Cesare Balbo
Novelle
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QUATTRO NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.

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QUATTRO NOVELLE

NARRATE

DA UN MAESTRO DI SCUOLA.

 

E venutomi innanzi

Un che di stampar opere lavora,

Dissi: stampami questa alla mal'ora.

Berni.

 

 

 

PREFAZIONE DELL'AUTORE

 

Alla edizione delle Quattro Novelle stampata in Torino,

per Giuseppe Pomba, nel 1829.

 

Se vuoi fare a modo mio, cortese discreto leggitore, tu hai nel presente libretto a distinguer bene due persone; il narratore autor delle novelle, e lo scrittore editore di esse. Il primo è un mio amico maestro di scuola in una terra non molto discosta di qua, ma che tu chiederesti invano qual sia, non volendotene io dir nulla per ora, se non ciò che troverai innoltrando due facciate in capo alla prima novella. Del resto, innoltrando più lo conosceresti anche meglio per le sue proprie parole; che quando non si può per le azioni, è pur il miglior modo di conoscere un uomo; miglior assai che per qualunque cosa se ne possa udire da chicchessia altrui, anche da un amico. Così facendo, spero tu abbia a voler po' di bene al maestro; benchè sarà difficile tu gliene voglia mai tanto quanto io. Che se le sue narrazioni ti andassero a genio, vedrei di averne altre, e forse anco un giorno ti scriverei la vita di lui, ch'egli ha narrata a me, ed alcuni altri privati suoi; ma al pubblico dice, che è un'impertinenza far la vita di tale, che non importi se sia vivuto. Perciò è che voglio vedere d'accattarmi prima un po' d'amor tuo. E parendomi che possa conferir a ciò la sua figura, che è buona ed amorevole, sì te la dono sul frontispizio, gratis, come si usa oggidì. Or lasciolo stare, e vengo all'editore, che, come vedi, sono io. debbe calerti chi io sia. Ma forse mi dimanderai come, o perchè io mi mettessi a ciò? Or dirotti: ascoltator trovaimi di novelle per ozio; scrittor fecimi per ozio, ora editor divengo per ozio. da te voglio altro, se non che leggitor mio ti faccia tu anche per ozio. Ma se, passate due ore così, tu ti trovassi d'alquanto migliore, od anche non peggiore; credimi, l'hai a tenere per tanto guadagno, e perciò ad avermene tanta obbligazione. E lascia poi tacciar le mie novelle di classiche, o romantiche, storiche, immaginate, miste, o che so io; tieni buona ogni cosa che non t'annoi, e non ti guasti. E così tu voglia tener me; ed io chiamerotti di nuovo, discreto, cortese, benigno, e benevolo leggitore.

 

 

 

FRANCESCA.

 

La calunnia è un venticello.

Rossini, Il Barbiere di Siviglia.

 

In una villa dove già vissi alcuni anni, fu da maestro di scuola un prete molto buono e sociabile; del quale, come aveva detto messa e finita la scuola o l'ufficio, e se occorreva qualche confessione, ogni sollazzo era alla state ir a diporto su per que' colli, od a sonar gli organi e i gravicembali ne' castelli all'intorno; e il verno poi entrar nelle case de' signorotti e de' villani di quel contado, ed ivi, come si dice, fare stalla, che tant'è come in città far conversazione. E perchè virtuoso e pio e pacifico uomo egli era, ogni suo conversare tendeva a ispirare pace e pietà. Ond'egli poi solea con gli altri preti suoi amici darsi vanto di non far altro , che continovar lo insegnamento della dottrina cristiana incominciato alla scuola e spiegarla con gli esempi, che fanno più impressione, ma che non tutti starebbero bene in chiesa. - E veramente, egli aggiugnea sorridendo, anche queste vecchierelle usano così, e volendo dar insegnamenti alle giovani, subito vengono agli esempi; ma questa differenza è tra esse e me, che elle li scelgono presso le vicine e contemporanee, io sempre li cerco in tempi antichi e luoghi sconosciuti. so se nel modo loro sia più efficacia, ma nel mio certo è più carità. - Ed una sera che c'ero pur io, ed a suo malgrado s'era appunto sparlato della gente, il buon maestro incominciò così:

Donne mie, lo sparlare della gente è una brutta cosa: e' si fa senza badarci, e chi l'ha fatto la sera, talor non se ne ricorda la domane, mai più di sua vita; e intanto quella parola così leggermente uscita di bocca cresce e fa danno, e talor perde un uomo o una donna nell'onore e nella roba, e talor anco nella vita; e chi l'ha detta, anche pentito, non la può più riavere. Del calunniar poi per malignità non ne dico, perchè voi altre siete tutte buone; ma nelle città e paesi grandi è altrimenti. In una di queste, ch'io non vi nomerò, perchè non la conoscete, e se la conosceste, ve la nomerei anche meno, e' fu già una fanciulla chiamata Francesca, nobile, bella, e che era nata ricca e grande quasi sopra ogni altra della città. Ma per il parteggiare che si faceva a que' tempi (gran disgrazia, figliuoli miei, queste parti e nimicizie in un paese!) erano stati uccisi in guerra, ed anche in piazza a furia di popolo, o di supplizi, o morti in esiglio, tutti i suoi, padre, avo, zii, fratelli; che tutti erano stati della parte perdente, ed ella sola e meschina rimanea colla madre vedova e ridotta a povertà. E in che trista vita s'allevasse la fanciulla, pensatelo voi. Non feste, non divertimenti, non gaio e giovanile vestire, che non si convenivano a tal povertà e vedovanza; nemmeno quasi un passeggio, per orrore ch'avea la madre d'incontrare or l'uno or l'altro degli uccisori o persecutori di suo marito o de' suoi figli; non compagne, amiche, che poche lor ne restavano, e quelle per timore si schivavano l'una l'altra più che non si cercavano. Ma sole, e il più del tempo la madre a piagnere; la figliuola a piagner con lei, a lavorar dell'ago o della rocca, o al più al più a leggere qualche libruccio di divozione, o qualche cronaca o leggenda, e poi di nuovo a veder piagnere la madre, ed uscir ogni domenica a messa molto per tempo, e a vespro molto tardi per non esser vedute, sempre vestite di un cambelotto nero, che la madre quasi credette far un peccato a lasciarlo poi mutar in bigio dalla fanciulla. tuttavia crediate che fosse del tutto disconsolata la vita di questa. Non ella avea conosciuto padre fratelli, sendo tuttavia al petto della madre quando si rivolse lor fortuna. Ed, oltrechè il non rammentar tempi felici gran diminuzione è di miseria, la prima gioventù ha nel sangue stesso la felicità, ed a lei piovono le consolazioni. Ora era un bel giorno di primavera, e la madre lasciavala pur uscire all'alba colla servuccia a raccor fiori, ed ella riportavale un bel mazzo di mammole, che poi faceva sotto il povero tetto soave fragranza tutto quel giorno; ora comprato da qualche monello un bel cardellino, ella poi se l'allevava con un amore che se ne faceva un compagno; ora anche, perchè ella era tanto buonissima come bella, con quella poca moneta che poteva avere, sollevava ella meschina qualche più meschino di lei, il quale ne durava grato, meno a lungo forse che non ella felice. era tutto, perchè forza è pur dirlo. Non compiuto avea il sedicesimo anno, una consolazione le venne troppo maggiore delle mammole e del cardellino, ed anche della sua amorevole carità; una consolazione da lei prima inavvertita e che ella consolazione altro di niun nome chiamava: ma era una vista, un pensiero, una occupazione continova, anzi una vita del tutto nuova e dolcissima.

a voi che accorte siete è mestiere1 dirvi che fosse. Dicovi solo il nome del giovane che la vide un giorno a caso in quelle sue gite mattutine a' praticelli fioriti, e sotto il povero e tristo abito pur la trovò bella più di niuna altra, e tornò il domane e ogni giorno, poi molti giorni senza incontrarla, e talor anco la incontrò, e la trovò più bella ogni volta, e pur non le si accostò; ma la seguì da lungi e fino a casa, e seppe chi era; e saputolo, perchè quantunque nascosta mal era ignota sua bellezza e sua bontà e miseria, subitamente con gran passione di lei s'innamorò. Il qual giovane adunque si chiamava Manfredi, ed era pur egli bello e nobile giovine, e pur egli di casa stata ricca e de' perdenti, e il suo padre era morto in esiglio: ed egli era povero e solo rimasto, e benchè di assai ingegno e virtù, e molto destro in armi e cavalli, pure, perchè odioso a chi reggeva la repubblica, non era adoprato in nulla, nemmeno nella milizia, onde languiva in grande ozio. E, come sapete, dicesi l'ozio padre de' vizi, ma io ben credo che sia l'ozio de' felici; perchè gl'infelici e poveri mal possono darsi a' piaceri e alle gozzoviglie, e a' vizi che ne vengono. Sì confesso che gli oziosi infelici troppo sovente cadono poi in amore; e così cadde Manfredi. E l'amore di uno povero ozioso che non abbia altro a pensare il e la notte è poi tutt'altro che quello de' giovani occupati ne' piaceri e maneggi pubblici e privati. E in una parola Manfredi era, come si dice, perduto d'amore; che vuol dire che non avea più altro pensiero al mondo; od anzi, che tutti i suoi pensieri antichi e nuovi riferiva al suo amore; e se pensava a riacquistar lo stato e le ricchezze, o a farsi un nome o mostrarsi pro', non era più niente per stesso, ma tutto per la fanciulla ch'egli avrebbe voluta far ricca, e allegra, e onorata, e propria moglie. E in questi pensieri poi tanto andava d'uno in altro innanzi, che ne perdeva il pensiero e la ragione. E badate, che la perdeva non solo per l'altre cose di che non gl'importava più, ma in quella stessa di che sola gli caleva, che era il suo amore. Così succede a chi troppo si logora la fantasia in vece di far subito quello che talor sarebbe facile per conseguire il proprio desiderio. Ma così fanno gl'innamorati; e quante storie io n'ho lette, sempre ho veduto ogni lor miseria venire dalla propria stoltezza. Che invece di dir subito il loro amore alla loro innamorata, e saper se ella pure gli ama, e s'è così, domandarla al padre o alla madre, e poi sposarla e menarsela a casa; ora per una sofisticheria, ora per un'altra, o indugiano la dichiarazione, o la domanda a' parenti o le nozze; e allora è che nasce l'uno o l'altro malanno che gli fa tanto tempo patire, e tanto allungarsi lor triste vicende, prima che si trovino a quello onde avrebbero dovuto cominciare; che son le nozze. E pur troppo anco talor non ci si trovano mai più. Ed è perciò che io sempre vi esorto, voi altri giovinastri, se mai siete innamorati, a non indugiare allungar le storie; ma seguir quel modo mio di parlarne oggi alla fanciulla, dimani a' parenti, ed alla prima domenica al signor Preposto per le pubblicazioni. E così avesse fatto Manfredi! , a dir vero, altro aspettavansi se non ciò, o la figlia ch'io non dirò innamorata lei, ma sì compiacentesi dell'amore di lui, o la madre già per la fedel serva, e poi per stessa fatta accorta non che dell'innamoramento dell'uno, ma del compiacimento dell'altra. E se Manfredi avesse chiesta la fanciulla, ed ella gli sarebbe stata non che volentieri conceduta, ma con gran gioia donata. Che se povero egli era e non in fortuna, povera ella e diserta; e la madre non era di quelle che a fanciulle povere pur vogliono sposi ricchi, e le lascian morir zitelle. Oltrechè, avendo avuti tanti guai, e sofferte tante crudeltà da quelli che erano allora in gran fortuna; e non se ne potendo vendicare: e la disperanza di vendetta troppo sovente diventando, principalmente nelle donne, amarissimo odio e furore; non per tutto l'oro del mondo o per tutta la potenza dell'Imperadore avrebbe voluto far ciò che le pareva viltà: veder la figlia in grande stato, ma nelle braccia d'uno de' persecutori, anzichè in quelle d'uno poverissimo de' perseguiti. Ora potete scorgere se fu stolto Manfredi, che in vece di parlarne a persone così ben disposte come madre e figlia erano, incominciò a sragionare, quasi ella fosse stata una principessa, e non in fortuna eguale alla sua. Troppo peccato se così bella, così buona, così celeste fanciulla, fosse moglie mai d'uno uomopovero, sì abbandonato, di così poche speranze com'era egli. Perchè questo era il peggio, non l'esser un nulla, ma fin adesso non aver nemmeno fatto il minimo che, per trarsi da quel nulla. Ed egli avea pur compiuti i vent'anni; e quanti a tal tempo hanno, non che date speranze, ma effettuatele? fatta o rifatta lor fortuna, acquistatosi un nome, o aggiunto a quello de' maggiori? Egli, misero! che sforzo avea fatto, che tentare? Egli che avea pure così poco, anzi nulla a perdere? egli a cui talora del suo stesso nascere era incresciuto? E sua trista vita non avea pur saputo adoperare perdere? In breve, il giovine tanto e tanto malamente pensò, che prima immaginò, e poi si compiacque nella immaginazione, e in ultimo per fermo deliberò d'irsi a Terra Santa. Dove, non so se abbiate udito dire, si facevano allora grandi guerre, le quali ora non si usano più, contro i Turchi, e questi allora si chiamavano infedeli, e le guerre si dicevano sante e crociate, e non è famiglia grande di signori o principi nostri che non ne sieno iti alcuni a combattervi, ed anche a morirvi contenti per la divozione che allora avevano. Gli è vero che molti anche andavano per acquistarvi signorie o rinomanza: e di questi, forza è confessarlo, fu Manfredi. Perchè si pensava che con sua valentia, e dispregiando la vita come faceva, il meno che gli podesse accadere era far qualche bella prodezza dinanzi a qualche gran principe o signore, che il prenderebbe in amore, e tornando poscia in Europa, o gli farebbe restituir lo stato in patria, o lo si terrebbe in corte sua; ed egli allora verrebbe a toglier Francesca, e la si avrebbe in modo non tanto indegno di lei, come damigella e gran signora. E fatta questa bella risoluzione, anche fece quella di finalmente parlare alle donne: e trovato modo di andar loro in casa, che fu per li due giovani uno innamorarsi l'uno dell'altro peggio che mai scoperse loro tutto il suo mal pensato divisamento. Alle donne, per le cagioni dette, credo che avrebbe più satisfatto se di Terra Santa, di gloria, di futuri tempi avesse parlato. Ma, o vergogna di mostrar più fretta di lui, o dispetto, e perchè poi la giovane era molto tenera, e ad ogni modo queste imprese lontane andavano a genio delle donne a quel tempo, la madre ne lo lodò, e la figliuola si tacque ed egli a partir si dispose. Accomandate a un vecchio servo, che l'avea allevato, le poche masserizie, e la cameretta che teneva a pigione in un sesto rimoto della città, portava seco in armi e cavallo, il meglio del pochissimo avere restatogli. Solo una croce d'oro che era stata di sua madre, ed egli, non che cara, tenea sacra, lasciò alla fanciulla, pregandola di portarla fino che lo sapesse morto, o cinque anni almeno, per suo amore. Ella piangendo se la metteva al collo, e davagli una fascia trapunta di sua mano, ed egli se ne partiva.

Due anni passarono, e perchè non erano allora le poste ordinate le lettere facili a scriversi come ora sono, non ebbero l'uno dell'altro novelle mai. Finalmente per un romeo, che facendo il gran pellegrinaggio di tutti i luoghi santi, di Gerusalemme veniva a Roma, Manfredi scrisse brevemente alle donne com'egli era vivo e giunto e ogni combatteva su quella terra sacra, e alcuni infedeli avea uccisi di sua mano, ed anche alcune lodi da' compagni conseguite; ma che di acquistar nome e grazia di niun signore non gli era venuto fatto fin allora. pure tutto esser parti, e scandali di potenti tra ; e chi non era piaggiatore, violento, mal farsi strada appresso a quelli; e temeva di non farla mai, e forse il Signor Iddio lo voleva castigare d'esser ito con umani fini a quella santa guerra; pur domandava che fino al termine detto gli si serbasse la promessa fedeltà. E le donne, alcuni mesi appresso, per un fraticello che andava a Gerusalemme, gli risposero facendogli cuore, e la fanciulla di soppiatto aggiunse alla lettera, che non solo pel tempo detto, ma sempre finchè vivrebbe, gli sarebbe fedele, e che in qualunque tempo, o prima o dopo lui, morrebbe sua. Intanto giunta ella a diciott'anni s'era tanto d'ogni maniera abbellita, che non fu più povero vestire o romito vivere che la potesse nascondere agli occhi vaghi de' giovani di quella città. Uno principalmente, nobile, ricco, figlio di potenti, potente egli, e se non bello quanto Manfredi, ornato di quella allegria e bravura giovanile che talor supplisce a bellezza, la vide, l'ammirò ed a suo modo l'amò. Dico a modo suo, che è il mio, perchè a nozze egli in breve pensò. ad amarla per meno onesto fine, o gli era possibile averne qualche speranza, o l'avrebbe voluto egli stesso. Che Rambaldo, così chiamavasi il giovane, era di quelli tutto buoni, tutto cattivi, che forse sarebbero tutto buoni, se non gli avesse guasti troppo costante felicità. E, quantunque a sposarepovera fanciulla, reliquia di parenti condannati e vilipesi, egli avesse a vincere prima la propria ambizione, e poi la difficoltà de' parenti, pure tanto potè l'amore, che prima stesso risolse, e dopo alcun tempo, fece acconsentire anche i genitori e i parenti; e allora credette finita ogni cosa. Perchè di dubitare che sì povera e trista madre volesse negare a lui, così grande e ricco, la fanciulla, o che questa così sola avesse pure posto amore a nessuno, non gli venne pensiero mai. E perchè era uomo tutto all'incontro di Manfredi, e non che in pensieri, nemmeno in opere inutili non solea perdersi, e se ne dava vanto; non avea voluto andar mai per la casa alle donne, finchè non si fosse assicurato dei proprii parenti; e quando fu, pensò d'esser ricevuto non come uomo, ma come angelo di paradiso che scendesse a sollevarle, ed anzi tutto della propria generosità e di lor grazie si compiacea. Pensate ora voi se restasse avvilito, quando, presentatosi, non ebbe da madre e figlia altra risposta che di muto e quasi sdegnoso stupore. Scambiollo pur prima per mal avveduta modestia; e volendo loro lasciar tempo a riprender gli spiriti, non senza alcune mal composte parole, dicendo di non volerle troppo pressare, e che tornerebbe la domane, le lasciò. Allora consigliavansi madre e figliuola, se consiglio dee dirsi tra una risolutissima, e l'altra che volea pur parerlo, ma invero cominciava a dubitare e per la lettera di Manfredi, e per l'amor alla figlia che in lei vincea tutto, anche l'odio ai potenti. Benchè il medesimo amore, siccome sincerissimo, facendole cercare la felicità della figliuola, gliela faceva cercare quale desideravasi da questa; non come solete voi troppo sovente nel dar le figlie a marito, che pare voi dobbiate maritarvi e non esse. Perciò disse alla figlia quanto le parve, non a rimuoverla da sua fedeltà duranti i cinque anni, che a lei sarebbe paruto gran fallo; ma perchè s'indugiasse la risposta fin dopo a quel tempo, non sapendosi mai che potesse succedere, e che so io. Ma rispondendole la fanciulla molto caldamente, che se non avesse mai conosciuto Manfredi, ella non avrebbe pure sposato Rambaldo mai! e che se le fosse stata offerta la mano non che di Rambaldo ma di qualunque maggior principe della terra, ed ella avesse poi conosciuto Manfredi, Manfredi pure avrebbe sempre voluto, ed altre simili cose; l'amorosa madre non pensò ad altro più che a cansarle la pena d'avere a riveder Rambaldo; e il appresso, mandata la figliuola da una buona vecchia loro vicina, ella sola lo ricevette; e perchè costumata era in ogni cosa, come meglio seppe, gli diè pure il necessario commiato.

Che ne sentisse Rambaldo, chiaro debb'esservi, se avete atteso alla sua natura, più che innamorata, superba. Dolsegli della perduta fanciulla; ma più dell'aversi a ricredere, co' genitori e parenti ed amici, delle anticipate confidenze fatte loro di suo amore: seppe altro modo, per non parer ributtato egli, che di far credere avesse egli ributtate le nozze. Cominciò a dire che avendola veduta più da presso non gli era paruta così bella, ma perchè questo non lo poteva a nissuno che l'avesse veduta una volta persuadere, aggiugnea che parlandole l'avea conosciuta molto semplice e sora; e ciò avendo ombra di verità, mutò un'altra volta discorso, e così, con una certa aria misteriosa, e con quel tacere più perfido che le istesse parole, fece intendere ch'egli avea sue ragioni per non ir oltre alle nozze ideate; ed avrebbe avuto facilità a ben altro anche che nozze, ma a lui non era piaciuta mai la soverchia facilità; e non sapea qual malinconia gli fosse già entrata in capo di pensar mai a coteste donne; le quali a dir vero, non erano molto dappiù che non fossero stati lor uomini, tanti anni innanzi ben degnamente cacciati e condannati. E così, come dicesi una parola traendo l'altra, anzi una bugia facendo un'altra necessaria, venne a chiaramente far intendere, che avendo la fanciulla per amanza ei non si curava più d'averla per moglie. Aiutollo la serva di quelle povere donne, a cui non pareva vero che un signorericco e sì grande avesse voluto sposar la padrona, ed ella l'avesse così stoltamente ributtato. Onde, il giorno ch'egli ebbe il commiato dalla madre, la serva lo seguì per la via; e dicendogli di non disperare, se gli era profferita non per nulla di male, ma per vedere se pur vi fosse verso di rannodar il rotto trattato. Rambaldo tutto turbato allora non le avea risposto altro se non che venisse a trovarlo; ma venuta dopo alcuni giorni, le incominciò a dar moneta, e ragionarle del suo amore. si conviene poi supporre ogni cosa alla peggio; forse qualche speranza dettata da sua medesima superbia rimaneva a Rambaldo. Ma se l'aveva, non istette molto a perderla quando la serva gli narrò degli incontri mattutini di Manfredi e Francesca, e poi delle visite di quello e della sua dipartita per Terra Santa, e della croce e della fascia, e in somma tutti i particolari del loro dolcissimo amore. Allora invase il petto di Rambaldo una subitanea gelosia; e gelosia di superbia tanto più feroce ed accanita, che non gelosia di vero amore. Perchè, badate bene, figliuoli miei, i gelosi innamorati o serbano tuttavia qualche tacita speranza, ed han riguardi all'amata, o la loro disperazione più contro stessi che contro lei si rivolge. Ma i gelosi per superbia, questi sono che non la perdonano alle povere donne, e fanno poi gli scandali e i guai che vediamo troppo sovente. Rambaldo era di questi; rivide più volte la serva, ed una volta che ella pareva più che mai impietosita, e pronta a fare ogni cosa per lui, egli le chiedette che involando la croce d'oro della fanciulla glie la recasse come a consolazione e sollievo della sua sventurata passione. La serva dubitò; disse che per nulla al mondo non vorrebbe far male alla padrona, cosa illecita mai, e questo era rubare, ed altre cose simili; ma egli pressando e dicendo che l'avrebbe poi restituita, o datone una più bella, finalmente n'ebbe la promessa, e in breve la croce. Perchè una notte che la fanciulla era in profondissimo verginal sonno immersa, e forse i dolci giorni del ritorno sognava, accostasi al lettuccio la traditrice serva pian piano, le recise la nera benda che teneale la croce e notte appesa al bianchissimo collo, che più pietà sarebbe stato, cred'io, in quel punto trafiggerglielo. Perchè svegliata appena all'alba la meschina, e volendo, come solea, prima d'ogni cosa baciar la croce, e farvi sopra la preghiera mattutina, invano la cercava al collo ed al petto, invano tra i veli e i panni e nella camera e in tutta la casa, e diceva che era certissima d'essersi alla sera coricata con quella, e che le era stata involata, e piagnendo miseramente si disperava. tuttavia aveano in sospetto la serva stata loro sempre fedele, Rambaldo, di che mai più non aveano udito, niun altro; ma credettero o che la fanciulla si fosse ingannata credendo di averla al collo la sera innanzi, e l'avesse smarrita per via; o forse, perchè in quell'età facilmente credevasi a prodigi ed augurii, che succeduta qualche disgrazia grande, forse la maggiore, a Manfredi, si fosse la croce sua miracolosamente perduta. E così aiutando la solitudine siffatte immaginazioni, tanto ci si internò la Francesca, che la sua nativa ma fin allora dolce malinconia incominciò a farsi amarissima, e tristi i suoi giorni, e irrequiete le notti, e grave il capo, or tutto ristretto or tumido e palpitante il cuore, impallidito il bel volto, languidi gli occhi, e fievole tutta la gentile persona. Non si figurava tanto Rambaldo; mai si figura gli strazii dell'infelice l'uomo felice che li causò. Anzi, avuta la croce, e fattane alcun tempo menzognera mostra ai compagni, presso i quali era nota anzi famosa la croce d'oro e il nastro nero e il collo bianco della bella Francesca, in breve non se ne diede più pensiero di sorta alcuna, e trovò consolazioni e distrazioni in altri amori, e poi ne' maneggi e negozi pubblici dov'era molto adoprato. A' quali attendendo egli con nuovo ardore, accadde che avendo la repubblica a mandare un ambasciadore al Papa, egli fu scelto, e molto volentieri, e lietamente con un grande e nobile accompagnamento a Roma se n'andò.

Non era allora per anco il quarto anno compiuto dalla partenza di Manfredi. Ma vedendo egli troppo mal arridergli la fortuna, e disperandone oramai, e pungendolo il desiderio della amata vista, e ridotto poi anco dalla sperienza a più prudenti pensieri, lasciati i sogni e le immaginazioni, facea ritorno alla patria con animo di offerirsi quale era povero cavaliero a povera fanciulla, e colle poche sostanze e il molto amore, viversi insieme felici. Baciò approdando dalla nave genovese il dolce suolo  d'Italia: palpitavagli il cuore cavalcando ad ogni terra ed ogni luogo ch'egli veniva riconoscendo per via; e come riconobbe i paesi all'intorno di sua città, e i campi testimonii di sua fanciullezza e del suo amore, e poi le torri e le mura, e finalmente le case, e quella dell'amata, poco mancò che non potesse proseguire e cadesse. Pur facendosi cuore, giunse, e precipitò di sella, e montò le scale, e fu nella cameretta delle donne, che diedero un grido, e la fanciulla cadde, e la madre sclamando: «Siete voi dunque? voi già? voi che morto quasi tenemmo? deh perchè a questo modo?» e simili tronche parole, correva alla figliuola e sorreggevala sulle braccia e la soccorrea. Soccorrevala Manfredi, e a poco a poco facevanla riavere; ed ella apriva gli occhi e buttava le braccia al collo a lui, e pendendone dava in un dirottissimo pianto. Piangeva egli, e diceva: «Non quale promettevo già, fo io ritorno; povero, ignoto com'io mi partiva;» e poi miravala, e quasi non la riconoscea, tanto mutata era da quella ch'egli avea lasciata; e meravigliandosi e rimirandola più e più, mise gli occhi al bel collo e non gli venne veduta la croce. Ritraevasi allora alquanto, e ricompiangea sua mala ventura, e mostrava la fascia del proprio sangue invano macchiata, e chiedea della croce, e le donne glie ne dicevano la storia, ora meno che mai intesa da esse; e come, avendola perduta, aveanlo tolto ad augurio quasi certo di morte; e questo era che avea tanto afflitta e martoriata la povera Francesca, che quasi n'era per morire. «Deh non sia ora troppo tardi!» e ricominciava la madre a dolcemente dolersi della sua venuta troppo repentina rispetto alla debolezza della fanciulla; e dicendo la fanciulla di no, e che ella or si riavrebbe, ora tornerebbe quella di prima, ed altre cose simili, finalmente il cavaliero si partì da esse, e fece alla propria casa ritorno. dirovvi come e quanto bene vi fosse accolto dal fedel servo; benchè meravigliato anch'egli del ritorno improvviso del padrone, e men lieto forse che questi non s'aspettava. è cosa poi che tanto accori quanto, tornando in patria, trovar le cose e gli uomini diversi non solo da ciò che s'era lasciato, ma anche da ciò che di quella diversità s'era immaginato. Che se io fossi uno di questi narratori di novelle, che so io, io qui vi ridirei tutte le ciarle del buon vecchio, e le risposte del padrone, e come di una in altra cosa, od anzi da ogni cosa tornando sempre alla medesima, cioè all'amore, ed a Francesca, in ultimo venne a dire, aveva saputo dalla serva che, assente lui, s'era presentato Rambaldo, e l'avea chiesta in isposa, e veramente era stato ributtato, ed egli credeva assolutamente; pur la serva aggiugnea che non era tutto finito, massimamente che Manfredi tenevasi morto, ed elle n'avean preso quasi certo segno la croce, che

dicevano sparita; ma egli non ne aveva mai creduto nulla ed aveva pensato che la madre l'avesse forse tolta ella per isviar la fanciulla dall'antico amore, e rivolgerla al nuovo. Della figlia si vedeva dal suo languire la sincerità; tuttavia le donne son sempre donne; pensasse egli bene prima di risolversi; gran carico in povertà donna e fanciulli; e tornava a dire, che prendesse informazioni, badasse bene, e che so io; cose e reticenze, che quasi fecero impazzire lo infelicissimo giovane. ebbe posa che uno o due giovani compagni suoi antichi non trovasse; ma uno già del suo amore confidente, parea nol volesse più essere; e schermivasi dal rispondere, o rispondea come il vecchio. L'altro che non ne sapea nulla, messo in discorso sopra Francesca, e come così bella fanciulla non avesse per anco marito, e che dovea almeno aver amatori, rispose più apertamente; essersi non so che detto di lei e di Rambaldo, e non sapeva a che ne fossero; ma certo questi aveva a lui ed altri giovani mostrato loro una tal croce, che tutti aveano per l'innanzi veduto sempre al collo di lei. «Menti» fu per dire il trafitto Manfredi, e per trarre il ferro, e vendicar l'ingiuria fatta all'amata. Ma troppo chiara la verità, troppo inutile la disdetta, troppo certo, troppo scellerato il tradimento, troppo inevitabilmente infelice egli. Tennesi quindi un istante; poi, per non isvelar l'angoscia, partì dall'amico, e tornò a casa; e fatta ripor la sella al cavallo, ed indossate l'armi di nuovo, senza rispondere parola al buon vecchio, abbassata la visiera, molle il volto di cocenti lacrime, quasi senza scorgere sua via, saper dove andasse, per deserti calli, la sera del medesimo giorno ch'era giunto, ripartì.

Intanto Rambaldo avea felicemente compiuta l'ambasceria, ed era per tornare molto lieto alla città; se non che essendo allora il tempo della settimana santa, egli volle per anco fermarsi a Roma, dove sempre fecersi quelle funzioni bellissime più che in niun paese della cristianità, ed anche poi per far sua pasqua. Perchè ricordatevi quello che io vi dissi di Rambaldo; e tutti poi ne conosciamo di questi che più di undici mesi si divertono col demonio, e per un quindici rifanno pace con Dio; ed altri peggiori che tutto l'anno vanno dall'uno all'altro; ed altri pessimi, che in verità sendo sempre del demonio, fingono essere tutti di Dio. Rambaldo poi era solamente de' primi, e cercando un prete da confessarsi; s'accusò sinceramente de' suoi peccati, anche di quelli che credea più veniali, e fra gli altri di questo che erasi dato vanto su una fanciulla, e le avea fatto involare certa croce per mostrarla; ma era pronto a fargliela restituire. «E 'l onor tolto siete voi pronto a restituirlodisse il buon religioso. E Rambaldo: «Come si fa? io 'l dissi deliberatamente per torle l'onore, credo glie l'abbia potuto tôrre, saprei come ora raccapezzare tutti i giovani appo i quali io me ne facea bello, parmi cosa da meritare disdetta, ed è di quelle che rimescolandole peggiorano.» Ma rispondea il religioso: grave peccato la calunnia anche piccola; non il calunniatore, ma il calunniato solo giudice del danno arrecato; essere la riparazione necessaria, urgente; doversi intiera finchè è possibile; gridar vendetta al tribunale di Dio la morte dell'innocente calunniato; stolto il credere gl'innocenti satisfatti della propria coscienza; la quale è tutto, sì, dinanzi al sapientissimo Iddio, ma presso agli uomini ingiusti ed ignoranti è un nulla; anzi i più teneri di coscienza tanto più teneri dell'onore; epperciò tanto più crudele loro involarlo. - Colle quali parole, e con di molti begli esempi tratti dalla Scrittura e dalle vite dei Santi, sforzavasi il buon prete trarre il peccatore alla dovuta risoluzione, ed alla disdetta ch'egli ponea pure quasi sola penitenza. Ma non vi fu verso che Rambaldo vi si volesse ridurre. E partitosi non assolto, andò poi da un altro prete, e poi da un altro, e tutti gli dicevano il medesimo e la medesima penitenza gli davano. Ed egli non la volendo pur fare; e come era uomo di guerra, poco dotto in teologia e casi di coscienza, pensando che il Papa, il quale può tutto nella Chiesa, potesse pure assolverlo da questa penitenza; e perchè avea con esso trattato molto amichevolmente, sperando averne questa grazia, fu da esso, e domandollo che lo volesse confessare. Il Papa, che molto santo uomo era, e non che questo od ogni altro gran signore, ma qualunque più misero peccatore avrebbe confessato, disse, che volentieri; e l'udì. E venuto alla penitenza, pur gli pose la medesima che gli altri confessori. Allora disse Rambaldo: «Santo Padre, come avete potuto udire, ei non è stato nella mia confessione peccato così grave, caso riservato ch'io non potessi a qualunque più umile fraticello dire, e averne facilmente l'assoluzione: per altro mi sono io, voi isturbando, a' vostri piedi santissimi prostrato, se non per ciò che per questo peccato, dell'aver mal parlato di quella fanciulla, tutti i confessori mi vogliono dare la medesima penitenza: la quale io veramente per ora non mi sento molto disposto di fare; onde bramerei che la vostra Beatitudine, usando la sua suprema potestà, me ne dispensasse, e mutassela in qualunque altra; ch'io son pronto a fare, di preghiere, opere pie, limosine, e se fosse mestieri, che veramente non parmi, di pellegrinaggi; i quali con gran disagi intraprenderei, anzichè ridurmi a quella umiliazione della disdetta, troppo dura a un cavaliero.» Il Papa udendo questo, benchè molto gli dolesse rimandar un amico suo non contento, e più un cristiano non assolto, pur gli disse che non poteva, e volle fargli intendere la distinzione tra le regole di giustizia e quelle di disciplina; e come ei poteva dispensare da queste, non da quelle. Ma il cavaliero o non intendeva o non voleva intendere, e contendeva col Santo Padre. Il quale in ultimo, quasi da celeste ispirazione compreso: «O figliuolo», diceva, «sallo Iddio quanto mi dolga vedere in questa ostinazione un cavaliero altrimenti così buono, e della Chiesa Romana così meritevole. Deh che non posso far io per voi questa penitenza, e per me servo de' servi del Signore prendere questa umiliazione che a voi tanto incresce, ed è pure la sola che possa oramai darvi pace con Dio, e con voi stesso? Perchè queste sono umiliazioni che innalzano; e chiamata dal mondo viltà, questa è fortezza. Ma posciachè non è conceduta tal efficacia a mie parole da potervici persuadere, io ben credo che Iddio pietoso per la salute vostra, e in considerazione dell'altre vostre bontà mi spiri di darvi ora un'altra penitenza, la quale compiuta, io confido, Egli voglia perdonarvi questo e gli altri vostri peccati. E fia la penitenza che, come siate tornato alla vostra città, la prima notte che vi passerete, poi la passiate intera vegliando, e divotamente pregando nel duomo. Or faretelo voi?» «Certo sì» rispose il cavaliero, al quale non parea vero uscirne a sì poco costo. «Ed io» disse il Papa «così vi dono condizionale assoluzione; e quando abbiate compiuto la penitenza, vi fieno rimessi i vostri peccati; e vi prolungo la pasqua a quel tempo, che allora la potrete fare.» E così, dette le solite parole, e fatte le solite preghiere, e baciato il piede al Papa, partivasi molto lieto di aver il suo intento ottenuto Rambaldo dal santo tribunale, e poi di Roma; e col suo séguito alla sua città si avviava.

E così colla coscienza leggera e il cuore allegro cavalcando co' suoi compagni alcuni giorni, giunse presso alla città per una bellissima sera d'aprile, e di modo per tempo, che parendogli pure di potersi sbrigare fin da quella notte della penitenza, pressati i cavalli, appunto suonavano le ventiquattro come egli toglieva il piè dalla staffa, ed era stretto nelle braccia della madre e degli altri congiunti ed amici ragunati a sue case. Ed era in mezzo a quegli abbracciari tuttavia sulle porte, quando usandosi fare appunto a quell'ora i mortorii, egli udì da lungi un fioco salmeggiare, e vide alcuni lumicini attraversar la via e lenti rivolgersi al duomo. E benchè duro gli paresse lasciar in quel punto la casa e i parenti, pur dicendo non so che di alcuni negozi privati e della repubblica, che il traevano subitamente altrove, e non l'aspettassero altrimenti, di mezzo a loro, che tutt'altro veramente immaginarono, si tolse; e perdendosi tra la folla raggiunse il mortorio, e con esso dentro al duomo entrò. Era questo, come vedete tuttavia le chiese antiche, fatto a modo di gran croce, coll'altare in mezzo, e due gran cappelle ai lati, e con tre navate, e molti pilastri e colonne; dietro una delle quali mettendosi Rambaldo, vide posar la bara dinanzi all'altare, e continuati alcun tempo i salmi, spegnersi poscia i lumi, salvo uno lasciato a capo del morto, e dileguarsi poco a poco l'accompagnamento, che era come di mezzana e quasi bassa persona. E parendogli pure di voler sapere chi fosse costui ch'egli aveva a vegliar così, accostatosi a un vecchierello degli ultimi che uscivano di chiesa, il dimandò: «Chi è questo mortoRispondeva: «Una fanciulla che volle far all'amore, e lasciata morì di dolore e vergognaRambaldo si rappiattava nuovamente, e il sagrestano veniva a far la visita della chiesa, e serrava i cancelli degli altari e la porta della chiesa; dove così rimase solo Rambaldo e la morta e un lume alla bara, e uno all'altare del Sacramento. Erasi alquanto stretto il cuore a Rambaldo in udir, una fanciulla svergognata; poscia, benchè egli non solesse di morti di vivi aver paura, parvegli al tutto men tristo ufficio vegliare intorno a lei, che se fosse stato qualche invecchiato peccatore, o qualche mal convertito eretico, o mal racconcio scomunicato. Accostossi in breve alla bara, e, al lume della funeral lampada, vennegli veduta un'arma cavalleresca che mostrava nobile la fanciulla, ma non potè discernere quale fosse; ed accrescendoglisi la curiosità, anzi già forse l'ansietà; e ripetendo, fanciulla, e svergognata, e insieme ricordandosi che avello fosse sotto, e tremando, da grande angoscia tratto, o da celeste impeto spinto, tutto in un punto sulla bara si precipitò, alzò il velo, prese la mano che gli era sopra incrocicchiata al petto, mirò il volto tutto tremante che Francesca fosse, ed era Francesca. Che divenne? Quale strazio, quale orrore sentì in quel punto? E quale inesprimibile terrore quando, lasciando cader la mano morta, la sua propria cadde con essa; e volendola pur ritrarre nol potè, e se la sentì stretta e tenuta; per dolce o duro sforzo che facesse, non la potette ritrarre? Diè un grido, precipitossi a terra in ginocchio, e rimbombò l'avello, che era quello dei parenti di Francesca, e parvegli rispondesse come un altro grido per il tempio, e uscisser l'ombre, ed alcuna si ravvolgesse fra le colonne, e s'accostasse a passi risonanti di ferro, e poco a poco si dileguasse. Tornato il silenzio universale, nuovi sforzi facea per ritrar la mano, e credè talora non fosse morta Francesca, e la mirò; ma vide appassiti i fiori che la incoronavano, appassite, spente le bellezze ch'egli avea vedute così fiorite, lunghi dolori e celeste pazienza ritratti sul dolcissimo volto, pallido questo, bianco e freddo come la fredissima mano. Fu per morirne, fu per infuriare e trarre il ferro e recider la mano vendicatrice; ma sentivala allora strigner la sua, e quasi addentrarsi, non più fredda ma ardente e cocentissima. Pensò uccidersi; ma, quasi ad ammonimento dell'inferno, sentiva la mano stillargli fuoco, e passar nelle vene e nelle midolle delle proprie ossa. In ultimo si diè pace, se così può dirsi, e si compose ginocchione al lato della bara, prostrato sovra essa, e la mano sua abbandonata alla mano vendicatrice. Incominciò poi dolcemente a pregare, e la mano a farglisi quasi più dolce, e senza dolore, ma pur sempre teneva stretta la sua; pregò lunghe ore, e finalmente si dispose come a morire, pensando che la mano non lo lascerebbe mai più, e trarrebbeselo seco sotto all'avello; ma sentendosela più e più dolce, ed una fragranza, e quasi un'aura di paradiso sollevarsi del corpo, e di nuovo mirando la celeste pace del bel volto, e parendogli che nuovamente s'abbellisse e tornasse quale egli l'aveva altre volte lasciata, venne anche a lui come una pace di moribondo che ben finisca; e chiesto a lei e a Dio sincero perdono, non altro desiderava che, prima di morire, venisse alcuno ad udir la sua confessione, e la riparazione dell'onor mal tolto alla fanciulla. In questi pensieri finalmente rivide il giorno spuntar tra le variopinte invetriate; e udì il suono dell'avemaria, e finalmente aprir le porte ed accostarsi il sagrestano; e fatto cuore, a lo chiamò. Ma questi che non credea fosse persona in chiesa, e parevagli la chiamata venir dall'avello, non che appressarsi, fuggì, e tornò in breve con un prete, e la croce e l'acqua benedetta; e il prete chiamato venne e riconobbe Rambaldo, e udendogli dire: «Io sono l'uccisor di questa fanciulla, io calunniatore, io gran peccatore, io castigato da Dio al modo che vedete;» e vedendo anch'egli, diè indietro, e incominciò a gridar miracolo; e a poco a poco altri preti, e aperte le porte molti del popolo accorrevano, circondavano la bara e il misero peccatore; ed egli ripeteva: «Io l'ho uccisa e mal calunniata;» e il popolo gridava miracolo. E in breve venuto col suo clero il Vescovo, che prudente e santo uomo era, dispose che intorno alla defunta ed all'inginocchiato peccatore, si facesse come una corona de' suoi cherici in istola, e colle torce in mano; ed egli salito all'altare intuonò la messa, e giunto al vangelo si rivolse al popolo, e fece una molto semplice esortazione: che ammirassero tutti le vie del Signore, ed imparassero quanto grave peccato sia la calunnia che a taluni parleggeri; e questo peccato abborissero e detestassero; ma il meschino peccatore compassionassero, e con esso pregassero da Dio misericordia, qualunque fosse quella ch'Egli volesse a lui fare o in questa vita ancora, o nell'altra. Così riprese la messa, e finitala venne alla bara, e disse a Rambaldo, che avendogli Iddio lasciato tanto di vita, e non sapendo quanti pochi momenti fosse per lasciargliene forse, egli facesse sua pubblica confessione; e allora Rambaldo s'alzò in piedi, e colla mano che avea libera accennando, incominciò la confessione; e disse da principio il suo amore, la gelosia, e prima le voci calunniatrici incertamente sparse, e in ultimo la croce involata, e da lui fatta sacrilegamente testimonio falso della calunnia. E allora sovvenendogli di essa, e come egli, dopo la sua confessione in Roma, sempre se l'era recata indosso con intenzione di restituirla segretamente: ora così pubblicamente, finita la confessione, se la tolse di seno, e mostratala al Vescovo ed al popolo, la ritornò, aiutandolo il Vescovo, al collo della fanciulla. fu compiuto l'atto che parve quasi di verginal gioia il celeste volto suffondersi; e la mano vendicatrice dolcemente cadendo s'aprì, e lasciò libera quella di Rambaldo. Allora a gridarsi nuovamente miracolo, a prostrarsi Rambaldo, a precipitarsi il popolo intorno; e ricomposto l'ordine, ad intuonarsi dal Vescovo le sante ultime preci. E dicendo requiescat in pace, s'udì a un tratto da una cappella come un grande stramazzio d'armi sul pavimento; e accorsi, trovaron dietro all'altare un cavaliero caduto, e tolta la visiera il videro morto; e miratolo, riconnobbero Manfredi.

