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NUOVE NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA. (INEDITE.) | «» |
(INEDITE.)
Post varios casus et tot discrimina rerum.
Uno scrittore a cui per la prima sua opera sia toccato in sorte tanto di favor pubblico da superare le proprie speranze, pare che dovrebbe aver poi tanta più fiducia quando ei si presenta per la seconda e terza volta al medesimo pubblico già provato così benevolo. Eppure non succede sempre così. Siamo come i capitani giovani e vecchi; che i giovani non avendo che la vita propria ed altrui da esporre, le espongono allegramente; dove i vecchi avendo una riputazione già fatta da perdere, la perdono sovente per troppo stare in pensiero di essa. Il fatto sta che le continuazioni, le appendici, le ultime sorelle delle opere favorite, hanno cattivo nome, e sovente lo meritano.
Io temo assai che tale sia il caso delle presenti Novelle. Quando feci senza pensarci le prime, ero più assai in disposizione di novellare, e tuttavia moralizzai, e forse troppo, quantunque sotto il nome del Maestro di scuola. Ora invecchiato meno dal numero che dalla qualità degli anni passati intanto, mi sono avveduto fin dalle prime pagine che il mio novellare si faceva un moralizzare perpetuo; che i fatti men numerosi e meno strani che mai nelle mie troppo semplici composizioni, non erano guari più se non come un quadro riempito poi di discorsi e pensieri serj, gravi e poco abituali alle persone le quali sogliono prendere in mano un libro di Novelle.
Pensai di mutare titolo. La prima parola di un libro è a parer mio la più importante di tutte sempre per la buona riuscita di esso. Se è scelta bene, ella ti deve dire che cosa è il libro, e per conseguenza in che disposizione l'hai da prendere o lasciare. Coloro che vivono una vita leggitrice (e se avessimo libri un po' divertenti a sufficienza, certo noi Italiani che abbiamo tant'ozio in soprabbondanza, vivremmo tutti volontieri così), coloro, dico, che vivono leggendo gran parte della loro vita, difficile è che non si trovino successivamente in tutte quelle disposizioni opportune a leggere ora l'uno ora l'altro libro più o meno serio. L'essenziale per essi è non trovarsi ingannati; e quando vorrebbero per esempio un romanzo, e dal titolo credono prenderne uno, non trovarsi in mano poi un libro di erudizione, d'economia politica o di filosofia. La colpa è allora tutta dell'autore, se il leggitore butta via indispettito il libro; ch'egli avrebbe forse letto volentieri se non ingannato l'avesse preso meno a leggere che a studiare, e in disposizione men da romanzo che d'erudizione, d'economia politica, o di filosofia. Quindi è che sentendomi cadere in simil colpa, io cercava un altro titolo al mio libro. Peccato che non lo trovai. Storie non lo sono le seguenti; narrazioni, racconti, supponeva anche più fatti che novelle; conversazioni, non era quello; pensieri, saggi, meditazioni, discorsi, ec. ec., peggio che mai, che avrebbero mostrato la pretensione contraria di dare un libro più seriamente fatto che non è questo. Lasciai dunque il titolo primitivo; riserbandomi solo di fare la presente protesta o raccomandazione: che queste son Novelle, non so se morali, ma certo moralizzanti; novelle d'un vecchio di cuor serio, mesto, e riandatore delle miserie della vita; onde che, se i leggitori miei non si trovino in disposizione un po' simile, faranno bene a lasciare questo mio rimbambito cicalare.
A quelli poi che dopo tal protesta continuassero, dirò per consolazione mutua di essi e di me: che per verità (e quanto più son vivuto in questi tempi pur così fecondi d'eventi, tanto più l'ho veduto), gli eventi strani e complicati sono in realtà molto più rari che non si crede. Quindi i racconti fondati sovr'essi mi sembrarono sempre più inverosimili. Quanti romanzi sono bellissimi e naturalissimi finchè dura l'esposizione, e si strigne il nodo con eventi usuali, ma diventano poi improbabili allo scioglimento che l'autore vuol rendere strano e inaspettato! Quindi i migliori autori di siffatti racconti hanno fuggito quelle catastrofi ricercate, ed hanno saputo trovare ne' casi più consueti, e nei termini inevitabili di questi casi, il matrimonio o la morte, un fonte ricchissimo d'interesse e d'affetti. Ma non è egli, dopo tanto scrivere esaurito oramai quel fonte? Certo sì, quando si prendono a descrivere sempre quegli stessi casi così volgari nelle stesse circostanze di luogo, di tempi, e di costumi. Ma mutando tempo o paese, non è dubbio che si muterebbero le tinte del colorito, e queste basterebbero a quel tanto di novità che è necessario oramai per li tanti leggitori contentabili facilmente. Alberi, e case, e prati, e monti, e cielo, vi sono dappertutto; ma hanno contorni e tinte diverse in ogni paese, e chi sa queste riprodur sulla tela, fa paesi molto diversi. Che più dissimile d'un Claudio e d'un Ruisdael? Benchè sì più dissimile ancora è un Rafaello da un Rubens; perchè la natura umana è anche più varia che non quella degli alberi, o delle rupi, o dei cieli. E noi scrittori buoni o cattivi della natura umana avendo il vantaggio di questa somma varietà di essa secondo i tempi e i luoghi diversi, se sapessimo profittare di tal varietà e ben descriverla, potremmo senza dubbio far quadri sempre nuovi, sempre varj, sempre interessanti.
Ma poi, a ciò vi sono le sue gravi difficoltà. Gli alberi e le rupi si lasciano ritrarre sempre con pazienza, a piacimento del paesista. Ma le nazioni, o certe classi delle nazioni, e massime le classi più ristrette e ridotte quasi ad individui, non amano i ritratti dal vero e parlanti. Vogliono, dico, un po' d'ideale, e non mancano loro argomenti, e parolone per ciò; le quali ridotte a parole semplici di buona prosa, vorrebber dire che domandano ritratti abbelliti. Non hanno tutto il torto. I ritratti non voglion essere presi dalla parte brutta d'una persona; e mal sia d'un pittore che mi voglia ritrarre dalla parte dell'occhio guercio o del naso storto, sotto pretesto di più somiglianza. Ma il pretendere a una faccia ovale quando s'ha tonda, o ad occhi neri quando s'han bigi, è pretender troppo poi da un ritrattista, o almeno da un ritratto.
Eppure i ritratti sono una gran bella cosa quando son veri. Lo specchio non è, come dicono alcune madri alle ragazze, un così cattivo consigliere. Mirati, vo' dire io alla mia; mirati ogni giorno allo specchio; vedi oggi che sei stata così buona, così dolce, così amorevole pel vecchio padre tuo, mira come sei bella, fa d'esser bella così domani e doman l'altro; fa d'essere così sempre, finchè hai ad amare il padre tuo sopra ogni cosa terrena. E poi... poi se verrà un giorno che tu ami un altro più che il padre tuo, mirati di nuovo nello specchio il giorno che ti sentirai d'amarlo più che mai; e se ti trovi allora anche più bella, fa i giorni appresso e poi sempre di rimanere bella così. Quasi che non darei altro precetto alla mia fanciulla da maritare o maritata.
Imperciocchè belle e virtuose sono le fanciulle che serbano in volto la purità e tranquillità della nostra celeste origine. Ma anche a noi uomini che abbiamo sformato e solcato il viso dalle nostre passioni, dai moti della nostra argilla animale, anche a noi potrebb'essere buon consigliero lo specchio. Quando sei infiammato d'un'ira che il tuo cuore agitato non sa discernere s'è santa o colpevole, mirati fiso e cerca a' tuoi occhi, alle due labbra, a tutta l'espressione del tuo volto, se vi sia l'odio, l'egoismo, l'invidia, il disprezzo, o solamente l'inutile dispetto; ovvero se non vi sia più che uno sdegno virtuoso contro il vizio o contro l'oppressione altrui. Credimi; il tuo specchio te lo dirà. E quando credi di amare con purità, e ti fai di te stesso un romanzo, mirati che vedrai se ne sei un degno eroe; ovvero se tutt'altro non vi scopri di quello che vorresti, e credevi forse d'avere in cuore. E quando ti perverti di giorno in giorno, quando da un sentimento qualunque, forse virtuoso all'origine, oltrepassi il segno della virtù e cadi nel vizio sempre limitrofo, mirati ogni giorno allo specchio solamente con occhi imparziali, se puoi, e procura di poterlo; e saprai meglio che con altro mezzo, a che punto tu sia di quella trista progressione.
I romanzi e le novelle sono specchi dell'età in che si scrivono ad uso dell'età immediatamente seguente. Quindi è che, passate due o tre età, l'utilità d'un romanzo, ed anche l'interesse, suol passare o almeno scemare di molto. Hanno comune questa sorte colle commedie, coi libri di ritratti (come i Caractères de La Bruyère), e con tutti i libri in generale che ritraggono le minutezze dei costumi di un tempo. Lo stesso divino Molière non s'apprezza più alla metà nemmeno da Francesi che lo tengono a ragione come la più bella perla della loro letteratura, dappoichè dopo la Rivoluzione sono di tanto o del tutto mutati i loro costumi, mutato anzi quasi il loro carattere nazionale. E se mi si conceda qui un'osservazione propria appunto del tempo, noi stessi abbiamo veduto farsi siffatta mutazione ai nostri anni. Ai tempi dell'Imperio, quando erano ancor fresche le memorie del tempo antico (l'ancien régime), ed anzi si volevano dall'imperatore risuscitare siffatte memorie, ed erano pur anco verdi ancora molti rimasugli di quel tempo, allora le commedie di Molière erano vedute e corse anzi con grande impegno da grandi e piccoli ne' palchi e alla platea. Oramai non si vanno a vedere se non per così dire istoricamente, per conoscere que' costumi invecchiati, anzi antichi del tutto. Ma in Molière, e in La Bruyère, e in Don Chisciotte, e in ogni libro fortemente fatto, oltre questa parte più speciale di pittura dei tempi, è poi anche la pittura dei grandi e costanti lineamenti della figura umana. Epperciò se piacciono meno sulla scena o ai leggitori superficiali, rimangono, e rimarranno perpetuamente per quest'altra loro più essenziale virtù. Ma quanto pochi Molière e Cervantes vi sono eglino nella universa letteratura!
Noi altri novellatori dobbiamo rimanere a mille miglia da siffatta pretensione. Il nostro genere non la può comportare, siamo giusti; la nostra fatica non è tanta da poterci meritare una fama lunga. Non abbiamo grandi sforzi d'invenzione da fare: nessuno a combinare gli accidenti; pochi a mantenere inalterati i caratteri; in pochi giorni o in un giorno vediamo il principio e il fine dell'opera nostra; scriviamo all'avventura come ci corre la penna o la dettatura. Possiamo giustamente pretendere noi alle ricompense di quelle fatiche che occupano gli anni intieri, tolgono i sonni, usurpano l'attenzione o la vita d'un uomo? Siamo giusti, non pretendiamo dai lettori più che non diamo loro. Frutto di poche ore, le nostre fatiche durino pur pochi anni. Nè è poco se in quegli anni abbiamo rivolti gli animi della nostra generazione ad alcuni pensieri che sieno utili ad essa o a quella che segue. Le generazioni s'incastrano: i pensieri dell'una lasciano l'addentellato ai pensieri d'un'altra; chi ponga un buono addentellato, o solamente qualche pietra di esso, può vivere e morire con qualche pace, con qualche soddisfazione d'avere adempiuto un debito suo. Tanto almeno come i seguaci di quella, non so più qual religione d'oriente, ai quali è raccomandato di piantare almeno un albero nella lor vita per servire ad ombreggiare i nepoti.
L'EBREA.
Erano anni che il maestro non ci aveva più narrato nulla. E il maestro era invecchiato, invecchiati noi uditori suoi, ed in parte anche mutati. Mancava quella persona fra tutte che era l'anima di tutte, quella che ascoltando ispirava, e senza fare, senza dir nulla, in mezzo a tutti, spandeva su tutti come un'aura di pace e di virtù. Così fanno gli angioli del cielo intorno a noi.
Una sola volta udii il maestro tornare al suo modo antico di spiegar con un esempio la sua opinione su quello che si andava disputando. Disputavasi degli ebrei: se si debbano o no lasciare abitar cogli altri, posseder case o terreni, frammischiarsi con noi ecc. Chi diceva che son troppo cattivi, perciò che la lor legge or male intesa da essi li fa nemici nostri irrevocabilmente; chi rispondeva che noi stessi, più che le loro leggi, li facciamo tali, rigettandoli come appestati; chi replicava che debbono, che son destinati a restar tali fino alla fine del mondo, e per paura della fine del mondo non gli avrebbe, credo, convertiti quando l'avesse potuto; in somma, già si veniva alle amarezze, alle imputazioni, alle ingiurie velate, quando il maestro: «Or vedete voi che siete così imbrogliati ad accordarvi in parole, che imbroglio dovette essere il mio alcun'anni sono nel dover decidere di tutto ciò alla pratica e sul momento. Feci allora ciò che Dio mi spirava: e se volete ve ne farò come la confessione; giudicherete voi se ho fatto bene o male.» - E consentendo tutti, egli incominciò.
