruttatori del lavoro.

Il culto agli interessi materiali, la libidine dei subiti guadagni, il far denaro ad ogni costo, l’immoralità che discende dall’alto sono cause immediate del sistema governativo corrotto e corruttore. Un intrigante, audace, volteggiatore diventa ministro, e subito dopo è milionario. Un faccendiere abile si insinua nei ministeri dell’amministrazione delle ricchezze nazionali, lo si fa impresario e poco dopo è più volte milionario. Un gruppo di banchieri affaristi, sotto l’egida del governo, incetta delle rendite dello Stato e moltiplica i milioni. Il monopolio in tutte le amministrazioni è il cancro divoratore delle ricchezze nazionali e delle viscere del popolo.

Tutto cospira a danno della Nazione.

I Deputati al Parlamento, la cui missione si è quella di tutelare i diritti e gli interessi dei cittadini, di sorvegliare il governo, per sua natura assorbente, e intento solamente ad allargare i suoi privilegi ceduti per forza di circostanza, non si occupano che del proprio interesse. E molti di codesti onorevoli hanno curvato il groppone per guadagnarsi onori e ricchezze. Altri sono affaristi e non s’occupano che di speculazioni e di propine. Poco sono i buoni e impotenti a far del bene.

La miseria cresce, e ognuno pensa a . Il governo non si cura che di nuovi balzelli, di arbitrii polizieschi, di contratti coi consorzi, rovinosi per la nazione, per sfamare l’ingorda che dopo il pasto ha più fame di prima. La reazione moderata che vede la marea a crescere, con stimolata filantropia, s’affaccenda a scongiurare il pericolo invertendo la quistione di diritto in una elemosina – la elemosina del lavoro. I reazionari moderati seguaci delle teorie Malthusiane ammettono che le leggi della natura non possono nulla contro la miseria e che il povero non ha posto al banchetto della vita, e che se egli e la sua famiglia sono preservati dalla morte per fame, non lo devono che a qualche benefattore, che soccorrendoli disubbidisce alle leggi della natura – e queste dottrine si insegnano nelle pubbliche scuole sotto la monarchia moderata, si praticano dalla borghesia, e sotto mentite spoglie proposte dal nobile conte d’Arco con l’associazione di proprietari e di affittaiuoli. Il quale filantropico provvedimento ha già fatto fiasco anni sono nel Comune di Marcaria e altrove.

E così quanto più l’uomo lavora coltivando con cura e sudore le campagne; quanto più a mezzo delle scienze delle arti e dell’industria fertilizza la terra, moltiplica i prodotti e li trasforma a beneficio dell’umanità, e dominando gli elementi della natura, percorre veloce la terra e il mare, apre nuovi canali, perfora montagne, e mette in rapporto tutti i popoli della terra, cresce la fame, e la miseria è stabile.

Il Lavoratore, a. I n. 21, Mantova 7 dicembre 1877

I SOCIALISTI FRANCESI

Fra i scrittori moderni Proudhon è il più grande molitore32 dell’organizzazione attuale. Demolitore in religione, in filosofia, in economia politica, in tutto. La nozione della Divinità non è che un ninnolo dell’infanzia dello spirito umano, un’allucinazione dell’intelligenza. Egli assale l’economia politica e tutte le sue teorie; l’ dei lavori, la legge dell’offerta e della domanda, la libertà del lavoro, la concorrenza, l’affitto, il prestito ad interesse, in una parola tutte quelle teorie che non mirano che alla produzione delle ricchezze a totale beneficio dei proprietari dei capitali, ed escludono l’unico produttore che è il lavoro.

La società moderna, dice Proudhon, basa sopra tre principii fondamentali: sovranità nella volontà dell’uomo; o dispotismo; ineguaglianza di fortuna; proprietà. Al di sopra di questi principi sta la giustizia, la legge generale, primitiva d’ogni società. Il dispotismo e l’ineguaglianza sono l’ingiustizia, conseguenza necessaria della proprietà. Dunque la proprietà è ingiusta, perchè la giustizia consiste nell’eguaglianza. I fondamenti che determinano il diritto di proprietà sono due: l’occupazione e il lavoro.

1. Il diritto d’occupare è eguale per tutti. Ma la misura dell’occupazione non essendo nella volontà, ma nelle condizioni invariabili dello spazio e del numero, la proprietà non può ricevere forma.

2. L’uomo non può vivere che lavorando. Egli non può lavorare che col mezzo degli strumenti del lavoro; dunque questi strumenti non possono diventare l’oggetto di una proprietà esclusiva.

In conseguenza, il diritto al lavoro, implica, in se stesso il diritto di possesso degli strumenti di lavoro, e quindi l’abolizione della proprietà. Proudhon dichiara che l’eguaglianza delle condizioni è la legge suprema dell’umanità. Afferma che nessuno può appropriarsi il frutto de’ suoi risparmi, crearsi un capitale, e attribuirsene un godimento esclusivo; perchè ogni capitale è proprietà sociale.

Dopo di avere fulminata la proprietà esclusiva, si pronuncia contro il comunismo.

«Io non devo dissimulare, dice egli, che, fuori della proprietà e del comunismo, nessun uomo ha capito società possibile. Questo deplorevole errore ha dato la vita alla proprietà. I critici non hanno fatto fatica a mettere in evidenza gli inconvenienti del comunismo. Le sue ingiustizie irreparabili, la violenza che fa alle simpatie e alle ripugnanze, il giogo che impone alla volontà, la tortura morale alla coscienza, l’atonia ove egli immerge la società, l’immobilità come ostrica attaccata alla roccia della fratellanza, infine l’uniformità beata e stupida che incatena la personalità libera, attiva, ragionatrice, hanno condannato irrevocabilmente il comunismo.

«Il comunismo delle donne è l’organizzazione della peste».

Proudhon dopo di avere disfatta la proprietà, annientato il comunismo, condanna tutti i sistemi religiosi, politici, sociali che adeguano i fatti e la critica, come i più grandi ostacoli che abbia da vincere prontamente il progresso. Piuttosto che far intervenire continuamente nelle questioni d’economia la fratellanza, la carità, il sacrificio e Dio, chè gli utopisti e gli ideologi trovano facile di discorrere sopra queste parolone, non sarebbe meglio studiare seriamente le manifestazioni sociali. Fratellanza, carità, sacrificio, Dio non sono che un misticismo. La teoria d’una eguaglianza pacifica fondata sopra la fratellanza e il sacrificio, non è che la contraffazione della dottrina cattolica della rinuncia ai beni e ai piaceri di questo mondo, il principio dell’indigenza, il panegirico della miseria. «L’uomo può amare il suo simile fino alla morte; egli non l’ama a tanto da lavorare per lui».

E continuando la sua critica investe Louis Blanc e la sua organizzazione del lavoro e l’atterra. «Louis Blanc, dice Proudhon, è un vero ermafrodita, un pubblicista d’ambo i sessi. Egli fa una miscelanea dei principi i più contrari, la proprietà e il comunismo, l’aristocrazia e l’eguaglianza, il lavoro e il capitale, la libertà e la dittatura, il libero esame e la fede religiosa. Egli esordisce per un colpo di stato, imponendo una contribuzione straordinaria sui ricchi per creare una accomandita a favore degli operai, ed estendere l’industria privata a mezzo della concorrenza nazionale. A che tanti giri? Non era più semplice di dichiarare che tutti i capitali e strumenti di lavoro sono di proprietà dello StatoDopo di averlo rovesciato colla potenza della logica, gli rende giustizia per le sue generose intenzioni, e per i suoi servigi resi mettendo a nudo l’incurabile povertà del repubblicanismo.

Proudhon prosegue la sua opera di distruzione, e polverizza tutte le teorie repubblicane, democratiche, sociali, e mette in lotta l’economia e il socialismo. Egli dimostra nelle divisioni del lavoro, la condizione necessaria dello sviluppo della produzione, ma anche la causa dell’abbrutimento dell’operaio; nelle macchine il rimedio alla divisione del lavoro, la soppressione dei lavori penosi e ripugnanti, ma il servaggio dell’uomo ridotto alla parte accessoria delle forze meccaniche. La concorrenza, è la condizione necessaria del buon mercato, ma d’altra parte ella produce le crisi commerciali, le lotte sleali, l’avvilimento dei salari. Il monopolio, ovvero l’attribuzione esclusiva di ciascun operaio dei prodotti del suo lavoro, del beneficio delle sue invenzioni è il rimedio naturale della concorrenza; ma egli non si stabilisce che sulla rovina dei rivali del felice vincitore, non si alimenta che della sostanza del consumatore scorticato senza pietà. L’imposta progressiva è necessaria; ma è la negazione della giustizia, una proibizione di produrre, una confisca.

La libertà del commercio può solo assicurare il buon mercato dei prodotti; ma il sistema proibitivo è indispensabile per proteggere l’industria nazionale. Qual’è dunque la nuova forma sociale che ci allontana egualmente dall’abolizione della proprietà e del comunismo?

«Due potenze, dice Proudhon, si disputano il governo del mondo, il fatto e il diritto, l’una tradizionale, essenzialmente gerarchica, e si chiama a vicenda monarchia o democrazia, filosofia o religione, in una parola proprietà. L’altra la quale, risorgendo a ciascuna crisi di civiltà, si proclama prima di tutto anarchica e atea, refrattaria ad ogni autorità divina ed umana, è il socialismo».

Il Lavoratore, a II n. 41, Mantova 20 giugno 1878

ECONOMIA POLITICA E SOCIALISMO

L’economia politica non è un’arte, un sistema, è una scienza la quale ha per oggetto di risolvere diversi problemi sul lavoro, sul capitale, sul credito, sulla proprietà, sul cambio, ecc. La libertà ed il lavoro non soffrono costituzioni governamentali, regolamenti, organizzazioni; come la ragione non soffre autorità, dogmi, ma reclama la coscienza libera. La libertà subordinata ad un ordine prestabilito, non è più libertà, ma schiavitù; il lavoro legato moralmente ad una organizzazione, ad un regolamento, non è più lavoro, ma servilità ad un macchinismo. Perciò la coscienza, la ragione, il lavoro, si possono regolamentare, meccanizzare, senza dar loro la morte. In ciò consiste la dignità umana raggiante di tutto il suo glorioso splendore, libertà d’ogni pregiudizio, d’ogni autorità. E l’uomo che la capisce e la sa rendere intangibile per e per i suoi simili può dire con Descartes: – io penso – io sono sovrano – io sono dio.

Due potenze si disputano il governo del mondo: l’economia politica ed il socialismo.

L’economia politica, dice Proudhon, è la raccolta delle osservazioni fatte sui fenomeni della produzione e della distribuzione della ricchezza. È la storia dei sistemi, tradizioni e pratiche le più universalmente accreditate; e si qualifica scienza, cioè la conoscenza ragionata e sistematica dei fatti regolari e necessarii.

Il socialismo invece afferma e dimostra l’anormalità della presente organizzazione della società, e le antinomie di quanto fu stabilito antecedentemente, ed oggi è regola di vita sociale. Esso prova che l’ordine sociale è fittizio, contraddittorio, inefficace; che genera l’oppressione, la miseria e il delitto: esso accusa tutto il passato sociale, e conchiude dichiarando l’economia politica un sofismo inventato per spogliare le moltitudini a favore di pochi usurpatori, e dimostrando la sua assoluta impotenza a togliere le umane calamità. Dichiara falsa tutta la giurisprudenza e tutte le teorie del diritto pubblico ed internazionale, e l’economia politica altro non essere che la teoria dell’iniquità, della discordia, del furto e della miseria legalizzata. Nell’antichità era il traffico degli uomini e il lavoro sotto il bastone. Nell’impero romano era l’organizzazione della guerra e la conseguente rapina. Nel medio evo era la spogliazione dei servi della gleba, che ben poco differenziano dagli schiavi dell’epoca romana. Oggi con minor ferocia apparente, ma, in fatto, non con minore crudeltà, si specula sul salariato come un tempo si speculava sui servi della gleba, si specula sulla vita dell’uomo, sul cosidetto onore – una relatività morale che anche da questo lato afferma sfacciatamente il previlegio – sulla prostituzione, sul delitto, sulla fame. E gli apologisti dell’economia, perduto il pudore, proclamarono che «colui il quale nasce in un mondo di già occupato, se la società non ha bisogno del suo lavoro, non ha alcun diritto alla più piccola porzione di nutrimento». Che quest’uomo sia dunque abbandonato alla punizione della sua indigenza, e le leggi del buon dio condannino lui e la sua famiglia alle mille sofferenze della miseria. Se poi la sua famiglia e lui potranno sfuggire alla morte per fame, senza dubbio lo si dovrà a qualche epulone benefattore che, soccorrendoli, disobbedisce alle leggi della divina provvidenza. E colui che ha preso moglie solo confidando nella forza delle sue braccia o nel vigore della sua mente, senza poter calcolare su altri mezzi con cui nutrire la sua famiglia, lo si dovrà in qualsiasi triste evenienza abbandonare a se stesso, egli solo essendo colpevole del suo male.

In queste bestemmie feroci di un barbaro, l’economista Malthus, che condannano il povero, il derubato, a violare perfino le leggi della generazione, a rinunciare alle delizie dell’amore, agli affetti della famiglia, sono il vangelo della classe dominante, la borghesia, e oggi più che mai s’insegnano apologandole, nelle pubbliche scuole.

Il socialismo oppone al principio della proprietà individuale, quello dell’associazione, e costituisce così un diritto nuovo, e formula una nuova costituzione, diametralmente opposta alla vigente che basa su vieti e tirannici principi d’egoismo e d’ineguaglianza.

La linea di demarcazione è tracciata. Gli economisti affermano che ciò che deve essere, è; al contrario i socialisti affermano che ciò che deve essere, non è.

I socialisti domandano conto ai loro avversari dell’ineguaglianza enorme, paradossale, di condizioni economiche, e, in conseguenza, morali, fra gli uomini; rimproverano le loro teorie, modulate sul passato, e lasciare l’avvenire senza speranza; accusano il regime odierno della proprietà come un delitto contro il quale l’umanità innalza un grido di protesta; denunciano i misfatti della civiltà; provano l’impotenza dell’economia politica a soddisfare i bisogni dell’uomo; ed hanno mille ragioni a urlare agli economisti: voi, empirici dello stato quo, non siete che un’arte baroccamente antiumanitaria, che voi medesimi non comprendete.

Dall’altra parte l’economia politica, enumerati ed esaminati i diversi sistemi socialisti, esclama all’ultimo: e voi non siete che utopia. Ma questa pretesa scienza, negando la ragione dell’umanità, manca evidentemente della prima convinzione essenziale della verità umana.

La vera scienza sociale vuol’essere l’accordo della ragione dell’umanità e dell’esperienza. Essa deve scaturire dall’armonia di queste due potenze: il diritto e la prova. E oggi si può affermare che la scienza sociale non è punto fatta, ma ancora non è che nello stato di vago presentimento. La finalità della scienza economico-sociale è la giustizia: e l’economia politica è impotente a realizzare questo ideale umano.

Scopo invece dell’economia politica è questo esclusivo: aumentare le ricchezze a vantaggio del capitalista, non riconoscere al produttore il diritto all’equivalente del prodotto del suo valore. In altre parole spostare la base logica del diritto, mantenere il parassitismo che implica la miseria sociale.

La Nuova Favilla, a. III n. 21, Mantova 20 marzo 1881

ECONOMIA POLITICA E SOCIALISMO

Che il fine dell’economia politica sia solo quello di aumentare la produzione delle ricchezze a vantaggio del capitale, lo confessa lo stesso economista capo-scuola, Adamo Smith. Dopo di avere riconosciuto la potenza creatrice del lavoro e descritti gli effetti magici della legge della divisione, osserva, che, nonostante l’aumento dei prodotti che risulta da questa divisione, il salario del lavoratore non aumenta, anzi sovente, al contrario, lo diminuisce non andando il beneficio della forza collettiva al lavoratore, ma al proprietario. Questa ingiustizia, o spogliazione, o furto, commove, non interessa punto l’economista Smith.

A misura, continua Smith, che il suolo del paese diventa proprietà privata, i proprietari vogliono raccogliere ove essi non hanno mai seminato, e domandano un affitto anche pel prodotto naturale della terra. Si stabilisce un prezzo addizionale sulla legna dei boschi, sulle erbe dei campi, e sopra tutti i frutti naturali della terra, i quali, allorchè erano posseduti in comune, non costavano all’operaio che la pena di raccoglierli, e frattanto gli costano molto caro. Egli deve pagare per avere il permesso di raccoglierli; pagare al proprietario una porzione di ciò che raccoglie o di ciò che produce senza di lui, col proprio lavoro.

Un contadino affranto dal lavoro inventa la carretta per economizzare le sue forze, e con altri ordigni apre il suolo e lo rende atto a produrre dieci, cento volte di più. Il padrone, vedendo l’importanza della scoperta, s’impadronisce della terra, s’appropria la rendita, s’attribuisce l’idea. Un altro inventa una macchina che economizza sul tempo e aumenta la produzione di un’industria; il capitalista s’impadronisce della macchina, e volge a suo profitto la produzione.

In conclusione la miseria inventa, e il capitalista raccoglie. Bisogna che il genio resti povero; l’abbondanza lo soffocherebbe.

L’operaio è come un cane da caccia nelle mani del padrone.

Smith rivela quest’altra furfanteria. Il proprietario non abbastanza forte per divorare la rendita del lavoratore, chiama a i suoi favoriti, i suoi buffoni, i suoi ruffiani, i suoi complici. Quale spettacolo presenta questa lotta eterna del lavoro e del previlegio! Il primo crea ogni sorta di valori, l’altro divora quello che non ha prodotto. E l’economista Smith non trova una parola di riprovazione su queste iniquità che egli svela con tanto ingegno.

Viva la libertà del lavoro! gridano alcuni operai che poterono carpire agli spietati padroni qualche concessione. Illusione, la libertà del proletario è la facoltà di lavorare, cioè di farsi spogliare, o quella di non lavorare, cioè morire di fame. Il capitale in forza della concorrenza schiaccia il lavoro, e converte l’industria in una vasta coalizione di monopolii. La plebe lavoratrice, continua Smith, non ha nemmeno il diritto di discutere il suo salario. I padroni sono dappertutto, e in tutti i tempi furono tacitamente in lega per non rialzare il salario al di sopra della tassa corrente. E una legislazione barbara permette, protegge questa legge, mentre una coalizione di operai è punita come ribellione. Il rapporto del lavoro e del previlegio, dice Proudhon, è come il rapporto della sposa collo sposo. L’adulterio della donna è sempre stato più riprensibile di quello dell’uomo. Ogni disciplina dell’operaio è simile all’adulterio commesso dalla donna.

La proprietà attaccata da tutte le parti, non ha saputo rispondere che queste parole: «Io sono perchè sono, io possiedo perchè possiedo». Io sono, ella dice, la negazione della società, la spogliazione del lavoratore, il diritto dell’improduttività, la ragione del più forte, e nessuno non può vivere se io non lo derubo.

La società è organizzata in senso inverso. L’uomo in forza della divisione del lavoro e delle macchine, dovrebbe elevarsi gradatamente alla scienza e alla libertà, al contrario, per la divisione del lavoro e per le macchine egli abbrutisce, ed è schiavo. L’imposta, dicono gli economisti, deve essere in ragione della fortuna; al contrario l’imposta è in ragione della miseria. L’ozioso dovrebbe ubbidire, e, per un’amara derisione, è l’ozio che comanda. Il credito dovrebbe essere il sostegno del lavoro; al contrario lo opprime, lo uccide. La proprietà è la proibizione della terra che dovrebbe essere di tutti. In tutte le categorie, l’economia politica riproduce le sue contraddizioni. E concludo. L’economia politica non è la scienza della società, essa non contiene che i materiali; e per arrivare all’organizzazione definitiva non resta, dice Proudhon, che fare un’equazione generale di tutte le contraddizioni, e la formola di questa equazione la trova in una legge di scambio, in una teoria di mutualità che soddisfaccia a tutte le condizioni di progresso e di giustizia.

Tutto si prepara, conclude Proudhon, per questa ristaurazione solenne, tutto annunzia che il regno della finzione è passato, e che la società entra nella sincerità della natura. L’ipocrisia, la venalità, la prepotenza della forza e del denaro, la prostituzione, il furto formano il fondo della società della coscienza pubblica; ora, a meno che la società voglia nutrirsi di ciò che la uccide, bisogna credere che la giustizia e l’espiazione s’avvicinano.