Credesi che questi anch'egli da divina mano ricondotto in patria il giorno innanzi, anch'egli passasse la notte in quella chiesa, e s'accostasse al primo grido di Rambaldo; ma riconosciutolo, e durando sua credenza che Francesca avesse questo amato il quale qui fosse a piagnerla, e potendo in lui sempre più che l'ira l'amore, si ritraesse ad orare dietro l'altare, onde poi udì tutta la terribile confessione di Rambaldo, conobbe il proprio errore, e la propria stoltezza, e accusando della morte della fanciulla, gli si strinse il cuore, e all'udir l'ultimo requiescat in pace, gli si ruppe, e morì. Fu sepolto non lungi della sua amata. La madre di questa non sopravvisse intero l'anno. Di Rambaldo, altri dice che si fece monaco di San Benedetto, i quali allora vivevano tutti come ora i Trappiti, in un deserto; altri che fu anch'egli a Terra Santa non come cavaliero, ma pellegrinando a piè nudi, e facendo grandissime penitenze, e che santamente morì tornandone, e per via, a San Giacomo di Gallizia.

Qui finiva la storia del buon maestro; finiva egli. Perchè voleva aggiugnere la moralità, e incominciava di nuovo a dir della calunnia; e che sempre era punita in questo mondo o nell'altro; e che per essa v'ha di tali che credendosi di vivere mezzi santi, e d'ir dritto in paradiso, si risvegliano morti in inferno; e Dio guardasse di ciò anche chiunque avesse mal parlato di lui; perchè a lui non ne importava nulla; ma ei v'ha di tali, e non solamente fanciulle, ma talor uomini, anche dei valorosissimi, che sono così stolti che muoiono accorati d'una bugia; gran pazzia e dabbennaggine veramente; ma l'errore di chi ne muore non iscusa chi fa morire; «E quando taluno di voi parlando al signor Sindaco incomincia a dir del compare, che gli è pur peccato menimala vita, ed è giuocatore, ubbriacone, donnaio, e chi sa dove finirà, e simili cose; credete voi che cada questo discorso, e sia finita così? No signori; mai no; che poi se vi è nella terra un chiasso, uno scandalo, un ladroneccio, o una morte, ecco il giudice mette mano prima d'ogni altro su questo di che ha avuto le male informazioni o false o esagerate, e il povero uomo va in prigione, e corre rischio della vita; chè anche i migliori giudici quando sono preoccupati possono errare. E se il povero uomo campa dalla giustizia e dalla prigione, e torna al paese, ei torna rovinato, diffamato, che nessuno non ne vuol più per mezzajuolo, per lavoratore; e talora entrato galantuomo in carcere, per ira e per disperazione, e per mala compagnia n'esce briccone. E la povera moglie, e i fanciulli....» Ma essendo l'ora tarda, e già spegnendosi la lucerna, e la buona gente avendo meno pazienza alla moralità che alla storia, e dicendo l'un dopo l'altro buona notte, ed andandosi; anche il maestro ed io ci accomiatammo da' padroni della stalla, ed usciti, l'uno dall'altro poi, dicendoci buona notte.

 

 

 

TONIOTTO E MARIA.

 

«E voi qual è il parer vostro?» disse uno de' più giovani della brigata rivolgendosi al maestro. «Io?» rispose, «io non parlo mai di politica. Le donne e i preti ne sono dispensati; ed io non voglio lasciar perdere il privilegio, che mi par grandissimo.» «Tuttavia...» riprese il giovane. Ma un altro alzò la voze, e poi un altro, e molti insieme, e in breve la disputa diventò caldissima, finchè tra 'l chiasso e la confusione si udì uno dire: «Almeno al tempo de' Francesi...» «Al tempo de' Francesiinterruppe allora agitato oltre al solito il maestro, «al tempo de' Francesi eravi la coscrizione.» «E v'è anche adessodissero due o tre. «Al tempo de' Francesiriprese il maestro, e lo ripetè la quarta volta, «al tempo de' Francesi v'era la coscrizione, che era tutt'altro vedersi strappar figli, sposi e fratelli dalle braccia, legati come animali immondi, per andare mille miglia lontano a un macello.... che era un macello almen per noi, cui non importava, doveva importar nulla di quelle guerre. E quelli che le hanno fatte non son quelli che ne abbian forse patito più; ma quelli che vi hanno perduto, così senza pro consolazione di proprio principe o propria patria, quanto essi amavano. Benchè ed anche di quelli che vi hanno forse preso gusto, quanti l'hanno crudelmente pagato poi?» E qui si fermava, e parea pure voler dir altro. E perchè era ben voluto dalla brigata, ed udito volentieri al solito, ed or tanto più, come succede a qualunque si tace durante una lunga disputa, e non parla se non quando egli n'ha il cuor pieno, e l'han votato gli altri; certo tutti si tacevano, e parevano aspettassero ch'ei pur continovasse. Onde egli ricominciando: «Se non credessi di attristar la festa che facciamo, io vi direi quello che dinanzi a me stesso è succeduto; e vi ho avuto parte, che ne porto, e credo ne porterò tutta la mia vita i segni nel cuore. Ma non è novella piacevole di niuna maniera; è storia di poveri contadini, che non la direi a contadini. A voi altri forse servirebbe a mettervi d'accordo su queste dispute; chè in altro modo io non vi voglio entrare.» E dicendo tutti che dicesse, e due o tre soli uscendo a giocar alle bocce, gli altri sedettero intorno al maestro, ed egli incominciò così:

Al tempo de' Francesi, sendo io da maestro in una terra dell'alto Monferrato presso alle Langhe, vi connobbi un giovane e una giovane, che avean nome egli Toniotto, ella Maria. Le due famiglie credo fossero un po' parenti, ed erano buoni vicini; e i due fanciulli così amici, così compagni, così sempre insieme, che chi non li conosceva credevali fratello e sorella, e quelli che li conosceano, e così li vedean crescere, incominciarono tutti a dire, farebbero la più bella coppia di marito e moglie che potesse essere al mondo. Toniotto a' diciott'anni era uno de' più bei giovani del paese, ed uno de' più belli ch'i' abbia pur veduto mai; benchè ho dimorato molt'anni in Roma, e in quel mezzodì d'Italia dove si trovan le più belle figure d'uomini che sieno. Maria era una vera madonnina; bionda, tenera, pura e semplice come una colomba. l'uno, l'altra non s'infingevano. E' si volevan bene, che tutti il sapevano, e tutti ne li amavano; e non era di essi che una voce, e per essi che un desiderio, che andasse loro bene il loro amore. La fanciulla avea sedici anni; e il matrimonio era accordato; e sarebbesi fatto quando che sia, se non che i parenti di lei volevano aspettare di veder se Toniotto non cadesse forse nella coscrizione. A che servirebbe maritar così la povera Maria, che tant'era come non maritarla o vederla vedova subito appresso? i parenti di Toniotto ancor essi consentivano. Non troppo i due giovani. Maria diceva che se fosse moglie sua, ella gli andrebbe appresso da lavandaia del reggimento, o che so io; e Toniotto, benchè siffatta idea non gli entrasse, dicea che dovendo mai lasciar lei, amerebbe meglio lasciarla moglie sua; ma tutti e due poi per ispensieratezza contadinesca e facilità giovanile a sperar bene, speravano che pur non toccherebbe a Toniotto un cattivo numero; e intanto continuavano ad amarsi, od anzi ogni s'amavano più.

Un giorno che nessuno si aspettava tuttavia, ricordomi quanto me ne sentii strignere il cuore, venne il bando della coscrizione. I poveri giovani facevan pietà. Avreste veduto Maria, che prima era una vera rosa sbocciante, languire come appassita, dimesso il collo, e il viso pallido, e gli occhi languidi con due gran cerchi lividi intorno, che accusavan le notti più di pianto che di riposo. Toniotto all'incontro compariva ogni il volto più acceso, e le labbra tumide, e la bocca chiusa o a mordersi il dito, e gli occhi larghi larghi a mirar rabbioso in facia ad ognuno, come se ognuno fosse il gendarme che lo dovea diveller dalle braccia dell'amata. Chiaro era; apriva la mente ad alcuno di que' pensieri, che appena entrati e' ti mutano e rovesciano tutto un uomo. Il povero giovane che fin allora era stato de' più casalinghi e tutt'altro che discolo, incominciò a star i due o tre fuori, ch'ei dicea d'averli passati alle feste all'intorno: ma non era anima che gli credesse, perchè non era ita fuor di casa Maria. E s'ho a dirvi ciò che credevan molti ed io pure, egli cominciò a mettersi in cattive compagnie, e relazioni con alcuni banditi che erano allora intorno, rimasugli di quel Majino, che s'era fatto chiamare poc'anni innanzi Imperadore delle Alpi. Tuttavia questa forse fu voce falsa. E venuto il giorno che si dovean tirare a sorte i nomi de' giovani, Toniotto si trovò al capoluogo del distretto; e fu osservata Maria che l'accompagnò parlandogli molto caldamente, come di cosa che durasse fatica a persuaderlo, ed egli ascoltava tacito e truce anzi che no. Venuto al luogo dell'estrazione, lasciò a un tratto il braccio di lei; ella fu ad appiattarsi in un cantuccio onde poteva udir pronunziare i numeri; ed egli come d'un salto, cacciossi in mezzo agli altri giovani che aspettavano. E ne furono alcuni, tanto era ben veduto, che gli dissero: «Toniotto, noi preghiamo Iddio che tu tiri un numero buono anzichè noi. Che tutti abbiamo veramente o padre o madre o sorella o qualche persona, che ci fa un dovere restar loro appresso, se Dio vuole. Ma se ci vien la sorte di partire, non è poi colpa nostra; e vedrem paese, e chi sa poi si diventerà ufficiali ed anche generali. E quanti ne sono ora usciti di contado non altrimenti che noi? Ma tu, povero Toniotto, con quella tua bella innamorata che piange, e' sarebbe pur peccatoToniotto non rispondeva, e venne il prefetto e il comandante del dipartimento, e quel della gendarmeria, e incominciò ogni giovane ad esser chiamato ed avanzarsi e tirar suo numero. Ben potete pensare come palpitasse il cuore della povera Maria quando toccò al suo Toniotto. E palpitava a questo pure, benchè si facesse forza. Accostatosi alla tavola tirò uno de' primi numeri. Non rimaneva dubbio, dovess'essere de' partenti. La povera fanciulla fu portata via semiviva. Toniotto non profferì parola, e finita l'estrazione, e visitati gli atti e inetti al servigio, intimato a quelli, fra cui non poteva non esser Toniotto, di ritrovarsi al medesimo luogo al terzo , e lette le leggi penali su' renitenti, quando tutti gli altri, così Toniotto si partì. E volendolo i suoi parenti ricondur seco, egli non volle; e disse che s'accompagnerebbe con gli altri giovani, ed andassero. Ma l'aspettarono invano quel giorno intero e la notte, ed ei non tornò. Allora immaginatevi che spavento li prendesse tutti, e come vedessero già l'infelice giovane e stessi caduti in tutte quelle terribili pene, che, in difetto de' coscritti fuggitivi, perseguitavano anche i parenti. Stettero i tre in quelle angosce, sperando sempre veder tornar Toniotto. Al quarto veniva il sotto ufficiale di gendarmeria a riconoscere l'assenza; e perchè erano buona gente per cui tutti avrebber risposto, e' fu loro dato due altri giorni per avvisare o trovare il renitente; ma ei non sapevano dove cercarne, e pur si disperavano. Al quinto giorno vennero due soldati, che in francese dicevansi guarnisarii, e ben potrebbe tradursi sicarii, sulle spese del padre di Toniotto. La medesima sera furono vedute certe cattive facce girar per il paese; e alle due ore di notte un ragazzo domandò del padre di Toniotto che venisse dietro la parocchia a parlare con uno; e andato, trovò il figliuolo; e stettero da tre ore a ragionare insieme molto caldamente. Furono osservati da molti; e credettesi poi che Toniotto avesse voluto persuader a suo padre, il quale era stato altre volte buon soldato, ed era verde tuttavia, che s'unisse con esso e con suoi ma' compagni i banditi; ma che il padre non volesse assolutamente. Certo il mattino appresso fu veduto comparir Toniotto in casa al padre, e volendo i due guarnisarii mettergli le mani addosso, egli disse, che non era mestieri; e, mostrando loro non so che alla cintura, sotto la giubba, che si guardassero di toccarlo; ma che, fatta colazione, e dato un buon a sua gente, egli da andrebbe al capoluogo a consegnarsi. E così fece. Io mi ricordo, fu chi venue a dirmelo, ed io accorsi e trovai Toniotto che usciva di casa sua, ed entrava in quella di Maria; onde ebbi agio appena a dirgli: «Dio tel rimeriti; tu fai da buon figliuolo.» Ed egli: «Quest'è;» ed entrò da Maria. so che dicessero, parola per parola; ma ella mel narrò poi cento volte, che Toniotto le aveva voluto restituir sua libertà, e la parola che s'erano data reciprocamente sovente, e che ella fu che non volle, e promettea che pur l'aspetterebbe. E' si vuol dire che a quel tempo, non avendosene ancora la sperienza, credevasi a quella promessa delle loro leggi; che i coscritti si prendevano solamente per quattro anni, finiti i quali sarebbero restituiti a casa. E' si sa poi come fosse mantenuta; e che non ne tornò uno mai, se non era con qualche membro mozzo che 'l mettesse fuor di servizio. Ad ogni modo avendo io passeggiato forse da venti minuti fuor della casa, udii dare un grande strido addentro, e vidi uscire Toniotto col viso tutto rovesciato; che rientrato in casa sua, e statoci di nuovo forse due minuti, udii che diceva a' parenti di non accompagnarlo assolutamente, e solo uscì, e s'avviò. Il povero giovane sapeva che l'aspettasse; e perchè il sapevo pur io, me gli misi appresso da lungi, e lasciatolo solo sfogarsi poco più d'un miglio, a poco a poco me gli accostai, e seco poscia mi accompagnai, ed egli me l'aggradì in modo che prendendomi la mano vidi una grossa lagrima che gli scendea per le guance; ma appena accortosene, egli indurò il viso, e si parlò di tutt'altro. Giunti al capoluogo, io voleva pure che mi lasciasse andar a parlare al sotto prefetto, che conoscevo; ma non volle, e domandata udienza egli stesso, disse: «Io sono Toniotto tale, che ho tirato il tal numero l'altro giorno, e ho avuta un po' di difficoltà a risolvermi di venir con gli altri; e a dir vero, credo che non vi sarei mai venuto se non era di mio padre, e miei fratelli; ma ad ogni modo eccommi qua.» M'avanzai io, e testimoniai di sua buona vita e costumi al sotto prefetto, che molto ne lo lodò, e mandò pel maresciallo d'alloggi della gendarmeria, e fattoselo entrare nell'uffizio, gli parlò alcun tempo, che credo glie lo raccomandasse; e udimmo il maresciallo d'alloggi dir uscendo: «E' si farà quello che si potrà,» e poi accennò al giovane, e sel condusse al quartiere. Toniotto mi disse partendo un addio, credo men per me che per altrui; ed aggiunse, che per quanto aveva caro al mondo, vedessi d'impedir suoi parenti e Maria di non venir più a cercarlo, e massimamente quando dovesse partire. Io ben intesi, e saputo poi da que' gendarmi, con cui pur mi diedi a conversare per ciò, che dovea partire la domane, sì m'avacciai a casa disconsolato ad adempir il mandato del giovane, che se me l'avesse dato sul letto di morte, ei non mi sarebbe stato più sacro. E giunto, e trovata appunto Maria co' parenti di Toniotto, feci loro la commissione; e pur dicendo Maria che pur voleva andarvi domattina, e dicendo io che nol potrebbe vedere, ed ella: «Dunque è in prigione;» ed io: «Non credo; ma non vuole che il vediate partire;» ed ella: «Dunque e' parte domani;» e sapendosi poi da ognuno come fosser condotti i renitenti, la fanciulla venne in chiaro di tutto, che credo veramente il più segreto ministro che sia al mondo non glie l'avrebbe saputo celare.

Al mattino molto per tempo uscì Maria con un panieretto sotto il braccio; che in casa non la videro uscire, e per la via credettero che andasse a mercato. Ma i suoi, come se n'avvidero, stupiti prima che n'avesse il cuore quel mattino, e poi non vedendola tornare, s'avvisarono che fosse pur ita a veder partire Toniotto; e furono suoi due fratelli, e trovarono lui partito, e di lei udirono che non erasi veduta. E in vero ella, che s'era apposta la verrebbero quivi a cercare, non vi era venuta; ma erasi avviata sulla strada che sapeva avevan fatto altri coscritti; e a forza di domandare qual fosse la prima posata, ella vi fu; e vi si trovò come arrivò Toniotto scortato da due gendarmi quasi un malfattore, ma non legato; e i gendarmi che la riconobbero glie la lasciarono accostare; ed ella facendo parte ad essi delle provvisioni, potè darne a Toniotto, e dimorarsi con lui quelle poche ore. per isforzo ch'ei facesse la potè persuadere che non venisse seco quella sera, e non l'accompagnasse alla prima nottata; dov'ei fu rinchiuso, ed ella andò da una povera donna a domandar albergo per carità, e la domane si trovò alla porta della prigione ad aspettar che uscisse Toniotto. Pensate che dolore le fosse vederlo uscir di le mani legate, i pollici stretti, ed attaccato per una lunga fune insieme con una ventina d'altri, due a due così tratti come galeotti od animali; ed eran soldati di quel principe, che pure innalzava il mestiero dell'armi sopra ogni altro. Gli altri poi quasi non sentivano quell'affronto che sapevano non durerebbe oltre a pochi giorni quando avessero passato le Alpi, o al più raggiunta la riserva; ma pensate che dolore si accrescesse al povero Toniotto al vedersi veduto in questo stato dalla innamorata! La quale camminandogli allato, egli domandavala che pur si volesse, e che facesse conto di fare, seguitandolo così! Ed ella rispondea, che non vi aveva pensato; ma l'avea pur voluto rivedere ed accompagnar alquanto; e tornava a riparlare di quella sua idea di venir da lavandaia col reggimento; ed egli non volea, e parlavale de' parenti; ed ella piagnea; e i compagni, i più, si facevan beffe di loro; e i gendarmi che non eran più que' primi, li malmenavano. Alla posata del pranzo e' fu peggio; perchè ei furono tutti rinchiusi in una rimessa d'un'osteria, e quella serrata; e la povera fanciulla cacciata dalla porta, dove voleva rimanere, rimase poco discosta senza pur prendere un tozzo di pane o un sorso d'acqua finchè vide di nuovo uscire i prigioni legati come il mattino; e allora rimisesi al fianco di Toniotto, e gli accostò alla bocca un frutto che il rinfrescasse; e continovò la via con essi; e ricominciarono i preghi di Toniotto che lo lasciasse; ed ella pur continuava senza saper che si facesse o si volesse. Finalmente alla sera, prima d'arrivar alla posata, e' furono raggiunti da' due fratelli di lei, che pensando finalmente dove era, l'avean seguita e così arrivata; e perchè erano buoni giovani, e non lungi pur essi d'aver a correre i medesimi casi, impietositi di lei non la ripresero altrimenti che pregandola tornasse indietro con loro; ella schermivasi, e Toniotto pur unì sue preghiere; onde tutti furon d'accordo di andar fino alla nottata, ed ivi tutti riposare, ed al mattino vegnente darsi ancora un addio, e poi separarsi, tornando ella indietro co' fratelli. E così fecero; e passarono la notte egli in prigione, ed ella co' fratelli all'osteria. Dove appena messa in letto la povera fanciulla, e per la fatica e la grande arsura, e lo stento, e più che per ogni cosa, per le grandi angosce sofferte, fu colta da una ardentissima febbre, e dal delirio; onde, alla mattina vegnente, rimanendole appresso uno de' fratelli, l'altro fu alla porta della prigione, e disse a Toniotto in parte dello ammalarsi di Maria, e poi l'abbracciò; e Toniotto non potendo, cacciato innanzi cogli altri, così si separò dall'ultimo de' suoi. Più di quindici stettero Maria ammalata, e i fratelli, e poi la madre venuta anch'essa a curarla. E sendo alquanto guarita, insieme si partirono e tornarono al paese; che nessuno potea riconoscere la fanciulla; ma nessuno fu che per quella sua fuggita ne dicesse una parola cattiva; tanto era ella amata e stimata da tutti, e tanto conosciuto il loro amore e la sua grandissima innocenza.

A poco a poco pur si riebbe alquanto, principalmente quando i parenti ebbero di Toniotto la prima lettera, la quale, povero giovane! io la so tutta a memoria, e diceva così: «Caro padre, questa che vi scrivo è il primo uso che fo delle mie mani, ed è per dirvi che del resto siamo felicemente giunti qui alla riserva, che è in una città che si chiama Besansone, e si dice che ci resteremo molto poco tempo. Mi hanno già tutto vestito alla militare che voi non mi riconoscereste, e abbiamo il numero del reggimento e delle compagnie su tutto il corpo, che sembra che siamo come le pecore da noi, che portano tutte la marca del padrone. E appena vestiti abbiamo incominciato a far l'esercizio, cioè ci fanno imparar a camminare e voltar la testa in qua e in , e fra due o tre giorni ci daranno lo schioppo. Dicono poi che non si fa altra vita dal levar del sole fin dopo che è tramontato. E tutti speriamo che si faccia la guerra, perchè allora finiscono queste seccature, e un po' più un po' meno fanno andar tutti, e non ci è più coscritti, che qui è come una ingiuria che ce la dicono tutto il giorno. Io vorrei però che vi consolaste, e principalmente saper delle nuove della povera Maria, che mi è tanto incresciuto abbia voluto accompagnarmi quei due giorni: ma vi posso giurare, caro padre, che è stato come se fosse mia sorella, e quand'anche io avessi voluto, non avrebbe potuto esser altrimenti. Spero perciò che nessuno glie ne avrà voluto male, e io vi prego di abbracciarla per me, che nemmen questo non è stato possibile; e saluto i suoi fratelli e sua madre, e poi il fratello mio e voi, ed ultimamente il signor Maestro, che sia benedetto d'avermi insegnato a scrivere, che mi questa gran consolazione di poterlo far oggi. E vi domando vostra benedizione. Il vostro figliuolo Toniotto.» La seconda lettera fu da sotto a Magdeburga, e diceva che s'era trovato alla gran battaglia di Iena; e che aveva udito dire che il primo fuoco faceva gran paura; ma a lui era stata la sola consolazione che avesse avuta dopo esser partito di casa; e che da quel giorno nessuno de' camerati gli diceva più coscritto, ed era anzi passato a' granatieri. Se ne ricevette poi una l'inverno appresso, di non so più che luogo di Polonia, e un'altra la state che seguì, da Aranda de Duero in Ispagna; e sempre raccontavano nuove battaglie, e si vedeva che prendea gusto al mestiero, ed era stato fatto caporale, e poi sergente, ed aveva avuta la croce; e di nuovo mi benediva d'avergli insegnato a scrivere, e diceva che questo lo portava avanti tanto, e forse più di qualunque azione sul campo. Finalmente, essendo scorsi due anni da sua partenza, io mi stava una sera facendo scuola al solito, quando entrò uno de' bimbi e incominciò a dire una parola a uno de' compagni, e questo al vicino, e poi corse dall'uno all'altro, e tutti s'alzarono, e via, senza che io potessi trattenerli, gridando tutti: «È giunto Toniotto, andiamo a veder Toniotto;» onde anch'io uscii, e fui alla casa di suo padre, e sì lo trovai con una figura di felicità e di trionfo che non ho veduta mai la pari, seduto tra suo padre a un lato, e Maria dall'altro che piangeva e singhiozzava come una fanciulla quand'è tolta di penitenza, senza poter pronunziare parola; e poi i fratelli dell'uno e dell'altra, e i parenti e tutti, che l'accerchiavano e l'abbracciavano. Ed ei pure, come mi vide, s'alzò e mi buttò le braccia al collo stringendomi; e in breve seppi che il suo reggimento, venendo di Spagna all'armata d'Italia, passava in Piemonte, ed egli aveva avuta una licenza di tre giorni per venire a vedere i suoi parenti e ... ma non disse altro, e presa la mano di Maria la copriva di baci con una franchezza e disinvoltura che veramente non aveva partendo, e mi fece temere non fosse mai mutato da quello che era. Ma io 'l vidi e gli parlai il giorno appresso, e i due altri giorni che rimase con noi; e non è a dire che buono, eccellente giovane, anzi che uomo e' si fosse fatto in quel poco tempo; e se il suo amore era forse alquanto diverso, ei non era certo meno amore; ed anzi togliendo pur esso di quella sua nuova natura virile, più non si sprecava in lamenti e piagnistei, ma tutto tendeva al suo fine, e faceva il conto delle speranze, e formava progetti fissi di nozze. Diceva che se gli andava così, e grazie al suo saper iscrivere, avea ferme speranze di diventar un giorno o l'altro ufficiale; e quando il fosse, non gli sarebbe tanto difficile aver licenza d'ammogliarsi; e quando non l'avesse, anche lasciar il servigio: «Tanto più» aggiugnea sorridendo «che delle busse se ne prende da tutti, ed io ho pur le mie che non ho consegnate nelle mie lettere; e se ne prendo ancor due o tre, a' venticinque anni potrò pur essere de' veterani, e mandato, come dicono essi, a' miei focolari.» E in somma quei tre giorni furono un giorno di festa a tutto il paese, e di vacanza alla scuola; e credo i tre più bei giorni della vita della povera Maria. Ripartì lasciando tre luigi d'oro a suo padre, uno al fratello, che era uno de' miei scolarucci, e un bel fazzoletto e un anello a Maria: e giunto a Venezia le mandò in una lettera una catenella, che mai più poi non si sciolse dal collo della fanciulla.

Allora succedette la guerra d'Austria, la terza che fece Toniotto; e siccome in ognuna guadagnava busse ed avanzamenti, ebbe una ferita sul capo che questa si seppe a casa, e molto turbò la povera Maria: ma pure ei ne guarì, e fu fatto passare nella Guardia Imperiale. Quando ne scrisse, ei non avrebbe potuto dir più se fosse stato fatto maresciallo, tanta gioia ne mostrava. Alla pace fu a Parigi, e ne scriveva sovente, ed anche ne mandava ora una cosuccia, ora un'altra alla Maria; e diceva che era passato allo stato maggiore, e più sperava esser fatto ufficiale, e allora! allora tutti sarebbero felici. Così andarono due altri anni, e facendosi la guerra di Russia, Toniotto partì per essa più speranzoso che mai; e tanto più quanto scrisse di Smolensko, che era stato fatto aiutante sotto ufficiale, ed aveva avuta l'altra croce della corona di ferro, e nessuno dubitava che non fosse ufficiale prima del finir di quella guerra; e che questa molti credevano dovesse essere l'ultima che farebbe l'Imperadore; ma, quando non fosse, egli si teneva ufficiale, ed ogni cosa anderebbe bene. Pensate allora che invidia incominciasse a far la Maria alle altre, che prima molte n'aveano quasi pietà, come se a forza d'aspettare avesse a morire fanciulla. E la Mariuccia intanto, io pur dimenticava di dirlo, aveva imparato a scrivere molto bene, e scriveva al futuro sposo, e tutto in somma pareva felicissimo. Quando venuto l'inverno incominciò a mormorarsi che l'esercito francese era stato tutto distrutto; ed io fui alla città, e pur seppi ch'era vero in gran parte, e non si ricevevano più lettere di nessuno, e men di Toniotto; e finalmente essendo già avanzato l'anno, scrissero alcuni Piemontesi della guardia che era morto al passaggio terribile della Beresina. Immaginatevi che dolore fosse al vecchio padre e al giovinetto fratello suo che aveva posto tutto il suo amore al fratello maggiore, e più di tutti poi alla infelicissima Maria. io descriverovvi il suo dolore, e come ammalò e fu per morire, e i pianti e la disperazione de' suoi parenti e suoi fratelli, di cui uno appunto in quel tempo fu levato nella coscrizione, e partì per Germania; e l'altro pochi mesi dopo, perchè s'incalzavano allora dappresso le levate, fu pur portato a Francia. E che dirovvi io più? Quando incominciano in una casa le disgrazie, elle si succedono che fa spavento per stessi anche agli indifferenti. I due fratelli di Maria furono ammazzati l'uno ad Hanau, il secondo sotto le mura di Parigi, all'ultime schioppettate di quella guerra che a noi fu così straniera, e costò tanto. Rimase sola a reggere i due parenti infelicissimi, e quasi istupiditi dal dolore, la povera Maria; a cui quel dovere di sorreggere la loro vecchiezza, e la volontà speciale di Dio, che la serbava ad altro, diedero forza di sopravvivere.

La povera fanciulla aveva allora poco più di ventidue anni, ed era d'una bellezza fatta così celeste dal dolore celestemente portato, che io non ho mai veduto nulla da pareggiarle in terra. Dolor siffatto innalza e nobilita qualunque persona più volgare: ed ella contadina, tenera fanciulla, ma quasi gran donna, ed a me anzi come santa od angelo parea. Io non l'ho veduta da quel tempo ridere mai più; tuttavia era sul suo volto o tristezza aspra, o sopracciglio di sorta alcuna; ma una mesta semplice compostezza che era di lei sola. L'anno 1814, tornati i nostri Principi, e quindi alcuni pochissimi de' soldati già dell'esercito francese, e' si seppero gli ultimi particolari di Toniotto; che durante tutta quella terribile ritirata era stato uno de' pochissimi che serbasse imperterrito il coraggio; e quando tutti morivan di freddo, ei diceva che tenea sul cuore due cose che gliel serberebbero caldo, quando anche ei vi avesse sopra tutti i diacci di quella Russia. Non sapevano ben dire se fosse stato fatto ufficiale; ma certo, egli era che conducea sempre la compagnia, e marciava alla testa; e così era stato a quel terribile ponte ch'egli avea varcato de' primi; e appena passato s'era precipitato come un lione su' nimici, e côlta una palla in mezzo al cuore, era caduto senza vita. «Povero Toniotto! era l'amore del reggimento, e l'onor poi de' Piemontesi di tutto l'esercito.» «Povera Mariadiceva io, «ben altra è la tua disgrazia di aver a vivere ancora così.» io stesso sapeva tutte le sue pene. Tre anni erano dalla morte di Toniotto, ed io vidi mutarsi quel suo volto così composto a dolore, e diventar inquieto, e sue fattezze mutarsi ogni ; onde più volte le mi accostai presentandomi a udir suoi casi, se volesse dirmeli. Ma non l'interrogava io, ed ella non mi rispondea. Un giorno pure ch'io l'avea trovata per via, e ci accompagnavamo insieme, ed ella mi parve più agitata che mai, io non potetti dopo un lungo silenzio non esclamare: «Povera Maria!» Ed ella allora diè in uno scoppio di pianto, e quasi fu, credo, per buttarsi nelle mie braccia; ma si coprì il volto con ambe le mani, e pur singhiozzando: «O maestro», disse, «ei mi vogliono maritare!» Io 'l confesso: il pensiero non me n'era venuto in mente mai; non più che se fosse stato un delitto, o una impossibilità. Ora venutomi per quelle poche parole, ei fu come un lampo che mi scoprisse un paese nuovo; e vidi come la cosa fosse venuta, come andava, e come anderebbe; altro potei soggiungere se non «povera Maria!» Poco appresso mi fermai, e feci seder la fanciulla; ed aspettato che ella alquanto si riavesse, e cessassero i singhiozzi: «E tu ti mariterai, povera Maria! E poscia che il vecchio padre, e la orba madre te l'han chiesto, e vogliono sostegno e consolazione agli ultimi loro giorni, tu non la negherai loro. A ciò hai sopravvissuto: perciò non ti sei abbandonata al tuo dolore, e ti sei trattenuta di morire. Quelli furono gli sforzi maggiori, quello il maggior sacrifizio. il vorrai ora far inutile e perderne il frutto per non sottoporti a questo di più. Virtuosa Maria, buona Maria, santa, forte fanciulla; compirai il debito tuo, il tuo ufficio su questa terra; e compiuto che tu l'abbia, padre, madre, fratelli ed anche marito ti porteranno insieme a raggiugnere il tuo amore , dove tutti gli amori si confondono e uniscono in uno immenso, solo, universale.... O Maria, non sono fole, non sono parole vane, vote di senso, quelle parole di Dio, che noi siamo qua giù per soffrire. Non si fa il proprio dovere, non si fa bene mai senza patire più o meno; e a chi il dovere, il bene si porge con più patimenti, quello è il figliuolo prediletto dal padre, a cui son dati più meriti ad acquistare, e destinati più premii.» Io diceva ciò interrottamente e strignendo la mano alla fanciulla, che metteva gli occhi in cielo, e ad ogni istante gli innalzava più, e il suo volto tornava quello celeste e sereno di prima, anzi più che mai; e disse finalmente: «Ben lo sapevo che sarebbe così, e che voi pure il vorreste.» Ci alzammo, e non si fece più parola fino a casa.

Il padre e la madre di Maria erano veramente disgraziatissimi ancor essi; ed essendo poveri, il diventavano più, per non poter più andare a giornata, coltivar per bene il poderuccio; e benchè Maria vi si affaticasse, tanto più che avrebbe voluto non s'accorgessero di ciò che mancava in casa, tuttavia ogni giorno era peggio, e n'erano a stentare. Io mi stupiva come non mi fosse venuto in mente prima; ed ora avrei dato volentieri la metà del mio pane per supplire a ciò che mancava in quella famiglia, e lasciar a Maria sua libertà. Ma io poteva morire; e Dio sa come allor mi dolse di non aver mai saputa far masserizia, e metter a parte alcun che della mia pensione di frate, e dell'assegnamento da maestro. Ma più ci pensavo, più vedevo che non ci era verso. E se ne fece capace anche Maria. Onde fra i molti che sempre gli avean offerta la mano, scelse uno chiamato Francesco; buon giovane, già da bambino grande amico di Toniotto, de' pochissimi non istati levati per la guerra, e che non era mai uscito di casa, e sempre aveva amata Maria; e benchè sapesse non esser riamato d'amore, e non n'avesse speranza, mai non avea voluto tor altra moglie. Ora Maria gli disse schiettamente il perchè prendeva marito; e ch'egli ben sapea, che d'amar mai nessuno com'ella aveva amato Toniotto, anzi di trarsi mai quell'amore dal cuore non le era possibile; ma che s'egli pur voleva lei come una vedova a cui fosse lecito amar il primo perduto amore, ella fra ogni vivente amerebbe lui solo, e le sarebbe buona moglie sempre. E il buon giovane, che altro non isperava, molto volentieri accettò; e ne fu l'uomo più felice del mondo; e di più offerendosi ella di farne ciò ch'ei volesse, le concedette di non tôrsi dal collo la catenella di Toniotto; e poi fecero le nozze senza gran chiasso; e quello che si sarebbe speso in mangiari e balli, Francesco che era ricco e solo con sua madre, lo mise mezzo a riattar la casa propria, e farci una camera bella per li due vecchi, che ve li portò il medesimo delle nozze; e mezzo ce lo diede al parroco e a me, che ne fecimo distribuzione a' poveri; e fu una benedizione, e una festa universale, ma tutta quieta e diversa da qualunque altre nozze. vi dirò che buona casa facessero le due famiglie; chè quell'istesso mettersi insieme, e il non aver paura di vivere molti sotto a un tetto, ci potea far giudicare che eran tutti buona gente; come il volersi dividere, e il non poter molti mangiar della medesima minestra, mostra cattivi cuori, e gente che amano l'indipendenza propria, come dicono, e vuol poi dire qualche comoduccio, più che la compagnia e l'amore degli altri. E non andò l'anno che la famiglia s'accrebbe pur anco di un figliuolo maschio che tutti d'accordo lo nominarono Toniotto, e fra altri diciotto mesi d'un altro ancora; ed era tornata a Maria non pur tutta quella sua composta serenità, ma talor anche qualche dolcissimo sorridere al marito e a' figliuoli; e benchè avesse allora da ventisei o ventisette anni, ella non era stata mai così bella; e la sera talvolta in mezzo a que' vecchi e a que' bambini e il marito, tutti pendenti da un suo sguardo, allor sì che pareva proprio una Madonna di Rafaello in una santa famiglia. Ma anche ciò aveva a non durare.