Io mi trovava, come sapete, nella città di..... al tempo de' Francesi quando volendosi dare, anche per forza, libertà a tutti, s'erano aperti egualmente conventi e ghetti. Lo svantaggio era tutto di noi poveri frati, che, aperte le porte, ci sforzarono ad uscirne; mentre gli ebrei poterono restar dentro o fuori a piacimento. Ma stivati come baccalà là dentro, molti, facendo luogo agli altri, affrettaronsi ad uscire; naturalmente i più ricchi e più educati, e che avean meno di quell'orrore di noi cristiani che è reciproco del nostro per essi. Uno di costoro, mercante agiato, e che, se non fosse stato ebreo, avrebbero detto tutti anche onesto, lasciando il ghetto, o poco dopo, lasciò pure il commercio che gli avea fruttati grossi capitali, impiegando questi alla compra d'un bel poderetto con una casa civile nelle vicinanze della città. E fatta elegantemente, e quasi splendidamente adobbare la casa, ed ornare i giardini, e piantarne dei nuovi, e cingerli intorno d'un muro che li chiudeva gelosamente, ivi prima si ritrasse, e a poco a poco senza più nulla uscirne si rinserrò. Non ci andava nessuno nè cristiano nè ebreo, e dicevasi che ci aveva dentro anche pochissima gente di servizio. Ma giudicate che scandalo quando si seppe che fra i pochissimi abitatori di quella casa eravi da segretario, intendente, o che so io, perchè non si sapeva bene che fosse, un giovane non solamente cristiano, ma che era stato già al seminario, e poco prima aveva lasciato la vesta lunga, ed or si temeva pur troppo non lasciasse anzi indegnamente la fede. Così almeno dicevano di temere questi scandalizzati; perchè del resto se non c'è abbastanza d'ebrei che si facciano cristiani, non c'è poi mai, ch'io abbia udito dire, un cristiano che si faccia ebreo. Ma in somma lo scandalo c'era, e si faceva; avrebbero voluto che l'autorità ecclesiastica se n'impicciasse, e chi n'incolpava di non farlo, chi poi la scusava sulla miseria dei tempi, e la malvagità del governo che non la avrebbe lasciata operare. Io poi, non ci avendo che fare, udivo tutto e non dicevo nulla.
La cosa durò un anno e più, e più non se ne parlava, nemmeno dagli scandalezzati. Ma ricominciò più che mai forte il bisbiglio in città quando si seppe che uno de' principali medici era stato chiamato a curare il giovane cristiano, o apostata, o rinegato, come si diceva, il quale era gravemente infermato, e poco meno già che in punto di morte. «E ben gli sta,» dicevano; «ha il suo merito; ecco il dito di Dio.» Perchè già questo terribile dito, che dappertutto è indubitabilmente, ognuno lo vede a modo suo, e pur troppo sovente dove, con intenzioni assai meno che divine e che sante, ognuno or per odio, or per invidia, or per vendetta, ce lo vorrebbe mettere egli umanamente od anzi scelleratamente. E chi avrebbe perfino voluto che il medico non ci andasse, e chi aggiugneva poi anticipando: «Ed ora come si farà? - ci anderà egli il prete, - ci anderà il curato, il viatico.... non deve andare.... deve andare....» Ed erano gli stessi che avevano testè detto che il giovane non era più cristiano, non badando nè a contradizioni, nè a giudizj temerarj, per il loro zelo, per la buona opera di.... calunniare.
Giudicate, amici miei, del grande impiccio in che fu tra breve il sacerdote, il quale, a malgrado di tutti quei giudizj temerarj, fu due giorni dopo chiamato alla casa dell'ebreo. E questo sacerdote.... fui io. Mal dissi che fui impicciato; noiato un po' sì, per cattivo interesse proprio nel vedermi messo in questo affare, e così fatto oggetto di osservazioni e di critiche; ma, facessi bene o male, non dubitai un istante, e andai con più fretta che non avrei fatto dovunque altrove; e piovendo a dirotta quando fui chiamato, nemmeno non ebbi scrupolo di salire nel cocchio dell'ebreo ch'egli mi aveva mandato per ciò. In men d'un'ora fui entro alla cinta ed alla porta della casa solitaria.
Salii introdotto da un servitore che senza dir nulla mi precedeva mostrando la via. Una o due altre persone mi vennero vedute per gli anditi e le scale, ed una fra l'altre che scendeva com'io salivo; la quale osservai perchè passandomi a lato rapidamente parvemi arrestarsi un momento, e quasi volermisi indirizzare, e d'un balzo poi si scartò. Parvemi una giovane, e giudicai che per orrore al mio ministerio ed a me, siccome ebrea, mi volesse fuggire. Ma non ci ripensai, e quasi non ci badai se non dopo; ero allora troppo preoccupato di colui che stavo per trovare, in circostanze così penose, così difficili per lui e per me. E tanto più, che, apertamisi una porta vicina, mi trovai quasi a un tempo nella cameretta, pulita, ma modesta e ristretta, dell'infermo che a prima vista mi parve aggravato benchè non in pericolo imminente.
Era un giovane che non mostrava venticinque anni: belle fattezze nel volto, begli occhi, bella chioma; ma le fattezze mostravano non solamente l'impressione di una grave malattia, ma pur anche le orme di un lungo patire, che, fisico o morale fosse stato, mi parve esservi stato indubitabilmente. Non che ci fosse disperazione o agitazione furiosa su quel volto; il quale anzi era tutto composto a rassegnazione, e la rassegnazione mostrava un dolore fortemente combattuto. M'assisi al capezzale: «E così,» dissi, «siamo un po' malati, è vero? Molto malati forse? E pensiamo alla morte forse vicina, alla morte a cui dobbiamo pensar sempre, ma a cui siamo sempre a tempo di pensare finchè Iddio buono ce lo concede. N'è vero, dite? Già si vede che ci avete pensato, e sono qui per udirvi volontieri. E dite un po': come va che m'avete mandato a chiamar me? Benchè no: che dico io? ciò non importa; e non si vuol perder tempo. Dite su: dite ciò che spetta a voi; che io son pronto.»
Il giovane incominciò con alcune parole rotte, e con qualche ansia di petto; io risposi confortandolo; e in breve parve farsi cuore intieramente, e aver bisogno d'uno sfogo compiuto, uno sfogo in seno d'un amico prima anche di sottoporsi al giudicio del confessore. Ed io, vedendolo ancora forte e tutto in sè, lo confortai a ciò; ond'egli prese a dirmi tutta la sua storia, e incominciò.
«Rimasto da bambino orfano di padre e di madre, in tutela d'uno zio e con poca fortuna, fui senza che entrassi io nella decisione o nella deliberazione messo giovanissimo in seminario; d'onde uscendo, lo zio aveva calcolato che mi rimarrebbe appunto di che farmi il mio patrimonio ecclesiastico, e così ne avrei una condizione, una carriera sicura, e come allor pareva vantaggiosissima. Io non ebbi mai gran disposizione allo stato ecclesiastico; e quanto migliore fu l'educazione ricevuta in seminario, tanto più mi venni capacitando che quello stato rispettabile, ed anzi formidabile, non istà bene il prenderlo così per motivi puramente umani e come un'altra carriera. Dissi i miei scrupoli ai superiori, e furono ascoltati, pur confortandomi ad obbedire a chi teneva con me il luogo di padre; e dettili a questo, fui aspramente ributtato. Così venni di giorno in giorno continuando, pur col pensiero d'aspettare la vocazione, o rinunciare finalmente allo stato, se quella non veniva. La provvidenza dispose che non avessi nemmeno bisogno di prendere io la decisione. Vennero i Francesi, lo stato ecclesiastico non fu più carriera; e lo zio non si curò più altrimenti che io ci pretendessi. Quasi che mi venne allora la volontà di continuare, appunto perchè oramai non essendo carriera svaniva il mio scrupolo, e lo stato ecclesiastico diventava anzi bellissima occasione di attività e di sforzi, onde parevami essere capace. Tuttavia anche in ciò mi pareva ci fosse molto d'umano; e poi, il contradire di nuovo allo zio, ora ch'egli veniva al parer mio, mi pareva troppo male assolutamente. Ad ogni modo lasciai il seminario; ci avevo fatto buoni studj, e principalmente di lingue greca ed orientali, e parevami con ciò poter fare mia strada nel mondo. Lo zio voleva pure che io abbandonassi questi studj, che non mi porterebbero a nulla, diceva, e voleva che imprendessi la legale e l'avvocatura. Ma io avevo già compiti venti anni, e mi doleva troppo tornar da capo sui banchi, e perdere intiero il frutto degli studj fatti a gran fatica ma con amore. Avemmo nuove contese collo zio; indugiai, poi provai, poi lasciai disgustato le scuole; ed ero per lasciare la casa dello zio senza pur sapere dove o come o con che sarei poscia vivuto. E dettoci oramai tra lo zio e me quanto avevamo a dirci, e così tacendoci poco amorevolmente od anzi amaramente l'uno in faccia all'altro in quegli ultimi giorni di convivenza, ed abbreviando anzi di mutuo consenso i momenti di stare insieme, avvenne che un giorno lo zio mi fece chiamare nel suo studio e mi disse: - La tua ostinazione a non mai voler fare quello che voglio io pel tuo bene, meriterebbe che io ti lasciassi andare alla tua malora senza più impicciarmi di te. Ma non per te, ma per il mio povero fratello mi son pur risoluto di fare quanto potevo anche a malgrado della tua ostinatezza; e poichè come già non volevi fare la tua strada da prete, ed or non la vuoi fare da avvocato, che è un buon mestiere ora, come era già quello prima di queste rivoluzioni, vivi, poichè il vuoi, malamente da letterato, che è un cattivo mestiere in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ma ben vedi, che se t'abbandono, non vivrai da letterato nè ben nè male, perchè non hai nemmeno pensato come guadagnarti il pane; e veramente poco te ne potrai guadagnare così. Ora odi: si presenta un'occasione forse unica per ciò. Non so se durerà, nè quanto ti frutterà; ma intanto è un'occasione di non morir di fame per qualche tempo, che è molto per la strada che batti. Un pazzo, come sei tu, ti porge questa occasione. Perchè sia non lo so; ma in somma quel Samuele ebreo che ha presa quella villa, dov'egli abita come un orso tutto solo, e non so che cosa ci faccia, cerca ora d'un segretario cristiano che sappia l'ebreo; ed informatosene al seminario, ha udito di te, ed è venuto per te e per me ieri sera. Io gli ho risposto che con una testa matta, come sei tu, non gli potevo risponder nulla, e che te lo direi, e ti lascierei poi risponder da te. Ora, vuoi o non vuoi? Io non me ne impiccio. Fa da te la tua decisione, e vagliela dire; che già so per esperienza che con te i consigli non servono a nulla: questo solo ti so dire, che, come eravamo all'incirca d'accordo già, fra tre giorni tu hai ad uscire da questa casa per andare a casa dell'ebreo, o del diavolo, come vorrai. - La deliberazione mia non poteva esser lunga, secondo il termine prefisso; e nemmeno non l'aspettai. Al secondo giorno venni io stesso qui da Samuele a udire che si voleva da me. «Scrivermi e tradurmi dall'ebraico quel che vorrò,» risposemi Samuele. Ed io: «Ma voi sapete l'ebraico e....» «Questo non è affare vostro. Vediamo.» E in ciò mi porse un libro ebraico da tradurre. Lo feci per scritto, e poi di viva voce, e lo contentai. Ei riprese: «Or, se volete, fisserete voi il vostro stipendio, e avrete casa, vitto, e servizio compiuto qui, con due sole condizioni: la prima, che non uscirete di qui se non un paio d'ore ad ogni festa vostra, per seguire i doveri della vostra religione; e la seconda, che non v'impiccierete di nulla in casa mia, e massime non tenterete mai, non direte parola sulla mia o sulla vostra religione a nessuna di qua. Tornate a casa vostra, consigliatevi con voi stesso o con altri, e domani fatemi risposta.» E in ciò dire, mi riconduceva alla porta, e mi licenziava.
Al domane, naturalmente ritornai. Che avrei io fatto? L'alternativa era per me tra il non saper come vivere e il vivere agiatamente e fra i miei studj. Qui giunto, mi fu data questa cameretta, e poi uno stanzino a lato allo studio di Samuele, dove subito mi posi a lavorare, e lavorai sempre poi da otto a dieci ore al giorno; e per lo più a tradurre dall'ebraico, e massime la Bibbia. Samuele mi parlava di rado, e tutto al più per farsi spiegare qualche passo delle mie traduzioni, ch'ei soleva confrontare con altre. All'ora del pranzo, fin dal primo giorno, ei mi fece passar seco alla tavola, dove era egli solo colla sua figlia. Questa era gentile ed accarezzante con lui, tacita e poco meno che sprezzante con me: onde che, quantunque colpito alquanto a prima vista della sua bellezza, in breve non ci badai, o almeno non ci attesi. Anche a tavola la conversazione era poca e non intima. Alzandoci, e parendomi vedere che padre e figlia volessero volontieri star soli a quell'ora di tranquilla e reciproca confidenza, io li lasciavo e me ne andavo per lo più a diporto tra i viali antichi o nuovi del giardino, non mal contento d'avere anche io quel poco d'ora di solitudine e libertà. Lavoravo poi di nuovo fino a sera tarda, quando salendo nella mia cameretta prendevomi qualche ora di studio mio particolare, finchè stanco, a giornata compiuta, non malcontento di me e raccomandandomi a Dio, al Dio mio che non parevami offendere, ma che pur pregavo ogni dì più caldamente di volermi difendere da un incognito pericolo che pur temevo; finalmente ponevomi a letto ed a riposo. Durommi alcuni mesi sifatta vita.