Già il socialismo, refrettario a tutte le autorità divine ed umane, s’attacca alla realtà dei fatti abbandonando il terreno delle utopie. Il socialismo penetrando le masse è diventato tutt’altro: il popolo s’inquieta poco delle astrazioni e delle finzioni politiche; egli domanda lavoro, scienza, benessere, eguaglianza; non domanda più, come nel passato, il diritto al lavoro, ma reclama il diritto al capitale.

La Nuova Favilla, a. III n. 22, Mantova 24 marzo 1881

ECONOMIA POLITICA E SOCIALISMO

L’imposta progressiva, dice Proudhon, applicata al capitale o alla rendita è la negazione stessa del monopolio, di questo monopolio, che, nell’ordine attuale, è lo stimolo dell’industria, il conservatore e il padre di tutte le ricchezze; essa è perfettamente assurda. Come concepire che il medesimo prodotto sia colpito di un diritto del 10 per cento presso un tale, e solamente del 5 presso tal’altro? Che un capitale sia tassato non in ragione del suo valore o della sua rendita, ma in ragione della fortuna o dei benefici presenti del proprietario?

Così l’imposta sulla rendita. Un tale possiede trenta mila lire di rendita inscritta sul grande libro dello Stato; con l’imposta progressiva gli si preleverà il 50. La sua inscrizione non avrà che il valore di 15 mila. Se egli la divide in 30 lotti avrà una rendita del doppio. Così un immobile che richiede 50 mila lire di fitto, l’imposta attribuendosi due terzi della rendita, l’immobile perderà due terzi del suo prezzo. Se il proprietario lo divide in cento lotti, potrà ritirare l’integrità del capitale. Con l’imposta progressiva gli immobili non seguono più le leggi dell’offerta e della dimanda stabilita degli economisti, non si stimano colle norme della loro rendita, ma secondo la qualità del titolare. Un immobile di proprietà di Tizio avrà il valore di 100 mila lire, passando in proprietà di un arcimilionario il suo valore può scendere a 10 mila. Quindi ne viene di conseguenza che i grandi capitali saranno deprezzati, e la mediocrità salirà di prezzo; che i capitalisti richiameranno i loro fondi, e non li impiegheranno che a tasse usuraie. La grande speculazione sarà interdetta, ogni fortuna apparente perseguitata, ogni capitale eccedente al necessario, prescritto. La ricchezza ricacciata si raccoglierà in se stessa, non sortirà che di contrabbando; e il lavoro, come uomo attaccato ad un cadavere, abbraccerà la miseria di un accoppiamento eterno. La imposta progressiva pietrifica la società.

Non solo è assurda, ingiusta, ma essa è iniqua.

Un industriale scopre un processo a mezzo del quale economizza il 30 per cento sulle spese di produzione; egli si procura una rendita di 25 lire. Il fisco lo tassa del 15. L’imprenditore è obbligato di rialzare i suoi prezzi. Non è vero che il fisco impedisca il buon mercato? Così mentre crede di colpire il ricco, l’imposta progressiva colpisce il consumatore.

È una legge d’economia sociale che ogni capitale impiegato deve ritornare incessantemente all’imprenditore sotto forma d’interesse. Con l’imposta progressiva questa legge è radicalmente violata, poichè per l’effetto della progressione, l’interesse del capitale si diminuisce al punto di costituire l’industria in perdita d’una parte ed anche della totalità del capitale. Perchè fosse altrimenti, bisognerebbe che l’interesse dei capitali si aumentasse progressivamente come l’imposta stessa, ciò che è assurdo. Dunque l’imposta progressiva arresta la formazione dei capitali; si oppone alla circolazione. Chiunque vorrà acquistare un immobile qualunque, dovrà considerare l’imposta che gli cagionerà, di maniera che, se la rendita reale è del cinque per cento, per la condizione del possessore si può ridurre al 3, al 2, per cento.

Gli economisti radicali tengono calcolo anche di quest’altra ricorsa: l’imposta sugli oggetti di lusso; è quanto prendere la civiltà al rovescio.

Il lusso è sinonimo di progresso; egli è, in ogni momento della vita sociale, l’espressione del massimo benessere realizzato dal lavoro, e al quale è nel diritto di tutti di tendere, e più che un diritto, un bisogno.

Qual’è il principio dell’imposta? Quale lo scopo? L’imposta è un testatico, sia che essa si diriga al lavoro come alla consumazione, alla proprietà fondiaria come alla mobiliare, all’agricoltura come all’industria, agisce sempre sulla consumazione, ed è sempre il consumatore che paga. E siccome le derrate che si consumano in maggior quantità sono quelle che rendono maggiormente, ne viene di conseguenza che i poveri sono caricati più delle altre classi. Che importano tutte le classificazioni fiscali? Essendo impossibile tassare il capitale al di della rendita, il capitalista sarà sempre favorito, mentre il proletario sarà sempre iniquamente oppresso. Non è la ripartizione dell’imposta che è ingiusta, è la ripartizione dei beni.

Dunque un sollievo delle classi diseredate per mezzo dello Stato è impossibile, impossibile l’imposta progressiva, e tutte le divagazioni degli economisti sulla imposta sono cavilli bisantini.

L’imposta è una necessità dell’attuale sistema economico che altro non è che brigantaggio organizzato. Vivano a spese dello Stato quattro milioni di esseri improduttivi, e sotto il regime del monopolio delle ricchezze, ogni lusinga di riduzione di equità da parte del potere è una mistificazione; bisogna rassegnarsi a pagare in ragione della nostra miseria.

Il potere è diretto tutto contro la classe povera; il proletario è cacciato da ogni luogo; egli non incontra altro che l’esattore, altro che colui che lo conduce in prigione; non incontra che sbirraglia governativa.

I democratici repubblicani pretendono che il suffragio universale sia quel potente rimedio da guarire tutti i mali. Si lusingano di riparare a tutte le ingiustizie, di ottenere un’equità riparatrice, di portare in tutto le riforme progressive, di raggiungere la giustizia sociale. Ecco la loro utopia, ecco l’eterna mistificazione.

Ma di ciò nel numero seguente.

La Nuova Favilla, a. III n. 24, Mantova 31 marzo 1881

EVOLUZIONI ECONOMICHE - La divisione del lavoro

Col numero d’oggi incominciamo una serie di articoli dell’amico Siliprandi intenti a sviluppare le teorie del Socialismo, raffrontandole alle odierne contraddizioni della economia politica e divulgandole in modo che siano intese anche dai contadini che, sventuratamente, poco se ne intendono di scienza, e non conoscono i propri conculcati diritti.

Torniamo a ripetere quanto abbiamo detto in altre circostanze, che l’economia politica con tutte le sue antinomie ed ipotesi contraddittorie non è altro che l’organizzazione del previlegio e della miseria – la teoria del male. Tutto è rivolto al vantaggio esclusivo del capitalista, e a danno dell’operaio che si sprofonda nella miseria.

La divisione del lavoro è il più potente istrumento di sapere e di ricchezza, ma per l’operaio è di miseria e d’imbecillità.

L’economista Say riassumendo la questione dei vantaggi e degli inconvenienti si esprime in questo modo: «Un uomo che durante la sua vita non fa che una stessa operazione, perviene ad eseguirla meglio e più prontamente di un altro; ma nel medesimo tempo diventa meno capace di ogni altra occupazione, sia fisica, sia morale; le sue facoltà si estinguono e ne risulta una degenerazione nell’uomo considerato individualmente».

Così, qual’è dopo il lavoro la causa prima dell’aumento delle ricchezze e dell’abilità dei lavoratori? La divisione del lavoro. Qual’è la causa prima della decadenza dello spirito, e della miseria civilizzata? La divisione del lavoro.

Come avviene che il medesimo principio, applicato rigorosamente nelle sue conseguenze, conduce a degli effetti diametralmente opposti? Nessun economista ha veduto che in questa contraddizione vi è un problema da risolvere. Alcuni si sono limitati a dire: «Più si divide la mano d’opera, più si aumenta la potenza produttrice del lavoro, ma nel medesimo tempo più il lavoro riducesi progressivamente a un meccanismo, di più abbrutisce l’intelligenza».

Invano si manifesta un risentimento, si protesta contro una tale teoria. L’economista si risponde: «Voi siete condannati a produrre molto, e a buon mercato; senza di che la nostra industria sarà sempre meschina, nullo il vostro commercio, e voi vi trascinerete alla coda della civiltà, in luogo di prendere il comando». Dunque, quanto più sarà perfezionata la nostra industria, più aumenterà il numero dei maledetti! Più aumenterà il numero dei miserabili e degli schiavi! Ecco la conclusione dell’economia politica.

La legge della divisione del lavoro regge due ordini di fenomeni radicalmente inversi e che si distruggono, è una legge a doppia faccia, una antinomia, e la contraddizione del lavoro, che tolga gli inconvenienti della divisione conservandone gli utili, è senza rimedio. Bisogna che il povero perisca per assicurare la fortuna del capitalista.

Il lavoro che deve nobilitare l’uomo e renderlo sempre più degno di felicità, la divisione, indebolendo il suo spirito, lo ributta nella classe dei bruti, e conseguentemente deve essere trattato come tale. Così se per una evoluzione industriale qualunque accade una crisi, il capitalista non potendo avere una compensazione sulle ore di lavoro, già eccedenti di troppo, diminuisce il salario. Così l’applicazione delle parole dell’Evangelo: A colui che ha poco, io gli toglierò ancora il poco che ha.

L’economia politica stabilisce, che a misura che l’arte fa progressi, l’operaio retrocede.

Un operaio, il quale ha veduto per un corso di anni quanto la sua professione può dare di grande e di perfezionato, sorte dalla sua officina inabile a rendere il minimo servizio e a guadagnarsi da vivere. Mille esempi, che qui tralasciamo per brevità, lo provano. Dappertutto, le cose sono stabilite in modo che nove decimi di lavoratori servano da bestia all’altro decimo. È di somma importanza il conoscere questa verità elementare, prima di parlare al popolo di eguaglianza, di libertà, di istituzioni democratiche, e altre utopie, di cui la realizzazione suppone preventivamente una rivoluzione completa nei rapporti dei lavoratori.

La Favilla, a. III n. 11, Mantova 14 giugno 1881

CENNI SUL SOCIALISMO

Pierre Leroux ammette che il male attuale della Società risiede nell’ineguaglianza. Vi sono due uomini in noi, l’avvenire e il passato; l’uomo dell’eguaglianza e l’uomo della servitù. Siamo tra due mondi, tra un mondo di ineguaglianza che si spegne, e un mondo di eguaglianza che sorge. Il principio che trionferà non può essere dubbio, e non può essere che un insensato colui che crede che le conseguenze di questo principio possono essere vinte dalla violenza o giocate dall’astuzia.

Il perno del sistema d’organizzazione sociale economica di Leroux è l’eguaglianza, legge divina, legge anteriore a tutte le leggi, e dalla quale tutte le leggi devono derivare.

Riassumiamo. Tutti i socialisti che abbiamo citati, come anche quelli che non abbiamo nominati, non differiscono che nei sistemi, ognuno ha il proprio formulato nella sua mente; ma l’ideale è uno: l’eguaglianza.

Ora veniamo a Proudhon, il principe della dialettica, il gran demolitore. Egli distrugge non solo tutto il passato, ma anche tutti i sistemi dei socialisti passati e presenti. Egli parte da un principio, che si può dire infallibile, il solo che rivela il vero, e questo principio ha per base l’osservazione e l’esperienza, e quindi condanna tutti i sistemi a priori. Di questo pensatore atleta ne parleremo in altro luogo.

Socialisti italiani capi-scuola non ne abbiamo. Mazzini non era socialista nel senso stretto della parola; amava l’operaio e voleva redimerlo dalla schiavitù del capitale, mediante l’associazione del capitale e del lavoro nelle stesse mani.

«Il lavoro associato, il riparto dei frutti del lavoro, ossia del ricavato della rendita dei prodotti tra i lavoranti in proporzione del lavoro compiuto e del valore di quel lavoro – e questo è, dice Mazzini, il futuro sociale».

Per arrivare a questa trasformazione sociale, Mazzini così conclude: «Stabilire l’unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani. Il capitale collettivo, perpetuo, indivisibile. Riparto dei frutti del lavoro compiuto e del valore di quel lavoro. Abolizione del salario. Abolizione della proprietà non prodotta dal lavoro. Mezzi: l’associazione». Mazzini era contrario a tutti i sistemi dei socialisti francesi. Proudhon, il gran critico, pronunziò questo giudizio: «Io credo Mazzini altrettanto onorevole quanto Savonarola». Mazzini era onesto, puro quanto Gesù.

Ferrari Giuseppe riduce a due principii la rivoluzione: il regno della scienza e quello dell’eguaglianza, e traccia la via della rivoluzione in questi termini:

«I governi, riassumono la tradizione del medio-evo. Essi non sanno concepire l’ordine se non per mezzo della forza: e la proprietà fuori dell’eredità, l’industria se non pagata dai facoltosi. L’organizzazione sociale è di tal natura che il povero non può campare la vita se non a patto di rendere felici i potenti. I governi combattono i popoli e proscrivono la libertà, e i preti predicano l’autorità. I ricchi dicono: la plebe non sa governarsi; i governi stringono il popolo ad una forzata miseria, i preti lo confortano ad amare la povertà. I governi negano i diritti al popolo, i preti inculcano la rassegnazione, l’umiliazione. La democrazia vuole la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza; la chiesa li trasporta in cielo. I popoli vogliono balzare dal trono i re; il papa proclamasi re dei re. Il governo e il clero non formano che un solo capo. In conseguenza la rivoluzione sociale è guerra a Dio, al papa, ai re, alla proprietà non guadagnata dal lavoro. La fine della rivoluzione è il Socialismo. L’interesse del Socialismo è la rivoluzione del povero, reclamata dal povero, è la invisione del patto sociale, il nuovo riparto delle ricchezze. Oggi, dice Ferrari, il socialismo è latente, e nel del combattimento avrà le sue legioni: esse saranno terribili come la giustizia».

Ferrari non ha ideato alcun sistema d’organizzazione sociale, lascia questo compito alla scienza sperimentale, e si limita a dire: il socialismo è un mondo nuovo, e proclamò, come noi tutti proclamiamo, viva la rivoluzione sociale.

La Favilla, a. III n. 51, Mantova 1 agosto 1881

LA QUESTIONE DELLA VALLE DI CAMPITELLO

Da tempo i possidenti censiti di Campitello usufruiscono della rendita di questo ubertoso latifondo, e recentemente stabilirono che detta Valle servisse esclusivamente al pascolo dei bestiami, e fossero esclusi i ferrati. Il divieto di mandare al pascolo il bestiame ferrato, ha per conseguenza che la rendita viene usufruita dai soli possidenti facoltosi, i quali vi costituirono razze di cavalli. In forza di questo divieto concertato tra i possidenti facoltosi, non solo sono esclusi i nulla-tenenti, ma ben’anche i piccoli possidenti, i quali dovendo servirsi del loro bestiame per i bisogni domestici non possono tenerli sferrati.

Da documenti esistenti negli archivi pubblici e da remota tradizione risulterebbe che questo latifondo fu concesso a godimento del Vescovo di Mantova alla generalità degli abitanti di Campitello. E contrariamente altre scritte ammetterebbero che il donativo fu concesso ad esclusivo godimento ai soli possidenti.

Da qui la lite tra i poveri e i signori di Campitello.

Tre anni or sono, i poveri, convinti del loro diritto, portarono la controversia davanti ai Tribunali, chiedendo che fosse giudicato essere il godimento di detta Valle di diritto alla generalità degli abitanti di Campitello. I Tribunali respinsero la dimanda degli attori perchè mancanti di veste legale per stare in giudizio. Ne nacquero tumulti. I poveri intendevano, pendente il giudizio, di partecipare al godimento della Valle in questione; al contrario i possidenti facoltosi s’opposero e invocarono a loro difesa la forza pubblica, la quale intervenne, e come di solito arrestò i poveri. Il Tribunale giudicò non farsi luogo a procedimento per mancanza di titolo legale, e furono rimessi in libertà.

I poveri non si diedero per vinti, e ricorsero al Consiglio Comunale di Marcaria chiedendo che quale autorità amministrativa li volesse rappresentare in giudizio. Il Consiglio Comunale di Marcaria, in maggioranza cointeressato coi signori di Campitello, respinse la domanda. Vi era ancora aperta un’altra via e ricorsero alla Deputazione Provinciale, la quale decretò:

Che gli abitanti della frazione di Campitello, Comune di Marcaria, che hanno 21 anni compiuti e che godano dei diritti civili saranno convocati per nominare tre Commissari con Mandato di rappresentare la generalità degli interessati nel tenimento detto Valle di Campitello.

La votazione fu favorevole ai poveri, i signori furono esclusi, non ebbero nemmeno un voto. Soccombenti nella lotta elettorale, ricorsero al Consiglio di Stato contro il Decreto della Deputazione Provinciale e questa a sua volta richiamati gli atti e i documenti dei quali erano in possesso i nullatenenti, li inoltrò nella Superiorità a giustificazione del suo operato. Sono scorsi ormai sei mesi e nonostante molti eccitamenti non si ha alcuna notizia di quei documenti. In questo stato di cose i nullatenenti sono esacerbati, e ragionando a loro modo, ma con buon senso, ritengono che per virtù di quel metallo i loro documenti abbiano smarrita la via di ritorno, e che essi siano raggirati. Il sospetto è consolidato dalla circostanza, che essendo vicinissima la stagione del pascolo, i signori, impipandosi del decreto della Deputazione Provinciale, dei Commissari e di tutti, manderanno i loro seicento cavalli al pascolo, e i poveri non potranno dir verbo, e se faranno del rumore, i signori faranno intervenire la forza legale, cioè carabinieri, mardochei, e senz’altro li faranno ammanettare e tradurre in prigione, e questo in nome dell’ordine pubblico e della legge. Sarà magari una provocazione da parte dei signori, ma la legge della borghesia impera, e la borghesia non transige coi quattrini.

Si sa che l’usurpazione del suolo data da epoca remotissima, che subì molteplici metamorfosi, ed ultimamente fu codificata dalla borghesia; ma quella della Valle di Campitello oltre l’avere il peccato d’origine, ha tutti i peccati successivi, è una usurpazione recente e senza data certa di pochi possidenti facoltosi a danno della generalità. Se saranno restituiti i documenti che ho accennato si incomincierà la lite davanti ai Tribunali, salvo che i poveri siano ammessi al patrocinio gratuito; in caso contrario non so come potranno far valere le loro ragioni. Senza denari i Tribunali non cantano, e la legge è uguale per tutti.

La questione di Campitello, è una questione di primo ordine, e se si generalizzasse, e prevalesse il principio di Rousseau, che la terra è di nessuno e i frutti sono di tutti, si verrebbe, e presto, a realizzare la grande utopia dei Socialisti.

Ti terrò informato. Addio.

La Favilla, a. XVII n. 23, Mantova 22 aprile 1882

LE QUESTIONI SOCIALI

La forza, la frode e l’impostura hanno manomesso l’ordine naturale e create leggi ed istituzioni contrarie. L’impostura ha creato esseri soprannaturali ed invisibili, e gli ha conferito il dominio dell’universo. La forza e la frode, alleate con l’impostura, assoggettarono gli uomini e s’impossessarono delle cose. Questo disordine sociale fece nascere le guerre fratricide, e sorgere quistioni di diritti e di doveri. Dopo secoli di lotta, e sparsi fiumi di sangue umano per redimere l’umanità dalla forza brutale, dalla prepotenza e dalla impostura e stabilire i diritti dell’uomo sociale, furono risolte le quistioni del soprannaturale e dei diritti e dei doveri di consociazione.

Dell’essere, dittatore supremo delle leggi cosmiche, del soprannaturale, dell’immortalità dell’anima, della vita d’oltre tomba e simili fantasticherie propagate dalla teologia, dalla metafisica e dalla filosofia trascendentale se ne incaricano le scienze naturali e la filosofia sperimentale e positiva.

Le scienze e la filosofia sperimentale distenebrarono le menti, ed apportarono tanta luce, che del passato non rimane che un ricordo storico di un mondo fantastico che fu.