Una sera all'annottare io camminava su e giù dinanzi alla porta di casa dicendo ad alta voce, come io soleva, l'ufficio, quando mi sentii venir dietro uno, e poi gridar «Maestro mio» ed abbracciarmi quasi levandomi di terra. E parendomi una voce che conoscessi, e volgendo il viso e quasi toccando il suo, occhi ad occhi fra quel barlume, ei mi venne veduto e riconosciuto Toniotto. S'io avessi avuta fede mai agli spiriti, certo allora avrei creduto che fosse quello di lui che mi venisse a pigliare, per la parte avuta da me nel matrimonio di Maria. E dirò il vero, il pensiero, benchè mi durasse un attimo, pur me ne venne. Ma ravvedendomene subito, mi colpì, ed annientò la realità non meno di quello che mi avesse potuto far qualunque soprannaturale apparizione. Allora il solo pensiero od atto che facessi, fu macchinalmente prendere pel braccio Toniotto, e meco cacciarlo entro casa. Egli ben s'avvide dell'impressione fattami, e a un tratto mutandosi il volto, e la voce tremando: «Mio padredisse «mio fratello?» «Son vivirisposi, «ma si vuol temperar la gioia al vecchio....» «E Maria.» «Son morti, poco dopo che si credea voi, i due fratelli di Maria.» «E Maria?» «Vive.» E si fece un silenzio di forse due minuti. Io 'l ruppi: «Non avete mai potuto scrivere da sei anni in qua!» «Ho scritto più volte, ma ben temetti non riceveste mie prime lettere; sì l'ultime, da due anni, le avete dovuto ricevere.» «No no, diss'io, non le ricevemmo. E da due anni....» Toniotto m'interruppe: «Dunque m'avete creduto morto da più di sei anni in qua? Ciò temeva io sovente. E allora.... allora mi veniva un pensiero, ch'io pur cacciai sempre come una suggestione del demonio per farmi morir di dolore. Oh! io giugnea testè così allegro! come se si avesse a tornar a casa allegramente dopo dieci anni. Povero Giovanni, povero Filippo, povera Maria!» «Maria....» diss'io, e sperava ei m'interrogasse. Ma non ci fu verso, ei non disse parola. per salvar la vita a un fratello, credo che avrei potuto mai finir la mia, e dir: «Maria non è più vostra.» Finalmente ei ripigliò: «E se aveste avute mie lettere due anni sono?» «Elle sarrebbero state tardi.» E respiravo, quasi felice d'esserne uscito; se non che, alzando gli occhi sul viso del soldato, il vidi mutato in modo, e scolpitevi sopra tutte le sue fatiche, e i suoi dolori passati e presenti e futuri, che ne agghiacciai. Di nuovo si tacque alcuni minuti; poscia egli s'alzò, e diè un crollo, alzando il capo, e disse: «Andiamo a veder mio padre, e poi....» Io gli tenni dietro, e fummo insieme a casa sua.

Ora io non vi dirò le accoglienze e la gioia di suo padre e suo fratello, le lagrime pioventi sull'indurito volto del soldato, quando la tenerezza ebbe aperta la via al dolore; poi come io fui da Francesco, ed egli s'incaricò di dar la nuova a Maria, ed anche meno come egli facesse; chè questo fu sempre un segreto loro, e mai non se ne parlò. Sì fui io che tre giorni appresso, chiamato da Francesco, portai Toniotto la sera a casa loro. Il più accigliato era Francesco. Maria s'avanzò con un sorriso angelico sul volto, che pur era scomposto, e porse la mano a Toniotto, dicendo: «Benedetto sia il cielo! Chi aspettava rivedervi prima del paradiso? sì l'abbiamo sempre sperato, Francesco ed io.» Al soldato tremavano sotto manifestamente i ginocchi, ebbe forza di parlare; ma prese la mano di Maria e quella di Francesco, ed ambe le tenne in ambe sue mani, e più volte insieme le baciò; poi veduto a un tratto i due bimbi in un canto lasciò le mani d'un colpo, e fu ad essi, e li baciò, ed abbracciò, molto vivamente più volte, e poi preso il maggiore se 'l pose sulle ginocchia. E gridando ritrosamente il fanciullo, e Maria chiamandolo «Toniotto,» il soldato credeva prima esser chiamato egli, e poi apponendosi che era stato dato il suo nome al bambino, di nuovo il prese, e sì l'abbracciò, e gli mise il proprio volto tra i capegli ricciuti, ch'io ben m'accôrsi come prorompesse in pianto e 'l nascondesse. A poco a poco si ricomposero tutti, e Francesco mise il discorso su' casi di Toniotto, domandandolo come si fosse salvato dopo quel colpo che si diceva avesse avuto nel cuore al passaggio della Beresina; e allora Toniotto narrò molto semplice e breve; come il colpo l'aveva avuto alla spalla, che gli era stata rotta, ed ei n'era caduto senza sentimento, s'era riavuto se non quando i nimici spogliando i cadaveri, lui pure avean quasi nudato; e allora per gran caso passando un ufficiale giovinetto, s'era mosso a pietà, e l'avea fatto mettere in uno spedale e curar alcuni giorni, e restituirgli, se non il resto, almeno le sue due croci, ch'egli avea portate poi, attaccate or alla camicia, ora a qualunque altro cencio onde s'era potuto ricoprire. E che guarito dopo alcuni mesi, e venuta la bella stagione, egli avea ricalcata con una colonna di prigioni, tutta quella miseranda via fatta già coll'esercito fuggitivo, ed era tornato a Mosca; ed indi poi n'avea fatta più che altrettanto assai, fino ai confini della Siberia. Dove dispersa la colonna, e mandati i prigioni chi qua chi , con pochi soldi da vivere, ognuno s'era messo a servizio, e a lavorare d'una o un'altra sorta; ed egli aveva in casa a un signore di que' paesi fatto da giardiniero e soprastante per la campagna. Onde quel signore gli avea posto grande amore, e s'era malcontentato assai quando, al principio del 1815, erano stati liberati tutti i prigioni. E che, quando non essendo essi ancora usciti di Siberia, venne il contraordine che si fermassero per la nuova guerra di Francia, il signore gli era corso appresso, e se l'era rimenato al suo castelluccio; e d'allora in poi egli s'era accorto che gli erano intercette le lettere, e nascosti i successi che seguirono. Ma che egli avendone pur udito alcun che a forza d'interrogare, era fuggito e ricorso al governatore della città vicina. Qui si fermò, e ben indovinai che volea dire, e poi se ne trattenne, che allora fu che avea scritto e sperato giugnessero sue lettere. Sì aggiunse che tra il dubitare e domandar ordini, il governatore l'avea trattenuto più d'un anno, ed ora erano da sei mesi che gli aveva data licenza; ma perchè in quell'anno avea speso ogni suo guadagno, avea dovuto venire a piedi col poco soldo da prigione; e perchè le ferite gli dolean troppo, sovente avea dovuto fermarsi per via, ed anche, nascondendo in que' casi le due croci, accattare. Qui parve nuovamente intenerirsi, e Maria pur essa; ond'io m'alzai, e preso commiato uscimmo insieme.

E quella poi fu la sola volta che io vedessi, anche così per poco, intenerirsi o l'uno o l'altro di que' due infelici. Perchè infelici egli erano certamente. Ma ambidue lo portavano con un cuore da farne vergogna a tanti filosofi che scrivono libri sulla pazienza; ed anche poi a tutti quelli, perdonatemi, o signori, che della loro qualità ed educazione si servono a scusare quella che dicono sensibilità, ed è arrendevolezza al dolore, non, come dovrebbero, a sostenerlo tanto più fortemente. Ei dicono grossi ed insensibili questa povera gente, che non sente meno, ma sopporta più. E il vero è che nati e cresciuti tutti più o meno tra qualche stenti, ed avvezzi a veder felicità cui non possono arrivare, i poveri contadini tutti naturalmente e di buona fede s'imbevono di quel principio, che s'è quaggiù per patire e lavorare; mentre voi altri l'udite dire dai preti, e lo leggete talora da voi; ma veramente persuasi non ne siete; e certo vivete, scusatemi di nuovo, ed operate, e v'affaticate, e vi disperate, che si vede vi credete destinati a godere, e se vi son tolti i godimenti, la credete ingiustizia, e peggio se avete a patire. E quest'è che fa poi portar così malamente le disgrazie, succombendovi disperati alcuni, o facendo altri viltà per fuggirne. Ma forse io mal conosco i signori; e volevo solamente farvi intendere che se quei due poveri contadini non fecero scene disperazioni, ei non erano meno infelici per ciò. Di Maria v'ho detto che cosa avesse fatto per quel pensiero del dovere, ch'io pur troppo avea contribuito a metterle innanzi. Giudicate ora, che il dovere era tanto più stretto, come il seguisse. E non dico del dovere grosso della fedeltà di corpo o di cuore o di ogni minimo pensiero; ma il dovere stesso di star allegra e far felice lo sposo; anzi, per così dire, e quanto era possibile, d'esser felice ella stessa, e non pensar ad altro. Questo seguiva. E quanto a Toniotto, io il conobbi sempre ottimo anche da fanciullo. Pure nel primo fuoco di gioventù, vedeste come ei si fosse lasciato andare a quella tentazione, per fuggire un mal necessario e che non dipendea da lui, di far egli un mal volontario e scellerato mettendosi co' banditi di Majino. Ma ora la lunga vita da soldato l'avea sì avezzo a rispettare il dovere, e la guerra gli aveva sì insegnato ad indurirsi contro la disgrazia, che io ci metterei quanto ho al mondo, che suo cuore non fu macchiato mai d'un pensiero. Ed io l'ho creduto sempre che quest'educazione della guerra sia pure la più bella e buona educazione che possa avere un uomo; honne veduto tornar nessuno se non migliore. Ma ciò non importa; e so che molti tengono anzi il contrario, e guardano quei vecchi guerrieri come scomunicati. Sono opinioni; e confesso che la mia mi è principalmente venuta dal veder quel così schietto e così forte e così buono dolore del povero Toniotto. Non una parola mai d'ira, d'invidia o di disprezzo, una celia pure contro il buon Francesco. E se niuni anzi di questi che avean veduto paese e guerre si volean burlar di lui o far con esso i bravacci, egli era il primo senza affettazione a prender sue parti. Se erano amici prima, ora parean fratelli; e Francesco era sempre il primo a cercar Toniotto in piazza, e voler andar insieme all'osteria, e sarebbe stato in questo se avesse voluto essergli tutto il giorno in casa anche solo. Ma Toniotto non vi andava mai se non la sera talvolta con Francesco; e vi stava poco, e il più del tempo teneva i putti fra le braccia; ed egli e Maria si parlavano con tanta naturalezza e semplicità, che tutti credettero, e Francesco più di niuno, che l'un l'altra non vi pensassero più. E quasi quasi vi credevo pur io.

Un giorno tuttavia, che erravo su per quelle vette, e salendo su per un castagneto, entravo di quello in una vigna del padre di Toniotto, ei mi venne veduto egli che credendosi solo in quel luogo discosto, era seduto colla marra tra le gambe, e le mani appoggiate sopra, e il volto sopra esse; ed io stetti alcun tempo a mirarlo. E perchè al solito si vedeva lavorare che pareva allegramente, mi vergognai come se gli avessi sovrappreso e involato il suo segreto; e me ne sentii stretto il cuore, e mi rivolsi per di nuovo imboscarmi. Ma facendolo in fretta mossi alcune frasche, e il romore lo riscosse, e il rivolgere e alzarsi e chiamarmi, onde che io pur mi rivolsi: «E siete stanco» dissi, «mio caro Toniotto.» «Sì stanco appunto. Perchè, vedete voi, avevo alquanto disimparato il mestiero di zappare; facendo quell'altro. Ma a poco a poco di nuovo s'imparerà.» Io fui contentissimo, e credo anch'egli, di poterci mettere in questa conversazione; v'ha cosa che faccia parolai sopra un soggetto, come il non volersi mettere in un altro: «Ma» dissi, «l'avevate già di nuovo imparato in Siberia con quel vostro signore; che, Dio gliel perdoni, era pure un tiranno di voler regolar vostro carteggio.» E m'accôrsi che m'ero involontariamente accostato troppo a ciò che si voleva fuggir da tutti e due; egli rispose. «E non ci sono vigne , dite un poco?» «No» disse Toniotto, e lasciò cascar il discorso; ed io m'accôrsi d'essermi discostato troppo. «Povero Toniottodissi, «voi siete sempre buono in ogni fortuna; e come siete stato buon figliuolo e buon soldato, ora siete buon contadino di nuovo e buon figliuolo.» Allora io aveva côlto nel segno; e Toniotto mi rispose com'altre volte già: «Quest'è, maestro mio, quest'è. Bisogna fare quel che Dio ci mette a fare, e prender quello che ci manda, ora una buona giornata, ora una cattiva; ora una vittoria, ora una sconfitta, ora un avanzamento o una croce alla parata, ora una palla alla battaglia; e qui pure, ora un buon anno, ora un cattivo; ora un buon raccolto o una bella vendemmia, ora una grandine. E così è che ogni giorno pur ci trovo somiglianza tra questi due mestieri.» «Dite bene, questa somiglianza io pur la trovo: epperciò forse ho sempre udito dire che i buoni contadini fanno i migliori soldati. Ma voi non eravate più soldato; e vi mancava pur poco a diventar ufficiale. Dite un po', se non era della palla, lo sareste stato certamente tornando.» «O se non era della palla....» diss'egli, e si fermò, ed io m'accôrsi d'aver di nuovo malaccortamente inciampato; pure volendomi valer dell'occasione per effettuare un mio disegno. «E non v'incresce» gli aggiunsi, «di quel mestiero? Così avanti già quando il lasciaste? forse il potreste riprendere con vantaggio.» Allora sì davvero ci trovammo su terreno franco, ed egli mi rispose che ci avea pensato, ed avea prese informazioni nel paese; ma tutti gli avean detto che era troppo difficile, e non gli riuscirebbe entrar altrimenti che come soldato: che invero gli faceano sperare diventerebbe presto sotto ufficiale, e forse anco ufficiale; ma che a dire il vero non gli dava il cuore di ricominciar da capo così; e se fosse tempo di guerra, potrebbe sperar di riaver i gradi come gli avea avuti, e ad ogni modo avrebbe soddisfazione in combattere almeno una volta presso alla propria patria, e pel proprio principe; ma in tempo di pace il mestiero militare non gli era mai parato il medesimo, e il quartiere anche a Parigi, e l'esercizio anche della guardia imperiale, due seccature. Dolevagli una cosa, d'aver dovuto alla frontiera nasconder quelle due croci che gli erano state lasciate fin sulla camicia e sugli stracci quando era in Siberia; e perchè sapeva che glie le muterebbero in un'altra prendendo servizio, più volte per questa ragione avea ripensato entrarci. Ma non se ne sentiva il cuore, e poichè Iddio l'avea rimesso presso al suo padre, tant'era vivergli allato e servirgli finchè Dio volesse; benchè a suo padre non era necessario.... e qui parve accasciarsi sotto il peso de' dolorosi pensieri, e finì con dire: «Dura cosa, o maestro, a trent'anni il veder sparire e come annientarsi per un uomo tutta la vita passata. A trent'anni non si ricomincia più.» Egli avea ragione, ed io non gli volevo consentire, contraddire, e m'avviavo a partire. Egli mi prese la mano, non so se per serrarmela o per trattenermi; e poi tolta la marra in ispalla venne accompagnandosi con me.

Da quel giorno ei mi ricercò molto più, e avendo trovato il tono giusto su cui andar insieme, ci misimo a parlare molto sovente; e benchè egli fosse rozzo e senza educazione di libri, non è a dire come l'educazione della sperienza e della vita attiva gli avessero conformato tal cuore e ingegno da svergognare i più colti uomini; io, benchè di vita e professione così diversa, ho trovata persona mai con cui mi confacessi tanto come con lui. Povero Toniotto! Mi rimanevano sempre fitti nell'animo que' due pensieri che avrei voluti tôrre dal suo; che era inutile a suo padre, e che a' trent'anni non si ricomincia. Ma questo principalmente mi parea tanto più vero che l'aveva veduto anche negli altri tornati; chè quelli che erano intorno a' venticinque anni si facevano facilmente come una vita nuova, e quasi non pensavano al passato; ma quelli che eran tornati co' trent'anni addosso, difficilmente si eran adattati a mutar vita; e chi non sapeva altro che appiccicarsi senza profitto al passato, e tentar di rifar la medesima vita, e scioccamente lamentarsi del presente; ed altri anche rimaner nell'impresa e morire, ch'eglino stessi non sapean forse di che, ed io ben credo che era di seccatura. A tutti questi io aveva sempre consigliato prender moglie, e mi era messo a far matrimonii, non badando alle celie di coloro che mi chiamavano il gran matrimoniero. Ed io lasciava dire, perchè questa credo che sia la sola maniera di rivivere diverso da quello che si è vivuto; e la moglie se s'incontra buona, e i figliuoli, che tutti son buoni, sono un balsamo e un rinnovellamento che farebbe rivivere i sepolti. Ma al povero Toniotto come si facea? Dico il vero, il pensiero me ne venne: ma non glie lo seppi mai dir chiaramente; e girandovi intorno due o tre volte, ei non l'intese; e un'ultima volta che l'intese, mi lasciò con un aspetto aspro e di mal umore, che non gli ho veduto mai; e stettimo quindici senza che il potessi raccapezzare a riparlare insieme. Io vedeva il povero uomo mutarsi di in , e indurirsi a un tempo ed accasciarsi sempre più; ben pensai che non potea durare. Fui, senza dirgliene nulla, in città, e per certe mie relazioni con un colonnello tentai avergli un posto di sotto uffiziale; e mi si fece sperare; e tornando gliene riparlai. Ma egli con un mestissimo sorriso mi ringraziò, ma non volle; e vidi che il corpo infiacchito gli diminuiva anche la risoluzione, e benchè ora sarrebbe stata buona e necessaria a prendersi quella di partire, non gli dava più il cuore seguirla. Del resto io solo credo, e forse forse Maria, ci accorgevamo di questo suo infiacchirsi ed ammalarsi. Non si lagnava mai, non lasciava scemava il lavoro, e questo anche contribuì a farlo peggiorare; mai non si riposava se non quando potea credersi solo, come io l'avea sorpreso quella prima volta, ed ora seguendolo lo sorpresi più altre. Sei mesi passarono; era diventato come uno scheletro; venne l'inverno; non voleva rimanere in istalla ozioso; da Maria andava più di rado che mai. Appena era qualche giorno scoperta di neve la terra, egli riprendeva la zappa, e andava a lavorar a un fossato di viti nel tufo, che era una fatica peggio che mai. Io vi feci capitare una volta come a caso il medico, che s'informò di sua salute, e gli disse di lasciar quella fatica, e si curasse. Ma egli rispose allora, e poi: «Quand'io mi metta a letto son morto.» E così fu; preso un raffreddoruccio o che so io, che il tenne in casa, gli venne una febbre violenta, e mandò chiamare a un tempo il medico e me che il confessassi, e io 'l confessai, benedetta anima; e poi mi chiese di veder Maria con Francesco. E dicendo io: «Povera donna? a che serverispose: «Avete ragione, anzi fate che non venga; io sono pur un uomo senza forza; ma ora me ne vuol poca più.» Fu sagramentato, e al terzo giorno gli si dava l'estrema unzione; trovammogli appesa al collo una treccia de' capelli di Maria: «Levatela» disse, «forse ho fatto male di continuar a portarla dopo il mio ritorno qua; questa, e questo libro di preghiere cristiane datomi da voi già, mi hanno accompagnato sempre, e tenuto caldo il cuore in Russia; prendetelo voi con le croci.» E si tirò il libretto e le croci di sotto il capezzale; mezza ora dopo perdè cognizione; e un'altra ora, e poi morì. Quest'è che m'ha fatto lasciar quel paese; e fui poscia da cappellano in quel regimento dove io aveva voluto far entrare Toniotto. «E Mariadissero alcuni degli ascoltanti. «Maria visse tranquilla altri quattr'anni; e or sono sei mesi, assistita da me, che fui chiamato, e tornai per ciò, è morta in pace

Detto questo, il maestro s'alzò e s'avviò al giardino! e gli uni dopo gli altri tutti gli uditori, che alcuni mi parvero commossi dalla storia; altri all'incontro dicevano che di queste cose, se ci si volesse badare, ne accadono tutti i , e questo non si chiamava storia novella. Ma il vero è che nessuno riprese la disputa di prima; era stato altro l'intento del buon maestro. Poco dopo, già non essendo più persona nel salotto, vi tornava egli, ed io l'udii che preludiava sul gravicembalo, e intuonava come una cantilena d'improvviso molto semplice, e poi incominciava a cantare a mezza voce, onde io m'accostai, e udii questa canzone:

 

Tratto alle pugne oltre all'ignota Moscova

Dell'italo guerrier tai fur gli accenti,

Mentre ei forbiva al sorger del sol nordico

L'armi lucenti.

Nordico sol, fa, che da lungi splendano

L'italiche armi in mezzo all'armi franche;

Del sangue ostil oggi fien prime a tingersi,

L'ultime stanche.

Nordico sol, oggi per te dimentico

Il chiaro italo sole e l'alma terra,

Ove nodrito io fui, che parte Eridano,

E l'Alpe serra.

Ardito e lieto al giorno di battaglia

Me veda il Franco, che pur me deride,

Primo al giuoco, alla mensa, ai vani cantici

Quando s'asside.

Alle mense, alle danze il pregio tolgasi

Il Franco pur: ma sull'arduo ridotto

Me segua il Franco, quando il passo sgombrogli

E l'oste ho rotto.

Dimesso il capo, basso il crine ed umile

Serba alla stalla l'Arabo destriero.

Squilla la tromba? - Ei chiama co' suoi fremiti

Il cavaliero.

Quando scomposto stuolo indietro timido

Fugge del soverchiante oste l'incontro;

Ditelo, o duci, chi si ferma, e impavido

Si volge contro?

Quando la schiera spalle a spalle accumula

Irta di ferro, ed i cavalli aspetta;

Chi figge i piè, chi tiene il posto immobile,

O l'arma stretta?

Or ben, terso è l'acciar, la squadra s'ordina,

Batte il tamburo, omai suona ogni tromba;

Cresce il frastuono; odi, di guerra il fulmine

Da lungi romba.

Ve' come a passo egual marcia terribile

Schiera cui duce guidar sembra morte.

Ecco i verde-vestiti; or deh proteggavi

L'itala sorte.

Felici voi cui diede il ciel combattere

Itali tutti l'un a l'altro accanto:

Felici almen, cui resta d'una patria

                Il nome e il vanto.

 

Col Franco, o col German misto, o col Belgico,

Franco di nome io pur divido il letto.

Ma invano, italo cuore invariabile

Mi balza in petto.

«Giorno verrà, dall'Alpi all'Adriatico,

Una favella unirà Italia, e un nome

Tu 'l promettevi c'hai le man, tu Italo,

Entro sue chiome.

Folle chi in te sperò; te il cielo vindice....

Me chiama il duce, ecco la pugna ferve.

Si pugni e vinca, e serva il mondo al perfido,

Se Italia il serve.

 

Finita che fu, ricominciò il maestro ad arpeggiare in varii toni minori, finchè alzandomi ei si avvide di me, ed io che ei non mi voleva bene d'averlo a suo malgrado ascoltato. Domandaigli pure se la canzone era sua, o forse di qualche ufficiale tornato da Mosca, o forse di Toniotto. Ma egli non me ne volle dir altro; ond'io credo che sia di lui. Perchè in gioventù so che fu pastore d'una colonia arcadica, sonettista, e schiccherator di versi sciolti nelle raccolte. Ora, colpa o grazie all'età, ei se ne vergogna e non vuol che si dica.

 

 

 

LA BELLA ALDA.

 

Al tempo d'una delle discese de' Francesi per la comba di Susa, che qual sia non lo potrai accertare, avvenne, che rimasta a guardare il passo importante delle Chiuse una schiera d'uomini d'arme, questi, secondo il consueto di tutti gli uomini d'arme, invasori antichi e nuovi, e più dei distaccati e lasciati indietro, incominciarono in varii modi a taglieggiare ed opprimere il paese all'intorno. Benchè, essendo alleati del Duca e provveduti da lui d'ogni bisogna; ed avendo ordine da' proprii capi di vivere co' terrazzani come amici; e solendo poi i Francesi, a differenza di altre genti, e ad eccezione di alcuni scellerati che si trovano in tutte, essere ladri solamente per necessità, o tutt'al più per a tempo, e quando, come dicono essi medesimi, l'occasione fa il ladrone; certo i ladronecci erano men frequenti che non sarebbesi temuto; e se n'erano fatti alcuni da qualche mal soldato, e dalla gentaglia dell'esercito, per lo più anche erano da' cavalieri e da' capitani severamente castigati; e la riparazione sborsata o da essi, o dai delinquenti, o tavolta dal Duca. Ma se per soldati erano radi i loro peccati contro il settimo e il decimo comandamento di non pigliare e non desiderar la roba d'altri; tanto più frequenti, forza è pur confessarlo, erano quelli fatti contro il sesto e il nono, di non usurpare e non desiderare la donna altrui. È vizio antico e noto de' Francesi. Noto il famoso macello de' Vespri Siciliani al tempo di Carlo d'Angiò. Carlo VIII ne perdè il regno. A' tempi nostri ne durano vive le memorie, che i posteri cercheranno nelle storie, e forse nell'opuscolo de' Romani in Grecia, nelle belle canzoni milanesi del Porta e del Grossi, e nelle piemontesi del Calvo, e mille altre canzoni, anche troppe; chè gl'Italiani così d'accordo in cantare, ben avrebbero dovuto esserlo più in resistere. Come poi in tutte queste invasioni, così in quella di cui è la nostra istoria, i Francesi, che qualunque sia il merito personale di ciascuno di essi, ognuno se lo porta come in mano, e subito lo fa vedere, e per così dire lo spende e scialacqua in moneta piccola, dovunque arrivassero incominciavano a farsi ben volere; eran dimorati due o tre in una terra o in una casa che non paressero esservi da gran tempo; ed entravano a parte de' negozi e de' divertimenti domestici, e si facevano come della famiglia; e se non era di quella loro eterna frase del chez nous, che monta a ciò, a casa nostra si fa così, e si fa meglio che da voi; quasi che ognuno di essi sarebbe paruto nato e cresciuto della famiglia e del paese dove era arrivato poc'anzi. Ma che valeva? Tutto ciò era perfidia, e mentre cotestoro parevano aiutare, adulare, compiacere al padrone di casa, non ad altro miravano che alla padrona o alla padroncina, di cui insidiavano la fede e l'amore. Gran vantaggio almeno hanno sopra questi Francesi, e gran preferenza meritano gli altri invasori. I quali mostrandosi subito schiettamente e generosamente quali sono, si fanno mai da maschi da femmine perfidamente amare, ingannano i popoli soggetti, e dal primo all'ultimo giorno con ammirabil costanza, non sono un'ora mai da stessi diversi.

I giovani francesi lasciati da' loro capitani a presidio delle Chiuse nelle terre di S. Ambrogio, S. Antonio, Avigliana, Giaveno, e l'altre all'intorno, solevano, grandemente lagnarsi della propria sorte; che mentre i compagni erano scesi a' ricchi piani, e ridenti colli, e alle popolose città dell'Italia (e l'Italia per quanto sia bella in realtà, è più ancora all'immaginazione di tutti i popoli settentrionali), lagnavansi, dico, i giovani francesi d'essere stati lasciati in mezzo a quelle rupi, e que' nudi sassi, e que' neri boschi, e que' poveri tugurii; «dove» aggiugnea taluno con un dispettoso sorriso «difficile sarebbe dire se più sia guardata la onestà di queste misere Alpigiane dalla loro bruttezza, o più la bruttezza dall'onestà.» E in ciò si vuol dire che que' Francesi fossero veri conoscitori, e ben s'apponessero. Perchè le Alpigiane sogliono essere sane e fresche sì, ma piccole, grosse e tarchiate; e qualunque ne sia la ragione, di rado è che ritraggano le nobili e regolari fatezze delle altre Italiane. Immaginate adunque che novità fosse a que' Francesi sfaccendati, e che stavano ogni giorno di mercato meno a vagheggiare che a maledir le donne e le fanciulle sulla piazza di S. Ambrogio, il vedervi un mattino comparir soletta una fanciulla d'intorno a' sedici anni, alta, svelta e ben formata della persona; con mani e piè, che ne avrebbero disgradata qualunque più gentile fra le damigelle della Reina di Francia; e un volto! un volto, che all'allegrezza degli occhi, alla leggiadria della bocca, al color cinerino de' capegli, e più di tutto alla vivezza d'ogni impressione ed alla grazia dell'acconciatura, avresti detto francese, se non che la regolarità del bel profilo dall'alta e piana fronte al rotondo mento la mostravano veramente italiana; e l'abito snello e corto poi, lo stretto busto di velluto nero, e il fazzoletto rosso e grossolano, che mal gli copriva, ma graziosamente le inquadrava per così dire il viso, la mostravano schietta Alpigiana. Fu un sussurrio, un accostarsi l'uno all'altro, un accennar di dita, un affollarsi a lei, un comprarle, in men d'un ave, latte, ova, e quanto avea nella sporta, e un vagheggiarla e farle cerchio attorno, e interrogarla, e volerla seco trarre, che non s'era mai più veduto, ed avrebbe bastato a confondere una delle suddette sperimentate donzelle della corte reale, non che una tenera e timida foresozza com'era questa. Ma ella, benchè alquanto arrossisse e chinasse gli occhi, e non dando retta, poche oneste parole rispondesse ad ognuno; non mostravasi tuttavia troppo confusa; e pareva quasi persona che venendo, avesse aspettato tanto, e vi fosse venuta ben apparecchiata, e che all'incontro di quell'altre sue paesane difese da loro bruttezza, ella lo fosse da sua bellezza ed alterigia. In breve, avendo ella così prestamente finito di vendere quanto avea recato; senza fermarsi altrimenti, ma alzando il capo e mirando intorno in atto quasi maestoso, e messo lo sguardo su un giovane che era in un canto del mercato, e non avea mai levato gli occhi da lei; ella, aprendo la folla de' vagheggiatori, dritto a lui s'avviò, ed egli a lei; ed ambidue poi uscieno della piazza, e s'avviavano per lo sentiero alpestro che sale alla Sacra o Monistero di S. Michele. è a dire come tutti la seguitassero con gli occhi, e alcuni pure co' passi. Ma perchè era il sentiere molto cospicuo, e l'ora non lontana dal meriggio, e il mercato grosso, e presenti i capi, niuno s'ardì farle oltraggio, o nemmeno troppo lungi seguirla. Ed ella a raddoppiati passi, leggeri e veloce salendo, ora scomparendo, ora ricomparendo per gli alpestri andirivieni, finalmente svanì del tutto agli occhi di quegli stessi, che erano rimasti più costanti a mirarla. I quali forse, per poco di poesia che avessero in capo, l'avrebbero comparata a qualche Angiolo di Paradiso risalente al cielo fra le nubi; se non che quel compagno che traeva seco, dovea guastar la comparazione, e tarpar l'ali a qualunque più poetica o più amorosa immaginazione.

Ora che che dicessero e pensassero costoro, i due giovani, perchè giovane era pure il compagno, dicevano in salendo molte cose distesamente riferite in certa cronaca da me veduta, ma che io sforzerommi ridurre in brevi parole. Diceva egli dopo un silenzio di forse un buon quarto d'ora: «Bel piacere veramente quella calca che ci ha affogati; e quel chiasso che ci ha assordati; e quei visacci stranieri impertinenti, che Dio perdoni al signore Duca d'essere alleato di tal gente sicuramente eretici o pagani od anche peggio. Avete voi veduto che al sonar di mezzo giorno nemmeno uno non s'è alzato, ha fatto il segno della croce? Maledetti!» «Non ci avea badatorispose Alda. «Ma tu hai ragione, Giacometto; questi sono visacci e figure come non se ne sono mai più veduti al mondo; e come forse non si vedranno mai più, subito che il signor Duca non ne abbia più bisogno; e li abbia mandati via. Epperciò appunto è, che io avea tanta voglia di vederli una volta. Senti, Giacometto; quando fossimo marito e moglie, e avessimo figliuoli, e figliuoli poi, udendo da tutti narrare di questi Francesi, ci domandassero: gli avete voi veduti? com'eran fatti questi Francesi? e noi non avessimo che rispondere?» «Pahriprese Giacometto allungando e rinforzando il suono, che ne fece rimbombar le rupi, e prendendo poi tanto più animo egli a sgridare che vedeva lei ridotta a scusarsi; «che previdenza lunga! che pensiero di buona mammina! prima del matrimonio pensare alle storie che s'avranno a contar a' figliuoli che hanno ancora da nascere e crescere.... Ma ringraziate il cielo, Alda, di non aver bell'e ora qualche storia a narrare a spese vostre, di qualcheduno di questi demonii che vi saltasse addosso a portarvi via, come parevano tutti essere per fare. E sì che io li stava adocchiando; e con l'aiuto del nostro santo Arcangelo san Michele, un po' più che avessero accennato, soldati, o demonii, o Francesi che sieno, io ne facevo pentire almeno un paio alla prima con questo mio bastone, che mai più non mi possa servire contro orso lupo, se io, per San Michele Arcangelo....» «Giacometto, Giacometto» diceva Alda raddolcendo la voce, «per carità non giurare, e principalmente non pel nostro santo Arcangelo, che non si adiri contro voi e contro me, e ci voglia aiutare in ogni nostra bisogna. Ed io vi confesserò, se volete, che ancor io quando mi sono trovata in mezzo a quella calca, ancor io me ne sono sbigottita; che non avrei voluto esservi venuta mai più. E, a dirvi il vero, anche prima nello scendere, appunto quando giungevamo qui presso, già me n'era ripentita. Ma voi con quel vostro eterno contraddire e lagnarvi, me n'avevate fatto prender l'impegno; che se non era.... or bene, è finita, non se ne parli più.» «È finita? Non se ne parli più? No, che non è finita; e sì che ne voglio parlare; e che non mi piace quel fare le cose a modo suo, sempre voler girare il mondo, or qua or , e poi dire, è finita, non se ne parli più.» «Girar il mondo? vi par egli, Giacometto? incominciate voi a dirmi ingiurie? Povera me! Meschina me! Girar il mondo, perchè una volta sono andata al mercato a Giaveno, ed una volta ad Avigliana, e sempre con voi, Giacometto; e voi mi dite che voglio girar il mondo, e mi trattate come una cattiva donna. Povera me! che sarà di me?» E qui la fanciulla si diede a piagnere e singhiozzare, e Giacometto a intenerirsi; ma non essendo tanto ben educato da domandarla con delicata tenerezza: «Alda, tu piangi!» le disse più alla grossa: «Alda, tu sai ch'io non voglio che tu pianga. A che serve? quello che è fatto è fatto; e poichè il cielo ce ne ha salvati, ringraziamolo pure, e pensiamo a non rimetterci a' medesimi pericoli. Vedi, Alda;» e in ciò le prese la mano, e finchè durò largo il sentiero, camminarono così lato a lato, e mano in mano. «Vedi, Alda; se io ti sgrido, e mi sdegno per questo tuo capriccio di girar il mondo; voglio dire d'andare così una volta a Giaveno, una volta ad Avigliana, ed ora a Sant'Ambrogio, gli è perchè penso anch'io all'avvenire; e se abbiamo veramente a sposarci a questa Pentecoste, ed io poi andar su a' pascoli alla montagna, e lasciarti sola a casa ogni anno tutta la state; vedi, Alda, che pena sarebbe pensare io solo di su: chi sa s'ora Alda non è a casa, ma a girar il.... voglio dire, chi sa a Giaveno, chi sa ad Avigliana, e chi sa in mezzo a que' maledetti Francesi con que' loro occhi spiritati! io allora sarò ad impedire ciò che potrebbe succedere, a saperlo nemmeno. O Alda, Alda, io vorrei che tu amassi il paese come lo amo io, che non vo mai volentieri più in di cento braccia dal bel campanile del monistero, e della casa di tuo padre.» E qui dice la storia che anche a Giacometto scesero alcune più poche, ma più grosse lacrime sulle guance. Ma essendo questo non dubbio segno del loro vicinissimo rappacificarsi, noi non seguiremo più oltre la cronaca, essi: che insieme arrivarono, e poi si lasciarono alla casa de' genitori di Alda. I quali, servi o contadini che si dicano della badia, erano di quei pochissimi che abitavano vicino; non essendone mestieri più a coltivare quelle poche e povere terre alpestri su; troppo diverse dalle molte e ricche, possedute da' monaci per munificenza de' principi, ne' piani di Piemonte e Lombardia. intorno poi quanto era di terre, case ed uomini, tutto era della badia; e così anche Giacometto, orfano e solo, adoprato nell'interno del monistero alla cura degli armenti. I quali riducendosi all'inverno nelle stalle, alla primavera pascevano i prati all'intorno; ed alla state eran poi condotti a quegli altissimi piani, o somme valli che si trovano in quasi tutte le alpi, ed Alpi sono dette per antonomasia da' paesani. vi ha terra, casa od abitato colà; ma ad ogni pascolo una bassa capanniccia, che mentre l'armento consuma l'erbe, serve al pastore a raccoglier talvolta e il latte e il vasellame da fare il cacio. , durante que' pochi mesi, finchè è finito il pascolo o la stagione, il solitario Alpigiano scende mai da quella sua terrazza, dov'è quasi un San Simone Stilita sospeso tra cielo e terra; vede viso d'uomo più di tre o quattro volte, che la donna o i parenti vengono a rinfrescar sue provvissioni, e riportar giù i caci fatti. All'autunno, prima delle prime nevi, ei s'affretta a discendere. Che se i ghiacci ingombrassero i passi già per pericolosi, e frequenti di rozze croci, segni di non radi accidenti succeduti nell'istessa state; vi avrebbero a perire inevitabilmente gli armenti, e mal potrebbe salvarsi, quantunque destro e di sicuro piede oltre ogni credere, l'istesso Alpigiano.

Due o tre giorni passarono dopo quella, non so s'io dica con Alda innocente gita, o con Giacometto dannevole scorreria per il mondo, senza che in quel mondo della Badia succedesse cosa degna di memoria, o che turbasse la pace solita del monistero, o quella anche più solita de' poveri abituri. Ma una sera, come cadeva il sole chiarissimo dietro il Monginevra e il giogo dell'Altaretta, s'udì un certo tocco di campana, che era la chiamata a concistoro delle principali dignità del cenobio. E perchè non era il giorno l'ora solita a ciò, meravigliandosene i villanelli, incominciarono a sbucar fuori ognuno dalle loro casucce, ed a mirar prima al campanile, e poi chi qua, chi in aria e in terra; come se mirando, avessero a scoprire che cosa fosse quella che avea data occasione alla straordinaria chiamata. E sì che delle cento volte, novantanove avrebbero potuto mirare da mattina a sera, senza per ciò indovinare, dai moti della campana da nessun altro segno visibile, quale o quanto fosse il soggetto delle importanti deliberazioni di quel consesso. Ma questa volta fu l'una delle cento che potè essere satisfatta lor curiosità. Perchè tutti quelli che mirarono in aria non iscoprirono nulla, nulla quelli che mirarono in terra verso a ponente, nulla a settentrione, nulla a levante; ma coloro che a caso rivolser gli occhi a mezzogiorno verso il pendio più lene da quella parte, e la via più larga che dalla Sacra scende a Giaveno, questi, dico, credettero prima vedere, e poi certo videro e chiaramente distinsero venir su per la via una fila, che chi diceva di dugento, chi di cinquecento ed anche più, ma in vero erano da sessanta cavalli francesi, con innanzi il trombettiere che di tempo in tempo s'udiva far risonare le valli, ed alla testa il capitano, le armi di cui più brillanti si vedevano luccicare a' raggi orizzontali del sol cadente, e in ultimo la bandiera vivamente sventolata dall'aria notturna che sorgeva. «Che sarà? Che vengono egli a fare? Che succederàSiffatte questioni generali, e sminuzzate in cento altre parziali ed incidenti, colle loro rispettive risposte, agitavansi a un tempo dentro e fuori il sacro recinto senza conclusione; finchè a un tratto ed or vicinissima s'udì la tromba intonare come un ingresso trionfale, e si vide la schiera alla sfilata passar tra le casucce, e seguita da tutti i loro abitanti, arrivare alla porta grande del monistero. La quale aprendosi, compariva addentro un'altra schiera più numerosa, che trattandosi di resistenza avrebbe potuto farne una gloriosissima; se non che era schiera di pace, e tutt'altro che militarmente, addobbata a processione; tanti monaci, due a due, co' visi bassi, le mani dentro alle larghe maniche, e l'abate innanzi a tutti in rocchetto, il volto tra umile e maestoso, una barba lunga e bianca più del bianchissimo abito, ed accanto un fraticello che gli portava l'acqua benedetta. Veduti i quali dal capitano, che giovane e di gentil apparenza era subitamente sceso da cavallo, e rispettosamente inchinato, prese dell'acqua benedetta, e in lingua francese molto ben intesa dall'abate, dissegli poi: come essendo giù nella valle gran carestia di fieni e d'altre vettovaglie, ed anche essendosi udito di certe mosse de' nemici del Re di Francia e del Duca per le parti di que' monti, i capitani superiori suoi aveano pensato mandar alcune truppe a stanziare al monistero per difenderlo; ed egli per divozione al santo Arcangelo, e per aver cura che la sua gente non facesse cosa men grata ai reverendi monaci o al reverendissimo padre abate, avea voluto egli stesso condur la schiera, e dimorar con essa finchè fosse d'uopo. L'abate rispondeva nella medesima lingua: che quantunque piacevole fosse a lui personalmente l'aver ad esercitar l'ospitalità verso un gentil cavaliero, e compiacere al signor Duca, o al Re di Francia; tuttavia come abate di quel santo privilegiato monistero, era dover suo principalissimo serbarne illese le immunità, concedere che, lui vivente, contro l'esempio degli antecessori, a danno di tutti i successori s'infrangessero quelle. Così dicendo faceva un cenno, ed avanzavansi due monaci, probabilemente l'archivista e il segretario, con una dozzina di rotoli di pergamena, i gran suggelli pendenti; e mentre l'uno teneva il fascio, l'altro incominciava a srotolare, e leggeva dal Noi per la Dio grazia re o imperadore, fino alla firma, senza perdonarne parola. Finito il primo diploma, afferrava il secondo, e s'apparechiava a darne, non meno che de' dieci altri, distesa lettura. Ma il giovane francese, seccato di quelle lungaggini, soverchiatore come ogni conquistatore, e in particolare come quell'altro Francese o Gallo, forse antenato suo, che mentre si stava pesando o disputando l'oro a lui pattuito, buttò la spada di soprappiù al contrappeso su la bilancia; il giovane, dico, ch'avea altrettanta furia, ma pur un po' più di cortesia, avanzata la mano, impedì dolcemente che si srotolasse la seconda pergamena, diè per conceduto e riconobbe qualunque privilegio avesse o potesse avere il monistero, e ne allegò egli all'incontro uno solo; il privilegio della guerra, e della necessità che dovea scusare chi gli avea dato quel comando. Perchè, quanto a lui non gli abbisognava nemmeno quella scusa, bastandogli l'ordine ricevuto, che ei doveva e farebbe eseguire. Molte altre parole passarono poi in questo negoziato. Il quale, come tutti quelli dove sta da una parte tutto il diritto e dall'altra tutta la forza, incominciò con proposizioni differentissime, anzi contrarie; ma la parte giusta già sapendo di dover cedere, ogni suo sforzo suol essere di cedere il meno possibile, onde quando si crede a tal punto, ella s'affretta a conchiudere per paura di riperdere quello che ha pur salvato. E in somma tra il vecchio padre e il giovane capitano e' si conchiuse: che non potendo quegli acconsentire a niuna diminuzione di privilegi, ma non avendo forze da difenderli, concedeva impediva che i soldati si alloggiassero fuor delle mura del monistero, come potessero. Ma fu poi tacitamente, e quasi articolo segreto, stipulato che al mattino appresso ne ripartirebbero la metà, e il capitano, non come capitano, ma come ospite e divoto del Santo, con quattro o cinque de' suoi, fin da quella notte albergherebbe entro il sacro recinto. Fatto l'accordo, i frati a un cenno dell'abate, i soldati al comando del capitano, fecero ognuno dalla lor parte un dietro fronte, spargendosi quelli nelle lor celle, questi nelle casupole de' contadini: mentre i due alti contrattanti se ne furono insieme amichevolmente a più lauta cena nelle camere dell'abate; e fu poi il capitano condotto alle sue, nella ben apparecchiata foresteria.