Parvemi più volte tornando in camera ed a' miei libri che questi mi fossero stati scomposti, e raccomandai non sì facesse al servitore che attendeva a me e alle cose mie. Giurommi a modo suo di non aver posto mano mai a niuna cosa mia. Pochi dì appresso, riaprendo un volumetto tascabile d'un Nuovo Testamento greco, che solevo leggere ogni sera, vennemi tra foglio e foglio veduto un fiore di mammole, che essendo raro ancora per la stagione non ce n'erano se non pochi nel giardino, e quei pochi eran tutti per lo più colti da Regina, e portati poi nel suo seno. Potete facilmente immaginare quali sensi e pensieri si destassero in me da quella veduta, da quella fragranza, da quel che non sapevo se caso fosse, o segno, o che cosa. Questo solo parvemi chiaro, che Regina leggesse i miei libri, e probabilmente che venisse, me assente, nella camera mia. E ben potete anche immaginare che, senza far parola di ciò nè d'altro, oltre il solito io feci pure nuova attenzione, trovandomi seco, alla giovane. E non è a dire come questa mia nuova attenzione riuscisse tutta a favore, od anzi ad ammirazione di lei, quasi che non l'avessi prima veduta; mi vennero allora osservate ed ammirate le sue fine e regolari, quantunque straniere fattezze, la elegante persona, le nere e lunghissime chiome, e massime i lunghi, lenti e neri occhi, in cui, quella che m'era già paruta sprezzatura, già non parevami se non un modo tutto di loro d'alzarsi al cielo, tirandovi dietro seco l'occhio e l'animo di chi la mirava. Da quel giorno, no 'l nego, era un diletto per me il trovarmi seco; ma non me lo confessavo, e quasi non me ne accorgevo, e tiravo innanzi senz'altro pensiero.
Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso, e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale, oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione, ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso, qualche spiegazione.
Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione, io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore, nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno, la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza, domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....» «Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente, ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti, «il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due, tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.
Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo, e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria, e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando, per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere come un'aura celeste ch' v'avesse lasciata. La solitudine, il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata, eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma, checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo se non più per lei, e di lei.
E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni, ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando, e mostrandone segni al volto mesto e sparuto. Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei, già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua; anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione. Ma non trovavo più di prima nessuna occasione; ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.
Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.
Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.
Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.
Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»
Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»
«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io. «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.
Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»
Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»
Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.
Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.
Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.
Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiere ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.
Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.
Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione del creatore nelle cose anche materiali di questo mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro, o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta, in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura, sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi, Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati, sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero, una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo, epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia? Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale, o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire, chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure, ma rinunciamo a sapere.
Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero, se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo, incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente, a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui, e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo nelle buone risoluzioni prese al momento della morte: e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane! Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più fretta.
Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non parlammo, Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto), noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni, che farai, dove sarai uscendo di qui...»
Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. - Non vi dirò tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e, come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma le gioie non sono possibili a descriversi.
Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse un santo per certe persone che ora gli attribuivano tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore stesso da Dio.
Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione, e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo. La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che diceva quell'innamorato.
LA MARCHESINA.
«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione. «Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.
Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.
In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento di tutte quelle di una giovane. - Già si sa - direte voi altri, - Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo. - Signor sì, - rispondo io, - così è, e così debb'essere per varie ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto agli altri, di farli passar di moda15. Benchè, per me, niuno buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma torniamo a lei.
Ben potete pensare16 che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io ciò che. era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al più sapevano destramente far di scherma, giuocar al trucco17, al volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso, a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.
Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli stranieri chiaman luna di miele; amore che è l'oggetto degli epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.
Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora il Cavalier servente, e le giovani, pur conservando il verbo servire, chiamavano poi l'Amico. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo. «Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?» ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»
Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»
Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei, aveva o per natura o per acquisto un portamento e modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che non i suoi compatriotti.
E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo .... Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che passò.
Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come, traportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia, nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.
E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti, e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa. E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza, anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente; ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.
Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme? La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.» «Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me.... Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa vita, Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui, non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori. Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»
Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.
Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. "Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.
Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.
Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati., Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.
Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni18, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.
La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto caluniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.
Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.
Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose. Omnia tempus habent. Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! - Guardatela, Maestro, - diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.
E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. - Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»
IL FILOSOFO.
Non so perchè, nè veramente se succeda da tutti come a me: che certi vizj m'accorano più assai, se mi ci abbatto in contado che non in città. Forse viene da quell'idea, che, giusta o falsa, tutti pur più o meno abbiamo, delle corruzioni delle città, e della innocenza della vita villereccia; onde là i vizj non ci stupiscono, e qua sì. Fra que' vizj poi che in villa mi paiono, per così dire, più contro natura, egli è quello di ogni sorta d'ipocrisia. In città, dove ognuno vuole accostarsi a una parte e per essa alzarsi a far fortuna, è naturale che si affettino da ogni uomo or queste or quelle virtù affettate dalla parte. In villa, dove si vive più solo, e dove ci è meno a perdere e meno a guadagnare a non mostrarsi quale uno è, pare che sia anche più sozzo: appunto, come un tradimento par più vile, quanto più vile è il prezzo che se ne raccoglie.
Delle ipocrisie ce ne sono tante sorta, quante sono le virtù; anzi, quante sono le qualità anche viziose ma da taluni tolte a virtù. E così ci ha non sola ipocrisia di costumatezza, ma anche di dissolutezza; e non solo affettazione d'indipendenza, ma anche di servilità e finalmente ipocrisia di religione, ed ipocrisia d'irreligione. Queste due ultime poi sono così frequenti, che tal uomo di mal umore contro il mondo avrebbe a dire ch'elle quasi se lo partono. Nol vo' dir io; e credo che Iddio buono è conosciuto ed amato da molti uomini sinceramente pii, e pur troppo anche sconosciuto da molti sinceramente miscredenti. Infelicissimi questi, nè innocenti del tutto; perchè io credo ch'Egli si faccia conoscere qualunque il cerchi con ischietto e puro cuore. Ma lasciando al buono e sommo, e misteriosamente ma certamente giusto Iddio, il giudicio di ognuno, noi, con quel cuore ch'Egli ci ha dato, non possiamo altro che compatir tanto più a qualunque è più presso alla sincerità, e tanto meno a coloro che per istolta vanità e rispetti umani affettano quell'empietà che non hanno. E' ci ha a un di presso la medesima differenza che tra un musulmano nato e sincero; ed un cristiano rinegato.
Tra le cose che mi diedero maggior pena nella mia vita, rispetto a tante altre non disgraziata, ella fu questa. Quando io venni qua, lasciando il reggimento, e ripigliai la mia antica professione di maestro di scuola, perchè erano tempi di turbamenti e guai, ed io era quasi sconosciuto nel paese, gli uni dissero bene di me, gli altri male: e benchè gli uni e gli altri sbagliassero, sovente, quando a me stesso non parlavano, io li lasciava dire. Una sera il fattore del signore che era stato fuori tutto quel giorno, incontratomi in piazza, mi si accostò e dissemi che in quella terra dov'era stato, aveva veduto il sior Domenico che gli avea domandato di me, e, benchè non mi conoscesse, gli avea imposto che molto mi salutasse, e mi dicesse ch'egli pure era filosofo. Io lo ringraziai de' saluti; ma quando alla seconda parte della commissione, non intendendo che significasse, incominciai a domandargli chi e quale fosse quel sior Domenico, a me affatto ignoto, il quale mi mandava tal ambasciata. Il fattore risposemi, il sior Domenico esser il padrone di quella casa là, una delle più cospicue del paese; e non molto innanzi lo era pur anco di molti beni or venduti: ed era poi il marito di quella signora, e padre di quella fanciulla, che dimoravano in quella medesima casa. E non bastandomi siffatti particolari, e domandandone più, seppi come il sior Domenico era già stato il più ricco signorotto della terra e de' contorni, e felice in casa ed in tutto; finchè, venti e più anni addietro, al tempo de' primi turbamenti, e' capitò in mano di alcuni mal compagni e scellerati uomini, i quali abusarono di lui, e più della sua fortuna. Ondechè, adulato da costoro, incominciò a credersi un grand'uomo, e dispregiar sua casa e sua famiglia, e a poco a poco lasciolla, e lasciò sua moglie, e tolse casa da sè, ed un'amanza. La moglie ebbe a vivere sola come vedova; e la figlia riuscì a male, che avrebbe potuto riuscir a peggio; perchè ella s'incapricciò d'un suo servitore onesto e lo sposò, che avrebbe potuto farlo di qualche scellerato uomo che l'avesse messa in piazza e rovinata. Il sior Domenico, credendosi uomo letterato e sapiente, ma non sapendo che altrimenti far di sua sapienza, fece il medico, senza aver mai studiata medicina; ma, perchè anche mezzo rovinata sua fortuna gli rimaneva onde vivere, non che farsi pagare da chi veniva a consulta, egli li pagava; e perchè i contadini, diffidenti, a' medici veri e savj, sono confidentissimi a' ciarlatani, egli non mancava mai d'accorrenti, non ostante il cattivo esito che avean avute molte delle sue cure. Intese le quali cose, incominciai finalmente ad intendere di che sorta fosse la sua filosofia, e quella che a me pure attribuiva.
E' m'era certo paruto increscevole altre volte che alcuni buoni mi avesser tolto per cattivo; ma parevami più allora l'essere da un cattivo tolto per buono, e degno compagno suo. E cattivo pur troppo io vedeva essere questo sior Domenico. Chè il lasciar andar a male i proprii negozj, ed anche la moglie e i figliuoli, e viver con cattivi compagni e le amanze, e far il ciarlatano, tutto ciò è malissimo, ma pur in qualche modo scusabile, finchè l'uomo non sel voglia egli stesso scusare; ma quando la debolezza e l'amore al vizio cresce a tanto che il colpevole, anzichè lasciar il vizio, sceglie lasciar la sua ragione e la sua religione e il suo Dio, e se ne fa di quelli da sè che possano adattarsi a que' suoi vizj, allora riman poca speranza che si ricreda, allora è colpevole di colpa maggiore; e senza giudizio temerario nè difetto di carità si può dire cattivo. Nè avrei ardito dir tale il sior Domenico, se fosse stato tacitamente vizioso e stolto; ma perchè tale essendo, invece di vergognarsene, si diceva filosofo, e nutriva il vizio e la stoltezza in abito mentito, fra me stesso decisi che pur troppo era cattivo. Restava che io scoprissi perchè, così essendo, egli mi credesse compagno suo. Ma io era uscito volontariamente dal reggimento a un tempo che molti ne furon cassati, capitato qui incognito al tempo che molti si nascondeano; io cattolico sincero, io prete, ma nemico de' bacchettoni, degli ipocriti; io gran dilettante, fatto il dovere mio, di solitudine, e di lunghe passeggiate con un libro in mano; amico delle compagnie, ma di quelle dove più si parli che non si beva o non si giuochi, dove più si ragioni che non si mormori, dove più si cerchi a farsi buoni gli uni o gli altri in particolare, che non a piagnere sulla perversità del mondo in generale: tanto bastava e forse sopravanzava, perchè molti per odio e disprezzo mi dicesser filosofo; e intendesser filosofo cattivo; ed altri poi, come il sior Domenico, il ridicessero per amore. Perdonando io volentieri a quelli, io doveva perdonar a questi con tanto più amore: e così faceva io verso il sior Domenico; e volli tentare che non gli fosse inutile il saluto ch'egli mi avea mandato.
Trovata una occasione o pretesto, feci una gita da quelle parti, e capitai a casa sua. Nè occorre ch'io dica come feci cadere il discorso a ciò ch'io voleva, nè che discorsi gli feci poi, che sarebbero cose troppo serie per istar bene qui. Del resto, o le mie parole non fossero per sè stesse feconde, o Dio buono non le volesse allora fecondare, o troppo asciutto o mal apparecchiato il terreno, certo è che allora non fruttarono nulla, nemmeno a me la speranza che rimanesse nascosto il seme da germogliare in appresso. Feci in breve al filosofo la mia professione di fede di buon cattolico apostolico romano: ma non so s'ei mi credesse, o forse non s'ostinasse a tenermi, a mio dispetto, per confratello; ed io ci guadagnassi altro che soprappiù la taccia di timido e vergognoso, non ardito a confessare le proprie nascoste opinioni. Ma queste son delle cose dove più occorre il fiat voluntas tua, nè era la prima volta che io me n'era dovuto consolare.
Un anno appresso, un giorno ch'io aveva appuntamento col detto fattore per non so che, e lo aveva aspettato tutto il giorno, l'incontrai la sera ch'egli tornava, in vista molto affaccendato, e come uomo contento di sè; e appena ei m'ebbe scorto da lungi, venne a me, e senza dirmi o lasciarmi dir parola dell'affare che avevamo insieme: «Signor Maestro, ogni cosa è andata bene; ha fatto tutto ciò che si doveva fare, ed or ora gli mando la donna, e va benissimo; ma ci vuol fretta, perchè non può passar la sera, e questa notte certo ei morrà.» Io non intendeva una parola di tutto ciò, e volli fermarlo, ma non ci fu verso; ei si fuggì e fu in casa alla moglie e alla figliuola del sior Domenico, e fecele partir pur alla volta della terra abitata da questo; ed allora di nuovo venuto a me, che non richiesto non me n'ero impacciato, mi fece sapere come essendosi gravemente ammalato il sior Domenico, egli n'era stato avvisato il mattino per tempo, e subito ci era corso; ed arrivato, e trovatolo presso a morire, l'aveva voluto far confessare, ma quegli dapprima non acconsentiva; ma che avendo poi egli, il fattore, ragionato con lui, e parlatogli come si dovea, finalmente questi s'era fatto capace, e chiamato un prete s'era confessato, e stava per fare le sue divozioni, ed avea fatto testamento; e dove prima voleva diseredar la figliuola, ora le perdonava, e lasciavala erede di ogni cosa; anzi, poi erasi risoluto di voler abbracciare moglie e figliuola, e riconciliarsi con esse. Il fattore respirava, narrato tutto ciò, e «Ei ci è pur voluto fatica assai,» aggiugnea; «ma io gli ho parlato come si deve, ed ha fatto ogni cosa bene; non ha lasciato in povertà quelle povere donne. Io ci scapito, perchè se si vendeva la casa sua, io la comprava, e già ne avea la scrittura, in pagamento di un piccolo credito che ho con lui; ed ora non avrò la bella casa, e sarò anche gran tempo a riscuotere i quattrini; ma non importa, amo meglio così; hogli restituita la scrittura, e son nominato io esecutor testamentario. Ora addio, signor Maestro; riparto in fretta, e vado a vederlo morire.» Egli diceva tuttociò in tono frettoloso ma allegro anzi che no. Io gli prendeva la mano come per ringraziarlo, o almen lodarlo; ma egli fuggiva in fretta: poi, fatti alcuni passi, rivolgevasi, tornava a me più grave e serio assai, e, ripresami la mano e tiratomi appresso, ed accostata la bocca al mio orecchio, in tono basso e questa volta veramente funerale, «Signor maestro,» disse, «egli era.... C....»