Dell’ordine sociale, che si fonda sopra un patto d’associazione, la quistione fu risolta colla sovranità universale, col sostituire al mitologico diritto divino, il reale diritto umano, coll’abolizione d’ogni privilegio, e collo stabilire l’eguaglianza civile. I re Goti e Ostrogoti e le Teodolinde furono personaggi che vissero in tempi barbari.

L’ineguaglianza dei beni assoggettò tutto il genere umano al lavoro, alla schiavitù, e alla miseria a profitto di pochi oziosi e l’usurpazione convertita in legge ha dato origine alla quistione economica, o questione sociale.

La quistione fu denunciata da profondi pensatori e cercarono di risolverla creando diversi sistemi. Il Socialismo moderno accusa tutto il passato della vita sociale, e prova che la presente organizzazione sociale genera l’oppressione, la miseria e il delitto, che tutto è falso perchè falsa è la base: e oppone all’individualismo l’associazione, al monopolio delle ricchezze il lavoro emancipato, e si propone di creare di nuovo l’economia sociale; cioè di costituire un diritto nuovo, istituzioni e costumi diametralmente opposti alle forme antiche, e questa nuova organizzazione, i Socialisti la chiamano rivoluzione sociale; scienza nuova in periodo di formazione.

La perfezione economica, scrive Proudhon, sta nell’indipendenza assoluta del lavoratore. Questa massima perfezione non potendo essere organizzata nel suo ideale, la Società si avvicina grado, grado per un movimento di emancipazione continua. Ridurre all’ultimo limite le imposte che colpiscono la produzione, il salario, la circolazione e il consumo; diminuire le fatiche del lavoro, gli ostacoli al credito, la crisi della concorrenza, e ineguaglianze dell’educazione ed altro, e tutto ciò per una conversione di garanzie e di mutuo soccorso. L’economia sociale è una scienza la quale ha per oggetto di risolvere per un metodo speciale d’equazione diversi problemi che produrrebbero le diverse nozioni del lavoro, del capitale, del credito, dello scambio ecc. ecc.

Ma per mettersi sulla via delle riforme economiche progressive bisogna anzitutto emanciparsi dalle vecchie istituzioni, da tutti i sistemi a priori, in una parola, sortire all’aria libera. L’emancipazione economica dei proletari deve essere l’opera degli stessi proletari.

La Favilla, a. XVII n. 53, Mantova 12-13 ottobre 1882

TRIBUNA LIBERA - La Costituente

Ogni istituzione, ogni costituzione, ogni idea e dottrina che tende alla immobilità, che vuol dare l’ultima formola alla libertà e alla ragione, che nega il movimento dello spirito, è mentitrice e funesta.

Tutte le religioni, quantunque splendidamente rivelate dal genio dell’arte e dalle bellezze della poesia, dovettero scomparire perchè avevano per base l’immobilità e l’assolutismo, negazione del progresso che è l’affermazione del movimento universale. Così le monarchie ancorchè cantate dai poeti cortigiani in poemi eroici, subirono la stessa sorte per la stessa ragione. La Francia non potè mai costituirsi definitivamente, anche dopo successive rivoluzioni, perchè tutte le sue costituzioni tendevano alla immobilità; ed è tuttora in preda ad un miscuglio di opinioni, di interessi e di partiti opposti.

Lo Statuto che ci regge e che forma la base del nostro organamento civile ha lo stesso peccato d’origine, egli tende all’immobilità. Lo Statuto fu una concessione di re, data nel parossismo della paura, fu una transazione forzata del diritto divino col diritto umano, e per sua natura non tende che all’assorbimento e ad il potere. La democrazia che trae la sua vita dal movimento e dalla libertà rimarrà una finzione, incapace di costituirsi, una lettera morta fintantochè seguirà le forme monarchiche, e resterà soggetta al suo antagonista. Perchè essa si affermi positivamente, bisogna che segua le leggi del progresso, e compia il sistema delle idee sociali.

Ogni riforma ancorchè sincera ed utile sarà lettera morta, un equivoco; il suffragio universale, il non-plus-ultra delle riforme politiche, una derisione, la sovranità del popolo e il consentimento universale una menzogna; ogni riforma è impossibile, e non si farà che percorrere una via circolare, dalla monarchia assoluta, alla costituzionale, alla repubblica, per ritornare da capo, se si cerca l’ordine sociale per la via dell’autorità, se la base è falsa.

Lo Statuto quale abbiamo è un chiodo fitto nel cuore della Nazione, e bisogna rifarlo, bisogna creare un nuovo patto sociale a mezzo di una costituente eletta da tutti i cittadini d’Italia.

E quindi costituente o morte!

La Favilla, a. XVII n. 69, Mantova 26-27 novembre 1882

LA RIVOLUZIONE

Due sono i principii della rivoluzione, ha scritto Giuseppe Ferrari; il regno della scienza e della eguaglianza; e ogni libertà impossibile finchè sussiste l’ineguaglianza dei beni. Due sono i metodi per raggiungere il fine. La scelta sta nell’apprezzamento delle masse: andare al passo o alla corsa. A noi non spetta che di marciare.

È noto quale era lo scopo che si proponeva la Giovine Italia, e di quali mezzi intendeva servirsi. Erano: associazione di elementi omogenei e rivoluzionari, un programma ben definito, l’educazione cogli scritti, colla parola, coll’esempio; l’insurrezione, la rivoluzione poi, che risolveva in un sistema di governo di forma repubblicana.

La rivoluzione di Mazzini è passata in secondo grado. Non si tratta oggi di emancipare un popolo dalla schiavitù politica, si tratta di emancipare l’umanità dalla schiavitù economica, dalla schiavità della miseria. Quali i mezzi? L’associazione, un programma ben definito, l’educazione cogli scritti e colla parola; in sostanza l’azione continua indefessa, rivoluzionaria.

I Socialisti, che sono gli apostoli del nuovo vangelo, hanno il dovere di promuovere l’azione con tutti quei mezzi che possono disporre. Le masse sono divise, quindi l’associazione; hanno istinti e non istruzione quindi l’educazione; hanno il sentimento delle ingiustizie sociali, ma non credenti nella giustizia umana; quindi affermare la coscienza dei loro diritti e dei loro doveri, in una parola un santo apostolato.

I conservatori delle ingiustizie sociali, oltre la forza brutale, usano tutti i mezzi per ingannare le masse, per falsare la verità, per traviare le menti, per corrompere. Dei tanti mezzi che possono disporre, hanno la stampa servile e i missionari, regi professori, che nelle scuole e in pubbliche conferenze teologicamente dimostrano che il rispetto alle vigenti istituzioni è progresso, ed è negazione del progresso la rivoluzione. Oh la regia livrea! Tramuta gli uomini in vermi.

All’opera dunque, o compagni, la nostra missione è santa: l’educazione del popolo per raggiungere coll’azione l’eguaglianza umana.

La Favilla, a. XVII n. 78, Mantova 17 dicembre 1882

L’EMANCIPAZIONE DELLE CLASSI LAVORATRICI

La massima che l’emancipazione degli operai deve essere opera degli stessi operai, è giusta, preso l’operaio nel suo astratto; ma considerate le condizioni generali delle masse dei lavoratori, l’applicazione della massima diventa un’utopia.

Potenti intelligenze s’occuparono con amore dell’operaio. Crearono una questione operaia, e presero per tipo l’operaio di città e dei grandi stabilimenti industriali, e ne fecero una casta contrariamente ai principii socialistici, che stabiliscono per base fondamentale l’eguaglianza, che è la legge suprema della società.

La questione operaia, nel senso ristretto della parola non esiste, o quanto meno si confonde colla questione sociale.

La questione dell’operaio è dipendente dalle condizioni economiche sociali, e la questione del lavoro non si scioglie coll’organizzazione a mezzo del potere, col suffragio universale, colle riforme politiche od altri palliativi, ma per un’equa ripartizione del capitale. Tutto è falso, perchè falsa è l’organizzazione sociale, e la soluzione del problema è devoluta alla scienza sociale.

Riguardo alla massima per ottenere l’emancipazione degli operai vi è ancora una importantissima osservazione da farsi. Non si tengono in nessun conto i lavoratori dei campi, che sono i più grandi produttori delle ricchezze, e formano la grande maggioranza.

Questa classe è abbrutita dall’ignoranza e dalla miseria, è segregata dalla società, e nel suo isolamento non incontra che il padrone per sfruttarla, il prete per mandarla all’inferno, il gendarme per condurla in prigione.

Questa massa passiva, non pensante, l’antica schiava, forma il gran contingente del dispotismo religioso e politico, ed è a questa classe, prescindendo dalla questione generale, che i riformatori della società devono rivolgere ogni cura.

Il sollevare una questione operaia equivale a creare una borghesia operaia, una divisione nella grande famiglia, del proletariato, e una divisione dalla questione principale.

Lo spazio limitato di un articolo non ci concede un maggior sviluppo del nostro concetto, e ripetiamo quanto abbiamo detto nell’articolo sequestrato dal fisco, La Lotta per l’esistenza. Non facciamo distinzioni di classi, che tutti i diseredati s’associno, si affratellino, e quella parte che nella presente gerarchia sociale è posta tra la borghesia grassa e il proletariato, che è la parte pensante, e quella che sente con maggiore intensità i bisogni della vita, e le strettezze della povertà, stringa la mano incallita dell’operaio, e questi al lavoratore dei campi, e tutti uniti lavoriamo pel medesimo fine, la soluzione della questione sociale.

La Favilla, a. XVIII n. 8, Mantova 21 gennaio 1883

QUALI SONO LE CAUSE DELLA MISERIA

La miseria ha per causa diretta l’ineguaglianza dei beni, e per causa immediata l’insufficienza del salario dell’operaio.

Dominatore della Società è l’onnipossente dio capitale, politica, religione, letteratura, giurisprudenza, leggi, tribunali, tutto l’arsenale delle dottrine degli economisti, tutto è prostrato a questo Essere supremo che presiede alla rapina, e perpetua la miseria.

Il capitale, il monopolio la concorrenza, il credito, la divisione del lavoro, le macchine, sono i flagelli del lavoratore.

Costituisce il monopolio il disporre di tutte le sue facoltà, di speculazione su quanto piace con tutti i mezzi che si ha a disposizione, e di godere esclusivamente dei frutti che se ne ricava. Il monopolio ha per effetto immediato che quanto più esso guadagna e si arricchisce tanto più aumenta la miseria del proletario. Dal monopolio risulta la teoria del prodotto netto e del prodotto lordo. Il monopolista o intraprenditore, non avendo di mira che la rendita del suo capitale dia un prodotto netto maggiore più sia possibile, fa in modo di diminuire quanto più le spese di produzione, il che vuol dire, ridurre ai minimi termini il salario del lavoratore.

La concorrenza è lodevole ed utile se è l’esperienza dell’attività, uno stimolo al lavoro ed all’industria per combattere il monopolio, suo avversario, e quindi il procurarsi il miglior benessere possibile. Essa è funesta ed insociabile se è l’espressione dell’egoismo, se è una guerra del forte contro il debole.

Il credito è il più potente mezzo atto a sviluppare la produzione delle ricchezze; ma il sistema attuale accordando il credito al solo proprietario del capitale, ed esigendo delle garanzie e delle ipoteche, e negandolo alla persona, è sorgente di ricchezza al capitalista, e causa di miseria al lavoratore. Il credito costituito come nell’attuale sistema economico borghese è spogliatore quanto il monopolio.

Le casse di risparmio, i monti di pietà, le casse pensioni ed altre istituzioni borghesi dette di previdenza, creati pei lavoratori il meno pagati, sono imposture, ed hanno solo per scopo, incatenando il proletario all’ordine delle cose, prevenire le coalizioni operaie. La previdenza a mezzo del risparmio è una sanguinosa ironia. Cosa può risparmiare chi lotta per procacciarsi il minimo necessario per una misera esistenza?

La divisione del lavoro mentre da un lato aumenta la produzione delle ricchezze, dall’altro lato immiserisce l’operaio per la mancanza di lavoro e per una forzata concorrenza, ed inebetisce l’operaio per la manualità del lavoro.

Le macchine, come abbiamo detto altre volte, sono il simbolo e l’attributo del nostro dominio sopra la natura. L’uomo inventando una macchina non agisce più come potenza motrice, ma come potenza pensante: egli si affranca di un ostacolo per esercitare la sua libertà; ma la libertà senza la facoltà di esercitarla, è libertà fittizia, e al povero non gli resta che la libertà di morir di fame. La divisione del lavoro e le macchine, nel sistema attuale sono una sorgente di ricchezze, ma nel medesimo tempo sono una causa permanente di miseria. Le ricchezze vanno a profitto del ricco capitalista, e la miseria a carico dell’operaio. Tutto va a profitto del capitale, e di sfruttamento e di miseria pel lavoratore.

La carità è ipocrita e avara come il credito, e nel senso teologico una virtù nemica dell’uomo, e come principio di costituzione, un vizio sociale, una ingiustizia. Gli ospitali, i ricoveri di mendicità, le cucine economiche, i forni sono ipocrisie, i gaudenti credono con una tazza di brodo pareggiare le torture inflitte, e le continue rapine.

In conclusione. Tutti i risultati della scienza economica, politica, e tutte le istituzioni, le casse di risparmio, il credito fondiario o mobiliare, le banche di sconto, il libero commercio, la concorrenza, la divisione del lavoro, le macchine ed altro, sono efficaci ad aumentare la produzione delle ricchezze, ma sono impotenti a far scomparire la miseria, e la perpetuano.

La Favilla, a. XVIII n. 30, Mantova 20 marzo 1883

IL CREDITO

Le istituzioni di credito hanno per oggetto una più larga circolazione del denaro, di questa divinità, che a senso delle teorie degli economisti, rappresenta l’intelligenza e la vita commerciale.

Il credito, in un regime di equità e preso nel suo vero senso, è il mezzo più energico, atto a sviluppare la produzione delle ricchezze. Ma col sistema dell’economia politica, protettrice del monopolio, il credito non essendo altro che la metamorfosi dei capitali circolanti e liberi, e non accordando nulla alla persona, nulla al proletario, è sorgente di ricchezza alla classe privilegiata, e causa di miseria nella classe lavoratrice, per la quale il credito è un mito.

È dogma dell’economia politica, che il credito non deve appoggiare se non che sopra delle realtà e per conseguenza di non accordarlo che sopra ipoteche o sopra pegno, come pratica il cosiddetto monte di pietà.

Ma gli economisti che vorrebbero ipocritamente far credere che tutto il loro pensiero è rivolto a procurare dei vantaggi alla classe lavoratrice, dicono, che la missione delle istituzioni di credito è di far passare i capitali dalle mani dei detentori inetti o oziosi ad altre mani atte ad utilizzarle, per la qual cosa un uomo intelligente e lavoratore può in breve tempo farsi una posizione (parola d’uso).

Ai proprietari agricoli, loro dicono, abbiamo istituito il credito fondiario in modo che il capitale tolto a prestito è ammortizzabile in 10, 20, 50 anni con le rendite delle migliorie fatte ai campi. Ai commercianti ed industriali loro dicono, abbiamo istituito le banche di deposito e di sconto a mezzo delle quali potete mettere in circolazione i vostri capitali con lettere di cambio. Ai lavoratori, loro dicono, abbiamo istituito le casse di risparmio cosicchè coll’economie giornaliere potete provvedere ai vostri bisogni in tempo di vecchiaia, e un capitale ai figli.

Abbiamo inoltre istituito le casse di assicurazione sulla vita a mezzo delle quali un padre di famiglia può provvedere, dopo la morte, una pensione alla vedova, o una dote alle figlie.

Abbiamo istituito i monti di pietà allo scopo di provvedere in più urgenti bisogni della vita. E conchiudono dicendo, che la Società ha fatto quanto potea onde procurare al proprietario ogni mezzo affinchè possa migliorare la sua condizione, ed anche arricchirsi e se egli poi per infingardaggine o ignoranza non ne fa uso, peggio per lui.

A provare le finzioni delle teorie degli economisti, esaminiamo alcune di queste istituzioni di credito.

L’istituto del credito fondiario non solamente esercita una truffa legalizzata, ma è ancora una finzione rispetto al fine che si propone, che è quello di venire in sussidio alla agricoltura mediante la circolazione del capitale.

L’istituto emette titoli di credito garantiti con ipoteca sopra capitali altrui, e percepisce un’interesse annuo fino al termine della riconsegna dello stesso titolo di credito. La percezione di un interesse sopra capitali che non possiede, usurpa il prodotto del lavoro ed è una frode.

Le prescrizioni poi per effettuare l’operazione del credito sono tante, e presentano tali difficoltà, che riesce pressochè impossibile ad un modesto proprietario di condurre l’operazione a buon fine: cosicchè, si risolve in una finzione per l’agricoltura, e in un monopolio pel ricco.

Le casse di risparmio ed altri istituti di previdenza sono, dicono gli economisti le banche di deposito del povero.

Un operaio in media guadagna due lire per ciascuno giorno di lavoro, e risparmiando 5 lire per ogni mese in capo a quarant’anni può raggiungere ad avere, calcolando gli interessi composti, la somma di 4 mila lire circa. Ma perchè questa ipotesi diventi realtà, occorre che non sia mai colpito di malattia, che il lavoro sia continuo, che non sopraggiunga alcuna di quelle sventure compagne della povertà.

E quanti sono i lavoratori che guadagnano due lire per ogni giornata di lavoro? I lavoratori dei campi, che formano la gran maggioranza, non guadagnano, in media che una lira, che è quanto dire meno, ma meno d’assai di quanto gli occorre per l’esistenza. Le casse di risparmio non sono esse un’ironia pel povero?

I monti cosidetti di pietà prendono soprapegno il 6 ed anche il 7 per cento, e l’operaio presta alla cassa di risparmio al 3 per cento, non è questo, sotto il pretesto che i denari vanno impiegati in opere pie, un’altra frode che si fa al povero?

Gli istituti di credito sono cose eccellenti e utili per gli agiati, ma sono infruttuosi e diremo anche inaccessibili al povero, e si risolvono in un privilegio pel ricco, e in una crudele ironia pel proletario. E nonostante si ha l’impudenza di dire, che se vi sono dei poveri è loro colpa.

Perchè le cose procedano diversamente occorre che in forza di una reazione del lavoro contro il capitale tutte le ricchezze diventino collettive, che i capitali che sortono dalla Società rientrino nella Società, che il credito diventi un organo secondario, e sparisca nell’associazione universale.

La Favilla, a. XVIII n. 100, Mantova 15 luglio 1883

IL CAPITALE

Il lettore capirà subito che l’idea è di Carlo Marx, che l’articolo non ha altro scopo che quello di gettare un seme nel fertile campo del lavoratore.

Il socialismo e l’economia politica sono due potenze, dice Proudhon, che si disputano il governo del mondo, e si combattono col fervore di due crolli ostili.

Il socialismo denuncia i delitti di una falsa civiltà, prova che l’economia politica genera l’oppressione, la miseria e il delitto ed è impotente di stabilire l’armonia sociale. Da sua parte l’economia politica chiama il socialismo una generosa utopia.

Noi ci atteniamo ai fatti. Conosciuto il male è facile il rimedio.

Il capitale nasce dallo sfruttamento del prodotto della forza del lavoro; in altri termini dal ricavo del lavoro del salariato maggiore di quanto gli costa. E risultando che più la forza di lavoro è prolungata, più aumenta la rendita, il capitalista, valendosi della sua autorità come padrone, prolunga la sua giornata di lavoro, da 8 ore che erano prima a 10, a 12, a 16; per il qual fatto, la forza di lavoro che era pagata a 25 centesimi l’ora, subisce un ribasso di 5, di 10 centesimi, ed in conseguenza la giornata di lavoro che prima era pagata a lire 2,00 è ridotta a lire 1,50 ed anche meno.

Il prolungamento della giornata di lavoro, ovvero l’aumento delle ore di lavoro, non basta al capitalista, egli approfittando di un’invenzione o perfezionamento di un sistema di lavoro, giunge a raddoppiare la produzione cosicchè, se prima il guadagno era di 3 lire, col prolungamento della giornata diventa 6, e pel perfezionamento del sistema di lavoro giunge a 9 e più. E conseguentemente mentre il capitalista aumenta il suo capitale, al lavoratore diminuisce il salario.

Prima frode.