Il mattiuo appresso all'alzarsi del cavaliero, mentre stava a comporsi non senza arte la bionda chioma e la barbetta ricciuta, e vestire il sottabito di pelle di camoscio, e cinger la spada, abbigliamento solito de' cavalieri, quando non essendo in marcia in battaglia non vestivano a ferro; entrò in camera a lui uno de' suoi uomini d'arme, una tal figura che non sapresti dire se le sue fattezze fossero scolpite a ritrar più grossezza o più astutezza, più rozzezza o più corruzione. Eravi ogni cosa insieme, ma l'astutezza pareva essere soverchiata da ciò che il furfante aveva in animo o stava per dire. «Son partiti i nostri uomini, Ubertoincominciò il cavaliero vedendolo entrare. «Signor sì» rispose colui. «Il vostro esercito è ridotto a metà. Grande imprudenza, se m'è lecito dire, a un capitano che abbia a difendere questi luoghi dai nemici di sua Altezza il Re di Francia e de' suoi alleati. Trenta cavalli soli....» «Uberto, lascia tue celie, che sei cattivo giullare, il sai t'ho menato qui, ti pago per ciò; trenta cavalli sono anche troppi per l'impresa che siam venuti. A tali cacce basta e soverchia un solo bracco come tu. Hai tu tracciato nulla?» «Signore! signor mio,» riprese lo scaltro che voleva innalzar i proprii meriti, «per carità, signor mio, com'è possibile? Giunti ieri notte, stanchi, senz'albergo; mentre vossignoria stava qui a cenar grassamente da monsignor l'abate, noi fuori a far gli alloggi, governar i cavalli, veder ognuno che si potesse avere per un po' di cena da questi villani. E in verità che pare ci sia passato tutto l'oste col banno e l'arrier banno di Francia, tanto son rasi e tosi, e fra due giorni se non ci fa provveder la signoria vostra, e' sarà forza disalloggiar tutti. E' si sta troppo male; e per quanto dicessi io, i soldati incominciano a mormorare.» «Bene bene, si provvederà, e si manderà via l'altra metà; ma io qui solo senza pretesto non vi potevo venire; e se tu non fossi un poltronaccio, e m'avessi scoperto alcun che, come dovresti, invece di dormire....» «Così tardi come vossignoria, eh! Ma la mi perdoni, io non ho detto di non aver fatto niente; ho detto che era difficile; pareva impossibile. Tuttavia....» «Tuttavia, tuttavia, vuoi tu finirla, sguajato, e non farmi anelar così. L'hai tu trovata o non trovata? C'è o non c'è? S'avrà o non s'avrà?» «Eh, eh, signor mio, che fretta! ma poichè ella mi fa l'onore di paragonarmi a un can bracco, ella rimane il cacciatore, e mi scusi se le dico che ad ogni caccia ei ci vuol flemma; e a questa poi credo ce ne vorrà più del solito. In somma è scoperta, è qui presso la fanciulla; ogni cosa bene, se non fosse d'un innamorato indemoniato, quello stesso che l'altro giorno ci fece mancar la starnotta, e me la tolse come di gola. Benchè jeri sera il buon uomo m'ha pur fatto servizio. Pensi vossignoria che gli uomini erano già tutti alloggiati; io solo no, perchè non avendola veduta svolazzare, sperava pure che qualche caso m'avesse a far iscoprire il nido; ed ecco a notte già quasi buia tornar cogli armenti lo scioccone, le braccia pendenti, e l'aria smemorata; finchè veduto su una porta uno de' nostri soldati, fermavasi innanzi tutto stupidito, apriva gli occhi e più la bocca a mirare, riscuotevasi, lasciava andar vacche e buoi, ed entrava precipitando per quella porta. Io l'aveva adocchiato già, e senz'altro, qui è, diss'io; e fui , ed entrai, e vidi la fanciulla, e il gonzo appresso, con un'aria fra truce e sbigottita, che si faceva raccontar il gran caso del nostro arrivo, e voleva dar nelle smanie, e non s'ardiva, che era uno smascellarsi dalle risa. «Bene» disse il cavaliero, «hai tu subito mandato via il soldato, ed alloggiatovi tu?» «Mai no; la mi perdoni; avrei fatt'io mai siffatto errore? Disalloggiar quello? ficcarmi io a luogo suo? che maniera di metter sospetto nella casa, e fuori in tutta la compagnia? Massimamente, che sapendosi da tutti oramai la fiducia di cui m'onora la signoria vostra, e la fiducia de' superiori essendo sempre invidiata....» «In somma diraimi tu a che ne siamo?» «A ciò: che il soldato fu naturalmente questa mattina di quelli ordinati per partire; ed io che apposta non avea preso alloggio stanotte, ed ero stato a dormire con un altro, gli sono sottentrato stamattina; e sto fermo e stabilito, come sarebbe appunto un cane coricato alla bocca del covile ad aspettar il coniglio, o una serpe nel nido; benchè la serpe, licenza parlando, è vossignoria, che s'ha a mangiar ella l'uccelletto.» «Bene, finisci l'impertinenze, ed ecco il primo degli scudi d'oro promessi

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe cose brutte e sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma io non sono di quelli che vi si dilettano, e se hanno a spiegarti qualche squisita scelleratezza, e' non te ne sanno perdonare la menoma particolarità. E benchè il parer intendersene, e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù, or non più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa apparenza d'ingegno e maestria oltre il comune; ed all'incontro sembri cosa volgare e dabbenaggine il sovente ammirare e compiacersi della bontà altrui; tuttavia lo confesso, io non narro con amore, e non mi piace dire i particolari se non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E ricordomi che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder tanti bei monumenti, e per una certa natural disposizione che credo avrei avuta alla professione d'antiquario, avendo preso a studiare il Winkelmann delle arti degli antichi, fui lietissimo di trovarci fin da principio questo bellissimo precetto troppo mal seguitato dalla maggior parte de' così detti conoscitori, professori o dilettanti; che incominciando a giudicare dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire, conoscere e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare e studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando le bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e diventano capaci di riprodurne altre simili; dove avendoli sempre fermi sulla brutezza, benchè si faccia con pensiero di fuggirla, sovente per forza d'abito ci si intoppa. Quando anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la brutezza, nol sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così credo sia de' costumi degli uomini; che chi cerca, studia e contempla i dolci e buoni, addolcisca e migliori i suoi proprii naturalmente; dove chi s'avezza a contemplar sempre i costumi cattivi e feroci, non può a meno di non oscurare ed abbruttire i suoi. è questa poi, ben sollo anch'io, tutta scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in una parte della loro vita, od anche in tutta sembrano per destino collocatifattamente da non iscorgere mai dappresso nulla di veramente bello o buono o grande. Ma so pure che questo è caso più rado che non si pensa; e il maggior numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con poco diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella, ovvero alla scura e brutta della umana natura. Le mie narrazioni sono dirette a' primi, o de' secondi a chi abbia buona intenzione di passare, come gli sia possibile, tra' primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva impressione il leggitore abbia dal riferito colloquio potuta prendere del cavaliero; questi tuttavia non era, uomo interamente corrotto, e, come se ne trovano, vecchio peccatore in giovane età; nemmeno un ragazzaccio senza parenti, educazione o scappato di casa. Era di nascita ed educazione gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un anno innanzi partito da lei candido quasi come ella stessa. era poi stato mandato all'oste solo, e senza altra cura dei genitori, come fanno taluni che finchè hanno i figliuoli in casa li tengano attaccati alle gonne della mamma o della balia; e il che li rilasciano, non ne prendono più pensiero. Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori della corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto per via mezzo infermo, mezzo disgustato, ed era a lui sottentrato nella fiducia del giovane quello scellerato d'Uberto. Il vecchio amico non avea potuto fare che il giovane non istesse più volentieri co' giovani che con lui, e non prendesse loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi erano cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come di conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori e d'invasori è di natura sua così perfida e maligna, da guastare anche gli uomini che sarebbero buoni per natura sua. Onde Toniotto, quell'amico mio che servì in Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo veduti i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, possiamo dire averli conosciuti in generale, immaginare quanto diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro. Così è, diceva egli, che quella facilità che hanno, e ci par incomoda talvolta, di stabilirsi senza complimenti a casa altrui, li fa al lor paese aprir le proprie case ed esser ospitali, con una grazia che non è di nessun'altra gente. Così quello sprecar e buttar via i quattrini per vanità e spensieratezza che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur confessarlo, senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa, quando sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori; onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio farsi onore con la metà di quello che ci vorrebbe ad ogni altro. Così quell'arroganza impertinente a casa d'altri di dirsi il primo popolo del mondo, si riduce a casa loro, dove non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad una tal qual giusta alterezza ed una fiducia di stessi, che non istà male agli uomini, uno ad uno, come nazione. Finalmente quel loro stesso peccato capitale, di che fanno conquistandogrande scandalo, non comparisce di gran lunga tanto a casa loro, e quasi direbbesi che ne sieno rei meno che nessuno. E si vuol anzi confessare che non è forse paese dove si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie di parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne bene occupate de' maneggi di casa e della buona educazione de' figliuoli. E perchè le lingue e principalmente le parole e le frasi che si trovano in una e non nell'altra, sempre mi parvero indizio non disprezzabile de' costumi delle nazioni; io osservava poi che i Francesi sono i soli che abbiano la parola ménage, che comprende tutta la famiglia vivente insieme al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche la materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma che è sotto al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano due belli e dolcissimi modi di dire, bon ménage e bonne ménagère. Voci anche queste che non suonano se non in Francia, e di cui la realità vi si trova, al dir di Toniotto, più frequente che altrove. potrei dire io poi quanto mi satisfacessero questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il divino precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia propria natura amorevole o forse molle, mi portavano ad amar tutti gli uomini e a trovar in tutte le nazioni da me conosciute, insieme con alcuni vizi o difetti proprii, molte qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra poi non solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso e promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e barbaro, e nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati da noi stessi mi additavano in ogni straniero, con qualunque nome d'amico o d'alleato si chiamasse egli, un nimico da combattersi per tutti i miei concittadini secolari, e per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e conceputa da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra o a casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli occhi, e intesi come quei due sensi d'amore e di nimicizia possano amendue esser giusti e stare insieme. D'allora in poi, satisfatto del mio cuore, senza ritegno e senza scrupolo mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù particolari d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e carico di vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice qualità di conquistatore.

Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura di digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir la storia, torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato, e Uberto il tentatore, e il Francese giovane e fragile alla tentazione. Era pensiero di questi due ultimi, venuto al primo, e approvato dal secondo, ora che Uberto s'era ficcato in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli andamenti, e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche deserto pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a qualunque faccenda in qualche simile solitario luogo, tendervi un agguato; e tra Uberto ed un suo fidato compagno rapir la fanciulla imbavagliata, e nasconderla fino a notte, e poi portarla giù in una cascina deserta già apparecchiata a ciò nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe raggiunta il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra, ora dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato il momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro in parte fallito per l'amorosa gelosia di Giacometto. Il quale non solo trovò modo di far sottentrare alcuno de' suoi compagni nella cura de' pascoli, ed egli rimanersi alla stalla del monistero; ma lasciando pressochè del tutto stalla e monistero ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi intero il e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda, o guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al segreto luogo dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce starvi troppo appresso per paura di svelarlo, ma non ha cuore di perderlo d'occhio; e va e viene e lascia, e mira da lontano e torna, e di tempo in tempo trova qualche pretesto di seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente è appieno tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte le faccende fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella stessa, che, se era alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima fanciulla: e benchè rozza ed inesperta, e benchè non ne dicesse nulla a persona, s'era pur accorta di qualche scellerata intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi andar fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa, e, come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla a poco a poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con intenzione di riuscir a due colpi in un tratto, provò a farle intorno l'innamorato. Ma quand'anche la fanciulla non fosse stata virtuosa, ella era troppo altiera da dover dare orecchio a costui non giovane, non bello, non tenero la metà come Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a cui mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente si ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella. Aveva osservato che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto a malgrado della sua gelosia era sforzato di lasciar la guardia de' posti interni ed esterni della casa di Alda, per ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e si disponeano per la nottata. In seguito della quale osservazione lo scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi su. Erano tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar in un angolo del camino; il padre dall'altro lato a bere insieme con Uberto il vino d'Asti che questi avea recato; Alda ad apparecchiare la cena, epperciò ora affaccendata in questa, ora in quella parte della cameruccia, ora rannicchiata presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir presso alla porta un susurrare e disputare insieme come di due o tre soldati, ed Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi! è questa l'ora di star fuori e turbar la pace della buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il signor capitano.... Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io....» Ma lo sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco uno strido: «Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta; e precipitarsi addentro due soldati, facendo chiasso come di quattro e sei; ed Uberto ad alzarsi, ed alzandosi dare una spinta alla pentola e scompigliar il fuoco; e in quella mezza luce, e quella confusione, uno de' soldati afferrar la fanciulla e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio, e portarla via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada e far lo spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener loro dietro come per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento. I due rapitori non avean dato tempo ad esser conosciuti; Uberto avevo fatto sembiante non che d'innocente, ma di soccorritore; e i contadini credendola una baruffa di soldati, non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così la meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento passi, quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e stancando perciò colui che la portava, egli la mise un momento in terra per legarla, o meglio prendersela e portarla in due. Ma ella, come fu su' suoi piè, valendosi dell'istante, fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a saltare e volare su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto i compagni, e senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi, aiutava ad inseguirla, e chiuderle i passi. Così è che ella non volendo mettersi nella campagna più che mai deserta a quell'ora, si sforzava nella sua fuga non allontanarsi dall'abitato e vi girava intorno e s'accostava al monistero, dove sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso il passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva incontro alla parte opposta2 della cinta e si metteva per un ciglione scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un piè tra le altissime mura sovrapposte e il precipizio più alto e non meno a dirupo che sta di sotto. Quivi innoltrandosi con pericolo, a malgrado della sua destrezza, grandissimo, la inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori; appunto come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii, finchè vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma egli e lo guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che allora si è appunto, quando il cacciatore gli pone sopra a bell'agio gli occhi e lo schioppo, e lo fa morto precipitare nella frapposta valle. Così la meschina Alda giunta molto innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la rôcca sotto non fanno più che una sola superficie diritta a piombo, fermavasi quatta quatta e senza gridar fiatare, sperando non essere in quello spaventoso luogo seguita. Ma quale orrore, qual brivido di morte fu il suo quando le parve vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi scellerati tentennanti avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser più d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime strida per chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano aiuto, quand'anche fosse udita, poteva impedire che quelli non la raggiugnessero ed afferrassero, e la portasser poi via, o la precipitassero. Meglio precipitar stessa; e mirava in giù se scorgesse luogo meno diroccato, o rovo o ginepro che la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva vedere. Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza, combattitor de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi a un tratto compresa di sovraumana fede e fiducia, guatò, fissò gli scellerati; e «Fermatevi», disse, «o ad ogni modo non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già essendo a dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto anima; già già sentendoseli incontro, già sendone come tocca, nomò San Michele, incominciò: «Nelle tue mani, o Signore....» e finì in aria la preghiera dell'ultime speranze.

Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la vergogna de' tre birbanti; e massimamente quando comparvero sopra le mura del monistero prima una e poi un'altra, e poi cento fiaccole; e sendo scoperti, e pensando alla ritirata, temettero fosse loro recisa, e a dispetto del pericolo si affrettarono anche più che non venendo. dirò di Giacometto, il quale, come era sempre colla paura addosso che succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse il chiasso destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e udito il caso, senza sostare od aspettare un compagno, erasi avviato dove gli si accennava; benchè essendo notte scura, e la fuggitiva cogli inseguenti molto innanzi, non sapeva dove andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida di Alda sopra il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di volo. Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre che tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di uno contro tre, ed all'arma che aveva in mano, una lunga forca da stalla, egli sperava o per forza o capitolazione riavere l'amata, e presentando il triplice ferro al petto del primo, gliela domandò. Esitando questi, e non rispondendo altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di ferire; Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza, gli diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio, come avrebbe fatto d'un mucchio di fieno o di paglia, lo scagliò. Intanto giugneano due o tre de' suoi compagni stallieri con simili armi, e il combattimento essendo troppo disuguale, i due soldati superstiti, uno de' quali Uberto, ebbero per forza ad arrendarsi, gettar le spade, e lasciarsi legar dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che essendovi già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva ammazzar gli scellerati, e dava in furie, e voleva stesso precipitare, quando incominciò uno a dire che giù, nella valle si vedevano lumi e si udiva un gran gridare e sclamare, e poi crebbero i lumi e le grida, e ben s'apposero, che era venuta gente intorno ai due precipitati. sorgea perciò speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo l'orecchio in terra, incominciò a dire che giù gridavano miracolo, e tutti a far come lui, e Giacometto principalmente. Furonvi di quelli che udivano, e di quelli che no, e Giacometto era ora uno de' più creduli, ora de' più increduli; ma in breve tutti s'accordarono in dire, che il grido giù era certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che fosse, incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare, e tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i sentieri che andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i prigioni. Ma fatti alcuni passi, e venuti dove s'allargava la via, erano fermati e ricacciati indietro dalla schiera de' Francesi che venivano in buona ordinanza3, e le spade in mano ad aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una parte: «Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;» e dall'altra: «Man bassa sulla canaglia, man bassa, ammazza, ammazzaFacevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento del succeduto, o timore di quello che potea succedere, sforzavasi in ogni maniera per rimetter pace; e solo che gli dessero i delinquenti, prometteva di farli egli castigare, e che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da' terrazzani furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano per incominciar le ferite, quando comparì la processione de' monaci colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando. I quali, ristando ognuno per rispetto, si misero tra le due schiere opposte, e finito tranquillamente il salmo, che diè tempo alquanto a sostarsi l'ire, incominciò l'abate una esortazione alla pace, dicendo: che sarebbe gran peccato e grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al signor Re e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di bravi soldati d'accordo in punir i delinquenti si combattessero e scannassero senza profitto; che sarebbe ora tanto peggio, e l'ingratitudine degli uni e degli altri tanto più grave e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva fatto, come egli udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui ammirare ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste ire. Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto quel chiasso non era così per rimanere, se non uno degli scellerati già punito, i due altri serbati a castigo ed esempio, e la vittima, la innocente insidiata vittima miracolosamente salvata a maggior gloria di Dio, del santo Arcangelo e della sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il santo abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa de' contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero in mezzo i due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi dietro, si raccolsero al monistero, mentre i contadini si dispergevano e si precipitavano co' lumi in mano giù per li sentieri verso alla valle. Dal fondo della quale poi in breve videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora farsi un solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte parti a mezzo cielo. Giacometto aveva aspettato il fine dell'allocuzione dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo oramai non si combatterebbe, e del resto poichè sperava salva l'amata, avendo più fretta di rivederla che di vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri, ed era venuto giù per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui descrivere o l'affanno crescente del giovane quanto più s'appressava a quella folla giù; o il suo palpitare quando chiaramente udì ridire miracolo, e udì nomar Alda, ed egli gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era risposto, ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo egli, viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai bella, alzata in braccio da' circostanti, portata a cielo dalle loro lodi, e cosparsa4 di un rossore che non sapevi se era resto di quello animosissimo e santo sforzo fatto da lei, vergogna delle ben meritate lodi, piacere e gloria di esse, o finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore, tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed affetti insieme e molti altri erano probabilmente. In breve si avviarono tutti quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della Chiusa su per lo monte, con quelli detti di San Michele, e insieme giunsero alla porta del monistero. E benchè l'ora fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in quella, tutti pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale schierati innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente tocca dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando il Te Deum entrarono in chiesa e cantarono poi il Magnificat e la Salve Regina, e molti altri salmi e cantici in onore della Santissima Vergine e del Santo Arcangelo combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e gli altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono, passò così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già partiti i Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse ricondotta da' parenti, dagli amici e dall'amante la bella e forte fanciulla, così miracolosamente uscita pura dalle zanne del leone e dalle zampe de' lupi insidiatori.

Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica, non a passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto stile, come succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari di luoghi e di processioni, dice a modo di compendio: che il medesimo anno (ella non avea detto quale) la bella Alda e Giacometto si sposarono, li nomina mai più. Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto grandissimo romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di Francia, che facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte del Re non che rendersi giustizia e far satisfazione al Duca e all'Abate (perchè alla fanciulla e a' suoi parenti non par che il cronachista le pensasse dovute), alla corte di Francia s'era negato, nefando a dire, lo stesso miracolo; onde poi molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce questa storia nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani vivessero poi lungamente e felicemente insieme, e finissero in pace. Notizia, che cercatissima da me intorno alle persone per cui ho preso interesse in una storia, e pur tralasciata troppo sovente non solo da questi rozzi annalisti, ma talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè dopo aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine. A me all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta la felicità di nessuno senza quel finiva in pace. Qui poi il mio rincrescimento che l'autore, se il poteva, non ce l'abbia detto, è tanto maggiore, che forza è pur confessarlo, altre leggende e tradizioni narrano tutt'altrimenti il fine di questa storia.

E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina punto poco Giacometto o suo amore. In secondo luogo, fanno Alda precipitata non dal dirupato ciglione, ma da una finestra. Terzo, aggiungono, che insuperbita ella tentò Iddio e rifece per danari il medesimo salto, ma vi rimase degnamente punita e morta. In ultimo una certa breve notizia della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel secolo o nel precedente. Ora io non voglio entrare in una discussione critica della preferenza che merita la cronaca mia, benchè ne sarebbe a far una bella dissertazione accademica di storia patria; e lascio anche la disputa di Giacometto, e quella della finestra o del ciglione. Sì dico, mi pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare il pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi pare si debba, ammettere le universale tradizione di questo secondo salto fatto per motivi umani; questi forse sarebbero molto probabilmente trovati, seguendo la narrazione mia, e ponendo poi tutta la storia verso il 1200 o 1300. Perchè qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo non meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza profondo per non tentarlo. Ondechè non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici erano appunto quelli che si chiamarono Giudizii, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto come vedemmo a vanità, vi si lasciasse persuadere. La qual interpretazione mi par naturale e buona, e non vi posso vedere difficoltà, se non una; ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata fare dall'innamorato Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega. Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello sposo ire a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero succedere tutte quelle brighe che condussero la giovinetta a sua morte. Anzi poi non sarebbe da dubitare di questa spiegazione se fosse vero ciò che mi disse un amico, e di che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora vivi morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a' viaggiatori col nome di tomba di Giacometto; e dicono che fu d'un montanaro che rimasto durante una state, e invano aspettato e poi pregato che scendesse l'autunno, fu lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed alla primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu poi seppellito e lasciato nella solitudine dove aveva voluto morire.

 

 

 

MARGHERITA.

 

Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere i miei scolari, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando dalla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl'ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure. Stolta pigrizia di questi, come di molti altri educatori! che studiano diminuire le difficoltà non a' loro fanciulli, ma a stessi; e quando loro è chiesta una spiegazione, danno invece una bugia; e invece d'una correzione una bussa o una paura. Molte di queste poi, principalmente se il luogo aiuti colla spaventosa apparenza, rimangono anche negli adulti, e passano d'una in altra generazione, asserite finalmente come cose vere, e credute ab antico. Tuttavia, perchè uso andar cercando quel po' di bene che si trova quasi sempre anche nel male, credo che di quella non mal intenzionata origine delle superstizioni popolari venga che quasi tutte hanno in qualche insegnamento virtuoso; ed alle novelle di esse rimane siffatto vantaggio sopra molte di quelle immaginate dagl'ingegni più colti, ma più corrotti.

Questi, e molti altri pensieri nati di essi, io andava seguendo sta sera come il sole cadente dietro le alpi di Susa veniva cogli obliqui raggi allungando le ombre, ricercando i chiari-scuri, e distinguendo con infinite mezze tinte giallognole ogni vetta, ogni paesuccio, ogni castello di questi Appennini, Astigiani e Monferrini; i quali all'altr'ore del giorno non sembrano che onde indistinte di un mare di colli. Aggiugnevasi nel cielo, rasserenatosi dopo un grosso temporale, quell'umido trasparente che accresce la luce, avviva i colori, e diminuisce le distanze apparenti di ogni oggetto. Così è che io distingueva chiaramente il castello di C., detto anche volgarmente il castello Verde e le sue torri; cui niun moderno novelliere dubiterebbe dire romantiche, solo a vederle spiccar di mezzo a' neri boschi, campo adattatissimo a tal quadro. Quanto più poi, se fermandosi all'ombra dell'une o degli altri, e interrogando qualche romito presso, o qualche pastore o pastorella sbigottita, od anche un parroco, o un vecchio nonno, ne avessero la narrazione popolare seguente!

Ei fu già nel castello Verde un vecchio e potente signore, che dopo molte vicende di guerra e di corte ritrattosi a viver solo con una moglie giovinetta, e avuto poi un figliuolo unico, ambi lo educavano con quello sviscerato amore e quella cieca arrendevolezza, solita in chi cerca nell'educazione più piaceri che doveri, nociva sempre all'infelice educato. Peggio è se la vita solitaria della famiglia accresca nel bimbo l'idea della potenza de' genitori, e dell'importanza di stesso, e gli tolga le occasioni di emulazione, e gli incoraggiamenti de' compagni. Tra i molti danni di sì fatte educazioni, uno de' più frequenti, ed a parer mio de' peggiori, è, che fatto adulto il mal amato giovinastro, come prima va a mettersi fra gli uomini, il mondo e i negozii, ei trova uomini, mondo e negozii troppo diversi per lui da ciò che gli erano tra le mura paterne. Ondechè, non reggendo all'impensata contrarietà, non mira ad altro che a tornare a quelle mura dov'egli è libero e signore, e se il può, vi corre in fretta: ed ivi poi tra i servi e i rozzi adulatori da campagna vive vita inutile, e poltrisce nell'ozio e in tanti vizii, quante forse avrebbe avute virtù vivendo vita attiva ed occupata. Così accadde a Manfredi, rimasto per più disgrazia orbo del padre intorno ai diciotto anni. Pochi o niun uomo nacque mai con tanti buoni favori del cielo. Così i mali favori degli uomini non glieli avessero guasti! Alto, ben formato della persona, membra erculee per la forza, ma per le proporzioni piuttosto simili a quelle snelle ed eleganti del gladiatore Borghese o del Meleagro; capelli ed occhi come corvo; naso più romano che greco, ma qual s'addiceva, con bocca un po' ampia ad esprimer forza ed impero, benchè la bocca sapeva volgersi in un tratto a una espressione soave di dolcezza e d'amore, che avrebbe, potuto essere angelica; ma fu detta indemoniata da chi la conobbe. Così era del suo ingegno alto, pronto, aspirante; onde aggiungendovi la forza, che vien dall'uso buono e costante di quelle qualità, sarebbe stato ottimo; ma lasciato avvezzarsi ad intraprender molto, seguir poco, adempir nulla; indifferentemente poi avviarsi alle cose buone e alle mediocri, e talor anche alle cattive cui (dicevasi) il tempo e gli anni insegnerebbergli a discernere; ma gli anni non facendogli discernere se non il dolcissimo pendio delle cattive, e non insegnandogli se non passioni nuove e crescenti; fu sprecata così, menomata e corrotta l'opera, che era uscita pur bella, della mano del Creatore. Il primo pensiero di Manfredi, signore di e della fortuna paterna, fu lasciar il castello e la villa, e recarsi alla corte de' duchi di Milano, dove il padre aveva già avuta intenzione di mandarlo. Erane poi stato trattenuto gran tempo da quel cieco amore, che non gli concedea scostar da il figliuolo così tenero; poi dal pensiero migliore di voler pur morir nelle sue braccia; ma in ultimo morendo avea ordinato che ei non tardasse più. la vedova madre, svisceratemente e anche essa irragionevolmente tenera del figliuolo, ma avvezza a seguire la volontà del marito, seppe contraddire a quest'ultima sua. Ondechè, compiuto appena il tristo ufficio delle esequie del marito, diedesi senza intervallo a quello degli apparecchi per la partenza del figliuolo. E perchè il pensiero di questi apparecchi, del corteggio, delle cavalcature, e degli equipaggi del giovine, quantunque frivolo possa parere a noi, era pure stato l'estremo del morente barone, che n'avea date minute instruzioni alla moglie; questa anche in ciò non fu se non esatta esecutrice; e in breve ogni cosa fu in pronto; e fermato5 il giorno, e sparse molte lagrime prima rattenute, poi dirotte all'istante della partita, ella gli diè l'ultimo abbraccio; e risalita sulla torre settentrionale mirò alla cavalcata, finchè la potè discerner fra gli andirivieni de' boschi vicini, sulla via a Casale e a Milano.

Quanto breve poi a descrivere e facile a immaginare è il dolor rassegnato d'una madre che faccia il primo sacrificio al figliuolo, tanto numerosi, varii, intricati, ed anche opposti sono i pensieri del giovane, che, rotti per la prima volta i lacci della casa paterna, corre tutto speranza e presunzione ad incontrar quel turbine, quella bufera del mondo, quantunque pericoloso, oscuro e nemico glielo abbian dipinto i disingannati genitori. Qual giovane è allora che non creda anzi questi ingannati, o forse ingannatori; e più o meno dentro a non li accusi, o di animo stato sempre poco atto a godere, condurre, e per così dire possedere il mondo, o di spiriti ora invecchiati e depressi, che faccian loro dimenticare i piaceri avutivi a lor tempo? «Ed io pur ne vuo' il mio satollo» diceva Manfredi, come uscito appena dalla vista del castello, e non avendo più a rispondere a' segni lontani della madre, smetteva con quelli ogni pensiero del passato, e precipitava sull'avvenire, fantasticando tacito contro l'uso suo, e senza rispondere alle adulazioni degli otto o nove scudieri e donzelli che il seguivano: «Ed io pur ne vuo' il mio satollo. E me l'avrò; se mai ricchezze, se gioventù, se bellezza, se cuore ardito e mano pronta e buona spada il possono o per amore o per forza procacciar a nissuno. E vengano pure opposizioni, rivali, contrarietà. Non io forse sono avvezzo a vincerle? Chi era ugual mio negli esercizii cavallereschi tra i vicini signori? Chi appresso le damigelle, o le villanelle all'intorno? Chi di queste poi troppo ritrosa? Or bene. Sieno pure più gentili costumi in corte; ei non saranno più schivi. Sieno più rivalità, saran più vittorie. Quanto più mi si è venuto allargando il mondo finora, tanto mi si sono moltiplicati piaceri ed applausi. Or mi si allarghi, ed apra pur quant'è grande. Qui sono io corpo, animo e volontà da abbracciarlo tutto intero.» E così dicendo, con uno di que' moti involontarii che chiamano il cavallo a parte, e come alla confidenza de' pensieri del cavaliero, od anzi fanno dei due quasi una sola creatura, ei se lo spingeva insensibilmente fra le gambe; e il cavallo partiva di trotto e galoppo, a portar veloce il suo signore a quel mondo agognato.

Io poi non verrò descrivendo l'arrivo di Manfredi, la sua presentazione al Duca, ed in corte, o quella delle lettere commendatizie lasciategli dal padre per li molti amici che credeva avervi. Sì è necessario avvertire che di questi amici trovò, che alcuni erano morti, senza che il vecchio barone nella sua solitudine ne avesse pur saputo nulla; altri erano caduti in disgrazia del Duca, o s'erano ritratti per istanchezza, e quando il giovane presentava loro le lettere, rispondevano: «Dio volesse che potessi giovarvi ad alcuna cosa; ma vedete come elle vanno; io non m'impiccio in nulla;» e poi davansi a far tali orazioni in bigoncia contro la corte e il principe ed ogni cosa, che il giovane, se avesse loro creduto, sarebbene partito di volo. Degli altri, gli uni, abbracciato il giovane, e invitatolo a pranzo, credevano aver pagato il debito dell'amicizia; altri gli davan commiato dicendo: «Se posso giovarvi mai, fate conto di me:» ed alcuni, fingendo durar fatica, o durandola in effetto a ricordarsi suo vecchio padre, finalmente con un «Povero uomo! adunque è morto? mi duole assai;» facevano intendere chiaramente che erano seccati di quell'appello ad una troppo antica amicizia. tuttavia questi furon tutti. E ne furono pure che aprirono a Manfredi come a proprio figliuolo non solamente le braccia e la casa, ma ciò che è più, e più assimila un amico ad un padre, i consigli, i conforti, e gli aiuti, di che ad ogni ora abbisogna un giovane quando viene dimesticandosi col mondo. Benchè difficilissime a darsi e riceversi sono siffatte cure. Difficile a un padre stesso l'adoprarvi efficacemente or l'amore or l'autorità, e sempre l'esempio necessario con amendue. Quanto più a chiunque supplendo il padre, per far ch'ei faccia, non può arrecare tanto amore tanta autorità, e mette poi anche meno impegno in aggiugnervi gli esempi. è dunque da stupire che de' pochissimi amici vecchi trovati da Manfredi arrivando a Milano, o colpa loro che presto si stancarono di quell'ufficio di dar ammonimenti non o mal seguiti, o colpa sua che si stancò di andar a udir ciò che non voleva fare; non è a stupir, dico, che anco uno a capo di pochi mesi gli rimanesse. Sì invece sottentrarono appresso a lui una mano di amici giovani più grati assai, più facili, più allegri, e come ei non dubitava, più adattati. E tanto bene s'adoprarono nelle lor cure questi nuovi educatori, e tanto naturali disposizioni poi, tanto buon volere vi arrecò per parte sua l'educato, che in capo a que' pochi mesi egli era addottrinato, e fatto a tutti gli andamenti della vita cittadinesca, a tutte le sguaiatezze delle corti, e a tutte le sfrenatezze delle brigate giovanili, quasi come s'ei fosse lor nato in mezzo. Tuttavia la differenza si scorgeva sempre, e qualunque lode i compagni gli dessero apertamente, ei continovavano di nascosto e dietro a lui a farne le beffe, e trattarlo di ragazzaccio nuovo, e gentiluom campagnuolo.

In realtà Manfredi era dappiù di essi, non solamente per quelle qualità native che ben coltivate sarebbero state virtù, ma anche per molte di quelle che fanno primeggiar uno stesso vizioso in mezzo a' viziosi, come bellezza, ingegno, facondia naturale, destrezza, coraggio. Ma gli mancavano poi cento di que' minori, anzi minimi pregi, che pur sono tanto lodati nel mondo, forse perchè il solo mondo li può dare; come il vestirsi, il porgersi, l'andare, il cavalcare, il salutare, ed anche parlare alla maniera che in quel dato luogo e tempo si chiama eleganza; e non era tale ieri, e non lo sarà domani, e non è altrove; onde chi non v'è nol può indovinare; ancora certi modi di dire ed esprimersi che non sono di niuna lingua, ma quasi un gergo di quella corte o di quella brigata; e chi non ne è non li può sapere, e chi non li sa vi fa tuttavia la più trista figura, e udendo non intende, o volendo parlare non è ascoltato, e vede un sorriso che il fa ammutolire. Finalmente mancavagli la cognizione delle persone e delle storie d'ognuno e d'ognuna; onde ad ogni tratto era costretto a dimandar chi è costui, o costei, e che è ciò? I quali tutti, benchè non paiano, pur sono arresti e difficoltà da sgomentare qualunque più ardito principiante. i compagni li sogliono risparmiare; e tanto meno, quante più qualità invidiabili scorgono in uno, e quanto più temono esserne un giorno soverchiati. Ma se Manfredi avesse allora avuta la coscienza delle proprie virtù, e fattosi innanzi con buono orgoglio avesse detto a stesso: «Or ben ti sta; che vai gareggiando con cotestoro? o che indegno arringo è egli questo? ma vengano ad uno di prodezza, di fortezza, di sapienza, di virtù; e ben m'affido vincere tali omicciattoli;» se a tali pensieri poi avesse aggiunto i fatti, non sarebbe andato gran tempo che tutti que' suoi indegni, pur fortunati emuli, rivali, e soverchiatori sarebbero stati sforzati a riconoscere la sua superiorità. Sforzati, dico, da quell'istesso mondo che non è poi così gramo e scemo come si va dicendo, e che se non riconosce le virtù solamente asserite, più o meno presto poi riconosce quelle rivendicate coi fatti. Ma è necessario per ciò pazienza ad aspettare il tempo e le occasioni, ardire ad afferrarle, e principalmente animo e cuor virile a fecondarle. erano siffatte qualità in Manfredi, avvezzo a trovar lisciati e fioriti i sentieri della vita; a disperdere, quando non a mal usare, gli spiriti giovanili; principalmente poi a non aspettare mai ciò che voleva, voler mai ciò che gli era d'uopo aspettare; onde non poteva bene eseguire niuna impresa aspra, spiritosa, lunga, che son pur le gloriose. Così è che essendo entrato in certe compagnie armate dal Duca, ei vi si portò sì con valore, e due o tre volte fu lodato da' compagni, ed anche dal condottiero; ma perdeva il frutto d'ogni cosa, mal reggendo ai disagi, alle fatiche, alle seccaggini della guerra; mal obbedendo ai superiori; mal comandando agli inferiori; mal tollerando i compagni; ond'era mal tollerato, e tanto peggio che era straniero e nuovo, due peccati dificili a farsi perdonare nella milizia. Finalmente, perchè l'invidia genera invidia, e troppo sovente a forza di patirne s'impara a sentirla, Manfredi, cui non pareva esser tenuto quanto valeva, cominciò ad esser emulo, e poi geloso, e finalmente invidioso degli immeritati successi altrui; e allora non reggendo più all'odio eccitato e sentito, tormentato di fuori e di dentro, tolse la prima occasione di tregua o pace, e tornò in fretta a Milano.