Il mattino appresso vidimi comparire in camera il fattore, e disse entrando: «Egli è ito, e grazie al cielo ogni cosa par bene;» poi, scostato alquanto: «s'è abbruciato ogni cosa, libri, carte e che so io, certe minchionerie che s'è trovato. Hovvi portato solamente questo libraccio stampato, dove ci son nomi credo che ben vorrebbero ora non istar qui.» «E che ne volete far voi?» dissi, «questo prima d'ogni altro volevasi abbruciare; se no, portatelo al Curato; egli ne giudichi.» «E se vi han messo lor nomi,» riprese lo schietto contadino, «perchè non s'hanno eglino a vedere? Benchè avete ragione, e sarà bruciato.» Il libro stampato mostrava ch'egli era non C...., ma M.... Io meravigliavami come siffatte scelleratezze o scempiaggini fossero pervenute a infracidire anche il contado e le ville; e finiva d'intendere quale fosse la filosofia di quell'infelice; e sopra ogni cosa poi ammirava Iddio buono, che pur talora volevasi servire di tanto più rozzi stromenti, affinchè si veda ogni bene procedere direttamente da lui.
Vidi il mutarsi del destin fugace,
Vidi che gloria in servitù declina,
Vidi che solo nella tomba è pace.
Alberto era figliuolo d'un signore ricco; ma più che ricco, nobile e potente alla corte di.... al tempo dell'invasione de' Francesi in Italia. Scappato il suo Principe, deposto egli dei suoi impieghi, e rimasto in sospetto dei repubblicani possessori della potenza, fu anche in breve arrestato e tenuto in castello quasi ostaggio. Quei repubblicani utopisti, come li chiama il Botta, erano così poco sicuri del popolo sovrano, in nome di cui reggevano, che erano anzi obbligati a prendere precauzioni contra la sua indocilità a lasciarsi liberare e far felice. Alberto aveva allora di dodici in quattordici anni. Allevato signorilmente alla moda d'allora, cioè, come si dice volgarmente, nella bambagina, aveva studiato tanto bene che male; ma del resto era indietro di quattro o cinque anni in ogni cosa rispetto ai figliuoli di ogni buon borghese od artigiano, che non avessero tre o quattro persone da mettere intorno al preziosissimo erede. Usciva poco di casa, non aveva forse mai preso nè pioggia, nè vento; di rado il sole, non certo quel di febbraio o di marzo, micidiale, come si sa, ai figliuoli dei signori, quantunque cercato avidamente, e continuamente provato da quelli delle razze più grossolane. Le rivoluzioni mutando cose più gravi, mutò anche questa, che tuttavia non è forse così piccola. La madre di Alberto, ansiosa del marito ed inferma in casa, lo mandava su e giù al castello a portare e riportare le commissioni; e non c'era a pensare da mandarlo accompagnato dall'abbate o in carrozza, chè i Giacobini si sarebbero burlati di questi modi aristocratici, e gli avrebbero chiuse in faccia le porte. La rivoluzione apportò dunque ad Alberto la libertà; la libertà forse più effettiva che apportasse. E bisogna dire che tutte le regole ammettono eccezioni, perchè Alberto non ne abusò. È vero che la madre lo faceva seguire e vigilare da lungi, e che il giovane, anche quando l'avesse voluto, non avrebbe potuto fare grandi scappate. Ma i sorveglianti non poterono impedire ch'ei si trattenesse sovente a far conversazione alle porte del castello coi militari che le guardavano, conversazioni che si prolungavano sovente assai pel reciproco piacere del fanciullo avido di quelle novità, curioso e vivo per naturale, e di quei militari già vecchi di servigj ma giovani d'età, e a cui perciò era grata per qualche momento la vista, il cicaleccio d'un bello e vivace giovanetto, il quale ricordava all'uno il fratello, all'altro il figlio, lasciato come dicevano ai focolari. Tutti i maestri di studio del fanciullo, ma quelli principalmente di latino, si lamentarono d'allora in poi della svogliatezza e della dissipazione del fanciullo. La madre si lamentava del nuovo chiasso che facevasi in casa. Non era altro più che tamburi, esercizio, e bastoni rivolti in fucili, e grida di comandi militari gettati al vento.
Andate giù le repubbliche, prima per le vittorie austro-russe, poi per quelle stesse del Primo Console della repubblica francese, cattivissimo repubblicano, come si sa, il padre di Alberto rimase tranquillo ma disimpiegato, per propria volontà e fedeltà al suo principe cacciato. Ma uomo savio ed amorevole del figlio, non era di quelli che come la vecchia Elspat di Walter Scott vogliano imporre ai figliuoli i proprii odii od amori, od anche i proprii doveri che mutano colle generazioni e le età. La smania militare di Alberto era venuta crescendo cogli anni. Suo padre vedeva ciò tanto più mal volentieri, che l'entrare al servigio militare non era allora una celia come in tempo di pace, nè una carriera simile alle altre, ma anzi una successione di fatiche e pericoli gravissimi. Alberto era unico; onde che, non solo erano raccolti in lui tutti gli affetti paterni e materni, ma anche quel po' d'egoismo che entra naturalmente e debbe entrare in ogni affetto anche migliore, e che fa amare tanto più una persona che sia unico sostegno o conforto o speranza. Per altra parte, il padre di Alberto era uomo forte e domatore di ogni esagerazione o debolezza degli affetti suoi stessi; e provando egli tutto il piacere del riposo in vecchiezza, non credeva perciò l'ozio utile o nemmeno possibile alla gioventù; e vedendo il figlio vago della vita militare, dopo fattegli le dovute osservazioni e raccomandazioni, finalmente lo lasciò ingaggiarsi e partire, usando quel po' di credito che gli rimaneva a farlo raccomandare ai suoi superiori.
La vita militare di Alberto fu quella di tanti altri giovani italiani di quella età. Entrato da semplice soldato, ma con tutti i vantaggi d'una buona educazione, e con quelli anche delle raccomandazioni, utili sempre anche dove si avanza col merito, come certo era il caso nell'armata francese, Alberto passò rapidamente per tutti i gradi di sotto-ufficiale, non senza dare indietro una o due volte per qualche scappata giovanile, ma riprendendo il posto poi alla prima occasione dove ci fosse a mostrare valore, attività o intelligenza militare. Diventato ufficiale, decorato, ed avanzato a tenente e capitano, ebbe la disgrazia di perdere il padre che era venuto a vedere più volte con licenze nei brevi intervalli di pace, e che aveva consolato colla sua buona riuscita.
Ripatriato a quella funesta occasione, e giunto già ai venticinque anni, fu naturalmente pressato dalla vedova madre e dai numerosi parenti di voler lasciare il servigio ed accasarsi. Ma egli aveva preso più che mai amore a quella vita che gli era così ben riuscita; e non solo l'amava per sè stessa come prima e per isfogo dell'ardor giovanile, ma oramai anche un po' per l'ambizione che appunto incomincia a spuntare a quell'età, e che era poi così allettatrice in quel tempo, in cui, se non mancava la vita, non potevano mancare a un prode gli avanzamenti anche più grandi e quasi infiniti. E un Italiano aveva forse allora una virtuosa ragione d'ambizione, più che ogni altro. Era bello, era glorioso mostrare ai compagni francesi che non si valeva men di loro; era allettante il giungere a comandare quei prodi, il sollevarsi dalla condizione di vinti a quella di vincitori, il rivendicare, non colle parole, ma colle azioni il nome troppo vilipeso d'Italiano. Tuttavia, non volendo Alberto contradir troppo ai parenti e massime alla tenera madre, non domandava in grazia se non ancora una guerra, e prometteva tornarne poi docile al giogo matrimoniale. Eragli conceduta per forza tal condizione, pure aggiungendovene tacitamente un'altra: che intanto, e dai parenti, e dalla madre, e da lui istesso si cercherebbe tra le ragazze della città che venivano su, quella che tra i due o tre anni accordati gli potesse poi meglio convenire.
Alberto s'adattò facilmente a sifatta non troppo crudele condizione. Era il discorso che venivan facendo più sovente egli e la madre, il discorso di che mostravasi questa più consolata, quando la sera tornava il buon figliuolo appresso a lei rendendole conto della giornata e delle persone da lui vedute. La buona madre vedeva in tale abitudine come una guarentigia delle disposizioni tranquille e casalinghe del figliuolo, e si meravigliava, inesperta ch'ella era, che un giovane dissipato dalla vita militare si riducesse così facilmente a quelle tranquille e solitarie abitudini. Ma il vero è, che il maggior vantaggio dell'attività giovanile è appunto questo, di far meglio e più presto sentire la dolcezza della vita e degli affetti della famiglia. Quelli soli, i quali non hanno provato altro, rimangono inquieti e troppo giovani, per così dire, tutto la loro vita.
Fra le fanciulle della città di cui in quel dolce consiglio di famiglia s'andavano esaminando e pesando attentamente i pregj, l'educazione, la fortuna e la bellezza; era una quasi ancora bambina, ma che appunto perciò conveniva meglio, figlia di un borghese ricco ed impiegato da quel nuovo governo il quale soleva trarre a sè tutte le notabilità, e formare di esse non solo il corpo governante, ma la stessa sua nuova ed amalgamata nobiltà. Giulia era dunque figlia dell'or barone D....; e bella, ricca, bene educata, era già vagheggiata non solo da quanti giovani, ma da quante madri di giovani erano nella città, come poi invidiata e veduta di mal'occhio da alcune delle altre fanciulle, e da quasi tutte le madri di fanciulle che erano in quella. Alberto, portato dal barone che teneva una delle più splendide case che fossero colà, vi si vece osservare in breve per l'eleganza e la scioltezza de' suoi modi militari, i quali contrastavano tanto più coi modi ora impediti e goffi ora effeminati ed affettati degli altri giovani allevatisi intanto all'ombra e nell'ozio municipale. Non è meraviglia quindi che con quelle intenzioni, quantunque ancora indeterminate, di piacere, che aveva Alberto, ei piacesse alla fanciulla più degli altri che si presentavano come suoi rivali.
Or dimmi tu, lettor cortese; t'è egli succeduto mai di fare all'amore senza saperlo; di trovare sovente una persona che non ti pareva d'aver cercato; di rimanere a lungo con lei senza indovinare che ti piace, di ballare con lei quasi sola al ballo, di sedere appresso a lei nelle conversazioni, sempre a caso ti pareva; ed un bel giorno poi, ripensandoci lungi da lei e tutto solo a una passeggiata, o al canto del camino, di accorgerti a un tratto che sei e fosti da gran tempo innamorato? Questo appunto avvenne ad Alberto. Credeva non far altro che esaminare a sangue freddo la Giulia come tutte l'altre. Ma ei l'esaminava molto più sovente; e più volentieri, e con più soddisfazione dell'esame fattone. Diceva: Non son sì pazzo, d'innamorarmi due o tre anni prima, che intanto, oltre la morte mia, possono succedere le mille cose, e fra l'altre questa probabilissima, che s'innamori e ne sposi un altro. Ricca, bella, bene allevata e gentile, costei certo non aspetterà ch'io torni o non torni dalla mia guerra; e poi, io stesso chi sa alla guerra quante altre ne vedrò, e se non m'innamorerò davvero e non tornerò io stesso ammogliato. Benchè sarà difficile, lo confesso, di trovar cosa così graziosa ed avvenente. - Ma in ciò dire scuoteva il capo, come per iscuotere l'inopportuno e pressato pensiero d'amore che gli veniva; e in quell'atto, e al portare la mano alla fronte e alle chiome accorgevasi d'essere osservato da lei, quasi che arrossiva, se le appressava per non far vista di nulla.... e mostrava anzi evidentemente di non aver pensato se non a lei. La giovanetta non era tarda; s'accorgeva di sì fatte cose, non dirò meglio ma quanto ogni altra; sorrideva dove un'altra più avanzata d'arte e d'età ben si sarebbe guardata di sorridere, accettava i suoi inviti senza far vista d'essere altrove impegnata; gli faceva luogo accanto a lei quando le si veniva appressando; si rallegrava e sorrideva alle sue prime parole; e in somma non mostrava di capire, nè volere, nè contraccambiare il suo amore, più che se egli fosse stato suo fratello, o più che se non ci fosse e ci dovesse mai essere amore tra una fanciulla di quindici anni, e un giovane di venticinque. Erano i più sinceri del mondo tutti e due nel non pensare ad amarsi per un mese intero; il mese appresso erano sincerissimamente innamorati tutti e due, e se l'erano fatto intendere, o forse, chè no 'l so bene, chiaramente detto l'uno all'altro.
Allora non fu piccolo imbroglio per Alberto. Stava, od andava? faceva all'amore, o la guerra? S'ammogliava, o tornava a riprendere una vita tutta stenti e pericoli? Tornò a questa, chiamato che fu da una nuova rottura di guerra che sopravvenne. Gliene dolse, ma non esitò; non erano tempi allora in che s'esitasse tanto; e chi men esita, men si duole, ognun lo sa. Era il tempo poi in che più prevalse quel proverbio, che tra due che si separano il più da compatire è quel che resta. È naturale, chi partiva allora aveva immense, veramente strepitose distrazioni. Adunque compatisci, o lettore, se vuoi, solamente la Giulia; se non che è pena persa; chi fu mai da compatire a quindici anni? E meno una bella fanciulla.