Il capitalista giunto a questo grado, per aumentare sempre più il guadagno, vuol vendere una quantità maggiore di merce, e ribassa il prezzo. Per effetto della concorrenza gli altri capitalisti sono obbligati a fare altrettanto; e da questo fatto ne consegue che l’aumento di produzione, e la concorrenza, fa ribassare i prezzi della merce; e per contraccolpo, il ribasso del salario del lavoratore.

La diminuzione del salario si fa sempre più progressiva in causa del perfezionamento del sistema di lavoro e l’invenzione delle macchine; per il qual fatto aumentando in intensità e precisione la produzione delle merci, diminuisce la forza di lavoro dell’uomo.

La divisione del lavoro fa eseguire al lavoratore sempre la stessa operazione per cui scompariscono tutti quei piccoli intervalli che a guisa di pochi si trovano tra le diverse fasi della lavorazione di una merce eseguita da solo, triplicano la forza di lavoro; ma l’aumento di questa forza torna a tutto vantaggio del capitale e a danno del lavoratore. Stewart chiama gli operai, automi viventi nei dettagli di un’opera. Quanto dice Smith, lo scopritore di questo sistema da istupidire l’uomo, lo abbiamo detto noi nel numero precedente.

Il capitalista dopo aver istupidito e stordito l’operaio colla divisione del lavoro lo trasforma in strumento di macchina, lo rinchiude in uno stabilimento manifatturiero, e lo assoggetta a discipline che, meno la pena dello staffile, non sono dissimili a quelle del galeotto ai lavori forzati.

Le macchine diminuiscono e facilitano il lavoro dell’uomo, e il capitalista sfruttatore insaziabile della forza del lavoro va a reclutare nella gran massa degli affamati donne e fanciulli. La scienza mentre dovrebbe essere rivolta tutta a beneficio dell’umanità ed in special modo dell’immensa famiglia dei diseredati, fatta schiava del denaro agisce come strumento di tortura.

F. Engels dice: «La schiavitù alla quale la borghesia ha sottoposto il proletariato, si presenta sotto il suo vero aspetto nel sistema delle grandi officine. Qui ogni libertà è spenta».

D. Urquhart dice: «Suddividere un uomo, vuol dire giustiziarlo, se egli ha meritato una sentenza di morte: vuol dire assassinarlo se non benemerita. La suddivisione del lavoro è l’assassinio di un popolo».

Il capitalista per la crescente libidine di guadagno diventa insensibile ai patimenti dell’operaio, inumano e feroce. Col prolungamento della giornata di lavoro gli ruba parte del salario che è quanto dire, i mezzi di sussistenza a lui e alla sua famiglia, colla divisione del lavoro, colle macchine, e la grande industria, gli sottrae le forze fisiche ed intellettuali, lo istupidisce, lo assassina.

Nei numeri successivi dimostreremo che se il capitale, la divisione del lavoro, e le macchine, mezzi per sviluppare la produzione e le ricchezze, furono trasformate dal capitalista in strumenti di schiavitù e di miseria, la concorrenza e il monopolio lo sono di morte e di sterminio.

La Favilla, a. XVIII n. 110, Mantova 2 novembre 1883

L’IMPOSTA

Nel numero precedente abbiamo detto, che lo scopo dell’imposta è quello di esercitare sopra ai ricchi a profitto dei poveri una ripresa proporzionale al capitale ma, che in fatto è pagata dai poveri, ed è progressiva in senso della miseria; abbiamo detto che tutti gli economisti la dichiararono ingiusta ed iniqua; che non deve essere levata sul necessario, ma deve cadere sul superfluo; che l’imposta di consumazione, o dazio consumo è ingiusta ed iniqua al sommo grado, che mentre le spese a servizio dello Stato dovrebbero essere destinate a difendere il povero contro il ricco, servono a difendere il ricco, contro il povero. Armata, tribunali, polizia, religione, leggi, tutti gli improduttivi, tutto è contro il povero, il quale deve lavorare per mantenere non solo il capitalista che lo spolpa e lo fa languire di fame, ma anche coloro che lo flagellano, lo maledicono e lo cacciano in prigione.

L’imposta sul dazio consumo è la più iniqua di ogni altra. Essa colpisce direttamente e maggiormente il povero che, pel gran numero, è quello che consuma di più.

L’imposta sul dazio consumo tortura il povero in mille modi e lo spella al minuto sopra tutti gli oggetti necessari alla sussistenza della vita, sul pane, sulla polenta, sulla legna, sulla carne, sul vino, sull’olio, ruba il 50 per cento sul sale e sul tabacco, e se fosse possibile farebbe pagare la luce, l’aria e l’acqua. Tutto pesa sul povero. Egli è la bestia sul lavoro, egli è la carne da cannone, egli è lo spellato dal fisco, lo sfruttato del capitalista, il maledetto del prete, e vilipeso e dissanguato muore di pellagra.

Gli economisti radicali riconoscendo che l’imposta proporzionale è ingiusta ed iniqua, ammettono di sostituirla colla progressiva, cioè di rivolgere la progressione sulla rendita. Sono pure d’accordo di abolire l’imposta di consumo sugli oggetti di prima necessità, sostituendovi quella sugli oggetti di lusso, ovvero l’imposta voluttuaria.

L’imposta progressiva sulla rendita è figlia della rivoluzione, e per la prima volta fu proposta alla Convenzione, ma combattuta dai capitalisti della rivoluzione e da Robespierre in nome dell’eguaglianza, fu respinta. Oggi ha per nemici tutti i reazionari e i conservatori del manopolio, ed ha per avversari i socialisti della scuola Proudhoniana.

Proudhon la combatte dimostrando che non è altro che una mistificazione. Sarà sempre, ciò che il capitalista con una mano, prende coll’altra. La ricchezza si raccoglierà in se stessa, il capitalista ritirerà i suoi capitali, e non li impiegherà che a tasse usuraie, e farà una guerra spietata al lavoro. In ogni caso l’imposta progressiva non basta da sola a realizzare la giustizia sociale. L’eguaglianza non si può raggiungere che a mezzo della rivoluzione sociale. Altri socialisti sostengono che la sua efficacia rivoluzionaria è incontestabile. In altra circostanza esporremo le argomentazioni degli uni e degli altri.

Abbiamo detto che son tutti d’accordo nell’ammettere che il presente sistema di imposta è ingiusto ed iniquo e volendo poi aggiungere tutte le ladrerie fiscali, tasse e multe interessate, il sistema diventa un brigantaggio. Leggi, regolamenti, registri, tabelle e tutto l’arsenale degli istrumenti finanziari sono vere trappole, e il cittadino che bonariamente cade in uno di quei tranelli, nonostante che si rassegni a pagare, è spietatamente spellato da quei signori i quali avidi di pascersi delle viscere della vittima la sbranano senza misericordia. E se sotto la tortura sfugge un lamento, ricorrete, dicono i flagellatori, e frattanto pagate anticipatamente una tassa, e gli arzigogoli di legge, sono interpretati dagli stessi agenti cointeressati.

Si conclude che il presente sistema di imposta è riconosciuto da tutti gli economisti e da tutto il mondo, un brigantaggio fiscale.

La Favilla, a. XVIII n. 115, Mantova 21 novembre 1883

IL SOCIALISMO NON È UN PARTITO

L’economia sociale abbraccia tutto un mondo, tutto gli è subordinato, le potenze stesse della natura gli servono di materiale.

Il socialismo non è la scienza, è il precursone. Il socialismo, fatta astrazione dei sistemi utopistici, tende a risolvere i diversi problemi sul lavoro, sul capitale, sul credito, sulla proprietà, sul cambio – in una parola tutti i problemi sociali – e a conseguire la libertà, l’ordine e il benessere dell’umanità. Nella parte critica denuncia i mali, accusa l’economia politica di perpetuare il disordine, la miseria, l’ingiustizia sociale.

In tutti i tempi di progresso civile, i privilegiati, i gaudenti, i ruminanti alla greppia dello Stato, tutti coloro che s’ingrassano colle viscere del popolo, in una parola tutti i reazionari sotto la maschera di conservatori, hanno gridato anatema contro i riformatori, e supplicavano i re che mettessero un termine ai perniciosi effetti di tante innovazioni, contrarie alla religione, all’ordine pubblico, alle istituzioni del regno, e i re li facevano impiccare.

Mercè quegli scomunicati, la civiltà ha progredito e progredisce, e i reazionari d’oggi non meno feroci di quelli, non potendo farli impiccare dai re, che hanno perduto il potere, fanno essi da carnefici additandoli allo sprezzo della Nazione colla menzogna e colla calunnia.

Giovani intemerati, che disprezzano un appannaggio avvilente e le ire del potere, che sacrificano le voluttà della giovinezza a studi generosi, a scrutare i problemi sociali, per redimere dall’oppressione, dalla miseria e dall’abbrutimento il volgo, quel volgo che i reazionari odiano e disprezzano, sono accusati del delitto di parricida.

Uomini di partito sono i trasformisti, gli apostati, i clowns politici, e cadono e muoiono.

Il socialismo è la religione dell’Umanità, non ha dogmi, non è mistica, ha fede e martiri. Ha per guida la ragione e l’esperienza, e se alcuna volta s’abbandona al sentimento e agli idoli del suo cuore, si è per un intenso amore di giustizia; e gli incompresi suoi ideali, l’anarchia, e il sommo diritto di sovranità, che questo popolo disprezzato, deriso e oltraggiato deve raggiungere in tutta la sua maestà e potenza.

La Favilla, a. XVIII n. 125, 30 dicembre 1883

I PARTITI

Quale sia la causa per cui la Società è divisa in frazioni nemiche, intolleranti, e implacabili; che vi sieno partiti che detestano il progresso della civiltà, e che gli fanno una guerra feroce, lasciamo da parte le investigazioni, e consideriamo la società quale è, e quale la conosciamo.

Due sono i partiti che si disputano il dominio dell’umanità; il primo, l’autorità e l’assolutismo, rappresentato dalla chiesa, dallo stato e dalla proprietà; il secondo, il progresso, o l’avvenire, il quale sofferente del male inclina incessantemente alle riforme.

Chiesa, stato e proprietà hanno subito tali modificazioni che non è più riconoscibile il principio creatore, e tendono a più profonde riforme e di tal natura, che chiesa, e stato e proprietà, o l’assolutismo si convertirà in democrazia sociale fintantochè i due termini opposti ovvero i due partiti che li rappresentano non si saranno messi d’accordo, o per meglio dire, uno dei due sarà messo fuori combattimento, si faranno la guerra. Ad ogni tentativo di progresso la parte contraria solleva un’aspra opposizione, e la questione non si risolleva che in seguito ad una lotta micidiale. La storia attesta che nessuna riforma procedette scorrevole come sopra un piano inclinato, ma sempre accompagnata da lotte sanguinose e feroci. Nel contrasto tra i due termini e estremi sorgono altri partiti ostili tra loro e ai due principali.

In materia religiosa è un caos. L’interpretazione dei segni celesti, e di parole in senso oscuro di miti e di mille altre fantasie, dividono gli uomini in tante sette opposte e nemiche. E gli interpreti, impostori o fanatici, vogliono provare coi miracoli, colla rivelazione divina, colla resurrezione dei morti, e con altre mille favole la verità, delle loro ciurmerie. E il più bello si è che i capisetta non credono un’acca.

In materia politica, dopo l’abolizione della monarchia feudale o di diritto divino, i partiti più spinti sono: il dottrinarismo con tutte le sue gradazioni; cioè il costituzionalismo democratico progressista o evoluzionista, che in sostanza è lo statu quo, la democrazia sottomessa al potere: in altri termini la libertà subordinata all’autorità. Il secondo è la demagogia o radicalismo il quale mira a demolire le persone più che i principii: cambia il nome e non le idee. Chiama i re tiranni, i preti impostori, i moderati mistificatori e conserva l’autorità. Odia i socialisti e i liberi pensatori.

Il dottrinarismo e il radicalismo sono opposti come sono opposti l’assolutismo e il socialismo. Questi quattro partiti formano il tutto; e noi li troviamo sotto mille forme ovunque; e nei parlamenti nascono e muoiono come insetti.

In economia, dopo l’abolizione dei diritti feudali, dominarono le teorie malthusiane con tutte le modificazioni introdotte dagli economisti; ma dominatori sono sempre la proprietà sacra, assoluta e sovrana; il capitale sfruttatore del lavoro; le ricchezze smodate e la miseria generale.

I partiti intermedi, che agiscono secondo le loro passioni, e i loro interessi, oltre che deviano la marcia progressiva della Società, sono a loro volta impotenti a dirigere il movimento, e li vediamo salire e discendere con la stessa rapidità.

Non possono reggersi per quanto siano abili prestigiatori. Bisogna cadere.

Sono fatali queste oscillazioni, ma forse necessarie allo sviluppo progressivo della Società, la quale marcia incessantemente verso il suo perfezionamento.

La rivoluzione è immortale.

La Favilla, a. XIX n. 25, Mantova 10 aprile 1884

LA CLASSE MEDIA E IL PROLETARIO

Non occorre essere profeta per predire che, continuando l’azione che esercita la feudalità fondiaria e mercantile, quella delle banche, delle grandi compagnie industriali, della centralizzazione del potere, in una parola il sistema economico malthusiano, prima di un mezzo secolo scomparirà la piccola proprietà e la piccola industria, e non vi sarà che una moltitudine di salariati al servizio dei grandi signori. Non vi saranno che due classi, quella dei signori e quella dei miserabili, degli sfruttatori e degli sfruttati.

La classe media precipiterà nella voragine della miseria, e la società ritornerà all’antico stato feudale.

La situazione della classe media è desolante. Da una parte il fisco e gli usurai la scarnano e la dissanguano e il grosso capitalista la tiene tra le sue spire, come il serpente boa tiene la preda, e minaccia ad ogni istante di inghiottirla.

Dall’altra parte il salariato lo tormenta coll’incessanti domande di aumento di salario. E quantunque essa non ignori la sua situazione, vede l’abisso che gli sta ai piedi e imminente il capitombolo, non osa, non può retrocedere, ha l’ardire di superare il pericolo.

La classe media è la classe più intelligente, più attiva, più audace, più abile dei rivoluzionari; ma è tuttora affetta di un peccato originale, odia e disprezza il proletario.

Cosa ha fatto questo popolo diseredato per essere odiato e disprezzato dai suoi fratelli? Non fu egli sempre fedele compagno in tutte le rivoluzioni?

Nei giorni di lotta non diede egli il suo sangue sulle barricate e sui campi di battaglia? Non ha seguito la rivoluzione in ogni sua evoluzione? Non ha egli affidato la tutela ai rivoluzionari borghesi eleggendoli legislatori? Non sopporta egli pazientemente, e troppo pazientemente gli spasimi della miseria? E per questa sua bonarietà è stato mitragliato, fucilato, imprigionato, torturato, ha tanto sofferto e soffre.

Borghesi della classe media siete crudeli e ingrati.

E dopo tutto questo egli non dimanda se non che gli sia assicurato, lavorando, un legittimo benessere.

Il socialismo non è solamente l’abolizione della miseria, del capitale, e del salario, la trasformazione della proprietà, la sovranità diretta del popolo; egli è la sostituzione delle fortune mediocri, l’universalità della classe media.

In altri termini un equilibrio economico per cui ciascuno abbia in proporzione uguale, il capitale, il lavoro, la libertà e il benessere.

Borghesi della classe media meditate! Il pericolo vi faccia rinsavire, fate causa comune col proletario. Egli vi stende le braccia, salvate il popolo, salvate voi stessi.

La Favilla, a. XIX n. 31, Mantova 1 maggio 1884

LE SOCIETÀ CONTADINE

Lo spirito nuovo penetra, come i raggi della luce nei più rimoti luoghi, nelle menti più rozze anche in quelle che le arti sacrileghe ed inumane dell’oscurantismo tengono chiuse entro gli antri dell’ignoranza, della superstizione e della schiavitù, le contadine. Chiesa, Stato, Proprietà sono le deità infernali che preludono al sacrificio delle vittime.

Pullulano le società tra i contadini, e si moltiplicherebbero, si generalizzerebbero con una velocità pari alla scintilla elettrica, se il governo radetzkiano, gesuisticamente mascherato di costituzionalismo, non le perseguitasse con feroce accanimento.

Nel novembre 1876 sorse a Mantova l’associazione dei lavoratori, e in meno di tre mesi aveva inscritto tre mila soci, dei quali due mila e seicento contadini, e trecento sessanta operai e si sarebbe in breve tempo raggiunto un numero ragguardevole se la società madre e le affigliate, non fossero state sciolte colla forza brutale. Nello stesso giorno a Mantova, a Castellucchio, Ospitaletto, Gabbiana, Rodigo, Rivalta, Gazzuolo, Campitello, Marcaria, S. Michele in Bosco, Curtatone, Montanara, Porto, Soave, Bancole, Marmirolo, Roverbella, Castelbelforte, Casteldario, Villimpenta, Roncoferraro, Formigosa, Quattroville e Pietole, compagnie di soldati, carabinieri, questurini con alla testa delegati di questura, ufficiali, sindaci, assessori invasero le abitazioni dei soci contadini, e colle intimidazioni loro tolsero registri, denari, e quanto avevano di pertinenza della società. Cinquanta soldati invadono la casa di un povero contadino, vi entra croatescamente un capo birro, e mette sossopra ogni cosa per impadronirsi di un foglio di carta sul quale stava scritto dei nomi, e poche lire raccolte dai soci a cinque centesimi per volta. E di queste eroiche gesta di un governo forte se ne contano a centinaia e di recentissime.

Le società contadine sorgono sotto altri auspici, con altre idee da quelle operaie, le quali per essere state dirette e manipolate dalla borghesia sono affette di mal borghese. È un fatto che l’operaio, e soprattutto quello di città, per la facilità di istruirsi, pel contatto con gente civile, per la specialità del mestiere che richiede maggiore intelligenza di quello del maneggiare l’aratro e la vanga, è più svegliato, più intelligente, e conseguentemente più rivoluzionario; ma è anche più facile alla corruzione di quanto lo possono essere i lavoratori dei campi. L’operaio di città è l’aristocratico della classe lavoratrice. Per questa leggera distinzione, e per le arti perfide usate dai governanti, che stabilirono le gradazioni sociali, il contadino fu collocato in fondo, nell’ultimo grado gerarchico, per cui non vi ha un perfetto accordo. È quindi di necessità che cessi ogni malintesa distinzione, ogni ombra di antagonismo, perchè l’uno non può fare senza l’altro. Sono tutti figli del lavoro, sono tutti vittima del capitale, hanno comuni gli interessi, uno il pensiero, uno il fine, sia concorde l’opera nel volere la redenzione della classe lavoratrice.

La Favilla, a. XIX n. 34, Mantova 11 maggio 1884

FEDERAZIONE ITALIANA FRA I CONTADINI

Non è a dire che il servo della gleba non si dia attorno per migliorare le proprie condizioni; la frequenza delle relazioni sociali ha aumentato in ogni classe del consorzio umano, e l’intensità, e la quantità dei bisogni, e balenato anche alla mente dei meno dotti, assieme al diritto, anche la possibilità di conseguire i miglioramenti ai quali si aspira.

La luminosissima meteora dell’unione internazionale dei lavoratori, apparsa a porre un argine al tirannico cosmopolitismo dei capitalisti, benchè in parte strozzata dalle repressioni borghesi, tratto tratto torna ad affermarsi anche nei paesi più addietro in fatto di organizzazioni operaie e di aspirazioni sociali; ed il grandioso principio delle trades-union feconda di vita nuova e gagliardissima le masse proletarie prostrate da secolare servaggio e da infinita miseria.

E non solamente i lavoratori della città e delle officine affratellano, e convergono le loro forze unite, al conseguimento del benessere, ma anche i campi fin qui rimasti, per così dire, sordi alle spinte ed alla necessità di nuovi bisogni, si avviano pur essi e s’incamminano verso quel movimento economico che deve loro apportare un benessere fin qui sconosciuto.

Sulle basi delle associazioni dei lavoratori è ormai risorta nella nostra provincia la federazione italiana dei contadini, la quale va ogni più dilatandosi e raccogliendo nel suo seno tutti i diseredati delle glebe; i quali, pratici come sempre, più che a solenni manifestazioni ed affermazioni di principii e di forme, tendono direttamente al miglioramento economico. Giorni addietro si sono riuniti in Campitello, in forma privata, i rapresentanti delle associazioni filiali del paese, di Canicossa, Cesole, Buscoldo, S. Michele e Gabbiana, allo scopo di deliberare sul seguente ordine del giorno:

1. Salario dei contadini durante l’intera annata;

2. Orario giornaliero di lavoro.

Vi venne deliberato che, riguardo al salario, esso non doveva essere inferiore al soddisfacimento dei bisogni della vita, cioè vitto, vestito, alloggio ed istruzione: e che il lavoro non doveva durare più di dodici ore nella stagione estiva, ed in proporzione nelle altre: le feste riposo.