Ivi trovò nuovi tormenti, nuove seccaggini, nuovo malcontento di , d'altrui, d'ogni cosa. Partinne, e fu a Savoia, a corte di que' Reali, e guerreggiò per essi. Ma mutando corte e guerre, non mutò modi fortuna. Intanto tornò due o tre volte al castello Verde a riveder la madre; e ad ogni volta ritrovando le tenerezze, le arrendevolezze materne, e poi le ammirazioni de' vassalli, e de' signorotti, e la alterezza baronesca; veniva riprendendo amore a quella vita, e pensiero di ritornarvi. La madre tanto più folleggiante che il figlio, il quale campagnuolo alla corte, pareva cortigiano alla villa, e narrava imprese e fatti o non suoi o non tutti suoi, ma creduti con riverenza; la madre mal accorta, gli faceva premura di rimaner a posare delle fatiche, fermarsi seco, e prender moglie. egli contrastava a questo pensiero; che pochi anni innanzi, per esempio quel che iva galoppando sulla via di Milano, sarebbegli paruto un vero peccato, o un danno fatto all'intera società in seppellire un così gran tesoro, come credeva stesso. Ora poi veniva affettando sperienza, disinganno, sapienza matura; i principi mali apprezzatori del merito, le corti guaste, le guerre empie, le imprese malmenate; nulla oramai valer gli sforzi di un semplice gentiluomo, quanto meno di uno, che grazie al cielo poteva dirsi signor di qualche terra, di qualche fortuna e qualche importanza per , senza aver a dipender da que' principi, quelle corti.... e qui rinnovellava la infilzatura d'ingiurie; e conchiudeva una volta con promettere alla madre di tornar in breve; un'altra volta di risolutamente abbandonar le corti e le guerre; e all'ultima con pregarla che il provvedesse oramai d'una moglie, primo e più importante arredo d'un

castello e d'una vita castellana baronesca. La madre che in tutti quegli anni non aveva avuto altro pensiero, che di cercar all'intorno, ed anche nelle altre provincie d'Italia, tutte le fanciulle, che prima per nobiltà, poi per ricchezza, in terzo luogo per beltà, quarto per ingegno, e in ultimo anche per virtù paressero degne spose del figliuolo; la madre contentissima, non se lo fece ridire: ma aperto un certo scrigno di tartarughe e lapislazzuli, dove teneva ogni sua cosa più cara, ne tolse la lista o rosa di quelle fanciulle, ed anche due o tre ritrattini che si era procacciati. «E vedi, figliuolodiceva, «benchè semplice barone, l'amore e le cure materne pur ti trattano da principe. Ora, non meno che se lo fossi, io t'ho disposta ogni cosa in modo che puoi a tuo talento scerre tra tutte queste; chè qualunque tu scelga, ben ti posso dire appunto, non disdirebbe a niun principe.» E qui fecesi a recitare le genealogie, a far i computi delle eredità, e poi a comunicar tutti i contrassegni di corpo e d'animo avuti per danari, dalle balie o dalle cameriere; ed a bilanciare i quartieri dell'una co' tanti mille scudi di più dell'altra, e col buon naturale della terza: mentre il giovane toglieva d'ognuna il ritratto, e metteva anch'egli nella bilancia il più o meno di beltà. E qui saranno ingannati coloro che credono essere il mondo sempre e quasi unicamente retto dalla sacra fame dell'oro. Perchè madre figliuolo non anteposero, come crederebber costoro, la più ricca; e fu dato il pomo concordemente dai due ad una donzella in cui erano sì nobiltà e ricchezze sufficienti, ma non preponderanti; e la qualità preponderante agli occhi della madre fu l'esser quella per quanto sapevasi, la più dolce, la più gentile, la più arrendevol fanciulla di tutte, onde era a sperare crescerebbe ad ottima nuora; e pel giovane fu la bellezza che vedevasi al ritratto, e dicevasi dagli amici, e finalmente conobbe egli andandovi co' proprii occhi; bellezza od avvenenza così pura e semplice, e direi quasi così virtuosa, che mirandola un uomo e desiderandola, diceva inevitabilmente a stesso: costei per quanto desiderata non sarà isperata mai se non da uno; grande e doppia ragione poi di voler essere quell'uno. Che più dirovvi? Io mi sono allungato tanto in queste deliberazioni di Manfredi e sua madre, che m'è forza abbreviare, anzi passar del tutto la conclusione del matrimonio, lo splendido viaggio dei due al paese ed alla casa della sposa, le feste grandi che vi si fecero, il ritorno al castello Verde, le feste ivi rinnovate, gli addobbi nuovi, ed ogni altra cosa che si suol fare più o meno sempre, ma tanto più quando, ognuna delle parti essendo contentissima, pare che la gioia non possa capire in pochi, e chiami amici e parenti, a sollevarne come d'un peso.

E tuttavia, appunto da questi giorni di gioia incomincia la dolorosa istoria, che ho preso a narrare. Manfredi era allora di poco più che ventidue o ventitrè anni; e, come udiste, affettava senno e sperienza da più di trenta. Ma il vero è che non n'aveva per venti, per quindici. E il vero è che s'io avessi una fanciulla da maritare, meglio vorrei uno di questi giovinotti quasi bambini, che non sogliono esser guasti tuttavia: ovvero uno di quegli uomini, che se sono stati guasti, hanno avuto tempo da disguastarsi; anzi che uno di quell'età e virtù intermedia pericolosissima, che già accostato sovente il labbro alla incoronata coppa de' piaceri, non n'hanno tracannato tanto da provar gli amari effetti del veleno; e a cui la nuova proibizione di que' piaceri venuta col matrimonio, non è se non, come ogni altra proibizione, nuovo stimolo a' desiderii, nuovo gusto a riaccender le voglie spente e fastidite. Manfredi aveva avute sovente in casa, men sovente, ma pur talvolta anche in corte, di quelle che altri dicon buone, ed io dico male fortune d'un giovinotto. E 'l dico non solamente come prete, e maestro di scuola, o precettore che fui un tempo d'un giovane gentiluomo; ma in quel po' di mondo ch'io vidi allora mi accertai che, anche umanamente parlando, il guadagno portato seco da siffatte qualunque sieno fortune.... Benchè questo è assunto che menerebbe in lungo, e per avere speranza di correggerne il mondo, ei vi si vorrebbe trattare ex professo, ed io ho da gran tempo in pensiero un opuscolo, che sarebbe intitolato: De' Cavalier serventi e patiti; loro storia, vicende e rivoluzioni; de' danni recati da essi all'Italia ec. ec. Finora poi non l'ho fatto perchè fui sbigottito dalla mole dell'argomento; ed anche poi perchè mi fu detto che sarebbe un'anticaglia, e che ora non s'ode più dire nemmeno il nome de' serventi. Ma io ho certe ragioni di credere, che se non il nome, dura almeno non molto diverso il vizio; e durando, l'opera sarebbe pur utile, solo che non fosse tanta fatica averla a fare. Ma di ciò altrove; e farò allora una nosografia morale, o descrizione delle malattie che rimangono negli animi corrotti da quella sguaiata vita giovanile. Qui il mio assunto è dir d'una sola, la quale chiamerò poi misoginomania; ed è uno vero o talor affettato disprezzo delle donne, che suol rimanere in molti di coloro che ebbero, e in tutti quelli poi che vogliono far credere aver avute molte delle dette buone fortune. I quali van dicendo prima agli amici, e cresciuti i sintomi, anche per le vie e per le piazze, e fino innanzi alle stesse donne, che tutte le donne sono questo e sono quello, e si assomigliano quante vivono, e non ce n'è una buona, ed altri siffatti discorsi evidentemente maniaci. Segue poi, a forza di dir queste cose, il crederle, anche quando non si vorrebbe dovrebbe; l'esser geloso senza la menoma ragione, e il non voler parerlo; il fuggir come la maggior vergogna qualunque apparenza, qualunque segno di amore o di troppo rispetto alla propria donna; e così il render questa infelice e disgustarla. E se per gran bontà ella non si disgusta, il marito ad ogni modo ne teme; onde crescono di nuovo le gelosie, i sospetti, e poi i mali discorsi e i mali atti, e di nuovo i malcontenti; e così via via, che è un circolo vizioso ed un accrescersi ed infilzarsi di difficoltà, disgrazie e malanni, che tutti vengono dalle sopra lodate buone fortune. E questa fu la colpevole, pur quasi io dicea compassionevole storia di Manfredi. Perchè io compatirei a sue colpe, conseguenza della mala educazione; se non che queste colpe erano scontate dalla pura paziente vittima datagli indifesa nelle mani. Ahi povera Margherita! Sola, lontana dai parenti, senza sostegno, consiglio, conforto; aggiogata ad uno impuro, violento, e non per natura ma per ozio diventato grosso e maligno uomo; queste e tutte altre disgrazie sarebbero state nulla; se non che, incauta infelice Margherita! ella era innamorata. Fu egli Manfredi falso dissimulatore de' suoi brutti vizii, fingitor di virtù simili alle purissime della vergine ne' dolci mesi che precedono e seguono le nozze? Ovvero fu ella colpa di lei, cuore troppo aperto all'amor comandatole, ingegno troppo facile a fidarsi e a creder bene; od anche forse quando incominciò ad accorgersi delle male qualità del marito, femminil superbia e stolta speranza di averlo a convertire? Nol so; certo è che si vedono sovente accoppiate contro natura dall'amore persone troppo dissimili; e quelle che si potrebbero pur paragonare a tenere e bianche agnelle, ricercare d'immeritato affetto certi uomini, che son veri lupi neri ed immondi. Così è che Margherita la prima volta che era respinta; respinta essa! dalle braccia dello indegno marito, altro refugio non trovava che le medesime braccia, e stessa accusava, chi sa? di non bastante tenerezza, non bastante avvenenza, non bastante gentilezza, o spirito o grazie per quell'uomo che a lei era più che uomo, e come uno Iddio che non poteva aver colpa, far male nulla mai, nemmeno lo affliggerla. Ella raddoppiava così la tenerezza e le dimostrazioni d'amore e da soli e in compagnia; egli fuggendole in pubblico, avvezzavasi a non apprezzarle in privato. Ella aveva dimenticato ogni cosa, ogni affetto al mondo, per lui, e ne faceva gloria; egli avrebbe creduto vergogna confessare un amore appassionato, e ridurre i suoi pensieri a lei sola. Ella già ricercata e risplendente nel mondo, non altro desiderava amava come trovarsi nella solitudine con lui; egli già noiato e lasso del mondo, ora non voleva parer lasciarlo per amore o per gelosia. Condussela più volte seco alle due corti di Savoia e di Milano, e talora udendo lodare la bellezza e l'aggraziata modestia di lei ne tolse vanità; ma la celava al mondo per non parere innamorato, e alla donna per non accrescere in lei la vanità, e le occasioni di ciò a cui egli credeva e diceva già troppo inclinate le donne. E in somma in corte come alla villa, fra gli uomini e solo a sola, benché fin allora non paresse farle torto di nulla, pur fraudava lei di ciò che è diritto, e forse più che lo stesso amore, bisogno femminile, le dimostrazioni pubbliche e private della stima del marito. E di tal froda una donna quanto più è gentile, tanto più si risente; a spese del marito, se non la regge virtù contro il desiderio di vendetta; a spese proprie, se oltre all'essere gentile la natura sua è insieme virtuosa.

Vedeste voi mai una giovane poc'anzi fiorente di età, di bellezza, d'allegria, senza niuna ragione che si sappia, senza grave malattia, senza dire a persona che o come sia, senza lamentarsi, né pianger che si veda, ma tacita, e con gli occhi rossi, e la voce infievolita, ad un tratto dimagrare, impallidire, e sparire ed accasciarsi tutta? Costei, dite, langue d'un virtuoso amore. E languiva Margherita; e il languore togliendole il brio, e le forze, e parte della bellezza, ella stessa s'affliggeva di dover parere men gentile al marito; e questo affliggersi le accresceva il languore; e così ella ancora entrava in una progressione crescente di pene, mentre egli innoltrava in quella sua delle colpe. andò guari ch'egli arrivò alla peggiore, e incominciò ad esser marito infedele. Non se n'avvide dapprima la troppo semplice. poteva avvedersi di cosa ch'ella era incapace, non dico di fare, ma di fermarvi poca ora il pensiero; poteva pensar turpitudine di niuna donna; forse meno, colpe gravi del divinizzato marito; meno di niuna poi quella che la propria purità le faceva parer gravissima di tutte. E poi, come vi dissi, Margherita era innamorata; epperò cieca. Un anno o due era durato Manfredi ad affligger sua donna, pur senza tradirla. Tre o quattro durò poi a tradirla, che il sapevano tutti, fuorchè essa. Finalmente la semplicità e quasi incapacità di lei ad accorgersene accrescendo la fiducia al traditore e alle traditrici; e fors'anco taluna di queste non essendo, come succede, contenta di rapire la persona e il cuore altrui, se la legittima posseditrice non lo sapeva; finalmente la meschina udì e vide cose che ad altre sarebbero state certezza, a lei non poterono non dare sospetti. Ma che serville! se i sospetti le furono così crudeli, quanto sarebbe stata ad ogni altra la certezza. era più oramai un lento languire e penare, ma un dolor pugnente, angoscioso, che le metteva come un ferro rovente al cuore, un cerchio di piombo al capo, un fascio di spine in letto; il letto, dove ora nemmeno un po' di riposo non potea trovar più! I giorni lunghi, le più lunghe notti, cuore, animo, pensieri, affetti di lei tutta, si consumavano in inutili deliberazioni. Come, che fare? aprirebbesene ella al traditore, o tacerebbe? E se parlava, come parlerebbe? Dolcemente? ma s'ei negava? Con rimprocci? ma s'ei s'offendeva? E se non fosse vero? Vorrebbesi prima verificar più; ma, come verificarlo? Osservando? ma oltreché sentivasi inesperta, che affanno, che crepacuore, incominciare, seguire una vita di sospetti, di spiagioni? Ma che dolore anche rimanere in quel dubbio! E fattesi queste e molte altre interrogazioni senza risposte, senza ragionamento finito, senza conclusione; non avendo pur mai una volta il pensiero, che sovente viene alle più virtuose, di fidarsene altrui: ma fidando al solo Iddio, finiva il più sovente con una preghiera di abbandono in lui e di rassegnazione; e cadeva poscia spossata in un sopore agitato, onde in breve si svegliava calda ed affannata a rinnovare i dolori. Povera, infelice creatura! il solo rimedio ch'ella avesse era quello di chi non ne sa trovare, e troppo debole per resistere fugge, e chiude gli occhi per non vedere. Sforzavasi tôrre il marito dalle corti, e tornar alla solitudine; e le riusciva facilmente, perchè quelli vi vedeva un modo di liberarsi da lei. Appena tornati al castello Verde, egli, o apposta per esser lasciato ripartire, o naturalmente perchè tolto di mezzo dalle male compagnie, dalle gozzoviglie, da' vizii usati, era come sviato, e sempre di mal umore, e più contro lei che gliel'impediva; certo è che egli la maltrattava in modo da farle quasi desiderare d'essere lasciata. Lo desiderasse poi ella o no, egli ve la lasciava sovente, ed ella talora, non resistendo a' gelosi timori, gli tornava appresso alla corte. Poi, non resistendo alla certezza sempre crescente, fuggiva di nuovo, e sola al castello. Così andò più volte, e s'accrebbero i suoi dolori per la morte dell'amorosa suocera. La quale benchè non fosse fatta mai confidente de' suoi dolori, e morisse come era vivuta cieca ammiratrice del figliuolo, pur era di qualche conforto talora all'abbandonata.

Un gran conforto pur ebbe ella: grande per stesso, grandissimo poi per la speranza che se n'avesse a riaccender l'amore male spento del marito. Dopo parecchi anni d'infecondo matrimonio, ella era incinta. A malgrado dell'abito preso di tacere ed affogare i proprii affetti, pur non potè, dandone novella al marito, non prorompere in uno scoppio di pianto, buttandosi nelle sue braccia. egli potè non aprirle, e poi strignerla con un moto e un affetto che a lei parvero, e forse furono vero amore; o che quel pianto primo e solo rimproccio di lei, e quanto tenero in quell'occasione! isse a ricercare in fondo al cuore gelato le ultime scintille di affetti buoni; o che anche l'uomo più freddo, più insensitivo, e, per così dire, più sasso, sia come sforzato ad un pietoso amore verso colei che gli quella nuova a lui tutta gioia e speranza, a lei principio di dolori, di fatiche e di pericoli, con piacer pure portati per amore di lui. Ed era tanto maggiore il piacere di Manfredi, che la pena della infecondità di lei eragli accresciuta da quella superbia e quel senso di propria importanza baronale, che gli faceva stimare quasi pubblica calamità il non avere successore del proprio sangue. Tuttavia la riconoscenza, che sempre è poca cosa in un cuor per natura o corruzione dappoco, l'amor rinnovato, niuno buono sentimento durarono in lui gran tempo. Margherita erasi valuta di quell'istante per domandar al marito di ritornar con esso lui al castello, e rimanervi durante la gravidanza ed il parto. Manfredi aveva acconsentito d'andarvi, e data speranza di rimanervi: ma anche in quell'istante d'involontaria tenerezza, temendo d'impegnarsi troppo, aveva tolto pretesto di negozii o che so io per non promettere: ed ella, usata sempre ad accontentarsi di ciò che le era dato, era così partita seco, e poi stabilitasi meno disconsolata al castello.

Ed egli o per vergogna o per riguardo rimasevi pur più a lungo del solito. Ma non reggendo al vizio preso, in capo a pochi mesi sfuggì, e lasciolla di nuova sola. Allora, perchè, infermiccia com'era, non s'ardiva a cavalcare per tenergli dietro, e l'abbandono poi le si facea tanto più crudele, quanto meno l'avea sperato; ella ammalò. E forse poi con un poco di quell'artificio che la più semplice, donna usa a richiamarsi appresso il suo amore, ella ne scrisse al marito; e 'l marito, benché mal volentieri, tornò, e più mal volentieri rimase fino al momento che ella più che mai rifinita pur gli partorì una bellissima fanciulla. Manfredi parvene come ingannato o beffato, e mostrò essere di quelli, che finchè hanno figliuole sole, assolutamente non credono aver figliuolanza. Il qual sentire, quantunque innaturale, pur troppo sovente cape ne' cuori affazzonati di alcuni padri; in cuor di niuna madre non può, troppo essendo dalle medesime pene insegnato loro essere l'un parto non dissimile dall'altro. E talor anzi, principalmente le donne infelici nel marito, sperano più felicità da una figliuola, che s'immaginano come compagna e consolatrice, che non da' figliuoli cresciuti a somiglianza del padre. Con le quali speranze Margherita s'andava consolando delle pene antiche e nuove, quando lo scellerato (perché oramai parmi meritasse tal nome) scelse appunto quell'istante a dargliene una troppo più crudele d'ogni altra. era la prima volta che avesse pensato a chiamare al castello le gioiose brigate di compagni e di donne, che troppo gl'incresceva lasciare, ed a cui gli premeva compiacere con questo variato divertimento. Ma fin allora Margherita, così facile a soverchiare ed opprimere in ogni cosa, era pure riuscita a difendersi, e, per così dire, a rispingere i nemici da quel ridotto, quell'estremo rifugio d'ogni donna tradita, l'albergo coniugale. Allora poi, accendendosi tanto più forte quanto più erano state represse le male voglie di Manfredi, e valendosi dell'occasione che la donna era confinata al letto, con un pretesto tal quale le annunciò l'arrivo d'una numerosa brigata, fra cui erano più d'uno di quegli oggetti della gelosia di Margherita. Margherita, solita soffrire, ed or tanto più che era più avvilita, e che ogni resistenza era inutile, soffrì senza dir parola, non senza lagrime. Le quali pur avrebbero potuto esser vedute dal marito se egli avesse voluto; ma non volendo, o non gli calendo, ella era ridotta a spargerle più che mai abbondanti, sul letto più che mai doloroso, e in solitudine più che mai assoluta, quando arrivò l'infame stuolo. Non salvavansi oramai più le apparenze dallo impazzito Manfredi, principalmente dalle impudenti persone, che appena introdotte signoreggiavano , fors'anco oltre a quello che non avrebbe voluto egli. Era un continuo banchettare, gozzovigliare, danzare, cantare e far chiasso e notte, che contrastava colla buia, trista, solitaria e muta, ma di tempo in tempo assordata stanza di Margherita. Avrebbe accorato anche un indifferente. La misera non vi resse più. Non che rinforzarsi e riacquistare salute, andava infiacchendosi e peggiorando ogni , e traendo seco una febbriciattola mal avvertita dai fisici, e meno dal marito; se non che nel prolungarsi la malattia di essa egli vide nuova ragione di prolungar il soggiorno delle sue compagnie. Pure aggravandosi il male di lei, ei ne fu avvertito da un buono e savio medico. Il quale, essendo di quelli che sanno scorger le cause morali de' morbi, e credono quanto il possano dover pur a queste rimediare, accennò a Manfredi, come forse il romore, il sossopra, il chiasso della casa poteva nuocere alla inferma. Ma egli era già guasto fracido a segno, che non solamente non volle dar retta al buon fisico, ma poco meno che nol cacciò di casa; ed apertamente poi gli diè il torto, e disse queste essere sciocchezze, e cose che non se ne doveva egli impacciare; e che del resto non era Margherita così male, assolutamente male, come sel figurava, e, chi sa perchè, voleva far credere costui; e che gli altri medici non sentivano così. E di vero ei ne trovò, come succede, che gli dieder ragione, e prestarono autorità. Ed in somma fu conchiuso che Margherita stava bene, o quasi bene, e che si continuerebbe la vita allegra, e il consueto festeggiare. In mezzo al quale dicesi, che una buona vecchia, cameriera già della madre di Margherita, e che l'amava come propria figliuola, e s'affliggeva, ma non dolcemente com'essa, anzi mal tratteneva i rimprocci su tutto ciò che andava scorgendo, scorgesse una sera ciò che non poteva lasciar dubbio dell'infedeltà del padrone; ed anzi l'udisse, bagordando colle indegne, indegnamente sparlare, e farsi beffe della propria moglie. E s'aggiugne la donnicciuola non sapesse soprastar l'ira; e tornata alla padrona non gliela nascondesse; e questo fosse il coltello che andandole a cuore l'ammazzò. La sera appresso erasi apparecchiata una nuova festa bellissima; erano giunti convitati nuovi d'intorno, e da lungi; illuminate a centinaia di fiaccole, addobbate di ricchi parati le sale; allestita lautissima una cena; lietamente vestite ed adorne di fresche rose le danzatrici; incominciate al suono di numerosa allegra musica le danze; quando, udite uno o due strida, spalancata una porta, ecco in mezzo sparuta, torva gli occhi, ansante il petto, e avvolto il capo nelle bende, e la persona nelle lenzuola lunghe striscianti, fuor di furibonda la morente Margherita. Strillava con una voce acuta non più sua, quasi umana: «Manfredi, Manfredi, Manfredi,» e adocchiatolo, precipitò su lui, lo abbracciò e strinse tutto, e traevaselo seco appresso con uno sforzo ultimo; ma ivi morì. Il frastuono, il turbamento, la fuga universale che seguirono, non dirò io. Portata, adagiata in letto, nulla fu che la facesse rinvenire. Fuggì prima d'ogni altro lo spaventato, non pentito, stesso accusante, Manfredi; chè non gli restava cuor da tanto. E dissero anzi egli e tutti i suoi e le sue, essere Margherita stata sempre di poco senno, e debol cervello; morta ora impazzita. Com'era andata per la vita, così andò al sepolcro, abbandonata.

E abbandonato rimase non pochi anni il castello. E Manfredi, qua e correndo per diversi paesi e corti, si distrasse interamente, e dimenticò non dirò la perduta moglie; chè a ciò non gli abbisognava aiuto; ma il modo pure spaventoso in che l'aveva perduta. E il dimenticò tanto in capo a cinque o sei anni, che tornato al castello Verde; prima a tempo per provvedere alle cose sue, poi più a lungo con qualche compagnia, poi con altre più e più numerose, e di nuove allegre e non dissimili da quelle già avutevi; come succede a' viziosi ostinati per quanto ammoniti od anche puniti dal cielo, ricominciò ad immergersi nella medesima mala vita consueta. E tanto andò innanzi in questa, e nell'obblio della morte della sua donna, che durando le feste e le gozzoviglie quasi ogni giorno dell'anno, fecersi pure alla medesima notte di quella morte. Succedette poi, che battendo l'ora fatale di lei, il tocco dopo le dodici, o reminiscenza e rimorso a caso o in qualche modo miracolosamente destato, o accidente naturale, o castigo espresso del cielo, Manfredi cadde in mezzo a quella festa in modo quasi così pronto, come era caduta Margherita, e fu com'essa portato via al suo letto per morto. era morto tuttavia. Ma durati alquanto lo svanimento, e poi i dibattimenti maniaci e furiosi, rinvenne; pur non tanto da continuar nella vita allegra e tra le compagnie. Anzi d'allora in poi o le cacciò egli di propria volontà, od elle stesse fuggirono, come sogliono quelle che venute a cercar allegria trovino tristezza. Certo è che rimase infermo, languente, abbandonato anch'egli sotto al medesimo tetto, e non lungi dalla stanza abbandonata di Margherita. durò a lungo. Pare che ogni notte intorno alla medesima ora si rinnovassero i medesimi accidenti o castighi, e lasciandolo così più esausto ogni giorno, finalmente lo spegnessero.

Spiegano le vecchierelle qui intorno molto più particolarmente le cause della sua morte, dicendo: che in quella notte dell'anniversario di Margherita, e a quell'ora fatale, lo spirito di lei, non veduto da nessun altro, comparì ad un tratto a Manfredi, e a lui corse abbracciandolo e baciandolo come soleva in vita, ed avea fatto all'ultima notte; poi l'accompagnò quando il portarono al suo letto, ed ivi con lui giacque quasi mogliera tutta la notte. E vogliono anzi talune, che non quella notte sola, ma tutte l'altre poi tornasse ella ad abbracciare il marito, e seco giacesse finchè egli visse. Tutte poi s'accordano in ciò, che ogni anno alla notte della morte di lei, e talora in altre, s'odono anche oggidì concerti di musici stromenti, e canti, e grida allegre di spiriti che ballano e banchettano. I quali poi quando batte il tocco e s'ode uno strillo acuto, tutti cessano, e dicono che è Margherita che li caccia, e torna a giacer con Manfredi.

 

 

 

IMILDA.

 

NOVELLA QUINTA

DI UN MAESTRO DI SCUOLA6.

 

 

 

AL SIGNOR MARCHESE DI RORA

 

Direttore della Lotteria per il Regio Ospedale de' Pazzarelli in Torino.

 

Pochi mesi sono, eravamo due ad attendere, ognuno nell'arte sua, a due lavori per la vostra lotteria. Uno de' due lavori non fu compiuto; e l'altro, non è stato possibile nemmeno a me di continuarlo. Ora per adempiere, quanto ancor posso alla promessa, ed avendo da parecchi anni alcune Novelle, per un secondo volume del maestro di scuola, ne tolgo, e vi mando questa in questo modo, pregandovi di compatire la tenue offerta, e tenermi per

 

Torino, 18 marzo 1834.

 

Amico vostro

L'AUTORE.

 

 

 

IMILDA.

 

Tornando io già una sera in sull'imbrunire alla mia terra da alcuni casolari dove avevo a balia un mio bimbo, vennemi incontrato il buon maestro, che tornava credo da suonar l'organo di quella pieve, a' piè d'una scoscesa via, anzi quasi un burrone scavato tra due altissime sponde dall'acque. Dove, oscurandosi tra lampi e lampi il cielo a un tratto, e incominciando a cader larghe goccie annunziatrici di temporale, e a scivolare il lubrico terreno, e a non più reggerci i piè, ci sforzavamo pure amendue d'andar innanzi ed arrivare prima che franasser l'acque ad una casupola a mezza costa, solo abitato che sia o si scorga in quella vallea. Quando a dispetto della fatica che si durava incominciò il loquace maestro: «Non vi par questo vero agguato da ladri? Mirate, muro di qua, muro di , non un'uscita; un uomo ne fermerebbe dieci.» «Sì», diss'io, «ma il maggior pericolo per ora è di cadere tra questi fanghi; i ladri sono sì mal accorti da mettere bottega in tal deserto, dove non passano tre lire al giorno; e poi c'è la casupola che guarda il passo dai ladri, e così ci salvi dall'acque.» «O quanto alla casupola», disse il maestro che appunto per a ciò avea messo il discorso, «sapete voi chi l'abita? Un brav'uomo che n'ha ammazzati tre egli solo in un giorno.» «Come?» diss'io. Ed egli: «Al tempo della sua gioventù ei fu già....» ma non ebbe tempo, chè appunto il padrone della casa, avendoci veduti, era venutoci incontro, e sorreggendo il buon maestro ci faceva entrare nella casupola, dove già donna e fanciulli avevano acceso il fuoco di fuscelli e fogliacce di gran turco, e poi recatoci il vin bianco, che è in quel paese, come il pane e il sale degli antichi, primo e sacro segno di ospitalità. E non era bevuto il primo bicchiere, che il contadino, il quale aveva udito le ultime parole del maestro: «Io credo» disse, «che avevate incominciato a narrare a questo signore il gran fatto della mia gioventù; e perchè non è cosa ond'io abbia ad arrossire io stesso la narrerò.» E incominciò ab ovo una lunga storia di certe dispute tra l'arciprete e il sindaco di quel paese, accadute trent'anni addietro, ma così nuove in sua memoria come se fosse stato ieri, e vi si riscaldava sopra come allora; ma intanto il compagno mio che fin da principio dimenavasi sulla sedia, forse per dispetto che gli fosse tolta di bocca la narrazione, ora non potendo più reggere al modo in che era fatta, e meno alle millanterie del bravo: «A che monta tutto ciò? Io dirollo in due parole. Il sindaco e l'arciprete eran due uomini senza cervello, che disputavano su non so che; anzi credo che nol sapessero nemmeno essi, e la prova è che ci voglion tante parole a farlo capire. Avean torto tutti e due; ma più il prete, perchè prete. Nimici essi, nimici tutti gli uni con gli altri nel paese; i quali poi aveano tanto più torto, che si facean nimici pe' fatti altrui. Questo qui fece la scioccheria di prender una delle parti, non so nemmeno quale, e non me ne curo; e perchè era più giovane e più bravo, e come dicono qui, più bullo degli altri, egli avea nome, forse senza colpa sua, di capo di parte. Tre de' contrarii lo assalirono un giorno allo uscir di Messa; certo è, essi furono gli assalitori; egli a dar mano a un coltello, e metterne in terra uno; poi a fuggire inseguito dai due, e vedendogli discosti l'un dall'altro, a rivolgersi al più vicino, ucciderlo; ed aspettato il terzo, questo pure uccise.» «Oh», interruppi io, «questo l'è pure un bel fatto, e tal quale come quello...» Ma riprese più forte il maestro: «A che servono comparazioni? Quest'uomo non sa le storie vostre; e se volete parlare di un antico che ammazzò in guerra tre nimici del suo re, la comparazione non istà; perchè questi uccise in pace tre sudditi del nostro. Scappò, uscì del paese, fu giudicato contumace; poi, consigliato tornare, tornò e fu assolto come dovea, perchè l'avea fatto in propria difesa; e del resto, come vedete, ha moglie e figliuoli, ed è vivuto sempre da galantuomo, e lo è. Ed è tanto più da lodare, che al solito chi mette mano al sangue anche con ragione, continua poi a torto, e diventa facinoroso. Ma ad ogni modo, figliuol mio, l'uccidere, se non fu delitto, è almeno disgrazia; e non si vuol darsene vanto, ma compiangerla, e principalmente dinanzi a questi vostri figliuoli. Che se non avete avuto altro torto, avete avuto quello di mettervi in cose che non toccavano a voi, in vece di vivere in pace con tutti. E queste parti a che conducano ne' paesi grandi come ne' piccoli ve lo voglio dir io; e perchè è cosa antica, dirovvi oggi tutti i nomi, che questo signore li potrà andar a riscontrare ne' libri, e dirvi quanto sia vero l'esempio. E venite qua, voi altri fanciulli; che la pioggia fa un chiasso che assorda.

In una gran città d'Italia detta Bologna, ei fu già, come in molte altre, questa medesima gara tra preti e secolari, che sindaci o podestà o signori si chiamassero; i preti volevano far quello che era de' signori, e questi quello che era de' preti; e i cittadini mal accorti se ne dividevano in parti. Erano principali in ognuna delle due parti due famiglie dette dei Lambertazzi e de' Gieremei, gran nimici perciò gli uni con gli altri; principale poi ne' Lambertazzi, Orlando un vecchio signore potentissimo di ricchezze, e per la moltitudine de' parenti e de' figliuoli. Fra' quali ultima d'età, ma non nei pensieri del padre era Imilda; che cresciuta bellissima oltre ogni altra della città, egli sperava che per averla in moglie tutti i giovani s'accosterebbero a lui, ed egli poi al più caldo e pro' partigiano suo la concederebbe. E in vero essendo ella giunta così intorno ai diecisette anni, e sempre più venuta crescendo in bellezza, ed anche poi, come dalle stesse donne e compagne sue dicevasi, in bontà, incominciò a correrne voce non pure tra i giovani de' Lambertazzi e loro partigiani, ma anche tra quelli de' loro nimici i Gieremei. Nei quali era allora appunto uno di poco più di vent'anni, il quale Fazio o Bonifazio avea nome, giovane d'indole pronta ed audace, ond'erasi anche troppo fatto già noto all'opere nella sua parte; ma che sarebbe stato degno di miglior campo, e miglior fama; perchè, ostinato e caldissimo quando i suoi erano perdenti, ad ogni volta poi che erano superiori, egli tornava benigno ed avrebbe voluto far pace. Non so se gli venisse questo da retta e buona natura, per stessa abborritrice di quegli scandali; o da prematura ragione che gliene facesse scorgere il danno comune a tutti; o forse non da altro che da giovanile disposizione, più che alle brighe, rivolta a' piaceri e all'allegria. Certo è che a questi attendendo il più che potea, e talor più che non avrebbe dovuto, fra l'altre scappataggini volle un giorno far questa, di assolutamente vedere e per conoscere, se pur fosse tanto bella ed accorta e cortese come si dicea la Imilda de' Lambertazzi sua nimica. E così essendo il tempo di carnovale, e sapendo che si dovea far una gran festa in casa ad Orlando Lambertazzi, Fazio senza dirne a persona, messa una bautta o non so che maschera, che non si facea scorgere, cacciossi nella folla, e sconosciuto entrò e incominciò a mirare. Era per avventura quella notte la giovane più che mai di bellezza ed anche di femminili grazie ed ornati risplendente, siccome quella a cui era la festa dedicata dal padre appassionato di lei, e vago di mostrarla, e più che mai accenderne quella innamorata gioventù. Era poi la non sua adornatezza dalla tutta sua semplicità rattemprata così, e la eleganza dalla modestia, che in mezzo a tutte le altre comparendo ella sola, non pure l'avreste detta principal donna o regina di esse, ma quasi angelo di paradiso sceso in un coro di belle e pure fanciulle, più bello e più puro e di più celestiale natura. All'ardentissimo giovane, vederla, ammirarla, invaghirsene, anzi impazzirne e volerla risolutamente, fu un punto, un pensiero, un affetto. E con quella grazia e naturalezza poi, che viene da un vero e giovanile ardore, non andò guari che trovò modo di accostarsele, e colla eloquenza che l'amore, l'amor dichiararle, ed accenderla, se non altro, della vaghezza di sapere chi questo nuovo amatore fosse, e questa sconosciuta voce. Perchè, agli accenti di cortese e rispettosa adorazione ella era per volontà di suo padre non poco avvezza; ma appunto ella fin allora aveali uditi, più che per altro, per obbedienza; ed ora o che le cose non comandate anche ai migliori pajan più dolci, o che più dolce veramente fosse questa nuova non più udita voce, o le parole più acconce, o gli affetti più gentili, certo ella oltre al consueto se ne compiacque, o domandò al giovane chi egli fosse? sollazzevolmente pregandolo si discoprisse. A cui egli benchè a siffatto caso non avesse nel venire posto mente: «O donna», disse, «quello che imponete è accompagnato forse di maggiori difficoltà che voi nol vi pensate; pure non fia disobbedito mai nessuno comandamento d'Imilda a Fazio Gieremei.» E così detto, levò la maschera dal viso. Immaginatevi che paura corresse per ogni vena alla fanciulla, udendo il nome del maggior nemico che fosse di sua casa, un nome non mai dinanzi a lei pronunciato senza qualche aggiunto di scellerato o maledetto, o se v'è peggio, e vedendolo audacemente così palesarsi in mezzo a tanti, di cui non era uno che se il riconoscesse non avesse volentieri fittogli il pugnale nel cuore, e lei dell'odiato sangue cospersa. Fu stupore, fu pietà, timore per , per lui, per tutti, che la fecero impallidire, e in assai meno tempo che non dissi io, dir ella: «Per l'amor del cielo, che fate voi? copritevi, copritevi.» Ma egli, senza altrimenti turbarsi, ed anzi dolce e lietamente sorridendo: «O donna! troppo crudeli ed assoluti sono i vostri comandi. Che non avendo io fatto conto veramente per questa sera di mostrare il mio volto, voi me lo faceste scoprire; ed appena scoperto, ne siete già pentita, e così alterata che mel volete far ricoprire. Ondechè, io voglio mi perdoniate, se ad obbedirvi in questo secondo comando io ci pongo un patto; ed è, che non potendo io oramai vivermi senza la vista di voi, mia dolcissima nimica, e volendo ogni sforzo fare per tornarvi a vedere, voi, non che opporvici, farete da parte vostra, quando io ve ne richiegga, ogni sforzo perchè ci possiamo onestamente ritrovare.» E rispondendo ella molto affannata e ripetutamente che non si potea, « io posso questa volta assolutamente obbedirvi.» E faceva atto con allegro volto di buttar in terra la maschera, e rivolgersi dal cantuccio ove erano in mezzo al ballo, quando ella dall'ostinazione di lui vinta con femminil dispetto disse brevemente, che lo farebbe. Allora, datogliene con uno sguardo degli innamorati occhi le dovute grazie, egli rimetteva la maschera; ed ella di si fuggiva, ed egli, perchè incominciava ad essere osservato, dileguandosi tra la calca, non molto dopo se ne uscì.

Il giovane era di quelli che si vedono tutto , i quali meglio amano arrampicarsi per una costa ritta che passeggiare per lo piano, montar un cavallo bizzarro che uno mansueto, passare per lo ciglione di un precipizio che per la strada maestra, e in somma quando si potrebbe far come tutti gli altri, voler sempre far diverso, e in vece delle facilità cercare le difficoltà. Pazzi da catena, dico io! chè quando si cercano, le difficoltà le si trovano; e principalmente in questo punto del matrimonio ei ce ne sono tante per , che il volerne aggiungere delle inutili è una vera scempiaggine; ed al principio, prima d'innamorarsi, se pensasse ognuno ch'ei potrebbe facilmente ottenere tante che vaglion quella ch'ei prosiegue con difficoltà e pericoli, io credo ch'ei piglierebbe una di quelle. Ma signor no; ei si vuole appunto quella che non si può. La giovane anch'ella avea nella sua benchè dolce natura alcun che di questa stessa caparbieria e amor delle cose strane; oltrechè soprammodo erale andato a genio quell'audacia dello scoprirsi, e quella ostinazione del voler rimanere scoperto finchè avesse il suo intento. Le quali due qualità dell'audacia e dell'ostinazione ben so che vanno a genio malamente al più delle fanciulle, che poi maritate ne incresce loro molto sovente. Ma io, non approvandolo troppo intendendolo, non ispiegherovvi altrimenti l'amore di que' due; sì dicovi, che se fin allora la Imilda aveva avuto nome di alquanto ritrosa verso a' pretendenti, ora in breve acquistò quello di superbissima, e quasi non fu nissuno che non ne disperasse. E riprendendonela il padre, e dicendole che ora s'appressava il tempo che ella si dovesse decidere; ella diceva che no, e domandava tempo, e voleva prima d'ogni cosa aspettare l'inteso abboccamento, e fra dicea, che quand'anche avesse a prendere un partito poi, assolutamente nol potea dovea prima d'aver adempiuta la ingaggiata promessa. Perchè, vedete, anche questo è un vizio solito della gioventù: mettersi in capo certi doveri immaginarii che son tutt'altro che doveri; e per essi i veri doveri di figliuoli rispettosi ed obbedienti e confidenti trascurare. Pareva sì alla giovane che Bonifacio molto tardo fosse a domandar egli quell'adempimento: e talora dubitò della sincerità o costanza di lui; e il desiderio e il dispetto le mettevano allora in cuore non so che d'amaro, che tuttavia non vi scemava la passione. pensava ella in che difficoltà si fosse messo pur egli Fazio; il quale, passata quell'occasione della festa, non che tornar addentro alla casa, non potea nemmeno andarle intorno. Perchè era usanza di quei nimici, assalirsi quando incontravansi per le vie, e più se gli uni ardissero passare dinanzi alle case degli altri, che toglievasi per bravata ed insulto; ed egli che l'avea fatto cento volte, nol volea far più; e non che esser vago di siffatti incontri, li cansava ora con più prudenza che i prudentissimi d'ambe le parti. E pensate se ora gli venissero a noia le parti, che mai non avea seguito se non per mal esempio altrui, ed ora ei le trovava quasi insuperabile muro, o interminato mare tra e la sua disiata donna. Venne alcune notti in abito mentito di giullare o menestrello sotto il verrone, dove lei sapeva dormire, e intuonava sul liuto or l'una or l'altra canzone in lingua volgare. Ma questi erano istanti, e il più sovente non finiva nemmeno la canzone, e dileguavasi non solamente se udiva uscir dalle case alcuna persona, ma anche più se vedeva aprir il verrone e spuntarvi la fanciulla; che, non essendo comodo quel luogo a parlarsi, non volea sprecar così il promesso appuntamento, e temeva udir da lei cosa che non avesse qui agio a risponderle, e ridurla a' suoi desiderii ed a' suoi già fermati disegni.