Eppure pianse di soppiatto tre o quattro giorni; ricusò un ballo; otto o dieci giorni non pensò ad abiti nuovi nè a mode; quindici o venti altri, o forse un mese intiero, prese malamente tutte le sue lezioni. Se io scrivessi un romanzo, non direi così; perchè è intenzione mia d'interessarvi alla Giulia: ma scrivo storie vere; e poi mi piace di fermarvi un momento a guardare la figura d'un'allegra e leggera giovanetta; la mestizia e la serietà degli affetti vengono pur sempre troppo presto.
La guerra a cui era stato chiamato Alberto, era quella terribile del 1812 in Russia. Alberto fu di que' pochi che ne riportarono inconcusso l'animo, salva ed intera la persona. Ma si succedevano scavalcando l'una su l'altra le campagne d'estate e d'inverno; dopo quella di Russia, quella di Polonia e Prussia, poi quella di Vestfalia, poi quella di Sassonia, poi Leipzig, e Hanau, e finalmente l'ultima campagna di Francia sempre più presso, e finalmente sotto le mura stesse di Parigi. Vorrei potervi dire che Alberto fu dei pochi che ricevettero a Fontainebleau l'ultimo addio del sommo capitano, che sparsero quelle lacrime virili, che lo videro abbracciare le aquile così gran tempo vincitrici; vorrei, dico, potere accrescere la gloria di Alberto con dirvi di lui tutto ciò. Un romanziere non lascierebbe nemmen qui passar l'occasione. Io vi dico schiettamente, che Alberto non si trovò a tutto ciò; e che stanco e ferito egli, fra molti del suo reggimento, domandò e ricevette facilmente la sua licenza col suo grado di caposquadrone per ritornarsene in Italia. Avrebbe potuto rimanere in Francia al servigio; ma molte ragioni lo fecero partire; fra l'altre questa, che mutar padrone è sempre spiacente, e gli pareva meglio non farlo, non essendoci obbligato.
Perchè del resto non avrebbe avuto ragioni urgenti di tornare a casa. Aveva in quei tre anni perduta la dolce madre, la tenera compagna e confidente delle ultime serate che aveva passate nella sua patria. E la patria gli era cara sì, ma quasi non la conosceva. Quanto poi alla Giulietta, a quest'ora, chi sa, sarebbe sposa e forse madre. In quegli ultimi rovesciamenti, e massime dopo la morte della madre, ricevendo pochissime lettere da casa, non sapeva più nulla di quanto fosse colà succeduto.
Tuttavia, giunto a casa e pur assestando i suoi affari, una delle prime cose di che s'informò, fu del padre di Giulia, del suo impiego, del suo titolo, e massime della figliuola. Seppe che l'impiego era perduto, il titolo sparito, le ricchezze scemate assai, e poi, quasi conseguenza di tutto ciò, che la figliuola era rimasta, ed oramai rimarrebbe forse gran tempo, da maritare. «L'ex-barone,» diceva l'interlocutore, «avrà ancora le pretensioni di prima per la figliuola; costoro si sono immaginati di diventar nobili davvero. Ma sì che il pover'uomo se n'avvedrà; i veri nobili non vogliono certo più della figliuola, e la povera zittella ne rimarrà in mezzo fanciulla in eterno.» L'interlocutore credeva di vedere a ciò sorridere Alberto, che in vece mordevasi sotto i baffi le labbra.
Andò di quel medesimo giorno a far visita all'ex-barone; trovollo, come uomo di senno ch'egli era, non troppo diverso nella diversa fortuna. Diversissima sì la fanciulla; più bella che mai, o almeno gli parve tale; ma seria, soda, composta, tacita, e timida. Sarebbesi avvilita della disgrazia? Alberto nè toccò delicatamente con qualche parola; la fanciulla parve alzarsi come in trono, il trono dell'avversità, dal quale non meno forse che da ogni altro si mira ogni cosa dall'alto al basso. Alberto aveva un animo gentile; è dire che rispettava sopra ogni cosa la sfortuna e la sua alterezza.
Avrebbero naturalmente avute mille cose da dirsi. Non se ne dissero una. Anche gli animi più aperti si sentono imbrogliatissimi al ritrovarsi in situazioni tutto diverse da quelle in che già si lasciarono. Alberto non poteva più trattare Giulia come una bambina, e una bambina allevantesi e sbocciante tra le felicità e gli allettamenti. Forza era trattarla bene o male da fanciulla matura d'anni e di cuore. Era forza amarla o disprezzarla. Alberto l'adorò.
Fra pochi giorni si seppe in tutta la città. Alberto non ne faceva mistero; addobbava la casa, correva i mercanti, scriveva a Parigi per far venire mode, stoffe e gioielli. Le nozze parevano dover essere delle più splendide ed allegre. Tanto più chiasso, tanto più invidia nelle cittaduzze. E quella città era tale, a malgrado della Corte. Che anzi, la Corte era quella che faceva il grande impiccio. «Come mai non ci aveva egli pensato Alberto? La sposa non era nobile. Era impossibile, sarebbe stato inudito che una pari sua, una borghese fosse presentata a Corte. Eppure entrerà ella senza poter esser presentata una donna nella casa illustre dei....? «Ma Alberto domanderà la grazia,» dicevan gli uni. E gli altri: «Non la domanderà.» E i terzi: «Quando la domandasse, non l'otterrà. Ma se vi dico ch'ei non ci ha pensato. Che s'è incapucciato come se fosse un giovanetto di diciott'anni, e n'ha pur vent'otto.» «Gli è quell'astuto ex-barone che gliel'ha fatta. Quei liberali son più furbi di noi. Ei se l'è accattato; e la fanciulla anche non sta indietro in furberia nemmen ella, e chi sa...» Questi ed altri caritatevoli generosissimi discorsi si tenevano dalle nobilissime e più brave persone della città.
E dall'altra parte i borghesi, nella cui classe era di nuovo entrato l'ex-barone, non si restavano nè gridavan forse men forte. «Costui,» dicevano del barone, «ha sempre avuta ambizione. S'è fatto titolare negli anni scorsi, ed ora, distitolato egli, vuol titolare almen la figliuola. Che smania d'uscire dalla propria condizione! Sempre costui ha praticato, s'è ficcato co' nobili. Che non fa come noi, che li lasciamo stare, quanto almeno ci lasciano? Che bisogno abbiamo noi di costoro? I nostri scudi vagliono i loro, le nostre donne son belle quanto le loro....» «E per Dio,» aggiugneva un giovane, «anche le nostre spade, o le nostre pistole.» Scusa tu, o lettor mio; so anch'io che questi discorsi non avrebbero dovuto entrarci per nulla. Ma c'entrarono e si fecero, epperciò io fedelmente te li ripeto. Orgoglio di qua, orgoglio di là; non so quale il primo o il più urtante. So ch'è un gran peccato di qua e di là, che le persone bene educate di ogni città non si veggano, non si parlino, non si amino, non si maritino, direi così, a perfetta vicenda, e senza ammetter mai altra distinzione che quella vera e buona della più o men buona educazione; gran peccato che di una città, sovente già piccola, si voglian fare e si facciano, a danno comune, due diverse e troppo piccole città.
Ad ogni modo, così era a quel tempo in quel paese di che io vi parlava. Tanto che quelle nozze, che s'erano annunciate così splendide ed allegre, furono anzi serie e guaste, e quasi solitarie. Mancaronci molti parenti di qua e di là, e fu un disappunto grandissimo per quei pochi che ci andarono. Quanto poi a Giulia e ad Alberto, essi se ne accôrsero veramente; che non sarebbe stato possibile non udire gli strilli, o non vedere le smorfie di tanti intorno ad essi. Ma se n'accôrsero il meno possibile, e, per così dire, materialmente soltanto: e quanto alla loro interna gioia, quanto al reciproco amore principalmente, ei non ne fu guasto nemmeno d'un atomo, nè per un momento. Gli innamorati hanno un così buon naturale! Direi che è disprezzo di quanto può guastare la loro felicità; ma non è nemmeno disprezzo, che in tal sentimento entra di necessità un poco d'odio, e di questo nemmeno un briciolo è possibile alle anime veramente e felicemente innamorate. Giulia ed Alberto erano in tal felicità da non potersi guastare da nessun pettegolezzo, e non s'accôrsero se ci fosse poca o molta gente nel salotto, quando il lasciarono di soppiatto per ritrarsi insieme amendue.
Ma il male dei pettegolezzi gli è che non restano sempre pettegolezzi, e, crescendo a poco a poco, prendon forma e fronde, e portan frutti finalmente d'invidia. Alberto fin dal domane delle nozze s'era portata via con seco la sposa novella ad una sua villa discosta quasi una giornata dalla città, per passare colà, tranquilli o inebbriati d'amore, la loro luna di miele, secondo l'espressione e l'uso straniero, molto più opportuno certamente che non era l'uso antico da noi, di passare que' lieti e soavi giorni a salire e scendere in visite le scale di tutta la città. So che v'ha chi dice, anche fra gli stranieri, che siffatto uso non è buono, e che quel trovarsi così faccia a faccia per sì gran tempo l'un coll'altra ti fa discoprire subitamente i difetti reciproci, ti sfiora l'amore, ti noia insomma prima che il mese sia compiuto. Non decideremo la lite; la quale forse non si può decidere in generale per tutti i casi; benchè, tra uno ed una di poco amore e di poco divertimento, credo che anche senza la luna di miele verrà la freddezza e la noia; ma tra uno ed una in cui sia abondante il capitale d'amore e d'ingegno, siffatto capitale, col contraccambiarsi, non può a meno che aumentarsi. Ma lasciamo ognuno, principalmente in queste cose, fare a modo suo; anche le visite, se a lui piace.
E il fatto sta che al non farne c'è pure un grande inconveniente. La gente oziosa, a cui le visite servono pure (vedete se son da compatire!) di occupazione o di divertimento, non vi posson perdonare di defraudarle di questo. Supponete una vecchia vedova solitaria che non ha affari al mondo, che non lesse o non legge più una parola, che va in chiesa come andava al teatro, e per tutto conforto vede nel giorno tre o quattro vecchi, scapoli o vedovi come lei; non è ella una buona fortuna, una vera festa giustamente desiderabile per lei, l'aver a vedersi venire in quella camera solitaria ed invecchiata, due giovani freschi, allegri, agli abiti, al volto, alle parole, e fino ai passi e al modo d'entrare ed uscire? Se è buona la vecchierella, è un vero piacere per lei quello spettacolo dell'allegria e della gioventù, che le ricorda, senza rimorsi, i suoi giorni più felici. Se è cattiva, e se tal vista desta in lei amare memorie, rincrescimenti ed invidia, è pure un piacere vedersi presentare due novelle prede delle sue triste passioni, ed è perciò un disappunto, un dispiacere il vedersene frustrare. Potrei moltiplicare assai siffatti esempj; e vi capaciterei facilmente di questa nuova massima di politica sociale: che chi non fa visite s'espone a gran rischj.
Or mettete sul conto di Alberto e Giulia, oltre siffatta imprudenza, quella tanto maggiore d'aver, a malgrado del doppio veto reciproco, voluto accoppiare ed effettivamente accoppiato in loro le due diverse, se non avverse, condizioni di nobili e borghesi; più il peccato originale in lei d'esser più bella dell'altre; in lui d'essere, se non più ingegnoso, almeno di un ingegno più sviluppato, e se non più coraggioso, almeno d'un coraggio più provato; più il peccato, che era grosso allora agli occhi di molti, d'aver servito in Francia; più l'imprudenza con che Alberto ardiva talora criticare alcune antiche usanze, che gli fece subito dar l'epiteto, allor novissimo, di liberale; più.... le mille conseguenze e peccati veniali provenienti o accompagnanti quelli altri mortali od originali; e facilmente immaginerete che quando Giulia ed Alberto tornarono senza pensiero, e tutto preoccupati ancora dell'unico pensiero che avevano avuto nella loro dolce solitudine di parecchi mesi, essi furono accolti in città con visi arcigni, sorrisi sforzati, e scantonate e scarti per le vie, riverenze composte, ed alzarsi dal loro lato nei salotti, con cicaleggi poi a bassa voce, ed occhiate, e risi amari, ed esser ridotti sovente, in mezzo al mondo, a conversar tra l'uno e l'altra men lietamente che nella loro solitudine.
Tutto ciò non fa piacere a nessuno. Ma già si sa che i dispiaceri son più sentiti dagli uni che dagli altri. E il maggior male è, che i naturali i quali sentono più i dispiaceri, sono appunto i meno capaci di evitarli, o rimediarli. Un uomo freddo, tardo, serio e poco socievole, non si sarebbe accorto quasi, o, se mai, avrebbe portato con impenetrabile dignità quella ingrata situazione. Alberto la sentì forte, e la portò male. Quando vedeva quelle principianti sgarbatezze, in vece di parere non avvedersene, ei s'accigliava e le rompeva, andando francamente incontro ai mezzo sgarbati; i quali, per lo più, diventavano a un tratto garbatissimi. Fu detto una volta sola, che uno di quelli perseverasse nella sgarbatezza; e fu detto allora che s'incontrassero al mattino appresso, e fosse data al perseverante una lezione di civiltà. Ma che serve? Si possono impedire le sgarbatezze, non si possono esigere le amorevolezze; e queste mancavano sole alla felicità dei due sposi. Tra i due, Alberto era quello che ne pativa più. Le donne, quegli angeli in terra, quando amano e sono amate, non vedono più in là del loro amore. L'uomo, all'incontro, vuol sempre proteggere il suo amore, e s'esagera sovente siffatto dovere. Vuole che la sua amata sia amata, rispettata, ammirata, e gli pare di mancare a sè ed a lei, di non rivendicare per lei ed effettuare i suoi diritti. Aggiugni che Alberto, vivuto tanto lungi del paese, era pure amante sviscerato di esso. Era di quelli che in mezzo ai compagni francesi aveva sempre sostenuto che Napoleone era italiano di schiatta, di sangue e di nascita; ei l'aveva servito tanto più volentieri per ciò; non l'avrebbe lasciato mai, se fosse stato possibile; non l'essendo, aveva molto volentieri veduto tornare i proprj principi, a cui la propria famiglia era sempre stata devota, e aveva veduto poi con sommo piacere ritornare di provincia a patria indipendente, sebben piccola, il suo piccolo paese. L'inconveniente de' grandi, quel non aver più nè lingua, nè memorie, nè interessi, nè affetti comuni tra i sudditi dell'immenso impero, quel perdersi ogni individuo tra i milioni accumulati, se gli erano fatti sentire alla prova, e l'aveano se mai guarito d'ogni entusiasmo per la gran nazione, il grande impero, la grande armata, il gran padrone. Aveva, come tanti altri, salutata d'un inno di gioia l'aurora delle restaurazioni.