In merito al salario, che odiernamente non supera le lire trecento annue si calcolò anche che per una famiglia, composta di cinque o sei persone, occorrono non meno di:

Vino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L.

100

Frumento e frumentone . . . . . . . . . . . . .

»

375

Pietanze, sali, olii, condimenti in genere

»

150

Legna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

»

75

Istrumenti di lavoro . . . . . . . . . . . . . . . .

»

12

Vestiti, biancheria, ecc. . . . . . . . . . . . . .

»

100

Libri pei figli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

»

5

Utensili di cucina, deperimenti . . . . . . .

»

50

Fitto di casa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

»

90

Medicinali e diverse . . . . . . . . . . . . . . .

»

33

Totale di

L.

990

I borghesi della stampa a queste cifre non arricceranno certamente il naso; il Piccolo di Napoli ed il locale organo consortesco, vorrebbero insinuare che il contadino del Polesine, che è in peggiori condizioni del nostro, guadagna molto dippiù; ma il naso lo arricceranno invece i borghesi della campagna che leggeranno in tali aspirazioni la condanna dei privilegi concessi alla loro oziosaggine. Non è compito nostro lo studiare se a queste condizioni, e colle concorrenze americana ed asiatica, e collo immenso cumulo di tasse che gravano sulla nostra produzione, al banchetto della vita vi sia veramente posto per tutti; a noi basta osservare che se posto c’è, esso deve venire occupato dai lavoratori, non dagli oziosi: a noi basta costatare che i proletari cominciano sul serio a disputarsi coi proprietari le sedie pel banchetto della vita.

Ai nostri amici contadini della federazione mandiamo i nostri incoraggiamenti, ed a tutti i servi della gleba auguriamo che si schierino presto in file serrate nelle associazioni che marciano alla conquista dell’avvenire, che è sinonimo di pace, di pane, di luce.

La Favilla, a. XIX, n. 50, Mantova 6 luglio 1884

IL SALARIO

Tutti gli economisti capi scuola hanno riconosciuto vere le seguenti formule scientifiche: che il lavoro è l’azione intelligente dell’uomo sulla materia, ed il produttore di tutte le ricchezze; che il lavoro compiuto si chiama prodotto; che il salario, ovvero la ricompensa naturale del lavoro, deve essere eguale al prodotto; e, se minore, è perduta a danno del lavoratore, se maggiore, è una usurpazione; che il prodotto utile si chiama valore; che il valore accumulato diventa capitale; e quindi il capitale non è altro che il lavoro accumulato; che l’economia politica è la scienza della produzione e della distribuzione delle ricchezze, e conseguentemente la scienza dell’organizzazione del lavoro.

Ciò posto, da dove proviene la distinzione che attesta un così profondo antagonismo tra capitale e lavoro? Da dove proviene questa disarmonia, questo squilibrio, questa perturbazione sociale che genera tutto il male?

Il socialismo tratta la questione ed accusa di inconseguenza le teorie degli economisti ed i sofismi creati a profitto dei pochi privilegiati e a danno della classe lavoratrice, e cioè, tutto a vantaggio del capitalista ozioso, sfruttatore del lavoro produttivo.

Gli economisti sofisticando hanno generalizzato le spese di produzione colla distinzione del prodotto netto e del prodotto lordo. La distinzione se è vera in ogni specie di industria, è falsa nella totalità dei prodotti, siccome non vi è prodotto netto prodotto lordo relativamente alla società; sono identici. La distinzione negli economisti è diretta di fare nelle spese di produzione la rendita delle terre, ovvero l’interesse dei capitalisti. Posto che il lavoro è il solo produttore e il fondamento della società, per qual titolo il proprietario o il capitalista che non lavora deve rivendicare un diritto sul prodotto? Il sofisma della distinzione del prodotto netto e del prodotto lordo ha dunque per fine di premiare l’oziosaggine e di soggiogare il lavoro.

Gli economisti hanno stabilito, in seguito a fatti anormali, come principio regolatore del commercio, la domanda e l’offerta; come che queste due espressioni implicassero indipendenza e libertà assoluta del produttore e del consumatore, del capitalista e del lavoratore. Agli occhi della scienza il vero capitalista è il lavoratore, e ogni altro è un usurpatore; ma invertita la teoria il lavoratore diventa uno strumento in mano del capitalista; e così mentre il capitale dovrebbe essere subordinato al lavoro ne diventa l’oppressore e il tiranno. Per lo che, l’economia politica è inconseguente ai suoi principi, sofistica e contradditoria.

Posto che la ricompensa naturale del lavoro è il prodotto, la tariffa del salario è in ragione della quantità del lavoro; se il lavoro è mediocre il prodotto sarà mediocre; se è eseguito con celerità ed intelligenza sarà più abbondante. Ma qui sorge una moltitudine di osservazioni che rendono l’applicazione della teoria estremamente difficile, per cui la soluzione del problema dei salari resterà una aspirazione fino a che non sarà risolta la legge dell’organizzazione del lavoro.

Frattanto la Società soffre del disordine attuale e non può vivere senza ordine; ed in attesa della soluzione del gran problema dell’organizzazione del lavoro, è urgente il provvedere, onde mitigare l’antagonismo sempre più crescente tra capitale e lavoro, e soddisfare ai più imperiosi bisogni della classe lavoratrice. A tal fine sarebbe provvidenziale la istituzione di tribunali con giudici eletti in ogni provincia, comune o borgata, i quali, lasciando impregiudicata la questione principale e tenendo conto del diritto e dei bisogni dei lavoratori, delle differenze di specialità di servizi, da cui risulta una varietà di salari i più bizzarri, delle circostanze ed altro, stabilissero con equità le tariffe dei vari salari.

Questa istituzione presenterebbe oltre ai benefici enunciati, quello di impedire, nelle controversie tra lavoratori e padroni, l’intervento degli agenti del governo e della forza armata, le coalizione tumultuose dei lavoratori, e le segrete macchinazioni camorristiche dei padroni.

La Favilla, a. XIX n. 50, Mantova 6 luglio 1884

LE SOCIETÀ DEI CONTADINI

Non è molto che abbiamo pubblicato un articolo che accennava al progressivo sviluppo delle società dei contadini, e allo spirito nuovo che penetra nei più remoti luoghi, e nelle menti più rozze. È un fatto positivo che il sacrificio delle vittime del lavoro, dell’ignoranza e della miseria perde della sua intensità. Ma ciò che è di più consolante è il vedere che le associazioni si fanno per impulso loro proprio, senza l’intervento di protettori officiosi e mascherati. Queste società, nelle quali predomina l’elemento contadino, hanno un indirizzo ben diverso da quelle operaie, e non sono affette di mal borghese, morbo fatale. Le società operaie-borghesi hanno degli statuti di oltre cento articoli, e dei regolamenti da caserma; le contadine hanno due o tre articoli, uno scopo ben determinato, e sono libere.

Ogni gruppo ha un capo eletto, tolto dalla gleba, ed un’amministrazione autonoma e solidale con altri gruppi; e se la solidarietà oggi non si estende al di di certi limiti, la tendenza è tale che inclina a diventare nazionale ed internazionale.

I contadini erano gli schiavi di un tempo, oggi sono liberi della persona, ma trattati da schiavi. La chiesa, lo stato e la proprietà, deità infernali, se ne servono di strumento di oppressione e sicari dei loro fratelli. Ma organizzati che siano, diventeranno la prima potenza sociale, saranno i liberatori della gran famiglia del proletariato e cambieranno da capo a fondo la società.

In Italia i lavoratori dei campi ascendono oltre a otto milioni di uomini robusti, e non corrotti. Contro questa massa di granito ed intelligente, cosa può fare la rachitica borghesia con quattro mardochei?

In attesa del giorno della redenzione umana facciamo ardentissimi voti che nell’immensa moltitudine degli oppressi sorga maggior concordia, che l’operaio, ovvero il lavoratore di arti e mestiere di città e campagna, si disinfetti dai miasmi borghesi, come si fa coi colerosi, e formi una sola famiglia coi lavoratori dei campi, e tutti uniti di pensiero e di azione compiano il loro mandato, che è quello di redimere l’umanità.

La rivoluzione sociale parte dal basso rovesciando la piramide.

La Favilla, a. XIX n. 51, Mantova 10 luglio 1884

LE CLASSI SOCIALI E I PARTITI

L’ineguaglianza delle fortune ha dato origine alla divisione tra gli uomini in classi.

In Italia abbiamo una Borghesia che rappresenta la feudalità delle ricchezze, analoga all’antica nobiltà; dispone delle banche, delle strade ferrate, della navigazione, delle grandi industrie, del commercio, delle assicurazioni e per dir tutto in una parola, ha il monopolio di tutte le risorse economiche, e porta inciso sulla fronte: opulenza, sfruttamento e consumazione improduttiva.

Abbiamo la classe media, la quale, posta tra l’aristocrazia feudale delle ricchezze e il proletario forma il terzo stato, composta di piccoli proprietari, intraprenditori, industriali, fabbricanti, artisti, letterati e che vivono del prodotto personale, più che dei loro capitali, classe pensante, intelligente, attiva, che costituisce l’economia dello stato, ed è il cervello della nazione.

Abbiamo la classe operaia o proletariato che sorge vigorosa, e vive del prodotto del suo lavoro, che aspira ad emanciparsi dal capitale, ed è più che mai inquieta pel progressivo sviluppo delle idee socialiste.

Queste tre classi si dividono politicamente in partiti, tra i quali si distinguono; il partito del diritto divino, che se non è spento, è sul finir della vita, e vorrebbe rinculare la società al medio evo; il partito della monarchia costituzionale, la borghesia dei parvenus, i nuovi arricchiti, malthusiano in economia, retrivo in politica, che minaccia d’inghiottirlo; i repubblicani moderati che vogliono la democrazia sottomessa, una monarchia senza monarca; i repubblicani rossi o radicali, demolitori più di persone che di cose, autoritari, ed avversi ad ogni riforma economica; il partito prete, che non vede altra salute che il ristabilimento del potere spirituale e temporale del papa. Vi sono altri partiti intermedi e d’ogni colore, che, come gli infusori nascono e muoiono nello stesso giorno.

Il socialismo non è un partito, è la rivoluzione.

I repubblicani moderati e radicali adoratori del principio autoritario, hanno in orrore il socialismo che n’è la negazione; e arrestandosi alla superficie delle cose non vedono il legame intelligibile del nuovo ordine di cose; e osteggiando il socialismo combattono la rivoluzione, per la qualcosa la loro repubblica non ha senso e rinnegano se stessi. Sotto questo punto di vista sono retrivi.

È desiderata da taluni l’alleanza tra repubblicani democratici e socialisti; niente di meglio. Ma perchè possa effettuarsi, fa d’uopo che la repubblica venga considerata come transito al socialismo.

Dall’antagonismo dei partiti i governi si tengono in equilibrio, ma cadono tostochè questi cessano di osteggiarsi.

La fine dei partiti è la fine della politica autoritaria, personale, macchiavellica, ed è il concetto e l’ideale della rivoluzione sociale.

In una società che gode in tutto e per tutto libero l’esercizio delle facoltà dell’uomo e del cittadino, il governo non è che un mandatario, uno incaricato, e non ha che un valore rappresentativo, come la carta monetata, e ogni autorità è un non senso.

Si conchiude, che i partiti avranno fine quando tutto il mondo essendo governo, non vi sarà più governo.

La Favilla, a. XXI n. 62, Mantova 17 agosto 1884

LETTERA APERTA

Casatico, 27 settembre.

Si attende che i governanti rallentino i freni stretti sotto l’ipocrito pretesto del colèra, per concordare una adunanza dei rappresentanti delle società dei contadini, onde intendersi per stabilire le norme generali.

La paura del governo ha raggiunto un tal grado di codardia che tocca il ridicolo. Un governo che si dice forte, che ha alleati gli imperatori di Germania e d’Austria, ed in caso di bisogno quello della Russia, che ha mezzo milione di soldati, e dei miliardi di debito, ed abbia paura di dieci contadini che si uniscono per concertare il modo di guadagnare una palanca di più al giorno, tanto da non morire di fame, raggiunge il massimo del ridicolo.

Anche il giornale, La Libera Parola, ha annunciato che si vanno costituendo varie società di contadini con scopi civili, politici ed eminentemente umanitari, e pronostica che vincoli di amore e di solidarietà dovranno legare in un solo amplesso le varie classi sociali. Se mai si avverassero le profezie della Libera Parola, crederemo,

amor, che al cor gentile ratto s’apprende

il ciambellano di S. M. Imp. e cugino in secondo grado di altra Maestà, il Marchese Di Bagno, a braccetto col suo bifolco. Oh il secol d’oro!

A proposito della Libera Parola ho letto l’esordio del panegerico di Spartaco all’onorevole deputato ex-mazziniano Mario Panizza. Bisogna convenire che Spartaco non abbia letto l’articolo del giornale Il Dovere riprodotto nel numero 75 della Libera Parola, e la Direzione del giornale si sia dimenticata delle premesse da lei fatte a quell’articolo nelle quali stimatizza le adulazioni e le cortigianerie della stampa officiosa, e si sdegna dal mettere la Libera Parola nel coro delle piaggerie.

L’amica Libera Parola, sia conseguente, cammini diritto, se non vuol diventare essa pure cortigiana e adulatrice.

La Favilla, a. XXI n. 75, Mantova 2 ottobre 1884

AGLI AMICI DELLA LIBERA PAROLA

Vi prego di credermi che le mie convinzioni le manifesto senza ira favore; e sono riconoscente verso chi mi prova essere nell’errore.

Io sono convinto che l’accordo tra capitale e lavoro, ovvero la partecipazione dell’operaio negli utili, è una generosa utopia inspirata nel misticismo evangelico e nelle allucinazioni del cristianesimo, che sdegnando fatti, logica e scienza, e abbandonandosi al sentimento e alla fantasia, ricalca la via e gli errori del passato.

Il capitale nasce dallo sfruttamento del prodotto della forza del lavoro; e il capitalista cercando sempre nell’impiego del suo capitale il modo più lucroso, e crescendo la libidine di guadagno, non ha affetti, diventa insensibile ai patimenti dell’operaio, inumano e feroce.

Con questo demone come può aver luogo una conciliazione?

Io sono convinto che con delle utopie, con dei decotti non si risolve la questione sociale, per contrario si consolida l’errore e l’ingiustizia, si perpetua la miseria. La questione sociale non si risolve che a mezzo della scienza guidata dalla ragione e dall’esperienza.

A Spartaco ho voluto dire: nei tuoi profili parlamentari ti siano di guida le belle parole stampate nella Libera Parola in testa all’articolo del Dovere, contro l’adulazione.

Alla domanda che mi si fa, se io era o no mazziniano quando arrischiava il collo congiurando contro l’Austria, voglio essere cortese verso gli amici e rispondo: Mazzini fu il mio maestro, ed è tanta la venerazione che ho di lui, che sopra il mio letto non ho immagini di Dio, di madonne, di re, ma solo, unico il ritratto di Mazzini. Ma ho rotto le barriere dei suoi dommi; sulla bandiera che seguo non sta scritto Dio e popolo, ma scienza, progresso, umanità.

L’amica Libera Parola mi fa osservare che di Società di contadini ve n’ha una sola, con sezioni e sottosezíoni nei Comuni e frazioni. Pardon. La società nella quale io sono iscritto, ed alla quale pago le mie palanchine mensilmente, e così tante altre sono tutte autonome, e tosto che S. E. il successore di Metternich, il ministro Depretis, rallenterà i freni polizieschi, si aduneranno per stringere un patto federale. Non ne so di più.

Ringrazio l’amico Benvenuti della lettera che mi spedì, mi fu molto cara.

La Favilla, a. XIX n. 80, Mantova 19 ottobre 1884

IL SALARIO

Il salario non è altro che la ricompensa naturale del lavoro, e dovrebbe essere eguale al prodotto; se egli è minore, perdita danno del lavoratore, se è maggiore, è una usurpazione. Ma col sistema economico attuale sta in fatto che il capitale assorbe tutto il prodotto del lavoro, e il salario del lavoratore è ridotto ai minimi termini, scende al disotto del necessario per l’esistenza. Trovare la soluzione del problema del salario fino a tanto che il capitale sfrutta il lavoro, è una generosa utopia. È inoltre estremamente difficile l’applicazione di eque tariffe, anche tenendo conto del diritto e dei bisogni dei lavoratori, delle specialità dei servizi, delle località, del prezzo degli oggetti di prima qualità, e di mille altre circostanze. Per queste considerazioni il salario resterà un problema insolubile, fino a che non sarà risolta l’organizzazione del lavoro.

Frattanto che cosa fare?

Le società confederate dei contadini nei loro statuti generali non hanno stabilito tariffe, ma hanno fatto un calcolo, secondo il quale per mantenere una famiglia dello stretto necessario occorrono non meno di lire 990; e su questa base stabilirono che il salario di una giornata di lavoro non deve essere inferiore a L. 2,50, che corrisponderebbe, calcolando 260 giornate di lavoro in un anno, a L. 650 annue; e volendo ammettere qualche lucro sui lavori straordinari, e il lavoro della donna, siamo sempre al disotto dello stretto necessario.

Come rimediarvi?

Qui sta la quistione. L’aumento del salario dell’operaio di un mestiere, non porta altra conseguenza che un aumento della merce prodotta; ma l’aumento del salario del lavoratore dei campi, è una rivoluzione nel campo economico. La teoria del prodotto netto degli economisti è sconvolta. E infatti, se un proprietario di un podere col sistema economico attuale calcola una rendita netta di due mila lire, aumentando il salario del contadino del doppio, e ancora non basta, la rendita del podere del proprietario si riduce a zero. Quale rivoluzione! E questo è il problema da sciogliersi. Altro che cucine economiche, forni essicatori, processioni fratesche di bandiere e feste carnovalesche. Questa è la quistione che bisogna risolvere, e presto perchè la marea monta, e crescendo, minaccia presto la tempesta.

E frattanto che si va studiando la soluzione del gran problema sociale, quale via tenere? La risposta è pronta, quella delle riforme economiche, senza ommettere le politiche e le morali.

Aumentare all’infinito il lavoro, e per conseguenza la produzione.

Creare degli sbocchi tali che nessun prodotto resti invenduto o non cambiato, e quindi libero scambio, libertà in tutto e per tutto.

Dare al credito una base tanto larga che possa soddisfare ai bisogni di tutti.

Creare un governo economico, e sopprimere le spese improduttive all’ultimo grado.

Diminuire le imposte, ed istituire l’imposta progressiva.

Ridurre al 3 per cento l’interesse sul debito pubblico.

In conclusione, tutte quelle riforme praticamente attuabili, e soprattutto quelle che possano migliorare la condizione dell’agricoltura, fondamento della prosperità pubblica.

La Favilla, a. XIX n. 97, Mantova 18 dicembre 1884

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI - Le tariffe

Diciamolo subito, non intendiamo di parlare delle tariffe ferroviarie, ma di quelle che riguardano il prezzo del lavoro, o salario.

Il protezionismo, le dogane, il massimo o calmerio (sic), e ogni ostacolo al libero esercizio delle proprie facoltà, è una violazione dei diritti del cittadino, è una restrizione alla libertà individuale. Il mondo intero deve essere il mercato del produttore, e ogni cittadino ha il diritto di provvedere gli oggetti necessari al suo consumo ove più gli aggrada, ed ognuno di vendere i propri prodotti in quel luogo che stima più utile.

Le tariffe sui salari, ovvero sul lavoro, non solo violano la libertà individuale, ma rinserrano il lavoratore entro dati confini lo chiudono in una cellulare dalla quale non può sortire. Le tariffe possono essere armi di difesa contro gli sfruttatori del lavoro, e contro il sistema di spogliazione e di miseria; ma sono inefficaci contro il monopolio. Per soddisfare agli interessi sociali e alla libertà individuale, bisogna trovare una legge di equilibrio che eguagli le condizioni del lavoratore col monopolio. Inoltre l’applicazione delle tariffe presenta tali difficoltà da non potersi superare. La quantità e la qualità del lavoro, l’esecuzione più o meno celere ed intelligente, sono, condizioni che non possono stabilire che un valore relativo e di rapporto. Vi sono ancora tanti e tali servizi e così svariati che moltiplicano le difficoltà ad applicare a ciascun di questi servizi una tariffa di salario.