In ultimo sendo così due o tre mesi passati, ed o per il ritorno di primavera che invitasse, o più probabilmente perchè le brighe e le guerre loro particolari così richiedessero, i Lambertazzi si ridussero a un castello che aveano molto forte e presidiato, non discosto dalla città. Quivi parve a Fazio gli si porgesse occasione di veder la sua amata. Perchè avendo già, siccome molto destro a siffatti maneggi, messo dalla sua una delle donne che servivano ad Imilda, seppe da quella come poco prima era stato cacciato di casa Lambertazzi per non so quali mancanze un povero donzello. Onde Fazio vestitosi a quel modo capitò un mattino alla capanna di una buona vecchierella; la quale molto povera essendo, e la capanna non molto discosta dal castello, la Imilda or con l'una or coll'altra delle sue donne vi veniva sovente come a diporto, e ad arrecarle qualche men rozzo cibo, o panno, o monetuccia.

Ora a costei presentandosi Bonifazio le venne dicendo, esser quel meschinello caduto in mala gracia di messer Orlando, e che uscito di quella casa non avea più avuto una buona ora, ed era anzi in gran miseria caduto; e così avendola impietosita, aggiunse, che se potesse vedere un momento Imilda e parlarle, egli non dubitava di poterla muovere, tanto era buona, a domandare la sua grazia, e che domandata da lei al padre, ei la crederebbe ottenuta. La donna, che come sogliono tutte, nulla aveva caro al mondo quanto potere spacciar protezione, entrò molto volentieri nel pensiero; e rispose che la signora Imilda veniva sovente a sua capanna, e bastava che le facesse dire che abbisognava di lei, perchè ella venisse; e che l' farebbe. A che riprese il finto donzello, povero essere, ma pur rimanergli una catenella d'oro datagli da una sua innamorata, e che egli le darebbe volontieri, e quanto potesse avere, se ella gli agevolasse questo modo di ingraziarsi di nuovo co' suoi buoni signori, e principalmente colla buonissima Imilda. Adunque la vecchierella fece avvisata la Imilda; la quale poc'ora appresso ci venne; e la donna compra da Bonifazio trovò modo di venirci con lei. Se fosse stupita la fanciulla di trovare Bonifazio nella capanna, pensatelo voi; e sua prima mossa veramente fu verso la porta per tornarsene, ma ne fu trattenuta dalla promessa sì ben tenuta in cuore, e fors'anco dal proprio amore, e poi dalle cortesi preghiere, e dalle eloquenti, innamorate parole del giovane. Che fossero siffatti discorsi nol vi verrò io sminuzzando; montavano a ciò, che egli dicea di grandemente amarla; ella mostrava che l'amerebbe, se non che non potea sperare un felice fine a quell'amore per la nimicizia di lor parenti. Ma Bonifazio era venuto ben apparecchiato a ciò; e quanto volentieri poi ci si cacciava nelle difficoltà, tanto agevolmente sempre gli parea poterne uscire. Adunque in mezzo a molto amoroso parlare dall'una e dall'altra parte, egli le venne dispiegando, e non in breve, tutto il pensiero ch'egli avea tra lungamente maturato; ed era, in poche parole poi, che egli tra i suoi compagni e tutti i Gieremei, ella per via di suo padre tra i Lambertazzi s'adoprassero d'ogni maniera a riaccostarli gli uni e gli altri, e lor odii scemare, e lor guerre finire, e ricondur pace nelle due case ed in tutta la città. Così in proprio pro e della loro passione operando, opererebbero il bene anche dei concittadini; e il loro dolcissimo amore sarebbe fine alle crudeli inimicizie di lor case, ed ai guai della città, e lor nozze principio a nuova età tutta di pace. E unite tutte le parti in quella concordia, che potenza di fuori non se ne accrescerebbe a tutta la città, e che gloria? E così d'una in altra immaginazione avanzando, e la Imilda lui ascoltando quasi un profeta o un angelo che fosse venuto a parlarle, ed ardentissimamente bevendosi tutte le idee di lui, non è a dire a quanti e quali sogni s'abbandonassero i due giovani inesperti. Ma che volete voi? la imprudente gioventù se mette gli occhi a uno scopo alto e bello a mirarsi, non guarda mai alla via che vi ha per arrivare7, e non tien conto di burroni, di precipizii, di acque, di fuoco che la possano fermare. In breve, quando Bonifazio ed Imilda si lasciarono, non che lasciarsi afflitti ed avviliti come sogliono gli amanti disgraziati, voi gli avreste veduti quasi di celeste fiamma accesi lor volti; e uditi allegramente dirsi addio per poco tempo, e darsi appuntamenti a questa medesima capanna per insieme adoprarsi alla loro immaginata opera divina.

Che ne succedesse poi, già vi può essere conto se vi siete trovati mai a vedere la commare mettersi tramezzo a due donnicciuole che garriscano in mercato, o un amico commune in senno tra due furiosi ubriachi, o un monello in piazza tra due cani combattenti; che donnicciuole ed ubriachi e cani, lasciando la prima contesa e facendo pace o almeno tregua, si rivolgono a mordere e straziare gl'imprudenti pacieri. Perchè Bonifazio, primo già tra' compagni allorchè era uso condurli alle gare ed agl'incontri, quando incominciò a ritrarsene, incominciò pure a perdere ogni autorità e credito; ed ora volendo dire che queste contese erano già durate troppo, e che facevano più male che bene a tutti e principalmente al comune, e che bella cosa sarebbe, in vece di straziarsi gli uni e gli altri, combattere tutti insieme per la città e contro a stranieri, ed altri simili argomenti di pace, ora non fu più inteso per nulla; e vennero a poco a poco a dire gli altri Gieremei, che novità, che mutazione, che tradimento era questo? Sempre s'era mostrato dappoco e paciere Bonifazio; quante volte nella vittoria non li avea già impediti di proseguirla e valersene, e spegnere del tutto e cacciar quel mal seme de' Lambertazzi? ma pur pure se non valeva nulla fin d'allora a' negozii, valeva almeno in guerra e col ferro in mano; ora poi in un modo in un altro. E che credeva egli? era un bambino col latte in bocca e voleva dar consigli; tutta superbia, gran superbia; credevasi dappiù degli altri, ma vedrebbe bene; e cento altre cose che erano false, ma egli, per la sua grande imprudenza, quasi si può dire che si meritasse. Perchè se egli aveva dalla sua diritta natura l'orrore alle civili discordie, e dal suo amore l'ardente brama di racconciarle, forza è poi confessare che la prontezza e schiettezza, a lui non meno naturali, lo facevano meno di niuno atto a ciò. Al solito si vede chi vuol racconciar due disputanti ir all'uno e dir tu hai ragione, e all'altro tu pur l'hai; ma egli all'incontro non sapea d'un capello scostarsi da ciò che credea vero; e volendo dar ragione o torto secondo che l'avea ciascuno, perchè i furiosi parteggianti sempre hanno più torto che ragione, egli dava così più sovente torto, e veniva in ira a ciascuno. Peggio era della debole Imilda; perchè, vedete voi, quanto più uno è debole, tanto più peggio quell'ufficio di paciere si fa. Che se in vece della commare tra le donnicciuole garrenti vengono i mariti, o tra due ubriaconi la giustizia, o tra i cagnotti un can grosso, allora sì che si fa pace per forza o per amore, che allora vuol dire paura. Ma chi usa e non può usare se non preghiere, non fa far pace a chi vuol pur combattere, ed egli ne sta sotto. Pensate dunque che bel profitto potessero fare o le corte parole, o le lontane esortazioni della fanciulla; le quali poi altro non potevano essere se non quando si parlava di queste cose, un dir talora molto in generale, che ella amava la pace, e vorrebbe veder finite queste guerre, ed altre cose simili. E sì che il solo argomento che avrebbe fatto colpo, sarebbe stato forse quello di dire che ella non al più acre combattitore, ma a chi più si fosse adoprata a far fare la pace si sarebbe donata. Ma questo lo voleva dir ella, lo voleva lasciar intendere nemmen per ombra; fra le altre virtù avendo questa ancora tutta giovanile della gran sincerità, e del non pensare nemmeno a lasciarla per danno che le venisse. Così con tutte queste virtù, meno quella della prudenza, i due giovani non fecero altro che venire l'uno e l'altro in sospetto ognuno a' suoi, e più volte rivedendosi alla capanna ebbero a scambiare di ciò mutue lagnanze, già troppo diverse dalle speranze di quel primo abboccamento. All'ultimo avvisarono i Gieremei, che Bonifacio per certo dovesse aver qualche interesse ne' Lambertazzi; e questi, che la Imilda, già così aliena or così pronta a' discorsi di pubblici affari, dovea pur avere qualche interesse ne' Gieremei. Il padre, principalmente, e i tre fratelli, ruminandoci sopra, si ricordarono della festa e di quella maschera incognita che avea parlato a loro sorella, ed era poi sparita, ed ella non avea mai voluto dire chi fosse; onde a poco a poco dubitarono che dovesse essere alcuno di lor nimici; e non vedendo più Bonifazio così pronto alle risse, e udendo che egli pure facea il paciere, finalmente s'apposero al vero. E benchè non credessero che quella cosa fosse ita più in , che la Imilda avesse più veduto Bonifazio, od avesse altro per lui che una prima disposizione d'amore, tuttavia arsero di grand'ira contro lei e contro lui; e tenuto consiglio insieme, deliberarono di non farne rumore, ma lasciato ogni altro pensiero, guardar molto dappresso la Imilda, e tutti adoprarsi poi contro Bonifazio. E fuvvi chi disse aver da certe spie saputo come questi appunto per la nuova o cresciuta moderazione era venuto a noia a tutti i suoi, e che se al consiglio grande della città si mettesse il partito di cacciar Bonifazio, egli credeva che si vincerebbe a pieni voti o pochissimi discordanti; e così fecero, e così successe. Intanto la Imilda, fattasi accorta de' sospetti in che era venuta ancor essa, e temendo meno per che per l'amante se più venisse alla capanna, l'avea per la fedel serva avvisato, che assolutamente non venisse più, e che per ora non si poteano più vedere; ma che se egli era dell'animo di lei, tempo, fortuna, morte, li avrebbero l'un dall'altro disgiunti. Ed egli che non l'avrebbe mai voluta trarre a questa risoluzione, pur vedutagliela prendere da , avea risposto impegnando sua fede, e gli avea mandato l'anello. Ma ora poi udendo il proprio esiglio, e che gli si davano sole ventiquattro ore a partire, non volendo trarre sua donna a niuna disperata risoluzione, senza altrimenti vederla, solo e tutto amore per lei ed ira contro gl'ingrati concittadini, solo con uno scudiero per gli Appenini alla volta di Firenze s'avviò.

E prima non mettendo mente che le ingiustizie son sempre fatte da pochi, e che le vendette pur toccano a molti; a questo, che quand'anche fosse tutta ingrata e scellerata la patria, non è lecito contro a lei, quasi madre, vendicarsi, furono i pensieri dello infelice giovane tutti di vendetta. Riandò, scusò, anzi ammirò tutti gli esempi di coloro, che cacciati dalla patria tornarono a lei con in mano il ferro e il fuoco, ed a capo de' suoi nemici. E proruppero siffatti pensieri non di rado in feroci discorsi, quando s'abbatteva in persone che volessero scusare or l'una or l'altra delle parti scellerate. Ma avendo una volta parlato in cotal modo innanzi ad alcuni capi del Popolo Fiorentino inimico del Bolognese, e questi rallegratine avendogli proposto di mettersi con essi contro la sua città, tanta vergogna gliene prese, che mai più all'ira sua non si abbandonò. Anzi, perchè anche Firenze era divisa nelle medesime parti, ed egli voleva accostarsi a quella già contraria, che gli sarebbe paruto tradimento, a quella già sua da cui pareagli essere stato tradito, lasciò Firenze, e incominciò a vagare a Siena, a Pisa, a Pistoia e l'altre città di Toscana; ma trovò in tutte le medesime parti e i medesimi furori; onde a Firenze si raccolse, ma senza più voler vedere udire degli uni degli altri; e tutto in ristretto e solingo poi visse. E passato così tutto l'anno e non pochi mesi dell'altro, cessata l'ira, incominciò il rincrescimento della patria, accresciuto dal desiderio dell'amata. Usciva talora soletto dalla città, e senza accorgersi s'avviava per gli Appennini in verso a Bologna, e talor andava fin sulle vette onde potesse scorgere da lungi, o immaginare il vietato suolo della patria. E vedendo non che i viandanti, ma gli augelli o le nuvole o i venti avviarsi , gli si stringeva il cuore, e tornava. Ma peggior disconforto eragli pure camminare solo e diserto tra la calca del popolo, per le vie brulicanti ed allegre della città; veder affaccendarsi ognuno ai proprii piaceri o negozii, egli disoccupato e senz'altra fretta che della sera, la quale terminasse quella giornata di più, e l'accostasse al fine qualunque fosse dell'esiglio. Allora, sentendosi cadere in siffatti pensieri, egli stesso se ne sarebbe voluto distrarre; ma desiderando un amico, non trovava un compagno in mezzo a quella moltitudine. Vedeva accostarsi gli uni agli altri, disgiungersi, tornare, affaticarsi, sorridere, insomma vivere; egli solo misero non vivea, ma di rivivere o di morire aspettava. Allora gli tornava in cuore il dolce tempo, e gli si facea questo più amaro; allora bramava, e forse meditava la propria morte. E forse n'era trattenuto meno dal dovere di religione, che dalla disperazione di lasciar l'ossa così fuori della patria, e non più rivedere la sua donna. Perdurando arriverebbe, chi sa? a giorni migliori; ammansa il tempo i più duri uomini; e quelli che non ammansa, muta. Così entravano nell'animo del fuoruscito i pensieri di morte; così computava i giorni proprii e quelli de' suoi nemici; e forse forse, infelice, anche questi con inavvertiti iniqui desiderii accorciava, o con preghiere empie li chiedeva da Dio. Allora di inorridito stesso scoteva, e domandavane perdono a Dio, e tornava al solitario suo albergo, e lunghi giorni e interminate notti vivea. Venivangli di tempo in tempo non frequenti lettere della sua donna, quanto meno di speranze, tanto più d'amore e di costanza e virili conforti piene. Perchè voi altre donne sempre mi siete parate divise in due qualità: le une, che amate l'allegria, le faccende, il brio, e cercate gli uomini felici, allegri, affaccendati; e se questi o per o per fortuna mutano, voi, o li lasciate a un tratto senza vergogna, o almeno a poco a poco e salvando le apparenze, ma rivolgendo l'amore in pietà. Le altre poi son tutte all'incontro, che mettono amore naturalmente più ai non fortunati che ai fortunati; e quanto più s'accresce l'infelicità, tanto più anche cresce il loro amore e la loro abbandonata devozione; e se son capaci d'impazzire o di perdersi, egli è per uno che sia del tutto caduto ancor egli e perduto. Che se niuna mai, Imilda certo era di queste. E mentre ogni più acquistava voce di ritrosa e superba, disprezzando i voti, e negando la mano de' maggiori uomini e de' più briosi giovani della città, ella scriveva al fuoruscito che mandasse a toglierla, od ella, anche sola ed a piè, lo verrebbe a raggiugnere; e che ella volentieri abbandonava casa, padre e fratelli per lui, che ad ogni modo era signor suo, ed ella sua donna innanellata da lui, e che lo dovea e voleva ad ogni modo e in ogni luogo seguire. Bonifazio che innamorato e per ciò generoso giovane era, quando il rapivano di contento queste parole, tanto per altra parte l'accoravano, e più volte scrivevale che non voleva. Ma non la potendo pure dissuadere, e vedendo il suo esiglio allungarsi, e le speranze scostarsi, e dal proprio desiderio mosso finalmente, di soppiatto partì di Firenze, e per discosta via a Pistoja, e poi a Modena, e finalmente presso a Bologna alla capanna della vecchierella ne venne. La quale, se vi ricorda, avea la prima volta ricevuto Bonifazio in abito mentito, e credutolo quel donzello cacciato di casa dai Lambertazzi; ma in ultimo, così essendo necessario per rivedersi l'altre volte, era stata messa nella fiducia de' due amanti, e avendone di molti e grandi regali ricevuti, li avea sempre fedelissimamente aiutati e serviti. Per la quale fatto saper prima ad Imilda la sua venuta, e che non movesse sino a nuovo cenno, ne fece poi anco avvisato uno amico suo e compagno dall'infanzia, e quasi solo di tanti rimastogli fedele. E con questo abboccatosi più volte alla capanna, disposero, che raccozzando una ventina de' suoi scudieri e uomini d'arme, con tre buoni palafreni si trovassero tre giorni appresso all'annottare in una macchia molto vicina alla capannuccia; dove poi Bonifazio ed Imilda, con quella donzella consapevole de' loro amori, verrebbero, e tutti insieme per la via più presso ai confini si caccerebbero di corsa. In ultimo, per la vecchia, fecene avvisata Imilda, ed ella la sua donzella. Onde, venuto il giorno appuntato, queste due insieme, quasi a diporto uscendo non attese, alla capanna vennero, e inosservate giunsero.

Dove immaginate voi che abbracciarsi, che gioie, che dolcissime parole fossero tra i due innamorati giovani, orbi tanto tempo di così fatti conforti. E la Imilda, facendosi promettere e giurare nuovamente, che alla prima posata che potessero fare, e' cercherebbero di qualche prete che desse loro la benedizione, e li facesse legittimi marito e moglie, alla sua guida tutta s'abbandonò. Aspettavano il suono dell'Ave Maria, e uditone il primo tocco, la Imilda alzatasi da sedere con un atto di mestizia insieme e di dolcissima arditezza porgendo la mano a Bonifazio si moveva a lui seguire. Ma aperta a un tratto la porta alla capanna videro avventarsi addentro, seguiti da altri, tre armati furiosi che, a Imilda, ne all'altre donne attendendo, quasi a devota preda sovra l'infelice Bonifazio si precipitarono. Trasse il ferro, e pur credendo di aver a difender la donna tenevala per l'altra mano e parava i colpi; ma in breve ebbe riconosciuto i tre Lambertazzi fratelli di lei, che gridando: «A te, Fazio, a te: lascia costei; a te, a te; tu sei morto;» in lui solo le loro tre spade e i tre pugnali rivolgevano. Onde, lasciata la donna, rotava pure il ferro contro loro, ed attendeva a difendersi; ma uno rivolgendoglisi a spalle immergevagli al destro fianco il pugnale fino al manico, e gridava: «Sei morto.» In quello udivasi un grande frastuono d'armi e cavalli, e un azzuffarsi fuor della porta. Onde Bonifazio, immaginandosi che fossero, com'erano, i suoi, benchè ferito faceva pure ogni sforzo per raggiungerli; e rivolgendosi ed affrettandosi pur essi fuori i Lambertazzi a sostenere lor gente assalita, gli riuscì in parte. Ma erano più forti i Lambertazzi, e gridando: «Morto egli è, lascialo pure, morto egli è;» tutti insieme sforzandosi contro gli amici di Bonifazio, li ricacciavano verso la macchia, ed ivi assalendoli li incalzavano poi fino alla città.

Intanto Bonifazio traeva a stento il ferito fianco, e sforzavasi d'arrivare alla macchia e pure arrivava; ma ivi rifinito ed esangue cadde, ed in breve i sensi perdè. Imilda meschina avea pur tentato frammettersi nella zuffa, e principalmente tener quello de' suoi fratelli che avea ferito lo sposo; ma trattenuta ella stessa dalle donne, e principalmente da quella sua che era stata la traditrice, non se ne era potuta disimpacciare, se non quando all'accorrere de' Gieremei era diventato universale il terrore o la fuga. Allora precipitossi pur ella fuori della capanna, e cercando di Bonifazio e non vedendolo, e dileguandosi poi i combattenti, gli uni a fuggire, gli altri ad inseguire, vennerle finalmente vedute le traccie di sangue, onde il trafitto Bonifazio avea segnata sul terreno la via. Le quali tutta d'affanno e dolore palpitante, seguendo, giunse la misera Imilda alla macchia, e ivi ebbe veduto giacente, e immobile, e pallido come morto il suo Bonifazio. Credettelo spento dapprima; e cadendo boccone sopra di lui, e volto a volto, e bocca a bocca accostando, vennele pure sentito un lento respiro, e un debole palpitare che la rinfrescò di qualche speranza. Pensò cercar acqua intorno, e lavandogli la piaga e il capo, farlo rinvenire; ma sovvenendole come troppo sovente in mezzo a quelle scellerate nimicizie non bastando il ferro a straziarsi, solevasi aggiugnere il veleno, e n'erano per lo più contaminati i pugnali, e temendo i fratelli seguissero quel nefando uso, e pensando che, ferito Bonifazio, avean gridato: «Sei morto», e lasciatolo per finito; di nuovo spavento compresa, senza aspettare o pensare altro, snudò la piaga e raccogliendone i lembi colle dita e poi colla bocca, a succiarli incominciò. E trattenendo il proprio alito e i sensi, e tutta più e più volte empiendosi del corrotto sangue la bocca, tanto fece che a poco a poco si riebbe lo sposo suo, e mirolla, e subitamente affacciandoglisi alla mente che facesse ella, ne la volle colla mano debole trattenere, chè colle parole non potea. Ma ella con tanto più ardor continuando quanta più speranza le si aggiugnea, e più chiaro il pericolo le si accennava, nuova sangue pur gli veniva traendo, e nuovo tossico forse bevendo. Finalmente riavutosi meglio Bonifazio: «Donna, donna,» le potè dire: «per quell'amore ch'io vi portai, per l'anima mia, pregovi, tralasciate questo uficio inutile a me, letale a voi. Imilda... Imilda mia... nelle tue braccia morendo... tue braccia tanto tempo desiderate....» poteva dir più, la donna di sovrumana possa e di nuovo celeste animo accesa8 o udiva lui o restavasi un momento; e tanto con tal ansia ed affanno fece, che anche a lei venner meno le forze, e semiviva appresso a lui riposare dovè. Due o tre volte pure, ripresa lena, ricominciò. All'ultimo potendo, più che l'amor suo a tenerla viva, il bevuto veleno o forse il dolore ad ucciderla, sentissi venir meno, e le si aggiugnea la disperazione di non aver pure potuto far riavere lo sposo; e allora componendosi accosto a lui, e lui tenendo nell'amorose braccia, e la intrisa bocca pur riaccostando alla piaga, nuovi sforzi fino all'ultimo facendo, così morì.

Era la vecchierella accorsa intanto, e testimone stata di quegli ultimi istanti; per preghiere o sforzi avea potuto, non che trattenere Imilda, ma neppur quasi farsene udire. Diè in istrida vedendola spegnersi; accorsero dopo alcun tempo reduci dallo inseguimento i Lambertazzi, i fratelli di lei, e poi suo padre istesso. E dicono gli uni che infiammati del medesimo furore non altro dicessero tutti che «Ben le sta.» Altri pure ne li scusano, e dicono che amaramente piagnendo li facessero insieme quasi marito e moglie sotto a quelle piante seppellire. Questo è certo che le nimicizie, non che spegnersi od ammorzarsi, di nuovo ardore arsero, ed infuriarono peggio che mai.»

Non avea finito per anco la sua narrazione il maestro, quando entrarono nella casupola un ragazzuccio mandatomi innanzi colla lanterna da mia moglie, e il sagrestano venuto propriomoto a cercare il maestro. Perchè, sapendone le usanze, era venuto domandandone ad ogni casa giù per la via, e così trovatolo. Il maestro, che era nel più caldo della narrazione aveva accennato loro, tacessero; ma finita appena, perchè l'ora era tarda e il temporale finito, e l'acque scolate, insieme ci levammo per partire; ci fu verso, aggiunti due ospiti nuovi, che non si bevesse tutti un altro bicchiere di vino, e bevendo disse il padrone di casa: «La storia del signor maestro è bella, e quanto alle nimicizie tutto è vero e buono quel che n'ha detto; ma io non consento in ciò che Bonifazio si avesse a disperar tanto di star fuori di paese. Io per me ci sono stato pure io; e se non era che qui avevo la casa e il podere, che facendoli vendere da lungi, Dio sa s'io ne vedeva più un quattrino, credo pure che non ci sarei tornato mai, perchè, vedete voi, come si dice, tutto il mondo è paese.» Ed aspettava la risposta; ma il maestro o fosse stanco di parlare, o avesse fretta di partire, o che, come mi parve anche altre volte, quanto era vago di narrazioni, tanto lo fosse poco di dispute; e facendo in cotal modo suo quando era udito senza contraddizione, gli si strozzasse la parola al contrastare, certo questa volta non rispose altro se non «De' gusti e de' colori et cetera;» e partì, ed io appresso, e i due lumi che ci corsero innanzi. Ed io pur vedendolo tacere e in ristretto, e quasi come accorato, pur mi vi accostai prendendogli la mano, e dicendo: «Gli è vero che i gusti sono diversi, ma quelli dei buoni s'incontrano talvolta.» credo che quando il Papa apre la bocca a' cardinali nuovi, egli lo possa fare con effetto più pronto che fecero le mie parole al buon maestro; che incominciò a dire dell'amore al paese; come somiglia ad ogni altro amore, che talvolta può essere iroso, indispettito, furioso, e rivolgersi per a tempo anche in odio e nimicizia; ma che quando è vero, pur torna sempre ad essere amore, e che il peggio è l'indifferenza degli uomini; e molte altre cose. Dalle quali l'una all'altra venendo, e tornando alla novella: «Maestro,» gli diss'io, «a me non dispiacciono le vostre novelle, ma vorrei sapere perchè voi le rivolgiate così sovente a dir di parti, e gare, e nimicizie, facendole voi dinanzi a questa buona gente di sì piccolo paese, che nemmeno ci son tanti da potersi dividere in due parti, ci è poi donde parteggiare, così son poveri e semplici.» Ma egli: «Sempre e' ci ha bastante gente da disputare quando e' sono due uomini insieme; ed errate grandemente se credete che ne' paesi piccoli si disputi meno che ne' grossi; e si vede che non ci ha molto che voi siete in questo, in quale pure è de' meno disputanti, ed io ne conosco degli altri troppo peggiori. Voi vi credete quasi vecchio, ma non siete. Del resto, forse è vero che in siffatti discorsi io ci cado troppo sovente; ma la lingua batte dove il dente duole; e, non che le novelle, ci ho fatto sopra a questo soggetto anche una predica.» Ma sendo noi giunti presso alla scuola, a quella senza altro commiato prendere si rivolse, ed entrò.

 

 

 

I DUE SPAGNUOLI.

 

NOVELLA SESTA

 

DI UN MAESTRO DI SCUOLA9.

 

 

 

I DUE SPAGNUOLI.

 

 

I.

 

«Narrereteci voi una novella, maestrodisse una gentildonna che era con noi in una di quelle ultime lunghe sere di novembre, che quando s'ha buona compagnia io le conto per uno de' migliori piaceri della villa. «Narrereteci voi una novella? Io ho lette quell'altre scritte dall'amico nostro che è qui; ma dicono che narrate da voi sieno troppo più piacevoli, ed io, dopo che vi ho conosciuto, volentieri lo credo. Se non che, ei mi pare vi dilettiate soverchio cogli spiriti e colle apparizioni; che io ben vi posso dire non mi danno paura, ma troppo ripetute forse mi darebbero noia. Oltrechè dei tempi antichi abbiamo novelle che ne avanzano; e se molte sono sconce, molte pure sono da leggersi per tutti; e il novellare di quelle cose e que' costumi, è proprio un portar acqua al mare, o chiocciole in Astigiana.» «Signoradisse il maestro, «io novello a modo mio, come mi viene il destro, di cose vecchie o nuove senza distinzione, e senza intenzione di far novelle all'antica alla moderna. E certo, dette così come le dico io, nel nostro dialetto piemontese, anzi nel mio tra astigiano e langaruolo, ben credo che elle non possano olezzare putire mai d'imitazione del Lasca, o di messer Giovanni Boccacci. Che se poi l'amico volendole scrivere, e nol sapendo fare, come pur dovrebbe, nel dialetto in che son dette, le scrive in italiano, egli ci pensi; purchè non le scriva io; chè fuor della scuola io non intingo mai penna in calamaio.» «Non so» disse la gentildonna «chi s'abbia a dir più pigro dei due; o voi, maestro, che avete votato odio alla penna, o voi, amico, che avendo il vizio di tôrla in mano, la usate poi così scioperatamente in baie di questa sorta. E quasi direi che voi siate il peggiore dei due; perchè niun uomo ha l'obbligo di scrivere; sì bene, volendo pur iscrivere, di farlo, o tentar di farlo almeno, sopra qualche cosa che serva.» «E' mi pare» diss'io «che voi non v'abbiate il torto; e già me n'ero avvisato da me, che che io dicessi a' miei leggitori sull'utile di passar meco un'ora d'ozio; ond'io mi vo' pur correggere, e più non iscriverò.» «Ecco,» disse la gentildonna, «conclusione a rovescio: io vi diceva, scrivete qualche cosa utile; e voi concludete, non iscriverò.» «Perchè» ripresi io «per iscrivere qualche cosa utile, e' si vuol avere, primo, qualche cosa utile in capo; secondo, scienza di scriverla; terzo, volontà; quarto, agio; quinto, stampatore; sesto, libraio; settimo, leggitori. Vedete quante cose, oltre forse le dimenticate.» «Or certo, eccovi al solito degli autori, a lagnarvi di stampatori, librai, e leggitori; dovreste vergognarvene, voi principalmente autor dilettante, principiante....» «Or principian elleno le ingiurie?» «Signor no, ma senza ingiuria io vi dico che non mancano stampatori leggitori agli autori, ma più sovente....» «Bene, bene, mancherammi altro, mancherammi altro. Ma io non entro in dispute, e vi rispondo, o novelle o nulla. Non novelle? dunque nulla.» «Ma volete voi la mia?» interruppe il maestro che da mezz'ora dimenava la lingua in bocca, «volete la mia? Dirovvene una modestissima che ce la disse un ufficiale amico di Toniotto, una volta che lo venne a vedere al paese, e incominciarono a parlare della guerra di Napoleone contro alla Spagna ch'egli avean fatta amendue, ma più lungamente l'ufficiale, ed ambi erano come innamorati de' lor nemici spagnuoli. E dicendo io che ce n'era de' buoni e de' cattivi, l'ufficiale rispondeva, che anzi ce n'era di quelli buonissimi e cattivissimi a vicenda, od anche a un tempo. Ed osservando io che tutti i popoli meridionali sono così, l'ufficiale mi rispondeva che non tutti, e poi ci disse questa storia, che l'aveva udita da una delle persone interessate. Onde, avendola io udita da lui, e voi da me, l'avrete passata per tre bocche solamente. Vedete perciò quanta credenza le dobbiate dare. Or la volete voi?» «Sì» disse la gentildonna.

«Ma voi questa non la scriverete, sperodisse rivolto a me. Ed io: «Chi sa

Raccoltosi allora alquanto in il maestro: «Io cercava» riprese «onde principiar la novella che l'ufficiale principiò, e poi intarsiò con tante descrizioni ed ammirazioni di Spagna, Spagnuoli, e principalmente della bella Andalusia, che il volerlo seguire a questo modo sarebbe un non finire mai più. Ma il fatto sta che il bello della storia incomincia solamente da una certa sera, non mi ricordo se di luglio o d'agosto dell'anno 1806, in casa d'una cittadina benestante di Siviglia, chiamata Donna Ramona. Nella qual città, capitale de' quattro regni d'Andalusia, e bella poi, diceva l'ufficiale, quasi tanto come Firenze, usasi, da chi può, avere in mezzo alla casa un cortiletto molto pulito, lastricato a bei quadretti di marmo bianco e nero che vengono di Carrara, con sovente una fontana in mezzo, e sempre un portico che ricorre per li quattro lati all'intorno, ed è sorretto da colonne molto sottili, su cui posano gli archi leggermente, contra le regole, il so, del Vignola e del Palladio, ma secondo quelle rimaste dell'architettura moresca, che ad ogni modo fa bella ed elegantissima vista. Sogliono poi ogni mattina le serve largamente inaffiare e lavar bene con ispugne i pavimenti; operazione che con parola araba chiamasi tuttavia aljofifar, e ch'elle rinnovano talora nel giorno e alla sera. E aggiuntavi la precauzione di tener, durante il sole, coperto il cortile con una spessa tenda che si ritrae all'imbrunire, ben vedete che in tutti i climi, le genti civilizzate, o molli che si voglian dire, hanno saputo trovar modo di viver benino, anzi di rivolgere in comodi e piaceri gli stessi inconvenienti naturali. E certo è che pochi piaceri al mondo sono da pareggiare a quello, dopo una giornata calda, di prender il fresco una sera d'estate. Sì credo che sia piacere pericolosissimo per ogni verso; e ci abbia sovente scapitato la severità non solamente dei costumi privati, ma quella delle intiere nazioni. A Siviglia è come un incanto passeggiar per le vie buie della città, e veder per li cancelli delle case questi bei cortili eleganti, puliti, rinfrescati, illuminati e addobbati qua e di vasi e fiori, e tra' fiori alla rinfusa le molli avvenenti Andaluse. Perchè è il salotto dove s'aduna la famiglia, e la conversazione ch'essi dicono tertullia; e non usano averne, come altrove, di quelle che empiano, anzi non possano capire negli intieri palazzi; ma sono per lo più tra dieci o venti persone tutte amiche, e vi vengono e ci stanno senza soggezione; e il maggior vanto di che ci si pregino è la «franchezza castigliana» così franca, che a certi svenevoli stranieri par anzi grossa ed incivile. Eravi dunque tertullia quella sera in casa da Donna Ramona; e s'io vi facessi un romanzo, sarebbe una bella occasione, descrivendovi le persone adunate , quattro mamme, due fanciulle, tre giovani maritate, sette uomini ed un frate; sarebbe, dico, una bella occasione di farvi un abbozzo di costumi nazionali, che è oramai un accompagnamento obbligato di qualunque romanzo, o una velatura per dargli, come dicono, la tinta locale. Ma io che fo una storia verissima, non mi voglio impacciare in questi particolari; e chi non conosce gli Spagnuoli, li vada a vedere: io descriverò quelli soli che importano a me; e se dirò alcuna cosa che non intendiate, mi ammonirete voi, ed io tornerò addietro.

Adunque, in poche parole, erano in un angolo del cortile le quattro mamme che parlavano a voce bassa non so di che, forse delle tertullie vicine, e due o tre uomini, che, ascoltandole, fumavano gli uni un lungo nero sigarro dell'Avana, e gli altri una gialla pajita di Guatimala, e gli uni sbuffavano il fumo francamente sulla faccia a chiunque avessero innanzi, gli altri il tenevano riposto lunga pezza in bocca, e vel dimenticavano, finchè parlando usciva bel bello dalle labbra socchiuse. Quasi in mezzo al cortile, incontro alla fontana, era un altro crocchio delle tre giovani donne e delle due fanciulle; e al centro quasi preciso del cerchio, dove per ciò capitavano dalla periferia tutti i raggi visuali, era un giovane solo, seduto, con una chitarra in mano che cantava. I rimanenti uomini ivan venendo ora all'un cerchio, or all'altro, quasi che più vaghi dell'uno, ma più vagheggiati dall'altro, non sapessero risolversi a nissuno. Il vero è che tutta l'attenzione del cerchio di mezzo era usurpata dal sonator di chitarra. tuttavia la musica e il metodo di lui eran tali da farsi dir bravo da un maestro italiano, o peggio anche da un dilettante francese o tedesco. La musica era una di quelle canzoni che gli Spagnnoli chiamano tiranas, e sono appunto al solito un lamento della tirannia della loro bella con parole monotone, ed una melodia anche più monotona; quasi una specie d'improviso e di cantilena, che pur quando è ben maneggiata dal cantore ella s'adatta a varie espressioni, e non è certo senza grazia. Il metodo poi dell'accompagnamento di chitarra era anche più rozzo; accordi semplicissimi, meno pizzicati che non istrappati a un tratto con un graffiar di tutte le dita, o tutte l'ugne su tutte le corde insieme; graffi o busse replicate or rade or prestissime, or interotte con altre busse sul legno dello strumento.

E qui, mia cara gente, vi dirò che l'ufficiale mi cantò la canzona o tirana, spagnuola, che è graziosissima; ma voi non intendete lo spagnuolo;.... e quanto a tradurla.... io non voglio più intarsiar versi italiani nella mia prosa piemontese, per paura che questo mio benedetto editore non istampi poi di nuovo ogni cosa insieme, e non mi faccia scorgere come ha già fatto una volta.

Ad ogni modo, finita la canzone, il giovane prese la chitarra per la cassa, e la presentò, senza far parola, ad una delle giovani che gli erano intorno; quella fra esse che, caso od arte, erasi trovata più direttamente innanzi a lui durante la canzone, epperciò pareva averne avuta come la dedica. Supponendo vera la qual congettura, e mettendo insieme le parole cantate e l'atto di presentar così la chitarra, come un tacito invito a rispondere, ben potete indovinare che il giovane doveva essere antecedentemente innamorato della giovane, e che avendo avuta qualche disputa, e sendo guastati, era nella buona intenzione di rifar pace, isdegnava perciò far i primi passi. Ma la giovane, che se volete sapere si chiamava Marichita, era figliuola della padrona di casa, aveva un sedici o diciasette anni, piccola, ben fattina, con mani e piè già rinomati per bellezza in Andalusia, dove son tutti belli, viso bruno, capelli neri, occhi nerissimi, duri e dolci a vicenda da fare spiritare; la Marichita, dico, s'alzò senza rispondere, con un certo strigner del labbro inferiore contro il superiore, che volgarizzato dalla lingua muta alla parlata voleva dire: non me n'importa, ovvero, lasciatemi stare. Certo è, che il giovane l'interpretò così, e alzatosi, e posata la chitarra sulla sua sedia con sì poco garbo che quella ne rimbombò e questa ne gemette, si rivolse per le logge del cortile a cercare la cappa e il cappello che v'aveva lasciati, non sapeva più dove, come parve dal tempo che fu a trovarli; e trovatili finalmente, senza complimenti, o forse senza creanza, se n'andò.

Ora duolmi così al principio della vostra conoscenza con Marichita, d'avervene a dar un'impressione men buona, o come di persona leggeri e cattivuccia. Ma forza è dire il vero; e il vero è che non solo ella non si dolse del dolore del suo innamorato, ma nemmeno non s'indispettì del suo dispetto; ed anzi, appena uscito esso, ella parve rasserenarsi tutta, come se s'allegrasse d'averlo fatto partire. Gliene fu fatto il grugno dalle compagne, quasi che dicessero: - peccato trattar così un così bel giovine. - Una delle vecchie chiamò il frate, e disse: «Peccato che quel giovane abbia sì poca flemma, e si precipiti sempre per non saper tollerare.» Altre all'incontro, fra cui Donna Ramona, la madre di Marichita, s'allegrarono evidentemente di questo caso; e Donna Ramona avanzatasi verso la figliuola, propose alle giovani che andassero a far un passeggio al chiaro della luna fino al ponte di Triana.