Già v'ho detto che Alberto non è un eroe da romanzo, e che ve lo dò qual era in natura co' suoi vizj, come colle sue virtù. Alberto era ambizioso. E tanto, che mancandogli un oggetto o un modo di ambizione, ei s'era facilmente rivolto a un altro. Aveva troppo ingegno per non vedere a un tratto che colla caduta di Napoleone eran cadute le gran carriere, le grandi avventure, erano sparite le larve ed i bastoni di marescialli, i sogni di glorie europee. Rideva egli stesso alcuni anni più tardi di que' sogni; ad uno che per burlarsi di lui gli diceva: «Confessate il vero, voi non speraste meno già che d'avere un giorno un esercito intiero ai vostri ordini, e di dare un giorno o l'altro a capo di esso qualche gran battaglia come maresciallo?» «No,» rispose sorridendo, «ma come re; ce n'erano allora degli altri venuti da più lontano.» Ma celiando egli stesso dell'antica sua ambizione, non celiava della nuova. Aveva pensato, ripatriando, di riprendere nel suo piccolo paese tutti i vantaggi che ci avean trovato i suoi maggiori addetti sempre al servigio del principe, ed aggiugnervi quelli personali che sentiva in sè del proprio ingegno e della propria esperienza. S'era consolato, come diceva all'incirca che si consolerebbe Cesare; aveva mutato le speranze di essere uno de' grandi d'Europa in quelle d'essere uno de' primi del suo paesuccio. È vero che l'ambizione d'Alberto non era di ricchezze, di titoli o di nastri; aveva tutto ciò, e, se non l'avesse avuto, il suo animo era più ambizioso che di tutto ciò. Sia meglio o peggio, egli ambiva il potere. Con questo voleva fare il bene della sua patria; ma già s'intende a modo suo; e con ciò urtava i modi altrui.
«Io sono forse quella che v'ho impedito i vostri disegni, Alberto mio,» dicevagli talora la dolce e non ambiziosa donna, in quelle ore di reciproca confidenza in che ella era, anche con vantaggio, sottentrata alla madre d'Alberto. «Se non aveste sposata me, povera derelitta, senza attinenze, senza protezioni, senza nemmeno poter andare alla vostra Corte, avreste un grande ostacolo di meno a que' vostri disegni, che non capisco ma pure veggo che vi renderebbero felice.» Alberto non gli lasciava nemmeno terminare quelle parole, e colla mano od anche meglio gli chiudeva la bocca strignendosela al seno, l'assicurava, e diceva il vero, che la felicità di possederla era incomparabilmente superiore a qualunque altra ch'egli avesse sognata o potuta sognar mai. «Ma una felicità,» continuava, «non impedisce l'altra. E vuoi tu negarmi che non fosse una grandissima per me l'accerchiarti di quello splendore che tu meriti, che ti si appartiene tanto più che a tutte queste altre? Tu adempi il dovere che ti sei fatto, il tuo dovere d'immenso amore verso di me. Adempio io il mio al medesimo modo. Tu giugni a quest'ora felice della nostra giornata, contenta di te, della tua giornata, di quanto hai fatto e dovevi fare; hai nudrito il caro fanciullo; hai tenuta in ordine la casa, ricevuto gli ospiti, comandato dolcemente nel tuo impero, e trovato il tempo fra tutto ciò d'adornare per me il tuo ingegno e la tua persona di quanti vezzi ed incantesimi la tua ambizione donnesca abbia potuto immaginar mai. Vengoti io a quest'ora parimente contento di me, parimente adorno di seduzioni per te? M'avessi tu veduto almeno una volta a capo de' miei prodi, su un ardente cavallo, condurre almen per celia agli esercizj di guerra che sono il nostro ballo, il nostro trionfo, il nostro modo di sedurvi e farci amare da voi! Se tu udissi almeno ripetuto il mio nome con qualche lode, con qualche invidia dalle tue compagne! Ma no, mobile inutile, destriero riformato e mandato al pascolo.... non oso dire a che altro; l'abbandono, il discredito, la nullità in che giaccio e in che ognuno mi vede, finirà per essere veduta pur da te, mio amore, mio rifugio, mio tutto; ed allora....»
Questa volta era essa a chiudergli la bocca: «E sarò io dunque a rimproverarti io stessa quella che tu chiami nullità, e a che ti sarai ridotto in parte per me? Benchè troppo male mi conosci ancora, e mal conosci noi altre donne; non è vero che abbiamo questi bisogni, o desiderii, nè per noi nè nemmeno per voi. Benchè non so dell'altre, e forse ci son donne ambiziose; ma io certo no 'l sono. Tu, tu certo basti al mio amore, il tuo amore mi basta.... così bastasseti il mio, così empiesse il tuo cuore da non lasciarvi luogo ad altro affetto o pensiero. Oh Alberto, Alberto mio, tu m'ami, certamente lo so; ma non per anco come t'amo io. Tu m'ami sopra ogni cosa; io t'amo unicamente, senz'amare credo altra cosa al mondo, no, nemmeno il mio bambino, se non per te ed in te, no, mio primo, mio solo amore.» Il resto della scena lo lascierò supplire dal discreto leggitore.
E la scena si ripetè più volte con molte varietà; e sempre finiva molto bene tra i due; ma in somma c'era la differenza ch'ella era e si mostrava compiutamente contenta e felice, egli come uno a cui pur manca qualche cosa. E sì che gli mancava una importantissima cosa, l'attività proporzionata alle abitudini prese in gioventù. Già si sa; noi siamo macchine mosse dall'abitudine: questa è per noi ciò ch'è l'istinto per gli animali. Gli animali non hanno altro in sè che possa vincer l'istinto; noi, cioè l'animo nostro colla nostra libera volontà infinitamente superiore, possiamo certo vincere l'abitudine. Lo possiamo, ma ci è difficile; e sovente questo o quell'atto, che agli occhi dello spettatore sembra indifferentissimo, costa una fatica, una lotta grandissima, a chi lo fa, solamente perchè è contrario alle sue abitudini. Per esempio, coloro appunto i quali sono venuti su nella gioventù a quel tempo così attivo dell'Impero, quelli massimamente, che avendo un po' d'ingegno e un po' d'ambizione s'erano precipitati volentieri in quella attività, e così lavoravano otto o dieci ore al giorno (perchè così si lavorava allora), e poi studiavano forse ancora due o tre altre e poi, sendo giovani e in un mondo tutto giovane e vago di divertimenti, volevano anche divertirsi, immaginate che abitudini di attività, che economia di tempo, che abito di far presto ogni cosa dovevano avere! Ora mirate costoro in tempi, luoghi e condizioni diverse, con poco o nulla da fare, e in quella che ad altri pare beatitudine del non far niente. Costoro, dico, non saranno compatiti certamente dai beati vicini loro. Eppure certo è che compatibilissimi sono e se mostrano talora seccatura od impazienza; stimabili od ammirabili forse, se la loro forte volontà fa loro comprimere questi moti inutili ma naturali della loro parte animale.
Alberto poi era uno di quelli nei quali or vince l'abito, ora la volontà. Se vedeva in altrui qualche atto troppo sguaiato dell'abitudine, se sentiva per esempio uno degli antichi commilitoni regrettare la Francia (come dicevano infrancesati anche nelle parole), e soffocare nel lor piccolo paese, e non trovarci buono nulla, e unicamente lodare i modi, la lingua e perfin le donne straniere; allora Alberto si rivolgeva contro essi, ed usando la superiorità della sua ragione e della sua eloquenza naturale, li confondeva, e pareva il più ragionevole, il più tranquillo uomo del mondo, il più adagiato alle condizioni, alla pace, e se mai anche alla nullità del proprio paese. Tanto che i brontoloni da lui vinti se n'andavano sovente biecamente guardandolo e tra lor dicendo: «Costui, vedete, vuol essere impiegato.» Pochi giorni dopo, o talora poc'ore, lo stesso giorno, cambiando salotto, se veniva incontrato da Alberto per esempio una di que' faccendoni di nulla, gran maestri d'inezie, uomini profondi nei pettegolezzi, abili nell'arte dell'ozio, della inattività e della aspettativa; - e qui, come vedete non accenno se non i men cattivi, e passo gl'intrigantucci e gl'intrigantoni, gli adulatori e i piaggiatori sfacciati, gl'invidiosi, le spie e i calunniatori; - allora avreste veduto farsi Alberto tutt'altro, e in vece di ragionar bene come testè, e dire tra sè con pazienza: questi son spini naturali del terreno che produce quegli altri buoni frutti, e si vogliono perciò prendere con pazienza; in vece, dico, di continuare egli stesso così i proprj ragionamenti ed il proprio discorso, Alberto mutava discorsi e modi, passava dal campo de' ragionevoli e pazienti agli impazienti ed arrabbiati, ripetendo, od anche esagerando le cose stesse ch'egli aveva testè combattute. Una siffatta contradizione sta male e malissimo, lo so, lo confesso, ma lo dico e lo ripeto, non vi do Alberto per una perfezione.
Non fa mestieri ch'io dica dopo tutto ciò, che Alberto osservato dapprima con gelosia, invidiato poi quando si mostrava felice, criticato quando si mostrava impaziente, diventò a poco a poco incommodo, sospetto, inviso ai potenti. Del resto era la condizione di molti a que' tempi. Chi aveva torto? I malcontenti troppo malcontenti? o i potenti troppo sospettosi di essi? Gli uni e gli altri avean torto; ovvero nessuno avea torto. Sosterrei le due tesi a piacimento, appoggiato per la prima alla teoria che tutti vorrebbero esser buoni; e per la seconda alla pratica che nessuno lo è mai compiutamente. Ma ciò ci metterebbe in dispute di politica o filosofia, e i miei leggitori mi direbbero che non è questo il luogo da ciò. Lascio adunque la disputa eterna del bene o del male, e vengo ai fatti.
E il fatto fu, che una sera trovandosi Alberto nella corsia di mezzo del teatro, e conversando con altri giovani compagni suoi, di quelli che erano o passavano per malcontenti, ed udendo una di quelle scappate grosse che gli parevano troppo sragionevoli, egli, per non compromettere colà in pubblico colui che la pronunciava, non prese veramente al balzo la disputa, come avrebbe fatto altrove, ma non potè trattenersi di non dirgliene a bassa voce una parola di riprensione quantunque amichevole, e poi se n'andò. Al mattino stavasi tranquillamente in veste da camera e pianelle, i piedi al camino e fumando (gran conforto agli oziosi per forza), quando vide entrare l'amico interlocutore della sera innanzi. Al quale offerta una bella pipa turca, che è come il calumet di pace dei selvaggi, tanto seguiamo anche noi il costume antico romano di prendere dovunque, anche dai barbari, le nostre usanze, tutti e due incominciarono amichevolmente a fumare e parlare. «E, scusate» disse tra poco l'interlocutore, «voi avete fatto ier sera, se non altro.... una grande imprudenza; non sapete voi chi e quali fossero tutti quelli che ci stavano intorno ier sera?» «Qualche spia forse?» disse Alberto, «già s'intende.» «Forse anche ciò; e così forse feci male anch'io a dir quel che dissi; benchè.... tutt'altro che spie.... erano certo coloro tutti che ci accerchiavano. Dove diavolo vivete voi, che talora parete un poeta o un astronomo che non viva a questo mondo? Voi avete più talento che un altro; eppure talora non ci vedete un palmo al di là del vostro naso. In somma non vedete voi tutto ciò che si fa, ciò che succede all'intorno?» «Veggo di molte cose che non vorrei vedere di qua e di là. Ma che ci ho a far io? Non ci posso rimediare, nè altro posso se non esprimere di qua e di là, come n'ha diritto ogni uomo indipendente, o come anzi ne ha dovere, la mia avversione a tutte le esagerazioni. Forse lo fo con poca prudenza....» «E con poco senno,» riprese l'altro. «Il mondo è sempre andato e anderà sempre tra l'una e l'altra di quelle che voi chiamate esagerazioni. Non nego che non vi sia una via di mezzo più giusta tra due. La moderazione è più giusta che le esagerazioni. Chi ne dubita? È un assioma in etica, in dottrina cristiana, e se volete anche in filosofia. Ma in politica, cioè come va il mondo, non è così. E nel mondo al fatto, al tandem, è inutile, e nocivo a sè e agli altri, è colpevole anzi il voler tenere quella via di mezzo che nessuno tiene, e dove per conseguenza l'orgoglioso che la vuol tenere si trova poi solo o con pochissimi. Tu che pizzichi del letterato, non ti ricordi tu di quella legge di Solone che faceva impiccare i moderati di Atene, coloro che non sapevano prendere partito nè di qua nè di là?» Sorrideva Alberto, e ripigliava: «Solone faceva se non impiccare solamente coloro, che, quando fossero scoppiate le parti, non si decidessero per troppo amor di riposo nè per l'una nè per l'altra. E Solone faceva bene, massime in una repubblica. Perchè quando sono scoppiate le parti, e si viene ai ferri, non è possibile che l'una o l'altra non abbia un po' più di ragione, e allora è dovere di ogni cittadino di far trionfare quella che n'abbia un po' più, e di dare perciò la mano e il sangue. Ma bada bene a questa distinzione, poichè vuoi disputare; prima che scoppino le parti non c'è il medesimo obbligo, non c'è ragione di attizzarle perchè scoppino. E massime se le due parti non fossero buone nè l'una nè l'altra; che è il caso, vedi, che accade sovente pur troppo. Dico almeno per colui il quale abbia la disgrazia di vederle tutte due così nella sua coscienza. Allora è coscienza, e non orgoglio, di non volere mettersi nè in una parte nè nell'altra. E, bada bene, è poi anche meno viltà. Perchè già si sa che chi sta in mezzo così la paga poi in ogni caso; e non mi negherai che ci sia più coraggio a veder ciò e perseverare nella propria opinione in coscienza, che a correre solamente, come fate voi altri esagerati, un solo almeno dei due rischi, compensato per voi almeno dalla speranza di prendere la vostra porzione dei frutti della vittoria. A noi altri moderati non c'è mai questa possibilità favorevole, epperciò è tanto bello e forte l'essere moderati.» «Tutto ciò sta bene in teoria,» ripeteva l'altro, cocciuto come tanti in chiamar teoria tutto ciò che non entra nella loro pratica, «sta bene in teoria. Ma qui oramai non si tratta più di tutto ciò; e se aspetti per deciderti che ci siano i fatti, i fatti ci sono da gran tempo, e tu solo, buon uomo, non li sai vedere. Odi, io sono amico tuo; e....» e in ciò lasciava la pipa, s'appressava a lui e parlava più sommesso.... «tutti costoro che ci stavano intorno, e là in mezzo alla gente, alla folla ed alle spie, sai tu chi fossero e che facessero? Erano.... tanti membri d'una società segreta, che per ora a te profano non ti dirò il nome nostro, e là, e in piazza, ed incontrandoci, e sciogliendoci, o raunandoci dove il diavolo non ci troverebbe, teniamo alla barba di tutti, che non ce lo possono impedire oramai, i nostri consigli. E chi ce lo potrebbe impedire? Se tutti quanti son de' nostri! Negli ufficii, nei magistrati, nell'armata, ed alla corte, dappertutto ce n'abbiamo, dappertutto siamo, vediamo, operiamo. Come diamine con tanto spirito non l'hai veduto fin adesso? E come diamine colla tua moderazione ti vai tu mettendo male con tanta gente colle tue strapazzate come quella che mi volevi fare ier sera, e non mi facesti tu, ben vidi, per la buona intenzione di non compromettermi, mentr'eri tu povero uomo che ti compromettevi tanto più; epperciò io lasciai stare per riguardo a te.... e fui io allora il moderato.»