L’associazione generale dei lavoratori adottò la teoria che le questioni economiche non si risolvano in dettaglio, ma esigono sempre delle misure generali, e si attenne alla formola che il salario deve essere eguale al prodotto. Considerando poi che non si può procedere a salti, ma progressivamente a gradi, stabilì che il prezzo della giornata di lavoro deve essere tale da provvedere il necessario per la sussistenza, e in via approssimativa fissò la media di lire due e centesimi cinquanta per ogni giornata di lavoro, salvo la qualità del lavoro, del luogo e delle circostanze.

La Favilla, a. XIX n. 99, Mantova 25 dicembre 1884

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI

Nel numero precedente abbiamo dimostrato che a un uomo che lavora, per rifare quella quantità di sostanze organiche che perde giornalmente occorre una alimentazione completa, e cioè: pane, carne, vino e verdura. Abbiamo dimostrato che una alimentazione insufficiente, e cioè: polenta, vegetali e acqua, produce la pellagra, la scrofola, lo scorbuto, malattie tutte foriere di morte.

Un alimento di pane, carne, verdura, vino, costa in media centesimi 80; e per una famiglia di due adulti e tre ragazzi, lire due per cadaun giorno; alloggio, vestito, legna ed altri accessori una lira, e quindi per una famiglia di cinque individui, tutto sommato, lire tre, corrispondenti ad annue lire 1095. Il preventivo fatto dall’associazione dei lavoratori è stato inferiore; e i lavoratori si contenterebbero anche qualche cosa di meno, semprechè i signori fossero umani. Ma nossignore, gli affamatori della plebe vogliono privarli perfino del necessario, vogliono che si cibino di polenta, di insalata, di cipolle e acqua; che lavorino più delle bestie, vogliono tormentarli viventi, e farli morire di morte lenta e prematura. E non è questo un assassinio umano? E di questo assassinio non solamente è complice la borghesia feudale ma indirettamente anche la borghesia democratico-progressista.

La borghesia feudale è il brigantaggio organizzato, essa è feroce, rapace, e più ruba, più gli cresce l’appetito. Invoca l’aiuto del prete che predichi dal pulpito e dal confessionale l’ubbidienza e il rispetto ai signori, e condanni quale ribellione qualunque atto contro i padroni; invoca la sbirraglia governativa, la legge, le manette, la prigione, per reprimere e opprimere. I signori feudali vogliono la Società organizzata come un ergastolo, nel quale la plebe sia condannata a lavorare, per conto dei trafficatori di carne umana.

La borghesia democratica progressista è radicale in politica, evoluzionista in teoria e platonica in economia; vuole il popolo libero e sovrano, ma schiavo del capitale evoca le prische virtù, inculca l’amore e la fratellanza, e nega alla plebe la virtù di redimersi, e l’accusa di non avere altra capacità che quella di delinquere; non vede o non vuol vedere che il proletariato d’oggi non è la plebe romana dei Cesari, la medioevale, e bestemmia contro gli anarchici, ignorando che l’anarchia è il sublime dell’ideale della società umana. È però indubitato che la democrazia, tanto benemerita alla Patria, colta, onesta ed educata alla scuola del dovere, rotte le dighe dei suoi dogmi, degli errori e dei pregiudizi, verrà ad attendarsi nel campo socialista.

Alla borghesia feudale noi non facciamo minaccie; ma badi che, questo popolo cencioso, macilento, estenuato per lunghi e crudeli digiuni, è stanco di soffrire e mendicare tremante alle porte dei suoi oppressori.

Francesco Siliprandi

La Favilla, a. XX n. 1, Mantova 1 gennaio 1885

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI

Si comunica a tutte le società confederate che la Società di San Martino dell’Argine ha concorso all’asta pubblica, ed ha assunto per proprio conto un lavoro di terra per la somma di lire cinquemila.

Che le società circonvicine hanno deliberato di comune accordo di prendere in appalto ed assumere per loro conto qualunque lavoro di terra che presentasse un lavoro continuato e la garanzia d’una modesta retribuzione giornaliera.

Riguardo al deposito, o cauzione dei contratti si sono offerti, senza alcun interesse, benemeriti cittadini.

L’associazione, ancora bambina, ha già acquistato la fiducia pubblica, ed un alto grado di moralità.

Nel prossimo numero pubblicheremo le decisioni prese dalle società confederate riguardo ai contratti del frumentone alla zappa, della mietitura e battitura del frumento, del salario degli obbligati ed in genere dei varii lavori agricoli, avuto riguardo alle diverse località e fertilità dei terreni.

Frattanto s’invitano le società confederate a spedire sollecitamente al consiglio federale le decisioni che hanno preso, e specialmente verso gli obbligati, bifolchi e garzoni (famei).

Pel Consiglio Federale Francesco Siliprandi

L’ASSOCIAZIONE

I fatti hanno dimostrato e provato che l’associazione è forza e potenza. L’unione delle forze produttrici, che sono quelle dei lavoratori, conduce all’emancipazione economica, assicura i diritti dell’esistenza e i mezzi occorrenti. Nella classe lavoratrice vi sono elette intelligenze, attitudini al lavoro e moralità, doti che non si rinvengono, o sono rare, nella classe abbiente, e con queste doti possono assumere e condurre a termine qualunque lavoro sia pubblico, sia privato. Perchè dunque un branco di lupi, detti appaltatori, gente che non lavorano, hanno da lucrare senza pietà sulla pelle dei poveri lavoratori? Via questi vampiri, questi carnefici e mangiatori di carne umana!

Questo è il pensiero delle nuove associazioni dei lavoratori, e già molte società l’hanno messa in pratica, e recentemente la società dei lavoratori di San Martino dell’Argine. Questo era anche il pensiero del deputato Costa, sviluppato nel suo ordine del giorno in Parlamento contro il progetto ministeriale sulle convenzioni ferroviarie. Il deputato Costa invitava il governo a trattare direttamente coi lavoratori, impiegati e operai, di raccoglierli in associazione nazionale, organizzarla, accreditarla e affidare ad essa la costruzione e l’esercizio delle ferrovie. In tal guisa si accorderebbero ai lavoratori i mezzi ed i frutti del lavoro. Ma le parole del deputato Costa ebbero l’effetto che può avere il profumo di un fiore gettato in una cloaca. Il governo è l’oppressore del proletario, ed il manutengolo dei ladri.

Oltre ai lavori pubblici e privati abbiamo altre imprese alle quali devono rivolgere tutta l’attenzione le associazioni dei lavoratori. L’impresa riguarda il dissodamento di milioni d’ettari di terreni incolti.

Il nostro amico e compagno dott. Rossi (Cardias) ha recentemente pubblicato sulla Favilla un suo progetto di una colonia socialista, e che i compagni avranno letto, nel quale progetto egli dimostra quali vantaggi si potrebbero trarre da una simile colonia.

In Italia e specialmente nella provincia di Roma vi sono molte terre incolte e da vendersi; e sia per pregiudizi religiosi, sia perchè gli speculatori non vedono i subiti grossi guadagni, si presentano pochi compratori; per la qual cosa si offrirebbe un’occasione favorevole alle associazioni di lavoratori, contadini e operai per diventare in comune possessori di terre e con un utile assicurato.

È possibile che una società composta di miserabili possa unire il capitale necessario a farla diventare proprietaria ed a farle cambiare condizione? Niente di più facile, ed ecco come: istituire un comitato centrale che emetta un dato numero d’azioni, e le società diventando azioniste, il capitale occorrente per l’acquisto del terreno e delle scorte necessarie è assicurato. Afferrato il concetto, i dettagli vengono dopo.

I risultati che si otterrebbero sarebbero immensi: proprietà collettiva, e assicurato al lavoratore il prodotto del suo lavoro. Non più emigrazione, e se non tolta la miseria, certamente diminuita, e aumentata la produzione nazionale.

Lasciamo all’amico e compagno Rossi, che ha mente e cuore, lo sviluppo di questo progetto rozzamente annunciato, e noi lo seguiremo con tutte le nostre forze.

Concludiamo che l’associazione è potenza, e coll’associazione diventeremo forti e liberi, e sarà migliorata la nostra condizione economica.

Francesco Siliprandi

La Favilla, a. XX n. 2, Mantova 4 gennaio 1885

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI

Adunanza del 18 gennaio - Verbale

La seduta è aperta alle ore 11 antimeridiane e sono presenti 102 rappresentanti delle società confederate.

Presiede la seduta il consigliere federale, il capitano Siliprandi Francesco.

Il presidente apre la seduta con queste parole:

L’umanità sofferente, l’immensa schiera degli oppressi, le vittime tutte dell’ingiustizia sociale salutano in voi i precursori della redenzione della classe lavoratrice, i vindici del diritto umano. Il commovente spettacolo della miseria, lo straziante grido di dolore che si ripercuote su tutta la terra, dalle città ai campi, ha fatto fremere i vostri cuori, ha risvegliato la vostra mente, e fidenti della vostra missione vi siete intesi, uniti e concordi avete intrapreso la grand’opera redentrice. L’idea è la scintilla che scatta dal genio, l’azione si compie dal popolo.

L’emancipazione degli operai deve essere l’opera degli stessi operai.

Il nostro Statuto è inspirato in quei principii che ho esposto. Egli tende a conquistare la completa emancipazione del lavoratore, ed affrancarlo dal capitale sfruttatore del lavoro, e ammette che il salario, ovvero la ricompensa naturale del lavoro, deve essere eguale al prodotto. Ma considerando che le riforme economiche non procedono a salti, ma gradatamente, ha limitato il salario al necessario della vita materiale ed intellettuale.

Non ha stabilito tariffe assolute, ma relative e variabili secondo la qualità del lavoro, della località e delle circostanze.

La forma dell’associazione è federale antiautoritaria. Ogni società è autonoma, ha un’amministrazione, e le quote mensili versate dai soci, sono custodite dalla propria amministrazione; ha un regolamento interno speciale, il tutto in armonia allo statuto generale. La federazione ha per motto tutti per uno, uno per tutti, e presenta tutti i vantaggi della libertà individuale e collettiva, e dell’unità senza l’accentramento e l’autoritarismo organamente assorbente, e asfissiante, e tendente all’assolutismo.

Ora venendo ad un altro ordine di cose, dirò, la lotta che oggi noi sosteniamo, è la lotta dell’esistenza contrastata dal proprietario del capitale; lotta tra la borghesia e il proletario; ed in termini più chiari la lotta del lavoro contro il capitalista sfruttatore del lavoro.

Le battaglie che abbiamo sostenuto per acquistare l’indipendenza e la libertà, furono iniziate dalla borghesia e combattute dalla classe lavoratrice che fu l’istrumento e la vittima; alla borghesia fruttò ricchezze e privilegi, alla classe lavoratrice miseria crescente.

La lotta presente è, come ho detto, la lotta del lavoro contro il capitale sfruttatore, e deve essere iniziata dalla classe lavoratrice, e compiuta per opera di se stessa e per se stessa.

La diminuzione delle ore di lavoro e l’aumento di salario non è che una rivendicazione economica immediata, le prime avvisaglie della gran lotta tra il capitale e il lavoro, i precursori della grande questione sociale, è in una parola, una concessione momentanea che il lavoro fa al capitale.

Questi sintomi precursori della gran lotta nel campo economico, si manifestano non solo nei lavoratori dei campi, ma in quelli delle officine, nella piccola borghesia industriale e agricola. In Lombardia e in Piemonte ferve l’agitazione dei conduttori dei fondi, e in una adunanza tenutasi giorni orsono a Pavia, fu proposto di associare anche i contadini. Alcuni dei convenuti s’opposero, volendo far credere che l’associare il contadino, apata (sic) nella sua grande miseria, e per sventura ignorante, fosse atto pericoloso all’agitazione agricola. Altri sorsero a difesa dei contadini rivendicando il loro diritto di sedere al banchetto sociale; escludendoli dall’associazione, si correrebbe il pericolo, disse l’oratore, di vederli associati senza noi e contro noi. Prevalse la proposta di associare anche i contadini all’associazione italiana fra i conduttori dei fondi, e fu votata a gran maggioranza.

Quantunque i fittabili abbiano messo la questione dei contadini in seconda linea, hanno però dovuto riconoscere che essa esiste e che non bisogna trascurarla. Hanno scossa quell’inerzia, sono sortiti da quell’isolamento che li tenevano dimenticati e trascurati. Ma la loro associazione è limitata nel concetto, è umile e supplichevole nella forma, essa non abbraccia l’idea complessiva di rivendicazione del diritto umano, non è umanitaria.

La nostra associazione spazia in un orizzonte più vasto, mira ad emancipare gradatamente la classe lavoratrice dalla schiavitù del capitale. E se noi staremo uniti, concordi, solidali, uno per tutti, tutti per uno, proveremo ancora una volta, e in modo il più luminoso che la plebe redime e non delinque, che le ricchezze prodotte dal lavoro andranno a vantaggio di tutti, e sarà abolita per sempre la miseria.

Il discorso del presidente capitano Siliprandi è accolto con ripetuti applausi, e di evviva l’associazione dei lavoratori.

Ordine del giorno:

Prima parte. – Quali provvedimenti si devono prendere di fronte al contegno ostile dei conduttori dei fondi?

Dopo un’assennata e tranquilla discussione, l’assemblea votò ad unanimità la resistenza legale.

Seconda parte. – Assimilazione dei salari e loro divisione in ore di lavoro.

La discussione fu alquanto tempestosa, e dopo diverse proposte fu deliberato ad unanimità che:

La mercede giornaliera per i lavori campestri resta stabilita nel modo seguente: Da novembre a tutto aprile a cent. 25 per ogni ora di lavoro, da maggio a ottobre cent. 33 per ogni ora di lavoro.

Per i lavori pubblici, arginature, strade ecc. per ogni ora cent. 40.

Lavori nelle risaie, cioè vangare, scavare fossi, e qualunque lavoro in forza del quale il lavoratore deve lavorare nell’acqua centesimi 35 per ogni ora di lavoro.

Per lo scavo e crivellatura della ghiaia e sabbia, cent. 35 ogni ora di lavoro.

La Favilla, a. XX n. 8, Mantova 25 gennaio 1885

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI

(Seguito del resoconto della prima Assemblea dei rappresentanti della Associazione dei Lavoratori italiani).

Per i lavoratori obbligati e salariati, si stabilirono le seguenti condizioni:

Il salario annuo venne stabilito promiscuo, cioè parte in generi in natura e parte in denaro.

Salario in denaro L. 120; formentone quintali 10 - dieci; frumento quintali 5 - cinque; ettolitri di vino di buona qualità 5 - cinque; e altrettanti di mezzo vino.

Casa e legna necessaria alla famiglia.

In caso di malattia del salariato, il padrone sarà tenuto a corrispondere il salario per intero se la malattia dura quindici giorni; caso che durasse oltre i quindici giorni, il salariato sarà tenuto a mettere un sostituto a proprie spese.

Contratto per formentone alla zappa.

L’assemblea considerando che i contratti di questo genere variano a seconda della fertilità del terreno, non ha creduto di stabilire condizioni assolute, ma bensì relative ed in generale adottò che, il massimo non deve superare il sette, cioè sei parti al padrone ed una al lavoratore, e può scendere fino al tre, con patto però che il padrone dia il frumento da mietere e battere alle condizioni da convenirsi, avuto riguardo come si è detto alla fertilità del terreno. Fu poi deliberato ed in modo assoluto di non prendere formento alla zappa quante volte il proprietario si rifiutasse di concedere la mietitura e battitura del frumento.

Riguardo ai garzoni (famei) furono stabilite le seguenti condizioni: Oltre le cibarie percepiranno, da 12 a 14 anni L. 90 alle 100; da 15 a 16 anni L. 100 alle 125; da 17 a 18 anni L. 150 a 175; da 19 a 20 anni L. 200 a L. 250.

L’assemblea volendo che le votate deliberazioni siano a cognizione di tutti, incaricò il Consiglio direttivo di far stampare e pubblicare un bollettino dettagliato delle determinazioni e tariffe deliberate e votate dai rappresentanti delle società confederate.

Per ultimo deliberò che l’associazione abbia la propria bandiera a tre colori e uniforme per tutte le Società, senza stemmi che ricordano il medio evo, e senza gingilli e indorature e colla seguente iscrizione: da un lato Associazione dei lavoratori italiani, dall’altra lato Società di... (segue il nome del paese); ed incaricò il Consiglio, direttivo di provvederne una per ciascuna società.

L’assemblea nello intendimento di abolire ogni privilegio, deliberò di non ammettere, per qualsiasi titolo, soci onorari.

La seduta fu levata alle ore 4 pomeridiane al grido di Evviva l’Associazione dei lavoratori italiani.

Ordine perfetto.

Il Consiglio Federale Direttivo.

L’Assemblea venne tenuta a Spineta, piccolo paese nelle vicinanze di Gazzuolo. Il villaggio di Spineta venne in quel giorno onorato della presenza di 15 carabinieri con relativo luogotenente, da delegati e questurini, contenti e felici della scampagnata che le paurose autorità avevano loro procurata.

Le diverse associazioni formanti la confederazione dei lavoratori italiani, hanno depositato nelle Casse Postali dei singoli paesi le quote già versate dai soci e così faranno per tutte le altre che a norma dello statuto verranno in seguito pagate dai soci stessi.

La Favilla, a. XX n. 9, Mantova 29 gennaio 1885

L’ASSOCIAZIONE DEI CONDUTTORI DI FONDI

Circola nelle campagne il programma dell’Associazione fra i conduttori dei fondi per raccogliere le firme di adesione, onde costituire una vasta, come dice il programma, e potente associazione per fronteggiare i pericoli che li sovrastano.

Quale sia l’intento della progettata associazione è manifesto, è quello di ottenere dal governo disgravi d’imposta e aumentare le rendite, eccitare il governo a reprimere colle manette l’agitazione dei contadini sovvertiti, così dice il programma, dalle arti dei sobillatori.

In un numero precedente abbiamo dimostrato che il programma è un miscuglio di verità, di menzogne e di calunnie, e non vogliamo ripetere quanto abbiamo detto, solamente domandiamo: per migliorare le condizioni agricole e le materiali e morali dei contadini bastano un alleggerimento dell’imposta fondiaria, la soppressione dei tre decimi di guerra, lo sgravio della ricchezza mobile pei fittaiuoli? Noi non siamo di questo parere, e francamente diciamo che occorrono ben altre riforme economiche, e per non dirle tutte in un fiato, ne enumeriamo alcune, come avviamento ad altre di maggiore importanza.

E sono: creare un governo economico e diminuire le spese improduttive fino all’ultimo grado.

Aumentare all’infinito la produzione a mezzo del lavoro.

Aprire mezzi di comunicazione più che si può in modo che nessun prodotto resti invenduto o non cambiato, e quindi libero lo scambio e per mercato tutto il mondo; libertà in tutto e per tutto.

Dare al credito una base tanto larga che possa soddisfare ai bisogni di tutti.

Diminuire le imposte dirette ed indirette ed abolire quelle che gravitano sugli oggetti di prima necessità.

Istituire l’imposta progressiva sulla rendita e sugli oggetti di lusso. Ridurre al 3 per cento l’interesse sul debito pubblico. Promuovere infine tutte quelle riforme economiche praticamente attuabili, e specialmente quelle che possono migliorare le condizioni agricole ed industriali.

Avete voi signori dell’associazione, o l’avranno i vostri deputati, il coraggio di volere queste riforme? Avete voi il coraggio di ribellarvi, e dire al governo, caso che, e non v’ha dubbio, si rifiutasse: ebbene noi non pagheremo più imposte, fino a quando non avremo ottenuto le chieste riforme? Giammai!

L’intento della vostra associazione è quello di diminuire l’imposta fondiaria per aumentare le entrate dei vostri fondi; di abolire l’imposta della ricchezza mobile ai fittaiuoli, per aumentare gli affitti; di abolire il libero scambio per rincarire i grani; di reprimere colle manette e colla prigione per imporre silenzio alla fame.