Accettata la proposizione, passò Marichita in uno stanzino a tor l'abito spagnuolo, senza il quale nessuna esce per via, e così vestì prima un giuppone stretto e corto chiamato baschigna, che in regola dovrebbe esser nero sempre ma le giovanette il portavano allora, per vezzo, d'un calor quasi pavonazzo che chiamavan caciuccia; con una bella guarnizione di trina nera che facea risaltare le fine calze10 di seta, e le pultissime scarpette di raso bianco, che si portano per le vie, epperciò dalle ricche ed eleganti si mutano nuove più volte al . Sul capo già ornato d'una rosa fresca, non isbocciata e mezzo nascosta tra la ricca capigliatura, pose un velo di trine bianche, stretto sì che non arrivava a velare volto, capelli, rosa, ma lungo in modo, che, aprendosi giù per le guance, veniva a incrocicchiarsi innanzi al petto, e scendeva poi lungo la vita snella svolazzando. Chiamano questo velo mantiglia, e senza esso, o grosso o fino, da Bajona a Cadice non vedresti una donna fuor di casa mai. L'ufficiale, originario narrator della storia, estendevasi assai su tutta questa acconciatura delle Spagnuole, e principalmente delle Andaluse, e la metteva innanzi alla eleganza delle stesse Parigine; e paragonando in particolare la mantiglia al mesaro genovese, ne sapeva spiegare tutte le somiglianze e le differenze; e diceva che un pittore doveva anteporre il panneggiarsi del mesaro; ma ogni altro doveva lodar più l'aggraziato portarsi della mantiglia. Io poi non ne so niente; ma ho voluto dirvi che quantunque l'eleganza di quel paese non sia come quella dei nostri, Marichita era sempre, e si fece quella sera più che mai, alla moda loro elegantissima.

Finita la qual vestitura della giovinetta, e tornata fra le compagne, si presero due a due per le braccia, e seguite da tre o quattro degli uomini, uscirono a diporto per le vie e per le piazze della città, or dinanzi all'Alcazar e alla Giralda, ora all'Alameda, or al detto ponte sul Guadalquivir; senz'altro scopo con altro pensiero, come pareva, che di prender il fresco, e passar due ore all'aperto sereno, ridendo, parlando, e talor cantando accompagnati dalla chitarra che uno degli uomini avea tolta, riaccordata e portata seco. Dico che la brigata, in generale, non avea disegno scopo fisso; non già che una ad una ogni persona di essa non avesse, e non proseguisse forse nascostamente qualche pensiero suo. E di Marichita in particolare, volendovela più e più ritrarre, dirovvi schiettamente: che ella aveva uno di questi pensieri, e che le male grazie fatte aposta a Perico, quel primo sonator di chitarra che voi sapete, e l'incollerirlo per farlo partire, il farsi poi con una occhiata alla mamma proporre il passeggio, la particolar attenzione nello abbigliarsi, e l'andar ora per una e un'altra via della città, tutto aveva uno scopo. E lo scopo era di veder d'incontrare quella sera Don Luis, un grande di Spagna ricchissimo, che essendo oltre a ciò anche giovane, anche bello, anche amabile, pareva alla scellerata Donna Ramona ed alla perfida Marichita un innamorato da preferirsi al povero Perico; il quale aveva sì in grado eccelso le tre ultime virtù, ma in quanto a nobile e ricco, benchè si credesse l'uno e l'altro, non poteva certo competere col suo fortunato rivale. Gli è vero che invece avrebbe potuto addurre il diritto d'anzianità, e dire: che erano oramai sei mesi che egli era apertamente innamorato, e gli si davano non dubbie speranze; mentre il rivale s'andava mostrando alla sfuggita e di soppiatto solamente da pochi giorni. Ancora, in una discussione fatta a sangue freddo su questo punto, avrebbe potuto addurre come un vantaggio la sua stessa mediocrità più proporzionata alla fortuna anche mediocre di Marichita. Avrebbe potuto dire che suo padre era Castigliano vecchio e di sangue azzurro, che vuol dire non misto con sangue ebreo arabo, e non degenere per niun esercizio di mestieri disonoranti; e suo nonno era Asturiano, epperciò nobile come sono tutti i naturali di quella provincia, in memoria dell'essersi soli difesi e non lasciati mai conquistare dai Mori undici secoli fa. Egli stesso era impresario e come affittaiuolo de' ricchi pascoli che sono nelle isole alla bocca del Guadalquivir; e avvezzo a vivere in sella fra que' numerosissimi armenti, non era giovane in Andalusia che stesse meglio a cavallo, e maneggiasse meglio la picca e i dardi, od anche la spada contro a un toro furibondo; onde avea nome di cavalcatore e toreadore eccellente, e majo, che è come noi Piemontesi diciamo bulo, e vuol dire bravo e bello in ogni cosa. Finalmente, comparando la propria fortuna a quella di Marichita, avrebbe potuto farle intendere che dei due egli era che faceva onore a lei, anzi che ella a lui. Perciocchè Donna Ramona era vedova, e Marichita era figliuola unica d'uno che era statoannoverato nella tabelle dei notari o procuratori esercitanti nel fôro dinnanzi alla Real Udienza di Siviglia; ma le male lingue dicevano di lui, che i suoi padri aveano solamente scorticati cavalli ed animali; volendo far intendere che egli, benchè vivesse da cittadino onorato e pari ad ogni altro, fosse tuttavia, orrendo a dire, di quella razza poco onorata ogni dove, e maledetta in Ispagna dov'è pur numerosa; razza detta in Italia degli zingari, in Francia de' boemi, e in Ispagna de' gitanos. Benchè questa era forse voce di maligni. Ma tant'è; all'orgoglio di Perico sarebbe bastata non solamente la certezza, ma anche il dubbio, anche il menomo sospetto di tal macchia, per non volerne deturpare il puro azzurro del proprio sangue di cui tanto si gloriava. Se non che, povero Perico, erano, come v'ho detto, da sei mesi che toreando egli per diporto una sera ad Alcalà de los Panaderos, e sendo già in mezzo alla piazza od arena in ricco abito tutto seta ed oro, in qualità di matador dilettante, per affrontar la spada in mano un toro furibondo, alzati per sua disgrazia gli occhi e veduta a un balcone, bella e briosa oltre ogni credere, la Marichita, e, benchè non sapesse chi era, vedendosene adocchiato, gli entrò il mal pensiero di dedicarle il colpo che egli stava per fare. Ondechè, senza badare all'animale che ora scavando la rena coi piè furibondo minacciava colle corna, ora mugghiando e sbuffando correva per la piazza, con intorno tutti i ciurlos e banderilleros o toreadori minori a trattenerlo; fattosi innanzi tranquillo il giovane davanti al balcone, e tratta la montera o berretto che avea sul capo, e messo un ginocchio in terra, ed abbassata la enorme spada, le domandò licenza di ammazzar quel toro per amor di lei. È galanteria molto usata, e perchè tutti gli spettatori rivolgendo gli occhi videro belissimi e guapi, come dicono essi, tanto il giovane come la bella, ci fu uno scoppio grandissimo d'applausi che assordò l'aria, e infuriò il toro più che mai. Il quale, quasi conscio di ciò che offeriva il bello inginocchiato, fece a un tratto una punta contra lui che quasi lo arrivò, e fu un nuovo grido universale di timore per tutta la piazza. Ma il giovane balzato destrissimamente in piè, tenendo nascosta la spada, e tolta di mano ad uno de' serventi della piazza una muleta, che è un gran panno di scarlatta pendente da un bastoncino di forse un braccio e mezzo, incominciò con gran posa a mostrarla da lungi al toro; e il toro ad investirla capo basso con ambe le corna; ed egli ad alzar la muleta a un tratto, lasciando passar il toro, e a mostrargliela di nuovo poi; e il toro a rivolgersi ed investir di nuovo; ed egli di nuovo ad alzare, quattro o cinque volte al medesimo modo; finchè, veduto come entrava il toro, e che entrava benissimo, dato un crollo del capo come un segno agli spettatori, e principalmente alla bella spettatrice, tenendo colla manca la muleta la mostrò un'ultima volta al toro; ma, investito, non la levò; e dietro e sopra la muleta presentava colla destra la punta della larga e doppiamente affilatissima spada; onde il toro furibondo investendo s'accecò a un tempo avvolgendosi il capo nel panno, e s'infilzò nella spada così forte, così destramente diretta, che s'inguaino fino all'elsa per la nuca; e il toro, senza far un passo, senza spargere una stilla di sangue, morto, secondo tutte le regole, cadè. S'alzò un nuovo grido universale de' contentissimi spettatori. Perico passò portato quasi in trionfo sotto il balcone; sorrise ella, meno che non arrossì e non si turbò; dieci e venti persone s'offrirono a portar il vincitore nel palco; ed ei vi fu; e da quel punto s'erano innamorati disperati l'un dell'altro, ma con troppo più abbandono e più sincerità, anzi più innocenza, per parte di lui che non di lei. E dico dunque che questi, vedendola frascheggiare con altri, avrebbe potuto e dovuto ricordare a lei e a sua madre queste e molte altre cose; ma, come aveva osservato quella vecchia, Perico precipitava sempre ogni cosa per troppa furia e troppo orgoglio; e invece di domandare subito una spiegazione che sovente fa finir bene una disputa amorosa, o se no almeno fa finir l'amore, racchiuse in il suo dolore, e così incominciò a patir inutilmente; e quando si risolvette a parlare, era poi troppo tardi.

Ma lasciamolo stare; che degli amanti infelici è come dei maestri di cappella fischiati, o de' generali battuti, che quanto meno se ne parla, tanto meglio è. E seguiamo invece per le vie di Siviglia l'allegra brigata delle giovani, che girando e rigirando, e dando coi canti e coi suoni non dubbi cenni della via percorsa, finalmente riescirono a quello a che tendeva la conduttrice; a chiamar l'attenzione e in breve poi la presenza di Don Luis. Furono all'accostarsi di lui sospesi un momento suoni e canti ed anche il ridere e conversare; come succede ogni volta che s'aggiugne alla brigata una persona straniera e superiore. Ma Don Luis era di quelli, che in breve ora si fanno famigliari con tutti, e in pochi istanti non che restituire, accrescono l'allegria di qualunque più allegra brigata. Insomma Don Luis era un giovane signore, che avendo avuto dal cielo tutte le più belle qualità del corpo e dell'animo e della fortuna, ma non essendo stato allevato a usarle in nulla di buono, le usava a ciò che il tempo, il paese e l'ozio gl'insegnavano, cioè a divertirsi; e aciò riusciva più che uomo non che di Siviglia o de' quattro regni d'Andalusia, ma di tutta Spagna o del mondo. Solo, senza parenti, egli aveva palazzi, egli ville, gran servitori, tiri di mule e cavalli da sella senza fine; egli cacciava un e banchettava l'altro, e talora anch'egli combatteva i tori, e dava festini e balli e villeggiature, ed aveva poi quadri e libri e facea versi benino, e riceveva forestieri ed esercitava nobilmente l'ospitalità; mostrando così ogni buona qualità compatibile colla educazione avuta, e colla scapataggine che ne era seguita. Aggiuntosi egli dunque alla brigata, raddoppiarono in breve i piacevoli discorsi e i canti, prima nelle vie, e in breve poi tornando alla casa e nel fresco cortile di Donna Ramona. Dove fatti venire da Don Luis alcuni sonatori che ei teneva sempre all'uopo in casa, e confetti, e gelati, e bevande, così in festa si passò tutta la notte. E allora la perfida Marichita, la quale poco innanzi aveva al suo primo amatore negata una sola canzone, allora si diè ella a cantare e ballare in modo da innamorare non solamente Don Luis, sempre ed or più particolarmente disposto a ciò, ma qualunque più fredda e più grave persona fosse per sua disgrazia capitata. Cantò tiranas, boleri, seguidiglie, caciuccie, con quella grazia e quel brio che vi sa mettere ogni donna e peggio una Spagnuola, e più che mai una Andalusa, anzi una Gitanuccia, quando vuol far la musica tramezzatrice d'amore; poi, mentre Don Luis quasi fuor di andava facendone le lodi alla mamma, ella inavvertita uscì dal cortile, e in brevissimo tempo rientrò con un nuovo abbigliamento che s'usa apposta per li balli spagnuoli ed è per la forma quella medesima baschigna portata nelle vie: ma non più nera: è allora color di rosa o celeste o di qualunque altro gaio colore, e s'adorna di trine e frange d'oro a più file, che non c'è più bel vedere. E così cominciò col rapito Don Luis un fandango, e poi da sola una caciuccia, che è un ballo che chi ha veduto la tarantella n'ha veduto appena un cenno ed un'ombra, secondo che narrava l'ufficiale, il quale ne faceva una descrizione, che io assolutamente non ve la voglio fare. E dicovi in una parola che albeggiava quando finì la festa, e Don Luis che non credeva poter dormire quel mattino fu a tuffarsi prima nel Guadalquivir e poi a correr per li campi su un allegrissimo e meraviglioso suo cavallo, il più bello della famosa razza della Certosa di Xeres. E intanto raccoglievasi al letticciuolo la vergine non innocente; dormiva pur ella, o si compiacesse nel pensiero del primo tradimento, o le rimordesse quello del primo amore.

I giorni che seguirono s'assomigliarono a quella notte. Or si pranzava in casa a Don Luis; or si merendava o si cenava in casa a Donna Ramona; or si facevano passeggi e serenate per le vie e sul Guadalquivir, di giorno e di notte; e sempre si cantava e ballava e rideva; e Don Luis sempre si trovava allato a Marichita, per quella sguaiata compiacenza che in Ispagna e in Italia si usa verso gl'innamorati, con danno d'ogni creanza, d'ogni buon costume, e perfino dei troppo facili piaceri. E il vero è che non pur la brigata o le brigate riunite di Donna Ramona e di Don Luis, ma tutta Siviglia oramai era conscia di quegli amori. Parlavasene come potete pensare in varii modi; e certo più male che bene. Il frate amico di Donna Ramona andò a discorrerne con lei stessa facendole intendere, badasse bene alla virtù di sua figliuola ed al suo proprio interesse; non era probabile, un così gran signore come Don Luis volesse sposar Marichita, e se non era per isposarla.... Ma Donna Ramona interrompeva i consigli e i consiglieri, sclamando: - non sapeva ella, perchè supponessero Don Luis con sì cattive intenzioni, o sua figliuola indegna di un grande di Spagna, o chicchessia. - E qui citava11 le comedie e i romanzi, ed anche alcuni esempi attuali, su quali fondavansi le sue speranze.

Marichita lasciata a stessa avrebbe forse avuto più senno. Ma in fatto di senno noi altri vecchi diciamo così sovente a' giovani che n'abbiamo più di essi, e che ci lascino fare, che ei sono scusabili se se ne rimettono a noi, e si esentano d'averne per . Ma in giovani, in vecchi non è scusabile il mancar di buon cuore, e il maggior mancamento di tal sorta è l'incostanza in amore. E badate, io non parlo dell'incostanza unita coll'infedeltà tra sposi o promessi; che le leggi divine ed umane ne parlano e l'hanno chiamato delitto. Ma quell'altra incostanza più leggieri di appiccicare il fuoco del proprio amore ad altrui, e farnelo ardere tutto, e poi spegnerlo in o rinnegarlo, benchè non sia posta fra i peccati gravi, dico che è pur gravissimo per le conseguenze. E so che vogliono alcuni sia più danno contro a una fanciulla; perchè dicono che, avendo meno distrazioni e meno facilità a rifar un altro amore, ella s'accora più facilmente; e sovente n'ammala e langue e talor muore. Ma perchè peggio che morbo o morte sono i delitti che troppo sovente vengono dal disperarsi un giovane innamorato e tradito, io dico che è peggio disperar questo, che far languire ed anche morire una fanciulla. Nel caso presente gli è vero che Perico incominciò non come uomo e giovane a disperarsi: ma, non altrimenti che se donna o tenero fanciullo stato fosse, a languire. Quella prima notte da me descritta, il povero Perico, come potete pensare non andò a dormire; ma prima seguì da lungi la brigata nei suoi diporti, e poi tornò, e due o tre volte si fermò allo scuro rimpetto al cancello, onde non veduto vedeva quanto era o si faceva addentro. Più volte fu per entrare come un forsennato, e co' rimprocci, od anche colla sola presenza turbar i perfidi piaceri della traditrice. Più volte fu per avventarsi contro al fortunato rivale. Più volte all'incontro compose il suo volto e gli atti a dolcezza, e volle, entrare a prender sua parte della festa; e volle persuadersi che fosse tutta imaginazione propria quanto da alcuni giorni avea veduto, e quella sera peggio che mai, contrario al suo amore. Ma appressandosi al cancello, or vedeva Marichita sorridere al nuovo amatore o ballar con esso; or la udiva cantare con un'espressione, ch'ei ben conosceva, dubitava più del tradimento. Fuggivano allora sue risoluzioni di pace; e sentendosi gonfiare il petto, e batter precipitoso il cuore, ed infiammarsi il volto, e girare il capo, gli rimaneva tanto senno solamente da trattenersi da far una scena, e avendo talor già la mano alla spranga del cancello ritraevasi come un'ombra che sparisse nell'oscurità. Una volta, avendolo già aperto a mezzo, il buttòforte chiudendolo, che ne rimbombò il cortile, e tutti si rivolsero; ma non vedendo nulla, credettero fosse il vento o che so io, salvo una a cui balzò il cuore, riconoscendo bene l'atto dispettoso del tradito amatore.

Cinque o sei giorni dopo, una sera che o per riposarsi o perchè era sabbato, e quel giorno s'osserva in Ispagna come in Italia il venerdì, non vi erano stati canti balli, e le donne erano ite a letto più per tempo; Perico, che non era capitato in casa loro più mai, deliberò aver pure una spiegazione con Marichita. Tolto un largo cappello, e la cappa o mantello, che si porta, benchè più leggeri, di state come di verno, ed avviluppatovisi addentro, verso la mezzanotte quando rimasero solitarie le vie, provò ad ire sotto la finestra di Marichita, come più volte era andato già. È usanza di qualunque innamorato ir così all'inferriate della casa della sua bella; e questa scende e vien dietro, e parlano e stanno insieme lunga ora: è tenuto per atto disonesto, se non quanto sia meno onesto l'amore. Avea Perico un segno accordato colla bella che era canticchiar la prima strofa di una sua favorita canzonetta detta il Polo del contrabbandiero, ed interrompendosi ad un tratto batter le mani tre volte poi. per immersa che fosse in profondo sonno la fanciulla, era succeduto mai che, rinnovato al più una volta il segno, ella non l'avesse udito, e non avesse in breve l'impazienza di lui soddisfatta, comparendo desiderata dietro le sbarre. Ma ora troppo mutata era ella; e dormisse sognando del novello amore, o svegliata udisse ma temesse i rimprocci, o ad ogni modo fosse deliberata rompere con Perico; tre volte e quattro e sei passò questi e ripassò inutilmente, e diè i segni, e ultimamente anche un grido di furore. Invano fu ogni cosa. Chiusa inesorabilmente mirò gran tempo la finestra, gli rimase altra alternativa che o far uno scandalo che il sapesse tutta la città, o tornarsene addietro più che mai umiliato, beffato e disperato. Ed ebbe pur anche questa volta pazienza. Dico che l'ebbe in quanto al non far pubblicità; che del resto, rivolgendo l'ira contro a , mordeva sue dita, e battevasi il capo e faceva gesti da spiritato; che incontrato a quell'ora da alcuni sereni, che son quelli che van gridando nelle vie il tempo che fa, e facendo da polizia notturna, gli furono addosso e gli volser le lanterne negli occhi per prenderlo, credendolo qualche fuggito da' pazzarelli; se non che, uno di coloro, oltre al suo mestiere notturno, avendo nel giorno qualche ufficio nella piazza de' tori, conosceva molto bene Perico; e domandatolo che fosse questo, e indovinatolo da sue rotte parole, e fattogli far largo, seco a casa l'accompagnò; aggiungendo le consolazioni solite darsi da tal gente in tali casi: che perduta una donna se ne trovan cento, che egli non s'era mai disperato per siffatte cose, che chi non ti vuol non ti merita; ed altre ragioni, ragionevolissime a giudizio di chi le e non è innamorato, inutilissime per lo più a coloro cui si danno.

I pensieri di Perico erano oramai di vendetta e di sangue. per allora contro a lei; parendogli viltà, finchè non era fatta contro a lui. Eppure avrebbe dovuto giudicare lei colpevole, e lui quasi innocente. Ma non giudicava, ragionava, pensava egli. Arrabbiava, e non altro; ed or lo sentiva, or credeva ragionare o far progetti a sangue freddo. Ed uno di questi bei progetti fu di scrivere un biglietto di sfida a Don Luis dicendogli in istile ch'ei credeva anche freddissimo e civile, ma in vero era da impazzito: «Che egli Perico era innamorato di Marichita, e non voleva era per patire che niun altro al mondo lo fosse. E che se egli Don Luis vi pretendeva nulla, venisse a decider la quistione battendosi con lui alla spada o al coltello, o allo schioppo o in qual altro modo volesse. Del resto, pensava bene che Don Luis, grande di Spagna o che so io, non vorrebbe forse battersi con lui; a lui Perico, benchè più nobile di Don Luis e di qualunque grande di Spagna, importava un fico d'avere o no siffatto onore. Ma se non voleva questi venire a siffatta spiegazione, rimanesse almeno avvertito di non mettere più i piè in casa a Marichita. La quale del resto era oramai indegna d'esser più moglie di Perico, o amata da lui; e meritava anzi averne qualche mal trattamento. Ma il signor Don Luis non se ne doveva impacciar pro contro; se no avrebbe parte ampia e principale del castigo. E insomma, di nuovo, ed una volta per mille, badasse bene a non mettervi mai più i piè.» La qual lettera, essendo anche scritta d'un carattere alterato ed arrabbiato corrispondente allo stile, ben potete intendere che Don Luis la tolse per lettera d'un pazzo da catena; e tanto più, che non avea veduto o almeno non avvertito mai Perico in que' pochi giorni che avrebbe potuto incontrarlo in casa alle donne; ed ora, domandando alla mamma che fosse questo, gli fu risposto con gran sussiego che era un poveraccio, bovaro del Guadalquivir, impazzito per Marichita una volta che l'avea veduta a una corsa di tori; e che avendo tentato poi ficcarsi in casa, e non ci avendo riuscito se non due o tre volte per arte, e all'ultimo messo fuori, ne avea perduto il cervello. Non si doveva dire a Marichita per non penarla: del resto, non vi badasse altrimenti che per guardarsi di qualche mal colpo di colui. Benchè il meglio forse sarebbe che sua eccellenza ne parlasse al corregidore, che lo farebbe racchiudere o cacciare. - E Don Luis, a cui la storia parve probabilissima, credette ogni cosa: e salva l'ultima parte, della persecuzione, seguì il consiglio della donacccia. Ma guardatosi un o due, e non veduto capitar nulla, non vi pensò altrimenti; e attese a darsi buon tempo, e continuar senza pensiero e forse senza scopo l'amore, che fra quanti n'aveva avuti gli pareva dolcissimo, colla incantatrice Marichita.

E continuarono non interrotte le feste in Siviglia alcuni altri giorni. A variar le quali s'apparecchiò una villa di Don Luis a San Lucar di Barrameda; una terra molto amena alla bocca del Guadalquivir. Scendevisi ora di Siviglia molto comodamente sopra una barca a vapore; ma non n'essendo allora, s'usavano altre grosse barche a vela e remi. Che se io fossi poeta, o narratore in prosa poetica, vi potrei far qui una comparazione di questa navigazione con quella famosa della regina Cleopatra sul Cidno. Perchè, quantunque le vele fossero di seta, le sarte d'oro, forse di Persia o d'India i tappeti sul palco; per tutto il rimanente, cioè per la buona compagnia e per la buona musica, e per li balli che si fecero, e per li buonissimi mangiari apparecchiati da mattina a sera, non credo che la brigata andalusa avesse nulla ad invidiare, e per l'allegria poi, aveva certo a rivenderne alla corte tutta intera della regina d'Egitto o a qualunque altra. Del resto, non è che fosse del tutto senza intoppi lor navigazione. Dovendo salir sulle barche la mattina, i barcaruoli non si trovarono in punto, e fu ritardata di più di due ore la partenza. A mezzo la giornata, una delle barche, e poi un'altra arenarono in certi secchi, che fu più d'un'altra ora che si perde. Ondechè invece di arrivare allo sbarco rimpetto a San Lucar, come si pensava, alle ventidue o alle ventitrè, non vi si giunse se non dopo l'un'ora di notte; e non essendo sorta la luna era buio assai. il ritardo aveva avuto altro inconveniente che di far fare una merenda di più; o il buio, che di far fare una luminara nei battelli. Se non che a quell'ora incominciando a salire la marea, dal luogo ove ancorano le barche alla vera proda asciutta e' ci hanno da quaranta o cinquanta passi con un piè d'acqua e più; onde non si può varcare se non tuffando i piè nell'acqua, o facendosi portare sulle spalle da' marinaj che si offrono a ciò, appunto come fanno i ciceroni alla grotta della Sibilla a Baia, se niuno di voi c'è stato mai. Il buio avrebbe poi anche accresciuto la seccatura di doversi far portare così; se non che ciò che sarebbe seccatura altrui, suole alle allegre brigate essere nuova occasione di allegria. Così è, che scendendo ognuno dall'orlo della barca sulle spalle dell'uno o dell'altro marinaio, incominciò una delle donne mezzo a ridere, mezzo a gridare; e un'altra a far il medesimo; e gli uomini a contrafarle per celia e insino a' barcaiuoli; onde in breve fu un chiasso e un ridere e gridare che non si vedeva, udiva più nulla distintamente da nessuno. Don Luis era in ispalle a un forte e nerboruto uomo che lo portava molto leggieri, ma pur pareva temer di lasciarlo cadere, tanto lo stringeva forte per le gambe. Onde dolendone al portato, due o tre volte dandogli una bussa leggera sul collo e ridendo: «Cavallo mio,» diceva, «tu hai pure il trotto duro, va più adagio alla malora, ma non mi strigner tanto.» E un'altra volta: «Finirai tu di strignermi così? Men che uomo o bestia, tu pari un demonio che si voglia portar via un cristiano; e tema che qualche buon angelo, ricordando qualche buon'opera, venga a ritoglierlo dalle zampe; finirai tu di graffiare, dico io? demonio!» E finalmente: «Lascia lascia, che io n'ho assai; e parmi che siamo sull'asciutto; e quando non fossimo, meglio è bagnarsi le gambe, che averle strette così.» Ma rispondeva l'altro: «Eccellenza no; e' ce n'ha più di mezza gamba; e s'ha da fare un salto, che chi non conoscesse il guado potrebbe annegare. Qui è, qui è. Tengasi fermo vostra eccellenza.» «Ma se gli altri non passan qui! Maledetto, ove vai tu a passare? Già non abbiamo anima intorno; io ti dico che mi posi.» «Ed io dico che vostra eccellenza si vuol annegare;» e così continuando il discorrere e il disputare un tratto. Finalmente Don Luis s'accorse che era discosto del tutto da ogni altro; e incominciando a temere, benchè meno per stesso che per l'amata, diè un grido: «Marichita, Marichita!» Ma appena l'ebbe detto, parve come se avesse un vero demonio evocato dall'abisso; e sentì stringersi più che mai le gambe ne' graffi, e dar un crollo in tutta la persona; onde in meno ch'io nol dico, egli allora pensò seriamente a difendersi, e diè d'un pugno sul capo a quello qualunque fosse che era suo portatore: e questi allora lasciando a un tratto le gambe e tutta sua soma, lo lasciò, e battè d'un colpo stramazzone per terra. Trovossi allora Don Luis in tal situazione, che assolutamente poteva dirsi penosissima, ed anche pericolosa. Rotte già le stinche da quel terribile graffiare, che aveva durato non pochi minuti; rotte anzi ora tutte le ossa dallo stramazzio; trovandosi solo, senz'armi, senza saper dove, come, nulla, se non che era disteso per terra, ed aveva innanzi uno evidentemente mal intenzionato, epperciò probabilmente apparecchiato; egli sentivasi senza ricorso in mano di costui, e non aspettavasi ad altro oramai che a vederselo venir incontro senza poterlo scansare. Ma costui, ei lo vide nell'ombra ritirarse due passi indietro, e metter sì la mano alla cintola come per afferrare un pugnale o che so io; ma pur restarsi immobile a mirar il caduto, e finalmente con una voce cupa e rabbiosa l'udì dire, lasciando oramai l'eccellenza: «Uomo, che fai tu costì; che fai tu costì? T'ha ella assiderato o impietrito la paura? Alzati su, alzati su, se sei uomo; e mira che non hai altro che un uomo dinanzi a te.» Sforzavasi allora d'alzarsi Don Luis; e continuava l'altro: «Un uomo è vero che hai negato incontrare, sdegnato forse incontrare, o forse temuto; ma ora è incontrato. Ora l'hai dinanzi. Ora nol puoi disprezzare, chè sei nelle sue mani, il dèi temere, chè egli non vuol da te altro che un incontro da uomo a uomo.» E mentre egli s'andava rialzando, «Senti, uomo, senti, tu ti chiami Don Luis, e sei grande; ed io mi chiamo Perico senza titoli e senza nemmeno il don. Ma ho sangue, nelle vene che è nobile quanto e più del tuo. E quando non l'avessi udito da mio padre, e non l'avessi veduto sulle pergamene, e quand'io non avessi padre pergamene, ei sarebbe tutt'uno, io lo so e lo sento; e sento bollire questo mio sangue, per le due ingiurie che tu m'hai fatto, la prima di rubarmi mia bella, mia scellerata bella che detesto; anzi no non detesto, ma disprezzo; ma ancorchè io la disprezzi, tu non me la dovevi rubare; e poi me n'hai fatta un'altra, non rispondendo una parola alla mia sfida, alle mie minacce12. E ti direi che sei un vigliacco, che sei un poltrone.... sì sì te lo direi.... non fremere.... ti direi che sei un poltrone.... ma lo voglio prima provare....» Don Luis aveva intanto ripresa quella positura verticale che è assolutamente necessaria a un uomo per poter parlar a un altro di siffatte cose; e benchè fosse ancora alquanto sbalordito ed anche dolente, e poi assolutamente inerme; avanzandosi d'un passo verso Perico, non senza dignità, colle braccia incrocicchiate sul petto: «Uomorispose, «or bene che vuoi tu fare? Se m'hai qui strascinato ad assassinarmi, ben vedi che 'l puoi. Che mi stai proverbiando come farebbe una pettegola contro un'altra? Un uomo che odia un altro si soddisfa combattendolo.... od anche ammazzandolo.» «E t'ho io potuto combattere? Hai tu risposto a mia disfida? ti aveva io a cercar per le vie della città attorniato sempre de' tuoi musici e di tue donne e tuoi servi? E' c'è voluto arte per ridurre la tua grandezza a mia umanità, per averti uomo contro uomo.... Or siamo così. Ora io voglio combatterti, combatterti dico; volentieri, se 'l vuoi tu.... Ma se non vuoi, od anche se non puoi, uomo, uomo, io ti dico, non dobbiamo uscire tutti due vivi di qua: uno solo di noi dee ritrovare i suoi compagni; o tu tue donne dandoti vanto d'esserti salvato col tuo valore di mano a' banditi; od io, ammazzato te, raggiugnerò i miei bovari e servitori poco tempo; chè avendo ucciso un gran signore come tu, ben so non aver altro rimedio che farmi bandito davvero. E vedi che i rischi non sono uguali, ma pur vivere tutti e due non si può.... E difenditi, io te ne avverto, o sarai ammazzato senza difesa.» «Con che m'ho io a difendere? Non ho armidiceva Don Luis, e continuava imperturbabile in quella sua positura colle braccia incrocicchiate. «Vedi vediripigliò Perico; «vedi Spagnuoli guasti, profumati, infrancesati; che vanno per via di notte senza nemmeno il coltello che non dovrebbe abbandonare un uomo mai. Togli il coltello.» E in così dire gliene buttava a piè un largo e lungo come l'usano i popolani, e talor anche le popolane di tutta la Spagna; quel coltello spagnuolo, arma ignobile e traditrice per ; ma che fu poco dopo nobilitata e fatta famosa se non altro per la famosa risposta di Palafox, quando sulle rovine fumanti della sua Saragozza, chiamato ad arrendersi, rispose con bandire agl'invasori della sua patria guerra a coltello. Ma Palafox, benchè gran signore, era allora capo de' popolani e parlava a modo loro; chè del resto, quest'arma prima della guerra era arma tutto popolana. Pur Don Luis appena sentitalasi cadere ai piedi sciolse le braccia, e si buttò su essa; ed aperta la lama, si mise in difesa non altrimenti che se fosse stato avvezzo sempre a maneggiarla. «Or benedisse Perico, «or ben istà; uomo, bada a te;» ed era per investire, ma al lume della luna che sorgeva potè vedere Don Luis che buttato il coltello lontano da , e ripresa le sua positura freddamente rispose: « ignobile, impossibile è a un grande di Spagna l'essere a tradimento sovrapreso e scannato da un bandito. Ma venire contro un bovaro con tali armi a tal cimento, non è fattibile ad uno che speri ancora aversi a coprir il capo dinanzi al re nostro signore. Odi, uomo, se non sei pazzo come quella forse pazza di Donna Ramona me l'ha voluto far credere, e se sei veramente nobile come mel vuoi far credere tu, lasciami stare oramai, e aspetta la luce del , e mostrami poi le tue carte e i tuoi titoli, ed io ti giuro che, solamente che tu non sia ebreo marrano, e ti possa mostrare cristiano vecchio, io ti renderò ragione a quell'arma, a quel giorno, e in quel luogo che vorrai tu.» «Uomo, uomostrillò allora Perico; «non mi far perdere il senno; mi far fare un'azione ch'io non voleva fare; piglia il coltello e difenditi, se non vuoi morire indifeso; che per tutti i santi, io te lo ridico, noi non abbiamo tutti due vivi a rivedere i nostri compagni.» E brandendo il suo coltello avanzavasi contro Don Luis. Poi fermatosi il buttava anch'egli via con un atto disperato come per torsi la tentazione. E rimasto a mirar fisso fisso un instante, di nuovo s'avventò; ma invece delle labbra chiuse, e gli occhi furenti, e un pugno serrato, e l'altro a brandire il ferro, aveva bocca e occhi e tutto il volto composto a disprezzo e quasi a schifo, e la mano aperta, e già il braccio teso verso il volto del suo disprezzato avversario per fargli villania. Allora, scompostosi tutto Don Luis, e fatto furente, dava indietro un passo, e due, e brancolando in terra cercava uno de' due coltelli. Perico instava contro lui; ma datosi egli pure a far il medesimo, in breve tutti e due riebbero i ferri in mano, e s'appressarono, e misuraronsi cogli occhi senza più dir parola, e s'investirono. Ingannerebbesi poi chi credesse, che tra due arrabbiati, con in mano due armi così micidiali e così corte, finisse in breve il combattimento per la ferita o la morte d'amendue. Così succederebbe tra due tali combattenti di qualunque altra nazione. Ma il combattere a coltello è ridotto ad arte; ed ha sue finte, sue botte, risposte e difese, in modo che può durare più minuti senza colpo efficace; non meno che se fosse alla spada o colle sciabole. Perico era maestro e vero professore di quell'arte; e Don Luis di quei dilettanti che talor n'insegnano ai maestri. E di fatti fosse egli più destro, o più di sangue freddo, od arte o caso, in ogni modo tolse egli sì la prima ferita, ma non profonda, in un'anca, e quasi a un tempo rispose con una coltellata sulla spalla dell'avversario, che se gli era ficcato sotto troppo imprudentemente; e ferìforte che parve essere andato al cuore, e fece zampillare il sangue e stramazzare per terra l'infelice Perico, dicendo: «Son mortoFermavasi Don Luis un istante, e gli era sopra l'istante appresso per soccorrerlo; ma Perico o credesse che fosse per finirlo, o si volesse vendicare, o non volesse morire nelle sue mani, alzatosi sur un braccio, coll'altro diè di piglio al fischietto usato dai bovari, e diè un gran fischio, e all'istante s'udirono da lungi rispondere due o tre altri. Quindi Don Luis vedendosi peggio che mai in mano altrui, e che non vi era tempo da perdere; senza pensare ad altro che a scampare, abbandonò il suo infelice ma arrabbiato rivale

Qui il maestro tolse l'orologio; e vedendo che già era mezz'ora dopo la mezzanotte, lo rivolse a noi mostrandoci com'era tempo d'andar a letto; e promettendoci, se ci piaceva, di ripigliar la narrazione la sera appresso; e dicendo noi che anzi ci piaceva moltissimo, tolto ognuno il nostro lumicino, ci ritraemmo a nostre stanze, ed egli uscì del salotto e di casa, per tornare a casa sua.

 

 

II.

 

«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto . Epperciò, lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.

Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte, quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il più guapo fra i sette niños di Ecija; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora favorita di eroi.

Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono, garottado da seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere

Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a goder la terra; e perciò tengono ed abbellano le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in i piaceri tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di feste nuove ogni , ed egli andava e veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi, credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il nome di Dio, de' suoi santi, di quella principalmente che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni un avvilimento di più, ogni una cosa nuova accettata, una nuova accordata. Oh ci vendiamo ogni ; vergogna! vergogna! Ecco, il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.

Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di stessa, e volendo meditare da , stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse, vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare onde le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto afferrare o portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!» «Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la tua disperazione; infelice fanciullaripigliò l'ombra, e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del e delle notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti, maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole creatura. voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento13 altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, è il dovere della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, ella potrà forse ritrovar posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner qui innocente fanciulla; anche in mezzo agli scellerati sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose grida, fuor di la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce un cenno, spariva; così, nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, udì, vide, da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.

Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. occorre che niuno dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un diventar buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un anche l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe voluto da stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.

Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai Perico Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri. so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, dei mercatanti, dell'erario, sì era quello della onestà di tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso di contrabandiero, che suona male altrove, era quasi tenuto in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a soqquadro.

Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna stelle; tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni senza coste, frontiera.

Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad una venta od osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lor rancio o pasto più parco che mai, eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?» «Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani tracciano;» «e che fieredisse un terzo; « lupi volpi; che per forza per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai fuorchè passeggiareSeguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo, bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è rubar ogni una persona; e questa persona è il re nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...» «Il capitano generaleinterruppero qui alcuni «l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesororipigliò l'oratore: «Del re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni prendiamo la robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladririprese il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. su, su quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielodisse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, voi credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì nell'oscurità.

E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole, resti.

 

 

III.

 

Voi avete tutti udito senza dubbio le origini e il modo di quella sollevazione che fecero a' nostri gli Spagnuoli contra Napoleone. Ondechè, confortandovi solamente a richiamare a vostra mente que' fatti che sono necessarii pel resto di questa istoria, io dico continuando che.... «Maestro, maestro, fermatevi, se vi piace» disse una delle gentildonne; e voi pensate sempre che tutti sien vecchi quanto voi. In che anno dite che incominciò quella guerra?» «L'anno 1808, che seguì quello in che io vi lasciava ieri.» «Or bene; con licenza vostra, non ero nata.» «Ed io», disse un'altra, «non era guari che avevo lasciato il petto di mia mamma.» «Ed io», disse una terza, «avrei pur potuto incominciar ad udirne parlare; ma non so perchè non se ne parlava allora come delle altre guerre dell'imperadore.» «Perchè» disse uno degli uomini, «le altre gli andavano bene e questa male. E per la medesima ragione, i Francesi che hanno scritto tanto e tanto bene dell'altre guerre, hanno scritto assai meno di questa. E perchè poi i Francesi sono i soli, con perdono del signor editor delle novelle, che sappiano scrivere di cose e in modo che si faccian leggere popolarmente....» «Oh oh!» gridai io editore. «Oh oh!» gridò un altro, e poi un altro; e incominciò una disputa e una contesa che non c'intendevamo troppo, e in men d'un minuto uscirono venti proposizioni che avrebber bastato a tenerci bene o male tutta la notte. Ma quel paciero del maestro, gridando «la novella, la novella», riuscì pure a far tacere a poco a poco tutti, e così ricominciò.