Che una tale scoperta così fatta allora da Alberto lo stupisse e lo lasciasse muto un istante, non è certo da stupire. Era come un passeggiero in una nave che tratto dal silenzio e dalla meditazione del suo camerino in sul ponte vegga inaspettatamente accumularsi da tutte le parti del cielo una furiosa tempesta, la quale minacci l'esistenza della nave e di quanto v'ha dentro. Per quanta prontezza di coraggio egli abbia, e' ci vuol pure un momento d'intervallo per passare dalla tranquillità in che era alla attività a cui è chiamato nel pericolo comune. Nè sa nemmeno a che rivolgere quella attività, nè quale abbia ad essere il suo ufficio, il suo dovere. Se il capitano è buono naturalmente, il meglio è porsi a sua disposizione, e offrirgli due braccia e un cuor forte. Ma se e il capitano e gli ufficiali principali non han cuore, o l'han perduto? che, se nell'urgenza appunto si sono di ciò avveduti i marinaj? Che, se ciò succedesse in una nave dove fossero tenuti al remo una ciurmaglia nemica già, ed or ribelle? Raccomandarsi a Dio, è forse la sola cosa che rimanga; se non che, volendo Iddio che ognuno ne' pericoli aiuti sè stesso e gli altri, forza è pure far qualche cosa anche quando non si sa che cosa fare. Ma, già si sa, non si può fare se non all'occorrenza quando non c'è più ordine nè ordinanti.
Il caso di Alberto era molto simile a tutto ciò. Mentre taceva stupito, l'altro ebbe agio a spingerlo e parlare. Questi momenti di stupore d'un uomo superiore sono buone fortune per gli uomini da meno che ne sogliono profittare per trionfare o parer trionfare un momento. Quell'altro espose le forze, più che i progetti della società. Mostrò la facilità dei disegni, qualunque fossero all'incirca. Nominò apertamente persone potenti, e ne nominò forse più che non ce n'erano in tutto ciò. Tutto ciò non riscoteva Alberto, che non era di quelli che si muovano perchè gli altri si son mossi. Mentre l'interlocutore pretendeva mettergli sott'occhio la facilità dell'impresa, egli ne pesava entro l'animo suo la giustizia, e il bene o il male che ne risulterebbe per la patria. E con quella mente sana e pronta ch'egli aveva naturalmente, e gli si era ancor più fatta tale nell'esercizio della professione militare, che avvezza a giudicare freddo e pronto nell'azione, giudicò di quella giustizia e di quella utilità, e risolvette di non entrarci assolutamente. Mi scusino i leggitori, se non do qui le ragioni, buone o cattive, di Alberto; che oltre al non voler fare un trattato di politica, non è intenzione mia lasciare scorgere il luogo della scena, il quale pure risulterebbe chiaro da tal discussione. Questo sì osserverò: che la risoluzione di Alberto potè essere influenzata da una sua speciale avversione che aveva sempre avuta e mantenuta per ogni sorta di società segrete. Si sa che queste pullulavano nell'esercito francese; e ce n'erano di quelle che parevano innocentissime, e come fatte per celia e per ridere e non più, ed altre che erano anzi utilissime a chi c'entrava, e per avere aiuto ed appoggio dai compagni, anche nemici, ne' varj casi di guerra, e per aiutarsi scambievolmente negli avanzamenti. Ma Alberto aveva sempre avute due ragioni di non voler entrare nelle società; una che, quantunque non fosse certo un devoto, e nemmeno nel calore della prima gioventù un esatto osservatore della sua religione, tuttavia ei ne teneva sempre in cuore la fede e l'obbedienza; e se le disobbediva, era per passione, e non mai per disprezzo o per interesse proprio. Onde che, sapendo che quelle società erano proibite, egli fin dall'infanzia le aveva abborrite, e continuava ad abborrirle. Perchè questo è il gran bene de' sentimenti infusi anche per semplice abito ne' cuori giovanili, che quantunque siffatti sentimenti siano talora fatti tacere dal bollor dell'età, tuttavia riman loro sempre come una voce sommessa e continua in fondo al cuore anche il più sviato. Laddove coloro che sono stati allevati all'uso di quel sommo scrittore, infimo ragionatore, di Giovanni Jacopo Rousseau, cioè quelli a cui non s'è data nè religione nè massima nessuna se non per la via del ragionamento, epperciò molto più tardi nella loro giovinezza, a misura solamente che si sviluppava in essi la facoltà del ragionare, non hanno nè la religione nè niuna buona massima infusa come nel sangue, e passata in abitudine; e sempre sono così durante tutta la loro vita titubanti, dubbiosi, scettici, come quel loro capo e patriarca lo fu fino all'ultimo. L'altra ragione di Alberto contro le società segrete era una di quelle molto semplici, che occorrono a tutti, e che persuaderebbero tutti, se serbassero quella semplicità di ragionare che è così preziosa, ma così rara, fra gli uomini alquanto innoltrati nella vita. Il mistero, la segretezza, era cosa particolarmente contraria al naturale d'Alberto; onde che, per gli affari suoi, non faceva mai segreti, e diceva di volerli condurre tutta sua vita in modo da non avere mai bisogno di segreto; e quanto a segreti altrui, ei ci si metteva il meno possibile, e li fuggiva anzi con quel medesimo ardore che altri usa a cercarli. Ma quanto poi al promettere il segreto d'una cosa a lui ancora ignota e non ancora rivelata, come s'usa all'entrare in tutte quelle società, ei pensava e diceva, che non è lecito assolutamente, che è assurdo, mettendo al rischio di violar poscia il segreto o di lasciar scannare, per esempio, il proprio padre. Nè si lasciava abbindolare da tutte le distinzioni e risposte che gli si facevano a ciò; che non era probabile nè possibile che l'incognito segreto tenuto da tanti fosse una simile scelleratezza: «Simile o no, maggiore o minore, può essere un male; ed io solo ne voglio giudicare, ne debbo giudicare prima di prometterne il segreto. Non prendo,» diceva, «in prestito la coscienza di nessuno; la mia è fatta a modo suo, e vuol giudicare da sè. In tutte queste vostre società dove ci son gradi di segretezza, e il gran segreto non è saputo, dicesi, se non da pochi ne' sommi gradi, o da uno solo, io non trovo innocente ed in coscienza se non que' pochi o quel solo, che soli sanno l'ultimo scopo della società. Che più, se ve l'ho da dire? trovo che questo solo sommo capo ha senno e ragione, sapendo egli solo dove va; gli altri all'incontro mi sembrano, scusate, tanti minchioni, andando innanzi con tutto lo sforzo senza saper dove, e come ad occhi chiusi, al cenno, all'occhio, secondo il modo di vedere di uno solo. Che modo è questo illiberale di cercare libertà? Sacrificare anzi intieramente la propria libertà d'azioni, il proprio libero arbitrio, che i peggiori tiranni non ci possono togliere nemmeno coi ferri e co' maggiori supplizj! Per Dio! Dio nemmeno non mi ha domandato nè mi domanda mai simile sacrificio; e certo che nol farò di vita mia a nessuno uomo al mondo, e che intiero mi porterò meco quel dono di Dio alla tomba, o, per dir meglio, all'altro mondo a restituirlo a chi me l'ha dato, che ne farà poi, lo sa egli, quel che vorrà.... Sentite,» aggiugneva egli poi sorridendo a quest'ultimo fra quelli che l'avean pressato d'entrare in una simile società, e dopo avergli risposto con quegli argomenti generali.... «Sentite, caro mio, per mostrarvi che non ho paura, nè di coloro da cui vi schermite, nè nemmeno di voi altri, io vi propongo di queste due cose l'una. L'una d'andare senza giuramento alla vostra società; mi conoscete abbastanza, non sono un delatore. Parlerete, parlerò, e c'intenderemo, o non c'intenderemo; ma almeno, finchè non c'intendiamo, rimarremo liberi da ambe le parti, io d'agire a modo mio, voi d'ammazzarmi, se volete e se è ne' vostri statuti. La seconda proposizione, che, capisco, vi parrà per parte mia soverchiamente ambiziosa, è di farmi sommo capo delle vostre società, di porvi a' miei ordini, di lasciarvi condurre dove piacerà a me, di non aver segreti per me, mentre io n'avrò uno, e il più importante di tutti, per voi; in somma, di far voi i minchioni verso di me, mentre io solo no 'l sarò verso di voi. Capisco che tutto il vantaggio è mio, che ci avrete le vostre dificoltà a far così verso di me; ma io assolutamente non voglio così fare per nessuno di voi, e tanto meno per uno che non so nemmeno chi sia.» Naturalmente sifatte proposizioni fecero terminare senz'altro il discorso.
Quella medesima già detta intenzione mia di non accennarvi altrimenti il luogo della mia istoria, mi fa passare sopra i varj accidenti della congiura e del suo risultato. E del resto non importa guari ciò all'istoria istessa, la quale è di accidenti e sentimenti privati più che di pubblici. Dei quali ultimi tocco e toccherò sempre quanto solo sarà necessario a fare intendere i primi. Nè lezioni di politica, nè lezioni al tutto nemmeno di morale privata, non sono queste. Vorrei sì, se l'animo mi reggesse, o in quanto mi regge ancora, e così narrando e discorrendo senz'arte, senz'ordine, senza sforzi, riandare nell'ozio della mia mente, e porgere agli oziosi miei leggitori alcune scene della vita comune dei nostri tempi; lasciando poi che ognuno a talento suo ne tragga quelle conseguenze che gli parrà. Quindi, non mettendo nelle mie narrazioni nè casi strani, nè situazioni cercate ad arte ed uniche o rare, ma anzi quelle che ho vedute io in realtà, e di quelle che hai tu pure vedute, o leggitor mio, tuttodì; ei può succedere che tu ci trovi poco interesse, e ti paiano pettegolezzi e non più, di quelli che fai ed odi fare sovente, se hai per fortuna qualche intima persona con cui conversare in confidenza. Ma e che ci ho a far io, se, non avendo più tal fortuna, prendo te, leggitor mio, per mio confidente, e vengo teco così pettegolezzando nelle mie narrazioni? Non ti lagnare; chè hai almeno questo grandissimo vantaggio con me sopra ogni altra persona che ti voglia stancare colle sue confidenze: che sovente non puoi interrompere o lasciare questi incomodi confidenti di viva voce, mentre me, ridotto in libro, mi puoi porre da lato quando t'annoio, e fin d'adesso, se ti parrà. Che se continui, soffri ancora una avvertenza; è meglio intenderci fin di qua. Le mie narrazioni sono vere, verissime quant'altre mai ti siano fatte: ma invano cercheresti gli originali che ho ritratti dal vivo, o di memoria; che, non volendo ciò, io t'ho fatta questa sola infedeltà frammischiarti i luoghi, i tempi e le persone in modo, che invano tenteresti di cavarne il costrutto. Il principale originale poi di tutti i narratori in versi o in prosa, dicesi che sia sempre il narratore stesso. I pittori (secondo dice Leonardo da Vinci in que' suoi meravigliosi avvertimenti che possono servire d'estetica anche per gli scrittori), i pittori ritraggono sovente sè stessi, e non solamente le bellezze, ma i proprj difetti, onde chi ha la mano, o un'altra parte brutta della propria persona, dee badare a non far brutta quella parte abitualmente nelle sue figure. Ma ciò sta bene per li pittori che corron dietro alla bellezza ideale. Io no, non son di questi; son pittor di genere, come si dice, tutt'al più; voglio ritrarre la natura, bella e brutta com'ell'è, o almen mi pare. Più sovente brutta o bella poi? Se ne disputa, a creder mio, molto inutilmente, e se ne disputerà senza fine; perchè in ogni fatto, in ogni azione umana, c'è quasi sempre il male e il bene misto; c'è l'oppressore e l'oppresso; il sacrificatore e la vittima; e l'azione, brutta per l'uno, è bella per l'altro; onde si può guardare dall'uno e l'altro lato, e dir bella, secondo quello in che si guarda.