Contadini e fittaiuoli, state in guardia contro questi fabbricatori e riformatori di insidie.

Francesco Siliprandi.

La Favilla, a. XX n. 15, Mantova 19 febbraio 1885

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI CONTADINI
ITALIANI - Teorie economiche borghesi

Secondo le teorie economiche borghesi il capitale si forma quando non si spenda tutto il prodotto del lavoro, e se ne metta in riserva una parte; in altri termini, il capitale si forma col risparmio, e non vi può essere capitale che non sia lavoro accumulato. In un numero precedente abbiamo detto che il capitale non si forma col risparmio del proprio lavoro, ma bensì col risparmio del lavoro altrui, e che si chiama sfruttamento e rapina.

Gli economisti borghesi vorrebbero dare ad intendere alle masse che il capitale è un martire, che le ricchezze non sono che la ricompensa legittima delle privazioni che s’impongono ai ricchi, e questo nuovo agente delle ricchezze lo chiamano il salario delle privazioni. La teoria del salario delle privazioni è la teoria della menzogna e del delitto. L’interesse del capitale, dicono gli ipocriti, non è più meno che il salario delle privazioni, chiunque accumula ricchezze s’impone delle privazioni; egli non consuma tutta la rendita del suo capitale, s’impone delle privazioni, e questa penitenza quaresimale la chiamano, come abbiamo detto, il salario delle privazioni. Da questa teoria ne emerge che tutti i milionari sono tante vittime delle privazioni che essi si sono imposti, e colle quali accumularono dei milioni. Un ricco ha cento mila lire di rendita, e non ne consuma che dieci, le altre novanta che mette nello scrigno, non è che una ricompensa legittima delle sue privazioni. Dall’altra parte un lavoratore che non ha di salario che una lira al giorno, che non basta a sfamarsi, non potendo imporsi maggiori privazioni, è un essere spregevole. Gli ipocriti hanno l’impudenza di gettare in faccia alle masse che soffrono la fame questa derisione, questo sarcasmo.

I ricchi che accumulano milioni colla rapina del prodotto del lavoro altrui, sono martiri delle loro privazioni; e i lavoratori, che sono le vittime dei ricchi, che rapiscono il prodotto del loro lavoro, non potendo fare risparmi sul loro salario, perchè non sufficiente a sfamarsi, sono imprevidenti, dissoluti, lazzaroni, malfattori e sta bene l’ammonizione e la galera.

Queste teorie insegnate nelle scuole e diffuse per la stampa, non costituiscono un sistema di abbrutimento delle masse, un sistema di ipocrisie che dovrebbe essere punito come un assassinio?

Francesco Siliprandi

La Favilla, a. XX n. 20, Mantova 8 marzo 1885

IL PROCESSO DEI CONTADINI MANTOVANI E IL VERDETTO DI VENEZIA

Il popolo veneziano ha fatto giustizia.

L’inquisizione italiana e la satrapia borghese dopo di aver ordito un mostruoso processo, lo rinviarono dall’Assise di Mantova a quella di Venezia, nel proposito, secondo loro, di sacrificare le vittime; ma il popolo veneto, al quale scorre ancora nelle vene sangue repubblicano, smascherò la calunnia, demolì il processo, lo scellerato processo e sventò la congiura ufficiale.

Le cospirazioni sono atti magnanimi ed eroici quando tendono a spegnere il tiranno e la tirannide. Sono assassinii quando tendono a spegnere la libertà ed innalzare il tiranno. Sono poi assassinii scelleratissimi quando il potere insidia la vita, gli averi e l’onore dei cittadini.

Dagli atti del processo, la Nazione e il mondo civile giudicheranno se furono i contadini che attentarono e cospirarono contro la sicurezza dello Stato, ovvero se furono i ricchi e l’inquisizione italiana, che attentarono e cospirarono contro la vita e l’onore di onesti cittadini.

Un simile processo non trova riscontro nella storia. L’inquisizione papale torturava e bruciava gli accusati di eresia. L’Austria impiccava e impicca i colpevoli di alto tradimento ma rispettavano l’onore del cittadino e non scesero mai alle iniquità dell’inquisizione italiana.

L’atto di accusa è un cumulo di menzogne e di calunnie, è un libello infame e feroce. Si vuole far credere che la miseria non esiste; che la pellagra è scomparsa; che i contadini sono contenti, felici e tranquilli; che i ricchi sono umani e generosi; che le Società dei contadini erano aggregazioni di malfattori, e non avevano altro scopo che il saccheggio, le devastazioni, i massacri e la guerra civile.

Gli inquisitori usarono tutte le arti infernali per carpire agli accusatori una confessione o un’accusa, e alle risposte negative e coscienziose, si passava dalle blandizie alle minacce, e guai a quei miseri se il feroce inquisitore avesse avuto al suo comando sgherri, corda e cavalletto.

Il processo contro i contadini fu un tentato assassinio di alcuni ricchi contro i poveri lavoratori dei campi, dell’ozio contro il lavoro, delle dissolutezze e della crapula contro la miseria e la fame; di un governo scellerato ipocrita e feroce contro la libertà della Nazione.

Contadini compagni, l’infame congiura contro di noi fu sventata; siamo tutti concordi, uniti e solidali e la nostra redenzione è assicurata e vicina.

La Favilla, a. XXI n. 27, Mantova 1 aprile 1886.

DUECENTOTRENTA TESTI D’ACCUSA E
DUEMILA DOCUMENTI

Fu una comparsa teatrale col proposito di impressionare i giurati e il pubblico assistente al dibattimento e si risolse in una ridicola farsa. Oltre a cento e cinquanta testi erano stati carcerati nei giorni del terrore accusati di attentato alla sicurezza interna dello Stato, questi furono tutti favorevoli agli accusati; altri furono neutri, pochissimi gli accusatori. Di costoro i più arrabbiati furono alcuni mardochei, pagati per mentire ed i signori conte D’Arco, Silvio Arrivabene, Fochessati Francesco, Chizzolini Marcello, Azzini sindaco di Acquanegra, Cessi sindaco di Commessaggio e qualche altro.

Dei mardochei, uno dei più feroci fu il consigliere delegato Camera, che ha fatto la più infelice, ridicola e grottesca delle figure.

Leggeva sopra una cartolina, che procurava di tenere nascosta in un giornale, la lezione da recitare, cioè la consegna, declamando enormi scempiaggini, e gesticolando come un clown.

Il regio commissario di Viadana fu smentito e svergognato dalla difesa e dagli stessi testi d’accusa. Il vice ispettore di polizia di Marcaria, nel secondo interrogatorio sconfessò quanto aveva deposto a carico del Siliprandi, dichiarando che le informazioni assunte erano mendaci; confermando in tal modo quanto aveva detto l’imputato Siliprandi e cioè che quelle informazioni le aveva raccolte dal fango e da luride spie; e dichiarò che il Siliprandi è un fior di galantuomo e meritamente stimato da tutti.

Dalle deposizioni di molti testi di accusa risultò, che i verbali degli interrogatori subiti da alcuni pretori, ispettori di polizia, sindaci e inquisitori erano falsi e molto alterati.

Ne citiamo alcuni, omettendone molti altri per rispetto alla magistratura italiana. Nel calunnioso atto d’accusa sta scritto, che alcuni contadini avevano detto pubblicamente che volevano giuocare alle bocce colle teste dei signori. Interrogati i testi, dichiararono di non aver mai udito da alcuno simili atroci parole.

Il presidente e il pubblico ministero ammoniscono i testi di dire tutta la verità sotto pena di giuramento falso, e per richiamarli al dovere il presidente legge i verbali scritti dal pretore.

I testi ripetono la prima deposizione, cioè di non avere mai udito da alcuno quelle atroci parole, e smentiscono i verbali scritti dall’illustrissimo pretore. L’atto d’accusa dice che i testi Brunelli riferirono che il Siliprandi pretendeva il giuramento di fedeltà, di cieca ubbidienza, e di seguirlo ovunque ad ogni suo comando.

Brunelli nonostante le minacce del presidente e del pubblico ministero smentisce formalmente, non solo quanto asserisce l’atto d’accusa, ma ancora i verbali degli interrogatori subiti davanti all’assessore marchese Castiglioni Onorato e del vice ispettore di polizia, nei quali verbali quei pubblici funzionari avevano scritto falsamente quanto avevano deposto gli interrogati Brunelli.

E per finire diciamo che l’atto d’accusa complotato dagli inquisitori nel quale si asseriva che erano avvenuti incendi, devastazioni, minacce di morte e di guerra civile, fu smentito in tutte le sue parti non solamente da testi di fama intemerata, ma perfino dagli stessi accusatori agenti di polizia.

Riguardo poi ai due mila documenti raccolti in trentasette volumi scomparirono in modo ridicolo. Non se ne sono letti che un piccolissimo numero, ed erano giornali, lettere di contadini, minute di discorsi copiati da giornali, ed alcuni biglietti anonimi di provenienza sospetta.

In conclusione il processo ha rilevato una congiura dei ricchi contro i poveri, la miseria e la fame. Ha rilevato una ferocia ed una ignoranza nei giudici inquisitori senza esempio.

La Favilla, a. XXI n. 28, Mantova 4 aprile 1886

I GIORNI DEL TERRORE

(Dalla gabbia di ferro delle Assise di Venezia)

Sorgeva in cielo un astro di speranza redentrice degli schiavi della gleba, e la sacra famiglia dei lavoratori dei campi salutava esultante l’astro redentore, e credeva che la miseria, la fame e la pellagra fossero spente per sempre.

All’apparire dell’astro divino, la satrapia borghese, livida, furente squassò le chiome, le serpi sibilarono, e demoni in forma umana urlarono: alla galera, alla galera i malfattori.

Si sguinzagliarono i mastini della polizia e percorsero ogni strada, invasero ogni paese, ogni villaggio, ogni cascina, ogni abituro. Si sorvegliava giorno e notte ogni persona sospetta di favorire la rivendicazione del diritto umano nella persona del contadino. Frattanto la satrapia borghese, gli agenti di polizia e gli inquisitori, complottarono l’infernale congiura, e per mascherare l’opera scellerata sparsero voci d’incendi, di devastazioni, di massacri, di guerra civile.

Bisognava agire, e il governo rilasciò ai suoi sgherri mandati di cattura in bianco e in meno di due giorni si arrestarono alla rinfusa oltre 200 e 50 persone, e 200 famiglie furono gettate nel dolore, nella disperazione e nella miseria.

Non bastava. Furono compilate liste di sospetto e di proscrizione e fu ordinato ai pretori di infliggere l’ammonizione; ad altri venne tolta la licenza dell’esercizio, e così furono tratte intere famiglie nella miseria, mentre vivevano del frutto della propria industria e del proprio lavoro. Le crudeltà neroniane dello sgherro Giacosa regio commissario di Viadana, hanno destato nel pubblico tale indignazione che proruppe in un urlo d’orrore. Tanta fu l’insana ferocia degli sgherri di un governo, che Gladstone direbbe la negazione di Dio, da arrivare sino a proibire ai sindaci la distribuzione delle offerte fatte dal popolo alle famiglie dei carcerati e vi furono sindaci vigliacchi che prostituiti si sottomisero.

La campagna era in istato d’assedio. Si moltiplicarono spie, gendarmi e mardochei, e molti paesi furono occupati militarmente dalle soldatesche. Sotto la pressione della forza e delle arti poliziesche, agenti di polizia, sindaci o facenti funzione, come il mardocheo Castiglioni Onorato a Marcaria, indussero i contadini a consegnare i loro libretti, o statuti della Società, agli agenti di polizia; il qual fatto a buon diritto si poterebbe qualificare una truffa ufficiale. In una parola, le leggi marziali radetzkiane erano meno feroci degli arbitrii polizieschi del governo depretino. L’Austria colpiva l’individuo e assassinava la famiglia; e questo secondo assassinio, se non supera, uguaglia l’inquisizione papale, la quale bruciava vivo l’imputato e confiscava i beni agli eredi. E gli sgherri ebbero la sfacciataggine di dire in pubblico dibattimento che dopo gli arresti, ritornò l’ordine.

Vigliacchi! Voi volete arrestare il fulmine? Volete spegnere il vulcano? Voi... vili insetti!

La Favilla, a. XXI n. 28, Mantova 8 aprile 1886

RIVELAZIONI PROCESSUALI

(Dalla gabbia di ferro delle Assise di Venezia)

Il processo dei ricchi contro i poveri ha denudato verità sanguinose, una tirannide medioevale e perfidie senza nome.

Ha messo al nudo le miserie della sventurata Italia, cantata dai poeti il giardino del mondo, oggi ridotta dalla satrapia borghese che la dissangua, e da un governo tirannicamente gesuita, spogliatore e codardamente feroce, alla più misera condizione. L’Italia è ridotta pressochè alle condizioni dell’infelice Irlanda sfruttata e immiserita dall’inumana avarizia dei lords. I contadini irlandesi si alimentano di patate immature e fracide, i contadini italiani di un tubero selvatico che si assomiglia alla patata, volgarmente detto trogna, che gli animali suini rifiutano come cibo.

Nello svolgersi del dibattimento, un teste d’accusa presentò al presidente ed ai giurati una di queste trogne unitamente ad un rapporto medico, nel quale dichiarasi che i contadini che si cibano di trogne sono colpiti di anemia e di pellagra le cui conseguenze sono una vita agonizzante e morte prematura.

Da altri medici fu provato che la pellagra è proveniente dalla mancanza di nutrimento e pernicioso, da eccessivo lavoro e da abitazioni insalubri, e fecero un quadro lagrimevole delle sofferenze, dei patimenti e della miseria dei contadini.

Centinaia di testi dimostrarono, che il salario giornaliero dei contadini è insufficiente non solamente a procacciar loro il necessario alla vita, ma a cavare la fame; che manca il lavoro, che l’industria agricola è trascurata e con parole di fuoco stimmatizzarono i ricchi proprietari dichiarandoli avari, inumani ed ignoranti!

Altri testi dimostrarono che le miserie d’Italia hanno per causa generale il monopolio delle ricchezze, cioè il concentramento e lo sfruttamento di ogni produzione dell’industria nazionale nelle mani di avidi speculatori. In altri termini del capitale coalizzato a danno della piccola industria e del lavoro e quindi diminuzione di prodotti, mancanza di lavoro, salario decrescente, e fame permanente.

Altri testi dimostrarono che il governo, creatura dei ricchi, con un sistema spogliatore di imposte, di angherie e di rapine fiscali a danno dei piccoli industriali e dei lavoratori, e di privilegio e di protezione ai ricchi, ai suoi complici servitori e pretoriani, concorre a consolidare il sistema dell’impoverimento della nazione.

In fine il processo dei contadini mantovani ha rivelato al mondo civile le barbarie medioevali di un governo negazione della civiltà e del progresso; ha rilevato la ferocia d’una polizia barbara, gesuita che non ha esempio; ha rivelato una ferocia ed una ignoranza nella magistratura inquirente da disgradare la musulmana e quelle d’altre barbare nazioni.

Ha rivelato a tutto il mondo che in Italia vi ha un governo putrefatto, che vive e si muove pel movimento che gli imprimono i vermi che lo divorano e che lo faranno verme.

La Favilla, a. XXI n. 29, Mantova 11 aprile 1886

LETTERA APERTA ALLA SOCIETÀ DI M. S. TRA I CONTADINI DELLA CITTÀ DI MANTOVA

Compagni!

Abbiamo letto il vostro Statuto, ed abbiamo subito giudicato che fu inspirato dai vostri padroni. Permetteteci due parole in proposito.

Il programma è un equivoco, anzi un inganno. Lo stato d’inferiorità, dice il programma, in cui si trova il contadino, non può terminare senza una cordiale trasformazione delle condizioni economiche del medesimo. E sta bene. Ma per ottenere questa trasformazione, continua il programma, è necessario che sia equamente regolato il rapporto fra il capitale e il lavoro. Quali, domandiamo noi, devono essere i rapporti equi fra il capitale e il lavoro? Il programma non lo dice, e qui sta il nodo della questione, e l’autore del programma si guardò bene dal dirlo.

Per ultimo dice: Scopo della Società è di ottenere il miglioramento morale e materiale della propria classe e l’emancipazione del lavoro. Quale contraddizione in queste poche parole!

Miglioramento della propria classe; quindi divisione della società umana in classi: cioè ricchi e poveri, lavoratori e oziosi, produttivi e improduttivi. Emancipazione del lavoro; e cioè, nientemeno, che il lavoro e il capitale nelle stesse mani.

Se il lavoro deve essere emancipato, non deve essere subordinato al capitale, e se è subordinato è schiavo. Il lavoro è il fattore, il padre del capitale e conseguentemente il capitale deve essere subordinato al lavoro. Presentemente il capitale è il tiranno del lavoro; in conseguenza di che, la divisione in classi, cioè ricchi e poveri, lavoratori e oziosi, è una contraddizione rispetto all’emancipazione del lavoro. Ma sono parole gettate per stordire ed ingannare la buona fede del contadino.

Andiamo agli articoli. Il primo articolo, lettera a, dice: di attenersi al partito dei lavoratori senza ingerirsi di politica. In buon italiano vuol dire: non essere cittadini, ma null’altro che bestie da lavoro.

Articolo secondo: Possono far parte di questa società tutti i contadini di qualunque età, all’assoluta dipendenza dei padroni; cioè gli schiavi del padrone. E il salario? Di questo non si parla. Diamine, il salario non c’entra; sta nel diritto del padrone lo stabilirlo e regolarlo a suo capriccio e a seconda della forza dell’uomo-bestia. Il miglioramento morale e materiale del contadino lo si può ottenere, secondo l’intendimento dell’autore dello Statuto, anche col lavorare molto e mangiar poco. Quale provvidenza!

Il proprietario, e lo dovete sapere, cari compagni, non ha altro di mira che di ricavare dalle sue terre la maggior rendita possibile colla minor spesa possibile. La rendita è il suo obbiettivo, e per farla aumentare approfitta di tutte le circostanze a lui favorevoli, fra le quali le principali sono la concorrenza dei lavoratori, la miseria e la fame.

Compagni!

Svegliatevi, gettate sul fuoco quello Statuto ingannatore: alzate fieri il capo; e dite ai vostri padroni: è tempo di finirla; noi non c’inginocchiamo più davanti a voi colla corda al collo; vogliamo vivere lavorando, ma vogliamo vivere da uomini civili, e non da schiavi e da bestie.

La Favilla, a. XXI n. 31, Mantova 18 aprile 1886

APPELLO AI LAVORATORI

Compagni,

noi abbiamo vinto una grande battaglia, ma se ci addormentiamo sui nostri allori, il nemico torna ad assalirci, e noi saremo obbligati a retrocedere. Una ritirata ci farebbe perdere il frutto della prima vittoria, e si correrebbe pericolo di una disfatta! Guai ai vinti!

Avanti dunque o compagni, avanti. Alcuni di noi si sono intimoriti per le minacce loro fatte dalla sbirraglia, ma sono da perdonarsi perchè non abituati alla lotta aperta contro i tiranni, e non si lascierebbero intimidire se considerassero la nullità di costoro e la nostra potenza morale e materiale. Non considerano che il processo contro i contadini, o per meglio dire, il tentato assassinio dei ricchi contro i poveri, ha provato che le così dette autorità quanto sono feroci ed importanti, altrettanto sono asinamente ignoranti; ha provato che la questura è una baldracca, e la magistratura quando si lascia influenzare dal potere politico, riesce asinamente feroce e tale si dimostrò istruendo il mostruoso processo di Venezia che altro non fu che un ammasso di calunnie e di falsità.

Su via dunque, non temete, non vi facciano ribrezzo le manette del carabiniere; sono monili che adornano e onorano i galantuomini, e disonorano i nostri nemici. Su via dunque e con maggior forza all’opera se vogliamo riconquistare i nostri diritti, e compiere la nostra redenzione.

Compagni! Oggi si presenta a noi un’occasione favorevole per assalire vantaggiosamente i nostri nemici, e sbaragliarli completamente sul terreno delle leggi, vogliamo dire le elezioni generali dei rappresentanti del Popolo alla camera legislativa.

Per il passato coloro che hanno fatte le leggi furono i ricchi, i quali avendo interessi opposti a quelli dei poveri, fecero in modo che tutte le leggi fossero in loro favore e a nostro danno.

Oggi si presenta l’occasione di rivendicare col voto i nostri diritti, e siccome noi poveri siamo in maggioranza, non resta altro che presentarci e la vittoria è nostra. All’urna dunque o compagni, all’urna.