Or bene! quantunque la tromba della storia mi stia troppo male in bocca, pure, perchè vedo non saputi da tutti voi i fatti storici necessari sapersi per il séguito di mia narrazione; io ve li dirò quali li andai raccapezzando dai discorsi di Toniotto e dell'ufficiale, e poi anche d'un signore spagnuolo racchiuso in Fenestrelle insieme con un prelato romano che andavo in quegli anni a vedere. Voi avete dunque a sapere, che prima del 1808 la Spagna fu retta da un re che tutto il giorno, ed ogni giorno, non faceva altro che cacciare, e una regina che non faceva nulla di buono, ed un favorito che facea tutto, ed a cui i ministri ricorrevano, egli ministro, egli generalissimo, egli almirante, egli ogni cosa. Chiamavasi il principe della Pace, e sarebbesi detto meglio della servitù; tale e tanta era quella in che teneva soggetti a ed a Francia, gli Spagnuoli. Fremevano essi, pur più della servitù esterna. E fosse che gli appiccicassero quest'ira, o che in uno Spagnuolo anche corrottissimo l'ira contro ai soverchiatori stranieri sopraviva all'altre virtù, o che il principe temesse di Napoleone, o Napoleone sospettasse di lui, certo è che nel 1807 si guastò la loro scellerata amicizia; e il principe fu il primo a minacciar Napoleone, che era allora mille miglia lontano impiccato nella guerra di Prussia. Non rispose questi per allora; ma tornato vincitore minacciò a sua posta, e spaventò l'incauto; e fu fatto un convegno perfido tra le due parti, a spese, come succede, d'un terzo inferiore, il Portogallo. Ma fu in quegli scellerati negozii finta talora la stessa perfidia. Il vero vantaggio che Napoleone voleva trarre di questa, era aver suoi eserciti introdotti e sparsi nella penisola; avutolo, più non si parlò di quell'accordo così invecchiato in pochi mesi; sì di altri così bui che non furono mai bene svelati, ma in che certo trattavasi di dividere o menomare la Spagna, od anche di far migrar per America il re e tutta la famiglia reale, lasciando il Regno, quasi casa diserta da legittimi padroni, al primo occupante. Fosse poi vera o no questa disegnata fuga del re e del principe, certo fu loro apposta dal popolo di Aranjuez; una villa regia dove erano allora, e d'onde credevasi che fossero per partire alla volta di Cadice e d'America. Questo popolo d'Aranjuez erano tutte creature del Principe; ma perchè i beneficii degli usurpatori non fruttano gratitudine vera mai, tutti si sollevarono contra lui, per impedire la partenza della corte. E fuggendo egli e nascondendosi, lo vegliarono due o tre e notti come una fiera nella sua tana; e trovatolo, lo avrebbero scannato, se non era di Ferdinando principe dell'Asturie, figliuolo primogenito ed erede del re. Il quale, essendo stato più di niuno altro perseguitato dal favorito, pur lo salvò in quel giorno, che credo fu il più bello di vita sua. Seguinne lo scendere dal trono il vecchio re, il salirvi Ferdinando, e tornar subito a Madrid tra le acclamazioni e l'amore universale; ma quasi a un tempo lo arrivar di Murat generalissimo coll'esercito francese; il non voler questi riconoscere il nuovo re; l'incamminarsi a Bajona, quasi ricorrendo alla mediazione ed al supremo giudizio di Napoleone imperadore, prima il re padre e la regina madre; poi, tratto da scellerati allettamenti e da inetti consigli, anche Ferdinando, e suo fratello Don Carlos. A Bajona furono vere scene di comedia e tragedia, che finirono colle rinuncie universali di tutti quanti a Napoleone, e il nominarsi da questo il suo fratello Giuseppe a re di Spagna; come avrebbe nominato a una prefettura vacante. Intanto, Murat voleva far partir di Madrid gli ultimi principi legittimi, Don Antonio zio, Don Francesco fratello ultimo, e la regina d'Etruria sorella di Ferdinando re. Erano allestiti i cocchi, attaccate le mule, pronte le scorte nel cortile e sotto gli atrii del palazzo. Fu veduto da alcuni popolani. Incominciarono a far calca, a tagliar le corde delle mule, ad esser respinti, a respingere, a gridar gli uni e gli altri all'armi, ad assalirsi improvisi, inavvertiti nelle vie; i Francesi colle spade e i fucili da guerra, gli Spagnuoli con gli schioppi da caccia e i coltelli da tasca; in ultimo, i Francesi a schiere arrivanti in ordinanza dal campo di fuor la città, gli Spagnuoli anche in ordinanza al quartier dell'artiglieria sotto la condotta di Daoiz e Velarde, due giovani capitani, che in breve poi parlamentando furono trucidati su' loro pezzi. Uscirono allora in processione ed in pompa il consiglio di Castiglia e gli altri magistrati, e persone autorevoli, fra' combattenti, e fu sedata la sollevazione. La notte che seguì, stabilironsi una commissione militare nella casa de' corrieri, e due o tre picchetti di gendarmi o soldati, al Prado e alla porta del Sol; e poi furono arrestati per via, tratti in giudicio, condannati e trucidati in poche ore, chi dice alcune dozzine, chi centinaia di popolani; ad esempio od a caso, certo non a giustizia, che a questo modo non potè cader su' colpevoli, se pur tale potea dirsi nessuno. Ma tutti coloro che temevano essere sospettati, partirono poscia il mattino appresso, e si dispersero per tutta Spagna; e come arrivava uno di essi, o la novella dell'infame ed immortale 2 di maggio, sollevavasi ogni città, ogni terra o contado, giurando guerra e vendetta. Trovaronsi così gli invasori confinati e pressati sulla strada maestra da Francia a Madrid, e volendo allargarsi e far punte, spinsero colonne su varie direzioni. Una su Saragozza, in cui entrarono fino a mezzo, e furono respinti poi a colpi di tegole e mattoni fuor della porta; e allora solamente si pensò a chiuder questa; e poi a trarre i cannoni sulle mura; e far terrapieni, e tutto il rimanente di quell'assedio, anzi que' due assedii che sono forse la più bella fazione militare che niuna città antica o nuova abbia fatta mai. Andò un'altra colonna su Valenza; e fu anche respinta di sotto alle porte; ed una terza nell'Andalusia. La quale, capitanata dal generale Dupont, inoltrò inoffesa fino al ponte dell'Alcolea sul Guadalquivir; ivi pure trovò dura resistenza; e superatolo in una zuffa di poche ore, entrò l'istessa sera in Cordova, capitale di regno, e città potente e ricca, che fu la Capua di quell'esercito francese fermatovisi a predare e gozzovigliare.

La zuffa dell'Alcolea, la cannonata del ponte, il passaggio a guazzo del fiume, la fuga degli Spagnuoli per il piano, l'inseguimento dei nemici, la mala ed anzi niuna difesa della città, e l'ingresso trionfale de' Francesi erano stati meglio che d'ogni altro luogo veduti (quasi scena di teatro da' palchi) da certe rôcche che fan terrazza o bel vedere sopra la città di Cordova, e suoi contorni, e il corso magnifico del Guadalquivir. La era, e credo che sia per anco, una congregazione di romiti secolari, che non hanno voto ma una regola durissima di silenzio, solitudine e penitenze, così dura, che pochi vi reggono vivi oltre ad un anno o due. Tuttavia, a malgrado della regola, e della segregazione loro dal mondo, già da più giorni erano informati delle publiche calamità; e tanto in chiesa dove solo s'adunavano, come nelle loro solitarie e discoste celle, facevano preghiere e mortificazioni e penitenze nuove, che a' quei santi uomini parevano allora il solo aiuto che nella loro condizione potessero tributare alla patria pericolante. Un giovane novizio particolarmente, o avesse più di questo zelo verso la patria, o che ogni zelo sia maggiore in gioventù, non accontentandosi delle penitenze consuete, delle straordinarie imposte, ne aggiungeva ancora delle sue volontarie, e vi spendeva tutto il e la notte. E così è che, fosse desto prima degli altri, o meglio degli altri conoscesse il rombo del cannone, e il precipitato ripetersi delle schioppettate, certo è ch'ei fu il primo quel mattino ad udirle. E perchè poi a chi ha udito una volta quella musica, niun altra, dicea Toniotto, è che paia così interessante, o che faccia tanto palpitare il cuore, interruppe egli a un tratto le devozioni, che avrebbe dovuto tanto più rinnovare in quel punto; ed uscito della cella o capanna, si fermò sull'uscio a mirare ed udire, con orecchi ed occhi e tutti i sensi rivolti a ciò. Appressando il rumor, vedevansi poi anche gli altri romiti, ora l'uno ora l'altro, far capolino al medesimo modo fuori de' loro uscii: ma poi rientrare più obbedienti al loro istituto a ripregare. Solo il giovane novizio rimase lunghe ore; finchè, adocchiato dal priore da lungi, fu per uno squillo particolare di campana ammonito, che badasse a e tornasse a sue preci, e tornovvi. Ma in breve, non resistendo alla tentazione, di nuovo uscì, e si rimise quasi involontario a quella così poco ascetica contemplazione delle cannonate e delle schioppettate e degli investimenti e delle cariche di fanti e cavalli che si succedevano. Finalmente, a mezzo il giorno, vidersi su per gli andirivieni delle rôcche dirigersi all'eremo, prima una o due e poi a dozzine molte persone, uomini, donne, e principalmente gente di chiesa, carichi di ogni sorta d'arredi sacri e profani, che fuggiaschi recavano a nascondiglio nel segregato e povero romitorio. Allora il priore, che non voleva tutto solo rimaner esposto a siffatto caso tutto nuovo, sonando a congregazione la campana, chiamò tutti i fratelli alla chiesetta. Dove in breve arrivando i fuggiaschi ognuno colle sue salmerie, stanchi le ponevano in terra sulla piazzetta e sotto il portico; dove erano così alla rinfusa, qua ricchi abiti e parati di palazzi e di chiesa, e calici, e pissidi, ed altre argenterie, ed anche addobbi da uomini e da donne, arme preziose, e gioie femminili; che gli uni di quei poveri romiti ne togliean gli occhi per timor di pensieri mondani rinascenti, gli altri per la gran pietà rompevano il voto del silenzio, sclamando peccato! al vedere così sconce e rotte tante sacre preziosità; e intanto il giovane novizio, quasi Achille in Sciro, non sapea tor gli occhi, già non più bassi composti ad umiltà, ma torvi, biechi, rabbiosi, da certi schioppi e certi pugnali che gli splendeano oramai troppo vicini. Ben se n'appose il priore, e gli commandò di ritirarsi; ma già era una confusione da non udirvisi i comandi di qualunque esercitato capitano, non che d'un povero prior di romiti; e il novizio ammonito obbedì la prima fiata sinceramente; ma per poco, e tornò; alla seconda, non obbedì che di vista, e data una volta fu a un altro lato senza ritirarsi; alla terza, resistette apertamente al comando, e forse guatò bieco l'istesso priore. Certo è che questi con un alzar di spalle, od anzi un abbassar di capo tutto dolcezza ed umiltà, non insistette, più espose a tal cimento l'autorità. Alla sera, chiamato il novizio alla cella priorale, accorse questi, e in breve ora poi non uscì.... non più novizio frate o romito di niuna maniera, ma abbigliato da majo Andaluso; la giubba, i calzoni corti a bottoni d'oro, le calze di seta, e i calzari di cuoio abbottonati, il cinto rosso con due paia di pistole e il pugnale, la montera in capo sull'orecchio sinistro, e sulla spalla destra il buono schioppo inglese a due colpi.

Io credo bene sia già mezz'ora che voi avete pensato, che il novizio disfratato non era poteva esser altri che il nostro Perico. E così era difatti. Ed io ho apposta lasciato di dirvi per quali miserie e quali angoscie egli passasse, da quella notte che abbandonati i compagni contrabandieri, egli aveva per selve e rupi fatto vita da , or ricevendo per nulla l'ospitalità, ora spendendo que' pochi scudi che gli rimanevano, e poi trovando modo di farne venire di casa sua. E così è, che non gli mancava la sussistenza, nemmeno una tal qual tranquillità che gli era lasciata da' suoi persecutori, o che essi avesser perduta la traccia di lui, o che, principiando già i pubblici scompigli, ognuno avesse a pensare a . Tuttavia, venutogli a noia quel viver così cacciato d'ogni società, e quell'aver da difendere la propria vita col prender l'altrui, che appunto, per essere stato costretto a ripensare a queste cose, gli pesava ora più di prima; e più d'ogni cosa poi essendo accorato di non saper più nulla di Marichita, anzi essendo da sue spie o relazioni informato che non se ne sapeva niente nemmeno da Donna Ramona, da Don Luis; perchè egli aveva posto in quell'amore tutta la sua vita, e mancando quello, questa gli pareva troppo pesante; in ultimo s'era risoluto di andarla a finire in quel romitorio dove testè l'abbiamo trovato. E così è che, essendo questa vocazione falsa, venuta tutta per motivi umani, ella per altri motivi umani in breve se n'andò. Onde io tengo, che il priore fece benissimo di non serbar oramai in convento così mal frate. E tanto più che egli, avuto il commiato suo, invece di torlo a penitenza od ingiuria, ed andarsene quasi cacciato col viso basso; appena ebbe un piè fuor della porticella del recinto, parve anzi quasi aquila o nibbio a cui s'apra la gabbia, ed esca, e parta, dritto dritto e d'un trar d'ali, il più lontano che può dalla prigione, e non si fermi scenda se non quando gli manchi la forza d'aleggiare. Così fece Perico, e credo bene che invidiasse agli uccelli lor ali, o a' caprioli lor leggerezza; sì ratto veniva egli giù saltando, anzi precipitando di rôcca in rôcca, fino al piano, ed indi camminando verso la città, senz'altro pensiero che della gioia di sentirsi nuovamente addosso l'abito leggero e le buone armi ch'ei faceva risuonar camminando, come fa un cavallo addobbato a battaglia, o un sottotenente il primo che si va ingalluzzando colla divisa militare. Così andò Perico per una bella chiara notte fino alla porta di Cordova. Dove essendo già per entrare, finalmente gli venne pensato se pur entrar vi dovesse; e fermatosi, pur pensò che in una città testè occupata da' nimici, un uomo armato com'egli non vi sarebbe il benvenuto; e tanto meno che anche in una città più pacifica ei non avrebbe potuto render conto troppo buono di . Quindi, tornando indietro sulle sue pedate, venne a un casolare solitario in mezzo al piano; dove fu creduto uno dei fuggitivi, tanto più facilmente ch'ei poteva meglio di niuno narrare i particolari della giornata; e che, imbanditogli poscia il pucero o pentolone d'ogni sorta di carni lesse e condite con ispezierie, che è la vivanda più cara agli Spagnuoli, egli che da più mesi non n'avea sentito nemmeno l'odor del fumo, gli fece allora tale accoglienza da confermar chicchessia nel pensiero, che egli avesse dovuto combattere e fuggire tutto quel giorno senza un momento da riposare restaurarsi. Finita così non brevemente la cena, gli fu poi dato ancora un letto, anch'esso quantunque rustico troppo migliore dei nudi assi usati al romitorio. Ondechè, messovisi addentro il giovane, sarebbe stato in pochi minuti immerso in profondo sonno, se i casi suoi non fossero stati tali da farlo invece immergere in profondi pensieri.

A lui il passato, tranne un affetto, era nulla; il presente, nulla; e il futuro.... ciò ch'era per farne egli stesso: situazione d'animo questa in che più o meno s'è trovato chiunque s'è mai avventurato sul mar degli eventi. Situazione poi, da disperare chiunque mancando di cuore si perda in rincrescimenti invece di afferrare speranze o almeno doveri. Perico era di quelli che per natura mirano più volentieri innanzi che indietro. Tuttavia i suoi pensieri errarono sull'uno e sull'altro alcun tempo; finchè, vinto o dalla lauta cena, o dal buon letto, o dalla fatica, o dalla gioventù che chiama anche involontario il sonno, prima che avesse finita la deliberazione a cui s'era accinto, egli s'addormentò. Ma la continuava poi, per così dire, anche addormentato, e nei sogni. Passavano pingendosi alla rinfusa nella disordinata fantasia, ora le scene di sua infanzia, gli scherzi, i giuochi sulla rena del mare, su' prati fioriti, e tra gli armenti paterni; ora la scuola e i compagni, e la spensierata allegria dell'adolescenza; or con più vivi colori la prima gioventù, il primo amore e quegli altri che seguono, quasi variati lievi preludii ad annunziar l'amor vero; il quale è poi il motivo, il canto principale, reggitore e talora sovvertitore di tutta la vita. Passava e ripassava allora l'imagine dell'amata, or tenera, ora briosa, or appassionata, ora traditrice; e chiamate da questa ultima amara tutte le dolorose ricordanze, gli spenti affetti, gli amici traditori, i fiacchi, i morti. Allora, stretto affannato il petto, arso il capo, svegliavasi a mezzo, e si riaddormentava, e vedeva armi, armati, agguati, e zuffe, e battaglie, dove si precipitava con una gioia e un ardor tutto nuovo; e destavasi con un grido di guerra. E così tornava egli a sua prima deliberazione; e lasciando oramai il passato inutile, davasi tutto cuore al futuro. Ma, per fissar che ei vi volesse gli occhi della mente, fuggiva quello; come quelle figure di nebbie e nuvoli, che mentre le miri si sciolgono. Allora, tutto impazienza e desiderio di qualche realità qualunque fosse, alzavasi, usciva al sereno, e vedendo albeggiare dietro la città, nascoste le armi in casa a' suoi ospiti, e mutati in più grossi e villerecci i suoi abiti troppo appariscenti, all'ora che incominciavano ad entrare i villani, egli pure inavvertito entrò in Cordova, e diessi inosservato ad osservare.

Osservò eserciti che la fama avea detti di veterani, ed ei chiaramente li vedea di reclute; che la paura avea detti innumerevoli, e li vedea compresi in una città; detti giganti, ed erano omiciattoli; detti infaticabili, e già svenivano delle marce e del caldo; detti in ultimo disciplinatissimi, ed ognuno vi faceva a modo suo, sbrancandosi, predando, e mal guardandosi. «Or benedicea Perico, «io so che non sono stato altro che un povero contrabandiero. Ma se ci fossimo tenuti a questo modo, certo non avremmo durato gran tempo contro a' doganieri, che eran le dieci e venti volte forti quanto noi. Ma noi andavamo ognuno per proprio conto, e i doganieri per conto altrui. Costoro, paiono doganieri. E se lor potessi metter contro solamente una ventesima o trentesima parte dei buoni contrabandieri come vo' dir io, combattenti per proprio conto; che bei colpi, che sorprese, che ficcarsi in mezzo e prendere ed amazzare e poi sparire, che si potrebbe fare! miei buoni contrabandieri, dove siete voi? dove vi potrei io trovare?» E in questi ed altri simili pensieri girando per le vie della città, e vedendo sempre più cose che lo confermavano nella sua deliberazione, venne a quella di trovare i compagni antichi, ed aiutando l'occasione, ritrarli dalla vita perduta ch'ei facevano, e farli di nemici amici e difensori della patria e del principe. E perchè poi Perico era di quelli che non sognano dubitano aspettano se non quando è impossibile di operare; venuto subito all'eseguimento, cominciò ad entrare or qua or nelle taverne, e fermarsi per le piazze, destramente raccapezzando dagli uni e dagli altri quante notizie potette avere non solamente della forza e della posizione di quell'esercito, ma di tutti gli altri eserciti nemici sparsi nella penisola, e delle sollevazioni popolari; e insomma d'ogni cosa publica a cui egli mai fin allora non aveva guari badato. Poi, tornato al suo casolare, e passatavi un'altra notte quasi tutta sveglia a combinare e anticipar colla vigorosa fantasia il futuro, or non più fuggente, or afferrato; la mattina molto per tempo indossate le armi, partì; e lasciando poi le strade maggiori, ficcatosi ne' sentieri e nelle rôcche della Sierra Morena, passò verso Baylen, e sceso a Menjibar guazzò il Guadalquivir; e lasciata Jaen a destra, e Granata a sinistra, verso i monti d'Alhama capitò una sera ad una venta od osteria isolata, il primo de' luoghi di convegno di contrabandieri che fosse da quella parte. trovavane nissuno per allora. Ma seppe dall'oste i luoghi dove poteva trovarli, e quanti e quali in ogni luogo; e qual vita avean fatto dopo che gli avea lasciati, e tutti gli altri particolari che gli eran d'uopo per l'ordinamento da lui premeditato. E così in un'altra notte di deliberazione ebbe fermato tutto il suo disegno, e come e quando e dove ed a quali se ne doveva aprire. E qui poi forza è confessarlo. Egli che, per contrabandiero, era stato così timorato di coscienza ed avea rotta ogni compagnia coi meno scrupolosi; all'incontro, come capo di parte fu tutt'altro che minuto o difficoltoso, e scelse ad aiuto non i più puri di coscienza ma i più arditi e più destri e più spiritosi; anzi, dicono taluni, quell'istesso briccone che egli avea avuto per contrario, pensando che chi mal ispirato aveva avuta forza ed autorità per mal fare, diretto od anche precipitato al bene avrebbe forza a ben fare. Del resto, l'ufficiale che tanto parteggiare avea veduto in Francia ed in Ispagna diceva, che in que' paesi le parti son sempre così; che al principio e nel pericolo elle fanno d'ogni erba fascio, e mai non temono insudiciarsi; ma al fine ed alla distribuzione dei premii diventano schizzinose, sanno trovare il pel nell'uovo, e sogliono molto scrupolosamente purificarsi. Anzi aggiungeva egli poi, che così debb'essere. Ma lasciamo stare. Ad ogni modo Perico, trovati quelli che cercava, ed infiammatili del proprio ardore, cioè fattili capaci, prima che era interesse loro, e poi anche che sarebbe lor gloria il seguirlo; usando argomenti e modi e stimoli adattati a quelli cui parlava, tanto e così ben fece, che in un otto o dieci ebbe ragunati da cento di que' vagabondi contrabandieri, o che so io, che per l'onor di Perico non si vuol verificare; e in un'adunanza generale tenuta in mezzo a una valle scura della Sierra di Ronda fu riconosciuto e gridato lor capitano.

Allora entrò in una nuova carriera d'imprese e faccende. Mandò due de' più fidati suoi nelle isole del Guadalquivir, che vi recassero la nuova ampliata e abbellita dell'essere stato egli Perico col consenso universale di tutta la brava gente de' due Regni di Granata e Jaen alzato al grado di capitano di tutte le truppe leggeri destinate contra Francesi. Egli intanto co' suoi cento bravi che ogni giorno diventavano più, ma pur li chiamava solamente la vanguardia, s'avanzava verso San Roque, dove s'andava raccozzando un vero esercito sotto il comando del famoso Castaños. Il quale, essendo già capitano generale di quel campo contro agli Inglesi di Gibilterra, come seppe la sua patria invasa, il suo principe prigione, ogni autorità cacciata o sciolta, stesso autorando, fermò pace cogli Inglesi; ed aiutato da essi, e poi dalla Giunta di Siviglia anche sollevata, si diè ad ingrossare l'esercito, e farlo lesto e pronto a muovere contro Dupont. Perchè poi anch'egli era di quelli che non perdono il tempo in troppe sofisticherie quando è quello di operare, accolse molto bene, anzi accarezzò Perico e i suoi; e non che di grazie o perdoni, d'altro non si parlò che di premii e gradi ed avanzamenti; e fece Perico colonnello della gente che avea condotta seco. E venutagli già quella che aspettava da sue terre, il nuovo colonnello poi mosse dalla Sierra di Ronda verso Cordova e Andujar; e unitosi con altri capi di schiere irregolari, o come dissersi di guerriglie; tutti insieme tenevano a bada, inquietavano, pizzicavano, tagliavano, ed isolavano Dupont e i suoi Francesi. Quindi a spaventarsi questi della sollevazione che pareva universale; avvisatine all'incontro, a prenderne cuore, Castaños, e Reding, Peña, Coupigny, altri generali spagnuoli aggiuntisi a lui; e a muovere poi tutti insieme minaccevoli. Dupont a temere non gli fosse recisa la ritratta, a lasciar Cordova, a indietreggiare fino ad Andujar e Baeza, difendendo i passi del Guadalquivir, e tenendosi a cavallo sulla strada di Madrid; finalmente ad avanzarsi in fronte a lui l'esercito spagnuolo, e ad occupar, come quello la destra, così questo tutta la manca del fiume. E allora incominciò la guerra in regola da quella parte.

Di nuovo dico, che ho vergogna di parlar io prete a voi donne di queste cose; ma è forza che le udiate, se volete arrivare all'ultimo. Castaños col grosso dell'esercito era in faccia al ponte d'Andujar su certi colli che si chiamano Los Visos; Reding con un altro grosso di Spagnuoli a destra e a monte del Guadalquivir rimpetto al guado di Menjibar. Seguirono alcuni giorni di zuffe ed incontri; fazioni non gravi, ma che pur portarono gli Spagnuoli ad assalir davvero, i Francesi a davvero ritirarsi. Fecersi le due mosse a un tempo. Reding, passato il detto guado, e volgendo a manca, si recò a Baylen sulla strada di Madrid per tagliar il passo. Dupont partì la medesima notte di Andujar ed arrivò all'aggiornare a Baylen, ed incontrò Reding che già l'occupava. Castaños, avvisato che Andujar era vuota, passò il ponte, e inoltrò finchè trovossi a spalle di Dupont; e intanto dall'altra parte arrivava da Madrid, capitanato da Vedel, un nuovo corpo di Francesi mandati in aiuto. Così trovavansi, strano accidente, incastrati quattro corpi nemici l'un nell'altro; prima, incominciando da mezzodì, Castaños spagnuolo ad incalzare; secondo, Dupont francese incalzato dietro, ed investente innanzi a lui; terzo, Reding che facea due fronti, a vicenda contra Dupont e contra Vedel; quarto ed ultimo, Vedel che scendea correndo dalla Sierra Morena. Che dirovvi io più? I particolari di questa famosa battaglia di Baylen sono disputati anche oggidì in Ispagna e fuori; disputando i vincitori tra per attribuirsi ognuno la parte maggiore; e i vinti per buttarla ognuno sopra altrui. Il risultato fu, che Dupont, a mezzo del giorno, più spossato che vinto, entrò in trattato per arrendersi: che Vedel si ritrasse, che gli Spagnuoli rimasero superiori e perciò dettarono le condizioni; le quali essendo durissime, il trattato stette poi tre giorni interi a conchiudersi, ma si conchiuse, capitolando tutti i Francesi.

Ora di queste fazioni lasciando le cose che a' politici e militari sarebbero più importanti, vengo a quello che importa a noi, alla parte che v'ebbe Perico. Trovandosi già da qualche tempo intorno a Menjibar, e conoscendo que' luoghi meglio di nessuno, egli era stato di quelli che avean passato il guado con Reding, anzi, innanzi alle truppe di lui; e n'avea poi fatto come la vanguardia, o il battitor di strada fino a Baylen. ivi pure erasi fermato; che, occupata la terra dal grosso di Reding, questi l'avea spinto anche più in ad unirsi con altre guerriglie e bande leggeri di sollevati che vedevansi sopra i monti, dalle parti di Cordova. Fazione importantissima, perchè compiuta quell'unione, era così compiuto il cerchio dentro al quale volevasi racchiudere Dupont, e fuor del quale escluder Vedel. E Perico eseguì l'incarico con gran brio e prestezza, e in breve pe' suoi corridori fu in comunicazione con quell'altre guerriglie; e fermossi allora a prender posto. Ma poco andò, e scôrse appressarsi una schiera di Vedel; e temendo allora non bastare a resistere, chiamò pressato aiuto a quelle guerriglie, e intanto, siccome era uomo stato sempre valorosissimo anche nelle sue male imprese, or tanto più nelle buone, credendo importantissimo il posto che teneva, senza contare i nemici i suoi, colle forze che aveva, entrò, come si dice, in ballo, e incominciò bravamente a difendersi. Tuttavia, incalzati da' nemici che erano superiori e pur s'andavano via via accrescendo, egli e i suoi sarebbero stati costretti a cedere; se non che in breve videro da lungi staccarsi da quegli altri guerriglieri, e prontamente dirigersi verso essi, e allegramente avanzare una buona schiera di quelli; e tosto li udirono dar liete grida, e rispondendo a quelle, finalmente li videro arrivare a due tiri di schioppo, e il capitano che pareva più di niuno ardente, fermarsi pure e rivolgersi, e fermare sua schiera pochi istanti per riordinarla; e, riordinata, di nuovo poi a passo raddoppiato muoverla fin quasi a toccar le spalle de' combattenti di Perico, ed ivi di nuovo fermarla. Allora, perchè in mezzo al fuoco e al fumo non si potea distinguere, il nuovo capitano chiedendo dove fosse il colonnello o comandante del posto, ed essendogli additato, pieno d'ardore si avanzò verso lui, ed abbassata, come a superiore, la spada: «I miei superiori» diceva, «mi mandano agli ordini vostri...» e volea dir, colonnello; ma mettendo gli occhi in lui, ed incontrandoli, e riconoscendosi, disse l'uno: «Perico!» e l'altro: «Don Luis!» e diedero indietro un passo, e quasi furono per rivolger i ferri l'uno contra l'altro. Ma riprendendo i sensi primo Don Luis: «Colonnellodisse franco allora, «io sono agli ordini vostri; e, benchè nuovo qui, niun subalterno mi passerà in obbedienza. Parmi poi non abbiate tempo a perdere in farne pruova. Qual posto è il mio?» «Qui, accanto a me» disse Perico rasserenato già, «qui, accanto a me; io scelgo sempre il miglior posto, e voi ne dovete avere vostra parte. Fate avanzare vostra schiera in buon ordine, ben formata.... com'ella è, che sta bene. Fatela avanzare a prender il posto di questa brava gente che incomincia ad essere stanca, e un po' scomposta per que' vuoti un po' numerosi che fa il cannone. Avanti, avanti, in buon ordine. E voi altri figliuoli, adagio, indietro tra gli intervalli, e sostenete il fuoco finchè principii l'altro ben caldo.... Bene così, bene così adagio, indietro, adagio. E quando siate a dugento passi, tu il Nero e tu il Rosso, e tu il Guapo, li farete riposare alcuni minuti, e distribuirete nuovi cartocci; e poi riformerete i pelottoni, che ce ne sien pur meno, ma non sieno così piccoli come sono qui ora; che fa troppo mal vedere, e troppo piacere ai nemici.... Bene, bene così. E voi altri: passo di carica, avanti.... Ed ora, alto ; incominciate il fuoco.» E così dicendo ed afferrando la sua buona carabina, e più di niuno lesto caricandola, solo de' suoi, non ritraevasi a riposare; ed andava porsi allato a Don Luis, e a combattere con lui. Don Luis ancor egli, vedendo ciò inguainava la spada e prendeva uno schioppo, e faceva da buon soldato In breve, riposati e riordinati quelli primi di Perico rientravano in linea; e allora, tutti insieme già più forti del nemico, avanzarono arditi contra lui, e sforzaronlo a ritrarsi, benchè in ordine, e fermatosi di tempo in tempo a resistere. Comandò allora Perico che avanzassero ad inseguire prima i suoi, e poi quelli di Don Luis, e poi di nuovo i suoi, e gli altri sottentrando a vicenda; fuori che egli e Don Luis sempre erano di quelli che avanzavano, anzi, alla testa amendue, senza lasciarsi mai un momento, quasi che all'antiche mal augurate disfide fosse tra i due una nuova più opportuna sottentrata, a spese de' nemici della loro patria. In ultimo, rivolta già in fuga la ritratta di questi, tutti insieme gli Spagnuoli diedersi ad inseguirli di corsa fino al grosso dell'esercito francese; ed allora solamente fermatisi Perico e Don Luis, ed entrati in comunicazione co' proprii generali, ebbero ordine di rimaner insieme e guardare i Francesi quella notte, e finchè finissero i trattati incominciati. Ed essi così fecero, e disposero a ciò la loro gente; e, a notte già avanzata, si ridussero poi al medesimo fuoco ed al medesimo rancio, insieme co' loro principali.

E finita poi la cena, e ritrattisi gli ufficiali a loro posti, rimasero finalmente soli i due avversari a quattr'occhi;. che è un momento desiderato e temuto da chiunque, avendo cuor franco e ardito, vorrebbe, ma non sa se dovrebbe far pace, e ad ogni modo desidera finir il dubbio e rimaner amici o nimici. Appena furono scostati i subalterni, incominciò Don Luis: «Uomo, egli è gran tempo che non ci siamo veduti soli. All'ultima volta, tu avesti forse ad esser mal contento di me; come io forse potetti essere di te poi. Ma, che che sia di tutto ciò, e di quanto io udiva dire di te; certo, io non avevo pur udito il più importante, quello che or veggo co' miei occhi: te colonnello e condottiero per la nostra patria, e per l'infelicissimo nostro signor re, che Dio guardi, Don Fernando; e condottiero poi certo buono e pro', quanto niuno che militi per questa santissima causa. io sono uomo, dopo ciò e in questi tempi, da serbare i pregiudizii della nascita o della educazione, o che creda non si possa acquistar nobiltà colle nobili gesta, o non veda che nobilissime sono ora le tue.... Così è, cavaliero; e d'ora in poi, te considerando come pari e non indegno di qualunque maggior signore, te terrò.... Ecco mia mano, se ti piace; te terrò d'or innanzi sempre.... per mio degno nimicoPerico aveva già al primo invito fatta innanzi la mano; ritrassela, come involontario, all'inaspettata proposta ma poscia, in un attimo e con un lieve sorriso, più altiero forse che non le altiere parole di Don Luis, sporsela di nuovo, anzi afferrò quella di lui; e, tenendola stretta: «Or benedisse, «per nimici sia; ed io così t'accetto; ma te n'avverto, senza quella gratitudine che tu sembreresti richieder da me. Io 'l so, io 'l sento, ho mestieri di tua concessione oramai: disuguale a te da principio, sia pure per condizione; più disuguale certo per la trista vita ch'io feci alcun tempo: ora tuo uguale, anzi, se vuoi mirare a mie divise e udir il titolo che mi è dato, tuo superiore divenni per le mie azioni in campo. Quindi io potrei, come tu già ricusasti me quasi troppo basso nemico, così, ora io ricusar te. io te ricuserei tuttavia perciò.... Ma ad ogni modo.... nemmen t'accetto.» E così dicendo respinse indietro la mano di Don Luis, che sdegnosa e involontaria14 si portò a sua spada. Ma continuò Perico, oramai men dal grado, men dalle azioni in campo, che dalla superior generosità de' suoi sensi fatto superiore all'avversario: «Odi, Don Luis, non son tempi da queste gare, tempi da far computi d'ingiurie a chi n'ha date o ricevute più; tempi nemmeno.... da ricordar amori, da lasciarsi ammorbidire il cuore; quando, occupata tutta la Spagna dagli stranieri, rapito, toltone scelleratamente il re nostro, e Spagna e re chiamano tutti i nostri sforzi, tutti i nostri pensieri, nostre spade, nostri coltelli, nostre braccia, anima e corpo, tutti noi a quella sacra difesa, a quella sacra ricuperazione. Mira giù quei reggimenti, que' cannoni, quell'esercito che dicevano invincibile. Ora il buon Castaños, il buon Reding, e posso dire, per sua poca parte, anche il buon Perico il contrabandiero, l'hanno vinto, lo hanno avvilito, l'hanno chiuso come un toro furibondo ma spossato e impotente in una piazza, onde già è destinato a non uscir più se non morto, e cadavero vile strascinato per la rena. E noi, noi pur siamo, noi stolti che ci credevamo dammeno di costoro! Noi che gli abbiamo ridotti a ciò! Or che pensiero aver fuor di questo? Che altro che far il medesimo a tutti i loro compagni? e tutti cacciarli non che della bella Andalusia, ma anche della Mancia e di Castiglia, e di tutta la penisola! Noi anderemo a liberare i Portoghesi; noi a tor agl'Inglesi la paura, noi forse a invader Francia, a liberare tutti i popoli dall'usurpatore. Or è sonato il giorno della Spagna. Ora, liberati dall'infame Godoy, abbiamo scosso il collo, alzato il capo; ora siam tornati Spagnuoli degni di quel Cortes, di quel Pizzarro, di quel Gran Capitano, di quel Fernando e Isabella, di quel Cid, di quel Gusman il buono che cantiamo ognidì, e vanno così nomati e gloriosi.... Oh forse un sarà famoso anche il nome di Perico il contrabandiero. Uomo, vuoi tu precipitar tutto ciò con pensar a cose dappoco, a cose che già più non sono? Uomo, ecco la mano, io te lo dico; ecco la mano d'un amico se la vuoi .... me nemico non avrai se non quando avrò agio a ripensarci, passata la Bidassoa e sulle terre di FranciaDon Luis era stato a udire tacito, ma palpitante: ed anch'egli giovane, anch'egli Spagnuolo, anch'egli datosi tutto cuore a quella santissima causa, non aveva potuto non infiammarsi anch'egli di quei pensieri e quegli affetti caldamente espressi da Perico, ed accompagnati poi di quella voce e quell'espressione di verità e persuasione che è degli uomini d'azione, e che persuade sovente più che non le stesse parole. Ondechè, sporgendo anch'egli di nuovo la mano, tolse quella di Perico, e tenutesi pochi istanti congiunte, congiungendosi, e per così dire toccandosi anche gli sguardi, e per essi i pensieri e gli animi, ambi a un tempo aperte le braccia, precipitavano al collo l'un dell'altro; e alcune rade virili lagrime spargendo, giuravansi eterna amicizia.

E la serbarono, e perchè s'erano pacificati senza nemmeno spiegazione intorno alla prima causa di lor nimicizia, che sovente è il miglior mezzo di pacificarsi, spiegaronsene poi; e videro che avevano tutti e due avuto men torto assai che non se n'eran creduto; e rispetto alla Marichita, capacitandosi ognuno che l'altro non ne sapea più di lui, ambi conchiusero che ella si fosse fuggita in quella stessa notte dell'invasione de' contrabandieri nella casa di Ciclana. Don Luis confessò che non sapeva pur egli nemmeno ciò che si volesse in quella sua passione, ed era innamorato tanto da non volerle far torto mai di niuna maniera, non tanto poi da risolversi a farla sua sposa. Onde andava vivendo di in , e compiacendosi del vederla ed amarla ed esserne amato, come credeva, ma finalmente, vedendola mutarsi e farsi mesta, era forse per rompere il ghiaccio e probabilmente per isposarla, quando ella era sparita. Perico narrò la scena della notte all'inferriata; e i suoi dubbii pure di torla per moglie, e sua risoluzione poi di rapirla ad ogni modo quell'altra notte, che ancor egli era stato ingannato in non ritrovarla. E quindi perdendosi in vane congetture, e talor rimanendo gran tempo senza riparlarne, talor riparlandone concordemente, nulla fu mai più che guastasse la loro amicizia. Don Luis rimase con Perico quasi tenente o secondo od eguale suo, che non si sapea quale; levando insieme tutti e due una numerosissima schiera, ed insieme capitanandola più anni nella prospera e poi nell'avversa fortuna di lor patria, quasi fratelli. Tanto che la guerriglia, invece di chiamarsi come prima del contrabandiero, chiamossi poi per gran tempo la guerriglia de' due fratelli; ed era in tutta Spagna famosa non solamente per la straordinaria loro prodezza e disciplina e prontezza, ma anche per quel fratellevole amore, così per amor della patria succeduto all'accanita inimicizia.

L'ufficiale narrator di questa novella fu prigione de' due guerriglieri, e vide quella lor virile unione; e trattato umanissimamente, contro il consueto degli altri guerriglieri, ebbe da essi medesimi la narrazione. E domandando loro se mai più non avessero avuto notizia sospetto di Marichita, dissero: che al principio del 1810, quando superata da' Francesi la Sierra Morena, invasa Andalusia, presa Siviglia, e stretta Cadice, volò il duca d'Albuquerque a serrarsi in questa città, essi che erano dell'esercito di quel pro' giovanetto, non volendo, siccome guerriglieri, andarsi a racchiudere entro una piazza, lo lasciarono; e insieme poi se ne furono a guerreggiar alla spicciolata in Estremadura, anzi su' limiti di questa e di Portogallo. Dove, capitati una sera a una terra che non vollero dir quale, ma che non era quasi altro che un convento di donne e sue dipendenze, ed entrati in chiesa in sull'imbrunire, all'ora dell'ultimo ufficio, udirono nel salmeggiare dal coro una che risonò in cuore ad ambedue; e involontarii miser gli occhi in viso l'un all'altro; e sostati alquanto, finito l'ufficio uscirono insieme, e datisi le mani ed abbracciatisi, disse Perico: «Vogliam noi andare al nimico?» E Don Luis: «Camminando tutta la notte, potrebbesi sorprenderlo all'aggiornare.» «E così scostarlo» aggiunse Perico «da questo refugio di paceAbbracciaronsi i due fratelli di nuovo, e chiamato, il tamburo, fecero dare il segno della partenza.

 

 

 





1 Nell'originale "mestiero". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



2 Nell'originale "apposta". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



3 Nell'originale "ordonanza". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



4 Nell'originale "cospersa". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



5 Nell'originale "fermata". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



6 Stampata separatamente a Torino (per Chirio e Mina) nel 1834 a pro del Regio Ospedale de' Pazzarelli.



7 Nell'originale "arrivari". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



8 Nell'originale "accessa". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



9 Pubblicata la prima volta nel Mondo illustrato (Torino, per Giuseppe Pomba e C., 1847).



10 Nell'originale "colze". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



11 Nell'originale "cittava". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



12 Nell'originale "minace". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



13 Nell'originale "centro". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



14 Nell'originale "involontario". Nota per l'edizione elettronica Manuzio



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