I due sposi furono vittime in quegli avvenimenti. E furono vittime pienamente innocenti? Certo, ella sì. Egli poi, se non avesse fatto mai un'imprudenza, se fosse rimasto contento del suo raro destino di possedere una amorevole ed innamorata compagna, senza guardare al di là della camera nuziale, dove per lui si raccoglieva ogni felicità, forse che avrebbe potuto andar esente da tutti i mali che seguirono per amendue. Ma poi? Sarebb'egli stato innocente quel raccogliersi in sè ne' pericoli comuni, quella indifferenza ai concittadini, alla patria, quel ritrarsi da ogni pensiero comune per l'interesse della propria tranquillità? Altro è ciò, altro è ritrarsi dagli affari pubblici perchè uno vede di non potervi far nulla di buono. Quella è prudenza privata, questa comune; quello egoismo, questo, anzi, pubblico amore. Questo fece Alberto; e bastò per non deturparsi nè di qua nè di là nella propria coscienza; ma fu anzi per lui personalmente, ciò che già aveva preveduto, la massima di tutte le imprudenze. Perciocchè, passato quel tempo, come che fosse di congiure e rivoluzioni, vinte queste, e venuto il tempo delle vendette, delle indagini, delle persecuzioni, Alberto, già sospetto da gran tempo, e pei suoi antichi servigj, e pel suo matrimonio, e pel suo malcontento, e per le sue critiche e suo libero parlare, e per le amicizie che aveva con tanti simili a lui nelle circostanze dissimili nell'ultimo operare, fu confuso, messo insieme con questi, e non meno di questi perseguitato, e costretto a lasciare la patria.
Alberto e Giulia avevano allora due figli in tenera età. Lasciarono questi al vecchio barone; perchè Giulia non volle ad ogni modo lasciare il marito, essendo, come diceva ella, prima sposa che madre. Non descriverò i disagi della via, nè il varcare delle Alpi in stagione impropizia; quel varcare delle Alpi che sempre strigne il cuore a un Italiano, anche quando si fa volontariamente; nè poi quell'arrivare al paese straniero che t'è aperto largo largo dinanzi a te, senza sapere dove andrai, dove poserai. Tutte queste descrizioni sono cose volgari che si trovano dappertutto. E poi, in questo secolo delle emigrazioni e degli esilj da tutti i paesi e per tutte le cause, un esule sperimentato dice in un suo libro, che non si vuole sgomentar troppo la gente, dell'esilio. La terra straniera non è più terra barbara, come al tempo dei Greci o dei Romani. Per ogni dove si trova incivilimento, e talora anche più fuori che dentro le frontiere di certe patrie. Quindi pare a quell'esule che l'esilio moderno non sia gran cosa. Ma ad altri parrà anzi che la moderna civiltà, rendendo anzi più cara la casa, la famiglia, la pace, gli studj e il miglioramento di essa, tanto più amaro debba essere l'allontanarsi da essa. Il fatto sta, che anche in ciò v'è la differenza dei gusti.
«Abbi in cuore almeno questa consolazione,» diceva ad Alberto la dolce donna, mettendogli la mano in mano, mentre la carrettella li portava lungi d'Italia, «la consolazione della propria coscienza. Ingiustamente perseguitato, mi pare che ti debbano essere tanto più lievi le disgrazie che ti toccano senza che tu ci abbia colpa nè rimorso.» «Giulia mia, scusa se ti dico che non te n'intendi. Voi altre donne pare che siate più fatte che noi per sopportar l'ingiustizia. Destinate pur troppo sovente a ciò, deboli, e senza potere di resistenza, Iddio ve n'ha data anche meno la volontà; e così, dico le buone fra voi, siete sempre disposte a patire, senza quasi disputare nemmen tra voi del diritto o del torto. Noi altri, all'incontro, non siamo e non dobbiamo essere così. La resistenza all'ingiustizia è nella nostra natura; la giusta ira che in noi si desta allora, c'è data, credo, da Dio stesso, per moverci a quella. Ma l'ira è pure un sentimento amaro; e più quando è unito all'impotenza di operare. Togli questo amaro sentimento da una disgrazia qualunque, ed ella si fa più sopportabile assai. L'altro giorno, partendo, m'incontrai con N...., sai, il capo dei sollevati che ha fatto tutto il male (secondo a me pare), ma l'ha fatto tanto in coscienza, e credendo pur nell'animo sempre di far bene. Vedendo ora fallita tutta la sua impresa, egli porta la sua disgrazia personale non solamente con coraggio e serenità, ma, per quanto a lui spetta, con vera allegria. - Già s'intende, mi diceva egli, incominciando, sapevamo che poteva riuscire a ciò: i vinti la pagano; fu sempre così. Se avessimo vinto noi.... anche i nostri esagerati avrebbero voluto far persecuzioni. Io mi sarei sforzato d'impedirle; ma chi sa se ci sarei riuscito. Chi sa in questo momento tanti anche de' nostri nemici s'adoprano inutilmente ad impedire queste persecuzioni contro noi. Dio faccia prosperar costoro, e perdoni agli altri.» «E tu pure, caro mio, dovresti dir così. Per quel poco che ho veduto o studiato nel mondo, mi pare naturale, è succeduto sempre che non solamente i nemici perseguano i nemici, ma sovente anche gli amici che confondono con quelli. E poi,» proseguiva sorridendo, «tu non sei poi nemmeno troppo amico loro; hai voluto dire le loro verità crudamente agli uni e agli altri. Porti la pena della tua sincerità. Anche questo mi par cosa molto naturale.» «Ma molto inutile per parte mia. Che bene hanno fatto le mie parole? E non le potevo io risparmiare? Non avrei io fatto meglio, poichè trovavo che gli uni e gli altri camminavano per una mala via, di lasciar stare gli uni e gli altri, di tenermi discosto del tutto, di non vivere se non con te e per te, sola buona credo a questo mondo, sola che mi capissi o mi volessi capire, sola che mi amassi.... e che pur traggo, misera, nella mia infelicità?» «Che infelicità? Vivere qua o là con te, non è per me lo stesso a dirittura? I nostri figli, sola cosa che ci mancherà, ci mancheranno per poco, e li potremo far venire con noi. E allora di che t'increscerà? Di quella patria che non ti conosce? Di quegli amici che ti tradiscono? Oh, Alberto mio, sempre siamo lì; amami come t'amo io, e non mancherà più nulla in nessun luogo alla tua felicità. Ma amami come vuoi o come puoi, nulla intanto manca alla mia.»
E il fatto sta che con tal reciproco sollievo era almeno portabilissima la loro qualunque fosse infelicità. Giunti in Francia, e fatta una gita alla capitale, che Alberto volle mostrare alla compagna, elessero poi per dimora una delle provincie meridionali, in cui il clima e la natura più s'accosta a quella d'Italia; oltre che le loro entrate, scemate ed incerte, lor ne facevano una necessità. Ivi poi incominciarono una vita molto tranquilla, ed allora anche felice. I ricchi che non hanno provato mai nè gli stenti nè nemmeno la necessità di computare o compensare tutti gli agi della vita, non sanno i piaceri pur grandissimi della economia. Non conoscono il diletto di tôrre un agio a sè stesso per dar quello o un altro alla persona amata; di nascondere la propria privazione, di fare quel solo inganno a chi non ce ne fece un altro mai; le dolci dispute che nascono da ciò; il più dolce rappattumarsi promettendo di non più far così, e ricominciando il giorno appresso, per rimproverarselo dolcemente di nuovo. E poi, chi fu in simili circostanze mai in Francia,
In Francia dove in pregio è cortesia,
il quale non abbia provata la amorevole ospitalità francese? L'ho detto altrove, e lo ridico volentieri, non si conoscono i Francesi se non a casa loro. Quelli che abbiamo avuto in Italia, erano, salve poche eccezioni, la peggiore spuma della loro nazione. I francesotti oppressori, soverchiatori, prezzatori di ogni cosa non loro, così frequenti da noi, non si ritrovano più a casa loro. Che anzi, là sono amanti degli stranieri, e d'ogni cosa straniera; vaghi di novità, larghi d'ogni cosa loro, e massime della loro compagnia: non c'è gente che usi più delicatezza ad adattarsi ai modi tuoi; e ciò che pare più strano, essi, gli allegrissimi tra gli uomini, sono anche quelli che sappiano meglio compatire ed alleviare i mali altrui. La loro pietà è forse la sola al mondo non offensiva. L'adattarsi a casa altrui, quasi fosse la loro propria, che parve forse talora alquanto incomodo da noi, si rivolge a gran comodo nostro quando ci aprono colla medesima facilità le loro case, l'interno delle loro famiglie. Gl'Inglesi ne sono più gelosi assai. La home, il fire side degli Inglesi sono di rado aperti allo straniero. Lo Spagnuolo veramente, appena ti conosce, ti dice: mi casa está á la disposición de V. M.; ma questo per lo più è un complimento e non più: e poi, la casa d'uno Spagnuolo è cosa tanto diversa da quella di tutti gli altri Europei, che questi di rado ci si trovano bene per gran tempo. Il chez nous francese è confortable quasi tanto come la casa inglese, ed è poi molto più francamente offerta che la spagnuola. L'ospitalità francese è in tutto la più compiuta nell'attuale condizione della società e dell'incivilimento.
I due anni furono così dolcemente passati da Giulia e d'Alberto, e sì che una sola cosa mancava veramente alla loro felicità; i loro teneri figliuoli. Era loro stato assolutamente impossibile portarli con essi nell'urgenza di quella, che lascierò incerto anche qui se fosse stata fuga o cacciata. Ed allora erano tranquilli i due parenti sui loro figliuoli lasciati in cura al vecchio loro nonno. Ma questi infelicemente morì; e i due fanciulli passarono in mano ad alcuni parenti discosti, che non avevano loro il medesimo amore, e che addetti intieramente al governo condannavano con esso Alberto, e tenendolo per cattivo suddito, cattivo cittadino, pur lo tenevano per conseguenza per cattivo padre di famiglia; e pensavano che nella disgrazia fosse almeno fortuna che i figliuoli, continuatori futuri della illustre famiglia, rimanessero così discosti dalla perversa educazione del padre loro. Quando questi e la madre scrissero ansiosamente per avere i loro figliuoli, fu loro risposto con indugj, dubbj e difficoltà. La stagione, i pericoli del viaggio, e poi, chi sa, non s'era verificato nemmeno se il governo permetterebbe questa espatriazione dei figliuoli già cresciuti, e in breve giovanotti. Volevansi dunque educare nell'esilio, agli usi stranieri, all'avversione della patria? Si contentassero i genitori di ciò che era toccato loro, se non altro per la loro imprudenza; non ne facessero portar la pena alla seconda generazione. Del resto, sarebbe anche peggio per il padre e la madre. Questo chiamare i figliuoli fuor di paese, questo spiantare la casa e la famiglia del tutto, li metterebbe in sospetto e in odio più che mai; allontanerebbe forse per sempre il loro ripatriare. Pensasserci bene, non s'affrettassero; e via via simili sragionate ragioni. La disgrazia maggiore di Giulia e d'Alberto era quella di non aver più i proprj genitori; che avrebbero verso essi avuto tutt'altri sentimenti; e, padri, avrebbero sentito e capito gli affetti di padre e di madre. Non è nella sola infanzia per li bisogni materiali, non nella gioventù per li consigli e le direzioni morali; ma anche nell'età più inoltrata, e quando s'è noi stessi padri di famiglia, la maggior fortuna è quella di serbare quanto più tardi i proprj genitori; è una guarentigia, un accrescimento di felicità nella felicità; il maggior rimedio delle disgrazie, quando queste succedono.
La povera Giulia era quella che ne diceva meno, e ne pativa più. Volle partire per la casa, e per la prima volta sentì anch'essa in fondo al cuore quella specie di rimorsi, o se si vuole di scrupoli, i quali sono tanto più amari nei cuori migliori. E il vero è, che non c'è forse più grande assurdità che quella così sovente detta della tranquillità di coscienza dei giusti. Appunto perchè son giusti, hanno la coscienza più tenera. Ciò che non costa nemmeno un pensiero, non dirò allo scellerato, ma allo spensierato ed immorale, costa spasimi e rimorsi, ed interminati esami di coscienza, e giorni in ciò logorati, e notti invano passate a cercar sonno e riposo, e coloro, che, per non avere azioni da rimproverarsi, si rimproverano le omissioni, i pensieri, e talora gli affetti stessi. «Non ho,» pensava Giulia tra sè talora le mani incrocicchiate in grembo, pendente il capo sul petto e lente sgorgandole le lacrime dagli occhi, «non ho sacrificato forse il mio dovere di madre al mio piacere, al mio amore di sposa? Non era il posto mio, primo forse, appresso a quei derelitti? E poi, come almeno ho ritardato tanto ad andarmeli riprendere, quando il padre me gli avrebbe donati? E quel povero vecchio, orbo padre, non l'ho lasciato morir io?».
(Non continuata.)
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