Resta la scelta, e questa è facile quante volte teniamo conto di coloro che furono e sono nostri amici, e di coloro che furono e sono nostri nemici o gente sospetta o ignota.

Non basta, ancora, bisogna guardarsi dalle insidie dagli inganni dai lupi coperti colla pelle dell’agnello, dai ciarlatani in genere, e costoro sono facili a conoscersi, hanno se ben li guardate una marca sulla fronte di traditori. I nostri nemici useranno mille arti per ingannarci e carpirci un voto; si metteranno in vista con giornali improvvisati, con manifesti, con circolari, con lodi esagerate o false dei loro candidati, e sapranno sorprendere la nostra buona fede, come a quest’ora hanno fatto ingannando alcuni dei migliori nostri compagni; per difendersi dai nemici aperti e da falsi amici, fa bisogno di stare uniti e concordi. E per intendersi meglio occorre che ogni Società si costituisca un Comitato elettorale a sensi del nostro statuto, e scelti i nostri candidati formare una lista unica.

Operai tutti delle officine e dei campi uniamoci. La zappa, l’aratro, il martello, la sega; tutta la sacra famiglia dei lavoratori e dei diseredati si unisca, formi un solo corpo, e sventeremo gli inganni e le insidie dei nemici e dei falsi amici. Marciamo uniti e concordi e la vittoria sarà nostra e compiuta la nostra redenzione.

La Favilla, a. XXI n. 36, Mantova 6 maggio 1886

DOVE ANDIAMO?

Se ci facciamo a considerare l’enormità della situazione presente guardando il passato, si presenta sotto tale aspetto da disperare, inorriditi e spaventati, dell’avvenire.

La repressione cresce, irrompe e guasta come la fiumana che allaga i campi.

Dopo il processo di Venezia, il quale ha provato luminosamente che gli arresti di 200, le ammonizioni, le persecuzioni d’ogni sorta, e l’imputazione di attentato alla sicurezza interna dello Stato non era che un attentato da parte del governo contro il diritto di associazione, e una cospirazione dei ricchi contro i poveri, si riteneva che la reazione, avvertita che non si può oltre procedere, rispettasse quella poca libertà acquistata con tanto sacrificio e tanto sangue.

Nulla di tutto ciò!

Gli arresti di Milano e il decreto di scioglimento dell’associazione del Partito operaio, dei Figli del Lavoro e di Resistenza, e delle associazioni affigliate coll’imputazione di associazione di malfattori all’oggetto di distruggere la forma di governo esistente, di eccitare i regnicoli ad armarsi contro i poteri dello stato, e suscitare la guerra civile, la devastazione, la strage, il saccheggio ecc., ha provato che la reazione cieca, implacabile e feroce, marcia verso un dispotismo brutale, all’inquisizione medioevale, alla distruzione d’ogni progresso civile.

Le condizioni dei contadini sono orribilmente peggiorate. I proprietari imbaldanziti dall’appiglio reazionario e brutale del governo, riunitisi in lega, hanno ribassati i salari, e la miseria si allarga orribilmente.

Dove andiamo? Ditelo voi dottrinari, ditelo voi evoluzionisti del progresso lento e graduale.

L’evoluzione per raggiungere il perfezionamento umano, abbandonata alle proprie forze non basta, il più piccolo ostacolo l’arresta e retrocede; per progredire occorre che essa sia spinta da forze umane, e queste forze non si sviluppano che colla rivoluzione.

Nel medio evo il popolo italiano sorse a libertà con governo repubblicano, domò i feudatari dell’impero e progredì a forza di rivoluzioni, infiacchitosi ritornò schiavo.

La rivoluzione dell’89 liberò la Francia e l’Europa dalla schiavitù feudale, sostò, retrocesse, ma bentosto la rivoluzione riprese la sua marcia e la civiltà progredì. L’Italia quel poco che ha fatto fu per opera della rivoluzione, e se avesse seguito le omeopatiche teorie degli evoluzionisti avrebbe ancora i croati e i Borboni. Presentemente regnano le manette, l’inquisizione, le rapine fiscali, e la miseria, e se il popolo italiano si lascierà cullare e addormentarsi alle melliflue teorie evoluzioniste, perpetuerà la sua schiavitù e la sua miseria.

Ogni rivoluzione è un progresso.

La Favilla, a. XXI n. 3, Mantova 1 luglio 1886

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI LAVORATORI ITALIANI

Pubblichiamo gli articoli principali dello Statuto dell’Associazione generale dei lavoratori italiani, riservandoci di dare alcuni schiarimenti nel numero seguente, e li raccomandiamo a tutti gli operai di qualunque arte e mestiere.

Patto Sociale

Considerando:

Che per migliorare la condizione dei lavoratori, conquistare la loro emancipazione morale e materiale ed impedire lo sfruttamento del lavoro da parte del proprietario del capitale e degli appaltatori, è necessario l’associazione e la solidarietà tra tutti i lavoratori senza distinzione alcuna di arti e mestieri;

Che la vita è sacra, ed è un dovere di ogni individuo l’affermare i diritti di uomo e di cittadino;

Che il salario ovvero la ricompensa naturale del lavoro deve essere eguale al prodotto o quanto meno tale da corrispondere al necessario della vita materiale ed intellettuale; e quindi il correspettivo di lire due per ogni giornata di lavoro nella stagione invernale e di tre nell’estiva almeno, fatta eccezione della qualità del lavoro, della località e delle circostanze:

Per queste considerazioni ed a questo fine è costituita l’associazione generale dei lavoratori la quale ha per scopo il mutuo soccorso, la resistenza contro il monopolio e la prepotenza del capitalista e degli appaltatori, la solidarietà e la fratellanza, e vennero adottati i seguenti patti:

1 Il nome di questa associazione è Associazione generale dei lavoratori italiani, ed ha per motto progresso, solidarietà, giustizia.

2 Sono soci tutti i lavoratori di qualunque arte o mestiere che hanno fatto adesione, e che la faranno, di uniformarsi ad ogni parte del patto convenzionale.

3 I soci pagheranno una quota mensile di Cent. 40 nelle mani dell’esattore delegato.

4 Le entrate della società verranno erogate, in parte per le spese ordinarie e straordinarie d’amministrazione ed in soccorso ai soci in un estremo bisogno di malattia; il rimanente resterà nella cassa sociale a disposizione del consiglio d’amministrazione per quei casi eventuali pei quali si richiedesse un sussidio assoluto ai soci senza lavoro.

Seguono altri articoli d’ordine amministrativo.

Patto federale

La Società accetta e fa adesione ai seguenti patti federali.

Tutte le società sono unite da un fraterno vincolo di aiuto e di solidarietà conservando ciascuna la propria autonomia sulla base dei loro particolari statuti e regolamenti.

È istituito un consiglio direttivo federale regionale (o provinciale) il quale stabilirà le relazioni colle diverse società, in modo che esse siano costantemente al corrente del movimento sociale.

I membri del Consiglio direttivo federale regionale o provinciale sono eletti dai delegati della regione federale riuniti in assemblea a maggioranza di voti.

Il Consiglio direttivo convoca in giorno e luogo determinati le adunanze generali dei delegati delle società per sottoporre e deliberare gli oggetti da trattarsi proposti dalle società o dal Consiglio stesso, comunica i fatti avvenuti, rende conto del suo operato, ed eseguisce le deliberazioni dell’assemblea. È incaricato di tenere la corrispondenza della statistica e della propaganda.

Ogni società avrà uno o più giornali che rappresentano i principii e gli interessi sociali. Il Consiglio direttivo pubblicherà sul giornale ufficiale dell’associazione generale La Favilla di Mantova tutto quanto potrà interessare l’associazione generale in modo che tutte le società siano costantemente al corrente del movimento sociale.

Ogni Società, qualunque sia il numero dei suoi membri, ha il diritto di mandare un suo delegato all’assemblea federale, due se la società si compone di 100 soci, tre se sono 200 e così in proporzione.

L’assemblea federale è presieduta da un membro del Consiglio direttivo, e delibera a maggioranza di voti.

Seguono altri articoli d’ordine generale.

La Favilla, a. XXI n. 9, Mantova 22 luglio 1886

ASSOCIAZIONE GENERALE DEI LAVORATORI ITALIANI

Si premette che l’associazione non si attende (sic) strettamente alla questione di principio, essa non si prefisse altro scopo che quello di indicare alcuni provvedimenti che possano migliorare la condizione degli operai in genere, e specialmente i lavoratori dei campi, dimenticati dalla Società, mentre dovrebbero attirare l’attenzione generale, tanto più che la quistione agraria è la parte più importante della questione sociale, relativamente alle attuali condizioni sociali, e di aprirsi la via per raggiungere progressivamente a realizzare quell’ideale supremo che è l’uguaglianza sociale.

L’associazione ha stabilito come principio che, il salario ovvero la ricompensa naturale del lavoro deve essere eguale al prodotto.

Questa formola corrisponde, in altri termini, al concetto di Mazzini, che il lavoratore per emanciparsi dal servaggio del salario, deve diventare produttore libero e padrone della totalità del valore di produzione; e cioè, i frutti del lavoro devono appartenere al lavoratore; e quindi l’unione del capitale e del lavoro, che è quanto a dire la proprietà collettiva del capitale.

E come avviamento a migliorare le condizioni dei lavoratori, l’associazione ha stabilito che il salario sia tale da soddisfare al necessario della vita materiale ed intellettuale; e stabilì un minimo di lire due per ogni giornata di lavoro della stagione invernale e di lire tre nell’estiva, fatta eccezione della qualità del lavoro, della località e delle circostanze.

Lo scopo transitorio che si prefisse l’associazione è il miglioramento morale e materiale della classe lavoratrice, e come mezzo il mutuo soccorso, e la resistenza contro il monopolio e la prepotenza degli intraprenditori e dei capitalisti, la solidarietà e la fratellanza.

Le casse di resistenza costituiscono la forza per sostenere il diritto di sciopero, effetto inevitabile dell’antagonismo tra il capitale e il lavoro, e mezzo legittimo d’azione per resistere alle esigenze usuraje e allo sfruttamento del lavoro da parte dei capitalisti, che speculano sulla miseria e sulla fame.

La forma dell’associazione è federale e antiautoritaria.

Ogni Società di lavoratori appartenente a un dato ramo d’industria è autonoma sulla base di particolari regolamenti d’amministrazione interna; e tutte le società appartenenti a una provincia o regione sono solidali e affratellate tra loro a mezzo di un patto federale, e dirette da un consiglio elettivo.

L’associazione considerando inoltre che la classe lavoratrice non potrà mai emanciparsi separando la questione sociale dalla politica, che perpetuerebbe la sua servitù, che la libertà è sacra quanto la vita, ha stabilito che in tempo delle elezioni politiche ed amministrative, ogni Società si costituisce in comitato elettorale e propone i proprii candidati.

Allo scopo poi di che ogni Società sia costantemente al corrente del movimento sociale, e di quanto può interessare l’associazione generale e le condizioni dei lavoratori in ogni ramo d’industria fu stabilito che la Favilla sia il giornale ufficiale dell’associazione e di propaganda democratica-socialista.

Non occorre ripetere che l’associazione è dovere e diritto d’ogni cittadino; che l’associazione è progresso, forza e potenza, che è sacra ed inviolabile; che ogni governo che attenti ad impedirla o restringerla è traditore e ribelle, e deve essere punito.

E noi facciamo voti che le associazioni represse dalla violenza, dalle arti poliziesche, e dalla perfidia del feudatario borghese, riprendano il loro corso, sorgano a novella vita.

La Favilla, a. XXI n. 10, Mantova 25 luglio 1886

L’EMIGRAZIONE DEI CONTADINI

L’uomo non è attaccato alla terra: è libero come l’aria. Ma un sentimento inspirato dalla natura e dalla civiltà lo affeziona alla terra che gli diede i natali, e che copre in fosse indistinte le ossa dei suoi avi: questa terra che oggi presenta l’Italia, terra decantata per il giardino del mondo, ove migliaia di famiglie di contadini abbandonano tutto, maledicendola, emigrando in terre lontane, in un mondo ignoto. «Sorgerai, mia Patria», esclamava con accento profetico Mazzini il padre della Patria, «grande nel mondo come il Sole delle tue Alpi, santa del tuo lungo martirio, bella del tuo passato e dell’infinito avvenire». E furono i figli della gleba che, festosi cantando fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta corsero sui campi a combattere contro lo straniero, e a versare il loro sangue per redimerla dalla schiavitù straniera e dal dispotismo interno: e sono i figli della gleba che, ubbidienti, vanno al macello nelle aride sabbie d’Africa; e sono i figli della gleba che lavorano e soffrono per mantenere i ricchi oziosi, e sono i ricchi che li affamano, e li torturano; è la miseria che li caccia oltre i mari in luoghi selvaggi.

Gli uomini del governo non se ne danno pensiero, e interrogati quali provvedimenti intendono d’applicare a riparare tanta sciagura alla Patria, rispondono che prenderanno delle misure di polizia contro i seduttori sensali di carne umana. Che si puniscano, magari colla galera codesti sensali di carne umana, sta bene; ma il rimedio non sta nelle leggi repressive; coi forni essicatoi si medica la gran piaga della pellagra, che tormenta le popolazioni agricole; bisogna bandire la miseria.

È grave il male che soffre al momento il proletario; ma il motivo che lo spinge a misure estreme è la tendenza alla continuazione di questo male, e che lo fa disperare di ottenere, se non il bene, un miglioramento. Un governo che marcia a ritroso, che tenta di ingannare i voti della Nazione, che disconosce i bisogni del progresso e delle idee, che ha la tendenza all’impoverimento delle masse e alla corruzione, non può cambiare direzione con un nuovo ordine economico, e per conseguenza i suoi provvedimenti non sono che un’amara ironia.

Che resta a fare a codesti affamati? Noi avremmo un consiglio da dare, ma visto che il Regio Procuratore aggrotta le ciglie e minaccia di mandarci col povero D’Atricolà, ove una giuria partigiana, ignorante, e feroce potrebbe ripetere la dose del carcere, ci asteniamo, sicuri, certi che ci hanno intesi, e non aspettiamo che l’ora dei Vespri.

La Nuova Favilla, a. III n. 33, Mantova 5-6 giugno 1887

LA FRATELLANZA

Parola mistica: Siamo tutti fratelli, figli di uno stesso Creatore, ma la società è divisa in due parti ben distinte: padroni e servi, sfruttatori e sfruttati, lavoratori e oziosi, ricchi e miserabili.

Ai primi il potere di tutto fare, e tutti i godimenti della vita; agli altri, lavoro incessante, bestiale, e tutti i patimenti della miseria.

Economicamente la classe capitalista assoggetta la classe del lavoro. Politicamente ha il potere di far leggi, di governare e comandare, usurpando la sovranità popolare. Moralmente mantiene l’ignoranza, e coll’ignoranza la schiavitù materiale ed intellettuale.

Che amabile fratellanza!

Fosse almeno concesso agli oppressi di aprirsi una via onde migliorare le loro misere condizioni. Oibò! Al più piccolo ed innocuo tentativo per cambiare in meglio la loro sorte, son dichiarati ribelli, e son pronti i gendarmi ad ammanettarli e i giudici a condannarli alla galera. La resistenza al male è ribellione; i mezzi per difendersi, attentato contro la sicurezza dello Stato.

Nel processo di tentato assassinio dei ricchi contro i poveri, alle Assise di Venezia, il rappresentante della legge ebbe a dire: «Sì, è vero; l’associazione è indispensabile, perchè il capitalista non abusi di se stesso. Ad una condizione però, che l’associazione non sia di nome ma di fatto; che essa tenda al fine della difesa e non all’offesa; che abbia i mezzi per difendersi e non per offendere. E quali sono i mezzi per difendersi? Sono i fondi di resistenza».

Così parlò in quello sciagurato e memorabile dibattito, nella sua arringa, il rappresentante della legge.

Dunque il lavoratore ha il diritto alla resistenza al capitale, ha il diritto di coalizione e allo sciopero.

Ebbene, provatevi a fare un’associazione ai dettami del rappresentante della legge. La polizia la scioglie, i gendarmi vi arrestano, e i giudici vi mandano in galera.

Nel processo di Reggio d’Emilia, che fu un’appendice a quello di Venezia, il rappresentante della legge, ammetteva il diritto di sciopero, e condannava gli scioperanti, quantunque tutti d’accordo, per aver fatto violenza alla libertà altrui.

Dunque a senso di rappresentanti della legge, la resistenza alla prepotenza usurpatrice del capitale, sfruttatore del lavoro, è un diritto, come lo è la coalizione e lo sciopero, come riparo ai deboli contro la potenza del capitalista; ma la resistenza diventa ribellione, se l’associazione è di nome e non di fatto, se non ha i fondi di resistenza, la coalizione una cospirazione, lo sciopero una violenza alla libertà altrui.

I processati del Partito Operaio Milanese furono condannati, perchè l’associazione era organizzata di fatto e non di nome, e aveva i fondi di resistenza.

Toh! Così i giudici, interpreti ed esecutori della legge, la voltano, la pirlano a norma delle circostanze, e sempre a seconda degli interessi dei loro padroni, l’imperante Borghesia.

E quindi il capitalista ha il diritto di pelare, scorticare il lavoratore, e il lavoratore ha l’obbligo di ingrassare il capitalista col suo lavoro e di tacere.

Ma è la legge? Che legge d’Egitto!

La legge e la prigione son fatte per...

Ma così non la dura.

La Nuova Favilla, a. III n. 40, Mantova 3-4 luglio 1887

LE SOCIETÀ CONTADINE

L’arte di governare si limita a pochi precetti: opprimere e, per opprimere, adoperare la forza e la corruzione. Il talento dell’uomo di stato consiste nel saper applicare questi precetti a tempo e modo. L’Austria un tempo bastonava e impiccava, ora processa e impicca. L’Italia processa e impicca. Depretis e Crispi valgono quanto Metternich, Saletta quanto Radetzky.

La forza risiede nelle mani ignoranti e corrotte, e i contadini formano il gran continente degli eserciti macellai, del pecorume fanatico e superstizioso del prete, del bestiame da lavoro dei ricchi, l’istrumento principale della tirannide. Liberare i contadini da questa schiavitù brutale, è liberare la Società dei tiranni.

Cosa non si è fatto e cosa non si fa per impedire che i contadini si sveglino, che migliorino la loro condizione economica ed intellettuale? È una congiura permanente, e tutte le classi sono d’accordo contro di loro. E ciò che è più deplorevole, è la borghesia proletaria, cioè quella classe di proprietari possessori di un campicello, magari coperto di debiti, di un fittaiuolo, e di operai infetti di borghesume. Tutta gente che da un momento all’altro può essere ingoiata dai ricchi, bestie rapaci e carnivore.

Con tutto ciò i contadini progrediscono, parte alla scoperta e parte quieti e silenziosi. Le Società contadine si numerano a centinaia nel nostro Circondario. Alcune di queste, impaurite dalle minaccie dei ricchi e dai birri del governo, o sedotti da borghesi sedicenti umanitari, hanno abbandonato il principio emancipatore, e si sono posti sotto il patronato borghese; ma non tarderanno ad accorgersi che hanno la serpe in seno. Le altre tutte sono costituite in Società di resistenza, cooperative di produzione, di lavoro e di consumo su larga scala.

Si sono convinti che per resistere contro la prepotenza usuraia di proprietari e non essere schiacciati, occorrono i mezzi, e questi mezzi sono i fondi di resistenza. Nel processo di Venezia il regio inquisitore sosteneva l’accusa di cospirazione, perchè la Società non aveva i fondi di resistenza per difendersi contro il prepotente proprietario. Beninteso che era un artificio di inquisitore; come potevano avere fondi le Società Siliprandi-Sartori, che erano appena nate? Ma il principio è giusto. Senza armi, come difendersi da nemici tanto feroci?

Fra tutte le Società che fioriscono, quella di Castellucchio ha il primato per organizzazione e per solidarietà, e soprattutto per la fermezza di propositi.

Noi le auguriamo una prosperità indefinita, e la salutiamo come la stella annunziatrice della redenzione del proletariato.

La Nuova Favilla, a. III n. 47, Mantova 18-19 agosto 1887





32 Probabilmente è da leggersigran demolitore” [nota per l’edizione elettronica Manuzio].



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